venerdì 19 luglio 2019

Frullato


Hai voglia di dire che tutto sta procedendo secondo i piani, madama la marchesa!
Intanto oggi sono trascorsi 27 anni da quando fu ucciso il giudice eroe Paolo Borsellino e la sua scorta. E questo basterebbe per capire in quale dedalo di falsità ci è toccato vivere, con servizi segreti deviati, ingerenze mafiose nello stato, bugie, alterazioni sistematiche della verità. 
Oggi invece siamo nel pieno di un frullato, enorme, gigante e debordante: abbiamo l'uomo forte mascherato, in realtà incapace di cogitare con senno, impegnato a destabilizzare attenzione e critiche con nuove imprese impregnate di selfie. A ruota un movimento onesto che si è fatto prendere la mano, dimenticando la linea politica e la fermezza davanti a impulsi di casta. Infine un partito distrutto dalla precedente gestione, incapace di risollevarsi degnamente secondo la propria genesi, in balia di correnti imbevute di egoismi personali e in difficoltà a trovar la giusta forza generante spirito critico e riformista.
In questo frullato nulla emerge, nulla appaga pulsioni per quella dignità sociale, alla base del benessere comune.
Se si continua ad assistere ad efferati delitti frutto di una dicotomia tra senso di appartenenza allo stato e gestione del malaffare del bene pubblico, ogni ipotetico traguardo viene precluso. 
Rimanga negli occhi di chi spera in una novità, il deserto all'uscita dell'assassino di due poveri minorenni a Vittoria, quel senso di omertà frutto di paure ancestrali che minano, e forse distrutto, la certezza che lo stato controlli tutto il territorio italiano. 
Inoltre c'è la speranza diffusa di coloro che hanno fatto della politica un mestiere, di tornare a lucrare sulle nostre teste dopo questo periodo in cui, per correttezza e per dna del M5S, si è potuto frenare l'animosità mangereccia di molti codardi, imprenditori subdoli ed accaniti nel depredare risorse, piani finanziari destinati ad arricchire pochi sulle spalle di molti. 
Il Cazzaro Verde sta fremendo per agguantare potere e comando. Quello che verrà non potrà che riproporci antichi figuri, loschi e tenebrosi, come il nostro futuro. 

Ineccepibile



Daje Marco!


venerdì 19/07/2019
La crisi del rublo

di Marco Travaglio

Chi ripete a macchinetta che Salvini è il nuovo Mussolini trascura un’altra, più banale eventualità: che sia il nuovo Ridolini. Noi non sappiamo che ne sarà del governo giallo-verde, dato ieri per morto sotto gli ultimi colpi del pirotecnico onniministro, in gita a Helsinki: potrebbe cadere oggi, o domani, o mai. La politica non è una scienza esatta nemmeno quando è in mano a politici seri e veri, figurarsi quando a menare le danze è questo strano soggetto che cambia idea e umore col tasso di umidità. E gioca a fare tutti i mestieri fuorché il suo: quello di ministro dell’Interno (il che, intendiamoci, è una fortuna). Fino a un mese fa, aveva se non altro il pregio di seguire non dico una strategia, ma almeno una linea retta: quella del suo interesse elettorale. Ora però, da quando è esploso il Caso Rubli con protagonisti, comparse e sviluppi sempre nuovi (Rubli-bis, Rubli-ter ecc.), s’è buscato la savoinite e pare un tantino suonato. Ha perso la lucidità e il tocco magico. Non ne azzecca una manco a pagarlo (nemmeno in euro). Ed è arduo seguirlo nel labirintico arabesco delle sue evoluzioni. Procede a zigzag, poi avanti e ’ndrè, poi in tondo, sbattendo di qua e di là come mosca (anzi, Mosca) sotto vetro.

Prima Savoini è un carneade imbucato. Poi si scopre che, essendo l’ex gestore dei Bagni Ondina di Laigueglia e dunque presidente di Lombardia-Russia, è membro ufficiale del suo staff al vertice bilaterale col ministro dell’Interno russo e in tante altre missioni estere. Prima Savoini non l’ha invitato lui alla cena per Putin. Poi si scopre che l’ha invitato Claudio D’Amico, fan degli Ufo e dunque “consigliere per le attività strategiche di rilievo internazionale del vicepresidente del Consiglio” (sempre Salvini). Il M5S e il Pd gli chiedono di riferire in Parlamento. Lui potrebbe cogliere l’occasione per spegnere l’incendio appiccato dai suoi incauti tour operator russo-padani. Invece annuncia che mai ci andrà (come in Antimafia, dov’è atteso da quattro mesi per spiegare i rapporti con Arata, l’amico di Siri, e Nicastri, l’amico di Messina Denaro). Allora, per rispetto istituzionale, Conte dice che ci andrà lui, previa informativa scritta di Salvini con la sua versione ufficiale. Il quale risponde che magari, se parla il premier, ci fa un salto anche lui: vedi mai che Conte dica qualcosa che lui non sa. Intanto convoca al Viminale le parti sociali per ragguagliarle sulla Flat tax e sulla legge di Bilancio, che nessuno conosce (tantomeno lui): come vendere la fontana di Trevi. E le parti sociali ci vanno, salvo poi scoprire che il ministero è quello sbagliato, per non parlare del ministro.

Intanto, in preda alla sindrome della mosca cocchiera tipica dell’ex amico B., “ai matrimoni vorrebbe essere lo sposo e ai funerali il morto” (Montanelli dixit). E si imbuca insalutato ospite nel blitz sul traffico d’armi scoperto a Torino dall’Antiterrorismo, con l’arresto di tre neonazi reduci dal conflitto ucraino e il sequestro di un missilone di tre metri e mezzo: “Tutto è nato da una mia denuncia sulla minaccia dettagliata di un gruppo ucraino che attentava alla mia vita”. Purtroppo la Procura e persino l’Ucigos (che dipende da lui) lo smentiscono: la segnalazione veniva da un’ex spia del Kgb e sul presunto attentato non c’è riscontro. A furia di riunire sindacati, inventare attentati e salvare gattini al Verano, il Cazzaro non più Verde ma Multicolor si scorda di una cosuccia da niente: l’elezione della presidente Ue Ursula von der Leyen. Conte, capo dell’unico governo della vecchia Europa estraneo alla maggioranza del 26 maggio, riesce a sventare l’asse Parigi-Berlino che vuol portare il turborigorista tedesco Weidmann alla Bce. E rompe l’isolamento rendendo decisivi i voti giallo-verdi in cambio del commissario alla Concorrenza. Poltrona cruciale, destinata a Giorgetti. Bisogna semplicemente votare la nuova presidente tedesca, cioè il male minore per l’Italia. Il M5S la vota, salvandola dallo smacco e acquisendone la riconoscenza. Ma i leghisti dicono astutamente no, sperando nello smacco per Conte e Di Maio. Che invece la spuntano. Risultato: bye bye Giorgetti.

La mossa volpina è spiegata da Salvini come un atto eroico contro il complotto ordito da “Merkel, Macron, Berlusconi e Renzi” e naturalmente Di Maio, che ora “governa col Pd”. Tesi singolare: sia perché i giallo-verdi sono un’esigua minoranza nell’Ue e non possono decidere nulla, salvo evitare guai peggiori; sia perché Salvini governa con B. in 12 regioni su 20, ha votato il Rosatellum con Renzi e B. e sta con FI&Pd su Tav e altre grandi opere inutili, Autostrade, Radio Radicale, Tap, inceneritori, trivelle, F-35, Venezuela, bavaglio alle intercettazioni, separazione delle carriere e no al salario minimo. Da un simile monumento di coerenza c’è da aspettarsi di tutto, anche la crisi di governo con annessa campagna elettorale allietata da nuove intercettazioni sul caso Rubli. I pretesti sono avvincenti: “I tre no dei 5Stelle su autonomia, giustizia e manovra al Consiglio dei ministri”. Quello di oggi, talmente decisivo che Salvini lo diserterà. La classica crisi per futili motivi, che notoriamente sono un’aggravante. L’autonomia è in alto mare perché la legge leghista fa acqua da tutte le parti (anche per la Corte dei Conti). La giustizia è una parola buttata lì: non c’è un testo né un emendamento leghista contro la riforma Bonafede. E la manovra, prevista per l’autunno, è una supercazzola come la Flat tax senza coperture. Ma l’assenza di serie ragioni di rottura potrebbe essere per Salvini un motivo validissimo per rompere. Il concetto di serietà, associato al nuovo Ridolini, diventa un ossimoro. L’unica cosa seria è il caso Rubli. E l’abbiamo capito. Lo capiranno anche gli italiani?

giovedì 18 luglio 2019

mercoledì 17 luglio 2019

martedì 16 luglio 2019

Cinquant'anni fa


Mi piace, mi è sempre piaciuta, m'appassiona fino allo spasimo la grande storia dell'astronomia. 
E a cinquant'anni dalla prima missione sulla Luna, m'aggroviglio di pensieri e diciamocelo: anche di dubbi.
No, non sono uscito di senno né tendo al terrapiattismo. 
M'affascina però sconquassare il passato, quel passato e cogitare sull'enorme rischio preso a quei tempi dagli Usa. Diciamo che mai come in quel benedetto 1969 una missione spaziale è stata compiuta in nome della supremazia, sfanculando le incredibili possibilità di un insuccesso che avrebbe prodotto altri tre cadaveri. Pensiamo ad esempio al fatto che sono andati sul nostro satellite con una potenza di compiuter a bordo inferiore a quella attualmente presente in un qualsiasi smartphone, equiparabile a quelle in possesso di un preistorico Commodore 64. 
Pensiamo a tantissime soluzioni che si dovevano aprire senza contemplare probabilissimi errori, frutto di inesperienza e fatalità. 
Ricapitolo: io credo fermamente che Armstrong ed Aldrin passeggiarono sulla Luna. Per una ragione semplice: i sovietici, i quali se ciò non fosse avvenuto, avrebbero inondato la sfera terrestre di notizie sputtananti il finto evento. 
E il dubbio? Il dubbio riguarda le immagini trasmesse: tanto alto era infatti l'insuccesso che per prendersi margini minimi di sicurezza, potrebbero aver scelto di girare immagini in studio, al fine di rimanere a galla in caso di debacle. Che sarebbe successo se il Lem, avvitandosi su se stesso, fosse esploso davanti a due miliardi di occhi? 
Questo è il dubbio, dettato dagli eventi, basato e sostenuto dalla presidenza di allora di quel cialtrone di Nixon, dalla volontà di risultare vincenti nella corsa spaziale apportatrice di consensi, di allori, di gigantismo mondiale. Fossero morti senza arrivare sul satellite, per la storia ci sarebbero arrivati comunque, la scusa dell’incidente al rientro li avrebbe consegnati allo stesso modo alla leggenda. Tutto si sarebbe salvato, capra, cavoli e primato.
Chissà.

Così, per foto...