giovedì 28 marzo 2019

Spettacolarmente Robecchi


giovedì 28/03/2019
Salvini, il condensato delle passioni medio-basse del Paese

di Alessandro Robecchi

Lo spettacolo d’arte varia di un ministro dell’Interno che irride e fa il bullo con un ragazzino di tredici anni sembra la plastica rappresentazione dei meccanismi psicologici che spingono tanta gente a votarlo. Forte con i deboli, morbido con i forti, basta con tutta quella faccenda complicata che è l’etica, tutti quei discorsi teorici da professoroni o da buonisti. Qui si fanno i fatti, si menano le mani, si stringe la mascella, si querelano gli scrittori, si bullizzano i ragazzini, non ce n’è per nessuno. E questo piace.

A differenza della gran voglia di ometti forti che abbiamo visto in passato (e uomini della provvidenza, e ultime spiagge e “o lui o la morte nera”), Salvini rappresenta un vero condensato delle passioni medie e medio-basse del Paese: l’irrefrenabile ammirazione verso colui che vince la rissa per il parcheggio, che salta la fila, che abbaia solo a chi non può rispondergli a tono. È bastato che un ragazzino gli dicesse due parole sensate e l’ometto forte si è subito irrigidito, circondato dalla sua canea di negazionisti quando c’è da negare e allarmisti quando c’è da allarmare.

Anche nel caso di Salvini la teoria italiana dell’ometto forte si conferma in tutta la sua malagrazia: uno che sembra un duro da saloon ma che si gioca la lacrimuccia quando si vota per processarlo, uno che si veste da sceriffo ma parla d’altro quando gli si chiede conto di un colpo da 49 milioni. Uno che combatte le battaglie a presa rapida – la paura, l’invasione, prima gli italiani – lasciando ai soci di governo, povere stelle, le faccende spinose e complicate (e quelli ci cascano con tutte le scarpe, e ci si incasinano mentre lui ghigna). Insomma, perfettamente coerente con quello spirito-guida tra il furbetto e il prepotente che sotto sotto piace tanto. E che dà il segnale del liberi tutti: le pulsioni più banali ed egoiste, la prima cosa che salta in mente, il luogo comune logoro travestito da buonsenso, tutto è permesso, tutto è lecito.

Ora tutti si interrogano su come Salvini si giocherà questa passeggera (si spera) overdose di consenso. Se lo chiedono i suoi cannibalizzati alleati dei 5 Stelle, che forse cominciano ad accorgersi di avergli spianato troppo il terreno; se lo chiedono a destra mentre si interrogano su dove parcheggiare una volta per tutte il corpo imbalsamato del loro Lenin, Silvio buonanima. Se lo chiedono anche a sinistra, indicando in Salvini il nemico da battere, ma facendolo poco e male, e soprattutto con due fardelli sulle spalle. Uno, il minnitismo che fu il prodromo culturale del salvinismo; l’altro l’insopportabile spirito elitario di una sinistra che, diventata liberale, ha dato lezioncine a tutti col ditino alzato senza sapere più nemmeno lei cosa stava insegnando.

Ora la solfa dice: che farà Salvini in Piemonte? E in Europa? Un asse con la Meloni? Coi sovranisti europei? Si accatastano sul nuovo ometto della provvidenza aspettative di trionfo totale, commettendo l’errore di pensare solo ai meccanismi politici, alle triangolazioni e ai pesi, alle alleanze tattiche.

Insomma, ancora una volta (come già avvenne per l’ipnosi collettiva sul Renzi “nuovo” e “rottamatore”) si commette l’errore di vederne solo il lato politico e non il risvolto – diciamo così – antropologico. Non c’è solo il premio di maggioranza dato da di chi corre ad acclamare il vincitore, c’è anche il sollievo di vedere un vincitore senza precisi meriti, o particolari abilità, o qualità sopra le media (bassa) del paese reale. Un’immedesimazione di massa per l’ennesima (con alcune varianti sempre uguale) santificazione del mediocre. Una specie di “uno di noi” che ce l’ha fatta, che ha fatto la voce più grossa, che ha vinto nella lite al semaforo, che si trincera dietro il suo potere, che prende in giro un ragazzino, semplicemente perché può farlo.

Zac!



Solita brodaglia


giovedì 28/03/2019
Zingaretti e il tutto fa brodo per vincere

di Daniela Ranieri

Una delle più frustranti tendenze del futuro è quella di degradarsi rapidamente in presente. Noi, per dire, avevamo creduto alla ventata di novità che con l’arrivo di Zingaretti, issato dal corposo e speranzoso “popolo delle primarie” in cima al Pd, era spirato dentro a quel partito così giovane fuori (solo 11 anni) e così vecchio dentro; così come, a suo tempo, credemmo che l’allontanamento igienico dell’allora minoranza Pd dal tanfo neoliberista dell’oligarchia gigliata fosse sentito e meditato sulla tara degli ideali. Ora, può darsi che abbiamo capito male noi, e nel caso saremmo ben lieti di accogliere il chiarimento di qualche esegeta più preparato in fatto di singulti, afonie, balbuzie, mezze frasi e messaggi cifrati che caratterizzano la cosiddetta comunicazione del fatato mondo del Pd; ma apprendiamo da fonti certe (Corriere) che nella direzione dell’altro ieri al Nazareno Zingaretti ha “ottenuto il mandato per trattare con le altre forze politiche”, inclusi i transfughi della ex minoranza, poi fondatori di Articolo1-Mdp, per la creazione di una lista unitaria alle europee. Apprendiamo anche che a opporsi sono stati 17 ultras renziani, ancora convinti che quelli di Mdp siano “coloro che hanno lavorato per far perdere il Pd alle politiche” (Giachetti), come se non avesse fatto tutto Renzi da solo; e che, soprattutto, gli ex scismatici ci starebbero seriamente “pensando”.

Ci siamo messi a compulsare verbali e profili Twitter, a interrogare testimoni oculari e a fermare passanti per capire se per caso Zingaretti, per questa sua operazione di simbolica e pastorale riconduzione all’ovile, avesse almeno fatto cenno a qualche abiura non solo di maniera di opere e omissioni renziane, cioè di tutti gli obbrobri perpetrati da un soggetto che ha dimezzato i voti del Pd, decimato gli iscritti, perso tutto il possibile dopo il risultato-totem del 40,8% e, al di là dei numeri, sfigurato il volto culturale di un partito ridotto talmente male che i suoi elettori, chiamati al riconoscimento a un anno dalla tragedia del 4 marzo, hanno a malapena identificato.

In altre parole, la pensosità degli esuli ci ha indotto per un istante a illuderci che Zingaretti avesse promesso di ridiscutere il Jobs Act, o di reintrodurre l’art.18, o di cambiare la vigente legge elettorale detta Rosatellum, sulla quale Renzi costrinse Gentiloni a mettere la fiducia alla Camera e al Senato, perché l’identità di un partito determina anche i modi in cui i suoi eletti si relazionano con l’Europa. Abbiamo sperato che le parole di Zingaretti secondo le quali l’eventuale alleanza con Bersani e Speranza “non significa convergenze che mettono indietro le lancette della scissione” fossero frutto di un refuso fonico e che in realtà volessero dire l’opposto, e cioè che l’alleanza sarebbe esattamente un modo per tornare indietro, resettare il cortocircuito generato dal passaggio degli unni toscani, recuperare la fiducia degli elettori ancora scioccati dalla protervia classista dei bulli toscani, ristabilire un rapporto di correttezza istituzionale con persone serie che il Caligola del Valdarno tentò di intimidire in modi vari e fantasiosi, minacciando “lanciafiamme” in direzione o epurandole dalla Commissione Affari Costituzionali perché osarono contraddire i suoi ordini proprio in merito alla legge elettorale.

Niente affatto. A suggerire al segretario del Pd “la mossa” di “sdoganare i fuoriusciti” (La Stampa) sarebbe la necessità di “non perdere nemmeno un voto” alle europee, esigenza che renderebbe possibile l’unione nella stessa lista di forze eterogenee quali i calendiani (cioè Calenda, addirittura messo nel simbolo del Pd) e persone di sinistra. Il tutto in virtù di quel mito creato e sponsorizzato dalle élite (non a caso a Zingaretti l’idea è venuta dopo un colloquio col vice presidente della Commissione europea Timmermans) che tutto fa brodo pur di battere i populisti-sovranisti. Tutto, anche riprodurre la più perdente di tutte le idee degli ultimi anni, e cioè che per battere la destra bisogna annacquare più possibile la sinistra.

Di Zingaretti, a parte la bravapersonità, ci sfuggono caratteristiche, programma e idee politiche; ma se Mdp si allea col Pd, tenendo conto che quando era in LeU ha già appoggiato Zingaretti alle amministrative, può farlo solo per tre motivi: o crede alla validità di quel mito (tutti insieme, liberisti e socialdemocratici, padroncini e politici di sinistra, pur di vincere contro i populisti: il massimo del populismo); o vuole fare una prova in vista delle politiche (auguri); o intende semplicemente sopravvivere e non sa farlo con una proposta politica nuova. Senza contare che così facendo dà ragione a Renzi, il quale ha sempre sostenuto che chi usciva dal Pd e ne prendeva le distanze in tutte le elezioni “facendo vincere il Matteo sbagliato” lo faceva perché odiava lui e non in ragione di ideali politici.

mercoledì 27 marzo 2019

D’accordissimo




Ripicca



Arrivi in autogrill con una sontuosa palpitola, frutto di un pranzo pregno di salumi che ti ha portato ad un’aridità nel palato simile a quella che dovrebbe avere un giaguaro cacciante l’antilope in una salina, che ti induce a schioccare la lingua al ritmo di inusitati mariachi e mentre adocchi l’oasi del bancone ristoratore, acchiappi una bottiglia invitante che si rivela una cocente delusione paragonabile ad entrare in un night trasformato a tua insaputa in sala del regno di geoviana memoria, che ti induce a desistere dall’ingurgitarla tra le proteste furibonde delle papille che per ripicca e vendetta t’insufflano in fauci un terribile retrogusto di merda ed aglio!