Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
giovedì 13 settembre 2018
mercoledì 12 settembre 2018
La critica
E Francesco Merlo invece, sempre su Repubblica si scaglia sul Premier Conte. Ora la critica è sacrosanta, giusta, lievito per smussare spigoli di chiunque abbia un incarico nella nostra democrazia, compreso il Presidente del Consiglio. Quello che non mi torna, e che faccio fatica a ricordare, sono articoli di ugual natura scritti da Merlo sul Bomba. Non me ne ricordo neppure uno. E non posso certo dire che non ve ne fosse occasione. Pazienza!
Conte, il burattino che non riesce a diventare Pinocchio
FRANCESCO MERLO
Il premier e la domanda per la cattedra di diritto
Non vanno liquidate con le risate le ricorrenti piccole-grandi truffe curriculari del premier Giuseppe Conte che accademicamente è una figura ben più drammatica che ridicola. Innanzitutto perché trucca la grande tradizione italiana del professore-politico, da Moro a Spadolini, da Amato a Monti, da Colletti a Melograni, da Tullio De Mauro a Rodotà. Se politicamente è infatti il burattino che non riesce a diventare Pinocchio, dal punto di vista universitario è il professore delle mezze misure spacciate per intere nel curriculum gonfiato, delle mezze porzioni in biblioteca, delle mezze calzette indossate alla New York University, dei mezzi perfezionamenti e del finto gran rifiuto a un concorso invece rinviato, tan-to-chi-se-neac- cor-ge: tié.
Cominciamo appunto da quest’ultima, dalla sua mezza rinunzia al concorso per la cattedra di Diritto Privato da Firenze alla Sapienza di Roma, che non è una facile formalità perché la legge Gelmini ha reso incomprensibilmente impervio il trasferimento dei professori da una sede ad un’altra. Conte sa dunque che l’occasione non si ripeterà e lo sa pure il suo maestro Guido Alpa che del Diritto è un’eccellenza e dunque ha l’audacia tosta di affrontarlo: «Farebbe bene a presentarsi perché non violerebbe nessuna legge». Più contortamente il premier si rifugia, con l’astuzia della paglietta napoletana, nella mezza rinunzia che è, come dicevamo, una recidiva perché giocata sugli stessi imbrogli linguistici del curriculum che Conte stesso presentò gonfiato. Ora ha detto "riconsidero la mia candidatura" dove "riconsidero", nella sua vaghezza, spaccia per orgogliosa rinunzia il furbo rinvio. Allo stesso modo, cento giorni fa spacciò, nel curriculum accademico, i suoi turistici passaggi nelle biblioteche americane per visiting professorship e i suoi studi di lingue per titoli giuridici ottenuti in sedi prestigiose, come l’International Kultur Institut di Vienna che però è solo una scuola di tedesco.
Diciamo la verità: noi italiani nel finto curriculum tendiamo a cascarci come nelle buche dell’asfalto romano. Quando Conte accettò di fare il premier per procura capimmo che sarebbe stato il pupazzo di Di Maio&Salvini, il vice dei suoi vice, ma non ci accorgemmo della dilatazione dei titoli forse perché nell’università italiana nessuno controlla registrazioni e documenti e si dà per approssimativamente vero il curriculum di chi ha comunque cercato di migliorare la propria preparazione all’estero.
Anche adesso, quando abbiamo sentito da Conte che avrebbe "riconsiderato" la candidatura, abbiamo creduto all’ovvietà del rifiuto per amor proprio e non al prender tempo, che in Italia è la morbidezza del peggio.
È vero che aveva presentato la domanda quando neppure immaginava che sarebbe diventato presidente del Consiglio, ma è altrettanto vero che, da premier, avrebbe voluto superare il concorso di nascosto per non esibire quei conflitti di interesse che sono evidenti.
E non perché esista una legge Guido Alpa ha ragione - che esplicitamente vieta a un premier di partecipare a un concorso, ma perché la presidenza del Consiglio è una funzione palesemente incompatibile con qualsiasi altro lavoro statale: quale professore potrebbe serenamente valutare il responsabile ultimo della macchina amministrativa dello stato di cui è dipendente? E come mai Conte, avvocato e dunque giurista, mostra di non saperlo?
Forse perché si sente anche lui una finzione giuridica dell’Italia a 5 stelle, l’Agilulfo di Calvino, che non era un cavaliere ma una lucida armatura vuota. Sono del resto impalpabili emanazioni della piattaforma Rousseau quasi tutti i parlamentari che Grillo e Casaleggio reclutarono in Rete, più numerosi e più fake delle loro fake news. Conte è il loro leader supplente. E forse è così consapevole di fare le veci a fuoco lento da dire con sincerità drammatica che la cattedra a Roma è il sogno che insegue da una vita, come se la presidenza del Consiglio, che occupa senza avere conquistato, non fosse un sogno veramente realizzato ma un incubo: "da precario" ha commentato il New York Times. Insomma Conte è il "quo vado" di Zalone: cerca ancora il posto fisso.
E veniamo ai giornali americani che hanno sgamato l’italica furbizia del professore. Conte se l’è presa con noi di Repubblica quando, per la seconda volta, e con il tono solenne della sofferta abdicazione, ha annunziato di rinunziare alla cattedra-trono di Roma. Sino ad oggi, per la verità, non ha ancora scritto la prevista, formale lettera al responsabile amministrativo del concorso e dunque solo su Facebook ha abbandonato con una gravità pontificale mancava solo il latino: " declaro … renuntiare". Ma, come dicevamo, ha accusato un giornale di denigrarlo «e non ne faccio il nome - ha aggiunto sventolando platealmente Repubblica perché sono il premier e credo nella libertà di stampa». In realtà il Conte universitario è stato sempre smascherato dai reporter americani, ora da quelli di politico.eu, e cento giorni fa dal New York Times.
Più di noi, infatti, gli anglosassoni credono in quella, a volte inafferrabile, eccellenza dell’accademia italiana che diventa politica.
La considerano diversa dalla loro che non ha mai commistioni di nessun genere con la politica - out of the question - ma ne apprezzano la qualità essenziale anche se antiquata, classica, barocca.
In Conte hanno invece fiutato la solita, sostanziale furbizia italiana, che conoscono altrettanto bene.
Perché, bisogna dirlo, nell’università italiana, ci sono tanti professori alla Conte, ma nessun arci-italiano era mai arrivato alla presidenza del Consiglio.
Lisciatina
Ma si, diamogliela una lisciatina, deve aver pensato Alessandra Longo di Repubblica!
E' tornato, è tornato! Non solo è osannato dalla claque impenitente! Pure la stampa che l'adorò, lo rimpiange e sogna il suo amato ritorno!
Vuoi mettere uno come lui, al confronto di questi, come li ha definiti lui stesso che una volta ricordo si scagliò contro gli insulti, predicando ad allocchi vari, che occorre sempre il rispetto per l'avversario? Ah si: "questa banda di scappati di casa, cialtroni, bugiardi!" Ci mancava "figli di mignotta" ma credo che se la riserverà per la oramai vicina Leopolda. Speriamo torni, davvero! Con lui le grandi aziende in regime di monopolio, tipo Autostrade, riempivano i giornali, compreso Repubblica, di pubblicità pagando tanti soldoni, che poi a ben pensarci a che servisse tale elargizione non è dato sapere, visto che se uno non ha rivali negli affari, a che serve far pubblicità se non a... mi fermo ma i sani di mente capiranno. E poi ogni tanto magari capitava pure che in ascensore il Ritornante incontrasse l'editore di un giornale e gli spifferasse news tanto utili da fargli guadagnare 600mila euro senza colpo ferire. Ah che tempi!
E allora leggetevelo con tanto tanto calore questo articoletto lisciante che mi sprona a pensare la Longo davanti ad un caminetto con in mano la foto del Grullo assieme ai suoi genitori, a suo cognato. Con tanto di logo Unicef.
Comizi, cabaret e una corrente Renzi si è rimesso in campo
ALESSANDRA LONGO, ROMA
Da Ravenna a Firenze, da Bologna a Milano, Matteo Renzi è ripartito. La parola d’ordine: basta con l’autoanalisi. Il format: il comizio cabaret. La certezza (sua): sta tornando il consenso.
Tappa dopo tappa, l’uomo si galvanizza, addirittura rivive il passato più glorioso, la sfida (persa) delle primarie con Bersani, che fu trampolino di lancio verso il potere: «Sento nei miei confronti un clima da 2012, ma non mi candido segretario».
No, non si candida segretario (per il momento), ma intanto rimotiva le sue truppe e una nota del suo ufficio stampa certifica «il calore e l’affetto del popolo Pd».
Meno affetto arriva dagli indici di gradimento dei sondaggi, che lo danno agli ultimi posti tra i leader nazionali, ma davvero il parterre delle feste con lui è sembrato in delizia. Perché lo stile è quello di sempre, più di sempre: battute, gag, diapositive degli avversari politici da dileggiare, titoli di giornali stranieri sull’Italia razzista da far rabbrividire («Franco, per favore, mi metti lo Spectator»).
E lui su e giù lungo il palco, il microfono in mano, la camicia bianca custom fit, quella che indossava anni fa, più magro, con Pedro Sanchez (ma lo spagnolo adesso è ben saldo al potere). Stile da showman, sideralmente lontano dal compassato segretario attuale e dalla flemma gentiloniana.
«L’avete notato? Con la personalizzazione abbiamo preso due volte il 41 percento, con la spersonalizzazione il 19...». Applausi da teatro, gente che scandisce: «Matteo! Matteo!
Matteo!». A Milano c’è Ivan Scalfarotto in prima fila, che non l’ha abbandonato, e poi le volontarie e i volontari, le signore con la cuffietta di garza bianca che lasciano gli stand gastronomici per sentirlo. Da loro riceve un supplemento non necessario di autostima. Basta analisi della sconfitta (lui, per la verità, dal 4 marzo non ha esagerato) basta autoflagellazioni. Chi ama Renzi questo vuol sentire: «Smettiamola di rassegnarci, voglio darvi la carica!». «Bravo!», urla la platea. Ricominciare dalle primarie? Tentazione.
Intanto, però, in attesa di un congresso da celebrare chissà quando, gli show alimentano l’adrenalina e la voglia di tenere salda la residua comunità degli estimatori. Primo appuntamento dei suoi in quel di Salsomaggiore, tra pochi giorni. La classica riunione di corrente, ma guai a definirla tale con lui. L’uomo non sta fermo, usa il suo talento: «Ho sempre voluto fare il Pippo Baudo fin da piccolo», scherza con il pubblico. One man show.
«Franco, la diapositiva con il governo...». Ecco Barbara Lezzi, ministro del Sud. Fa due giri di palco: «È quella che ha detto che il Pil cresce dove c’è caldo». Si ferma, aspetta la risata. E poi ritmo, via con altro, con i frammenti della sua opera prima televisiva su Firenze targata Mediaset. Città della bellezza nel Paese della bellezza, che non si merita «questa banda di scappati di casa, cialtroni, bugiardi». Platea deliziata dalla nettezza degli argomenti, pane al pane.
Guardateli, dice: il ministro dei Trasporti Toninelli-Toninulla, il sottosegretario Sibilia, quello che non crede allo sbarco sulla Luna, il guatemalteco Di Battista quello che voleva trattare con l’Isis. No, non mi rassegno a lasciare l’Italia a loro». Liscia il pelo dei militanti. Tecnica collaudata. Nel 2012 girava con il camper, sulla fiancata la scritta in blu «Adesso!». Cento province per sfidare Bersani. Invocava «il cambio di facce»: «Cari D’Alema, Veltroni, Bindi, Marini, avete fatto molto per il Paese, adesso anche basta». Colonna sonora, i Righeira, «L’estate sta finendo».
Rottamato dagli elettori, non si arrende. Fiuta «calore», spazi non coperti, e si rimette in marcia. Selfie con i volontari, speech al forum no profit di Algebris (Davide Serra). Ieri messaggio «agli amici di E-News»: «È stato bello tornare a incrociare i nostri sguardi, il vostro affetto mi ha sinceramente sorpreso».
Daniela
mercoledì 12/09/2018
Matteo l’esperto (per conto di Serra)
di Daniela Ranieri
Che ci fa Matteo Renzi, in una foto che lo ritrae in tutta la sua intensità a tratti un po’ cerebrale, sul sito del fondo finanziario Algebris di Davide Serra, con la qualifica di “adviser”, che – ci dicono – vuol dire qualcosa come “esperto” o “profondo conoscitore”, in un think tank dedicato a temi quali Europa, lavoro, fisco e immigrazione?
Che si tratti di quel Matteo Renzi, il leader che scaldava le masse lavoratrici quand’era a capo del “governo più di sinistra degli ultimi 30 anni”, è chiaro dalla biografia (ovviamente in inglese, la seconda lingua di Matteo) dove è presentato come “il più giovane Primo Ministro della storia d’Italia, con soli 39 anni e 1 mese all’inizio del suo mandato” (un record per il quale valeva la pena sbrigarsi a liquidare Letta e battere Mussolini di pochi mesi). A parte l’ovvia considerazione di come si possa giudicare esperto di Europa, fisco, lavoro e immigrazione un tizio che su ciascuno di questi temi ha fallito ed è stato bocciato dagli elettori (ma del resto gli altri due membri del team per salvare l’Europa sono lo stesso Serra, un miliardario in sterline, e Nicholas Clegg, ex viceministro del governo conservatore di David Cameron che ha portato il Paese alla Brexit), potrebbe stupire vedere l’eclettico leader impegnato in ambiti così esotericamente elitari invece che, come aveva promesso, nelle periferie, da cui, povere loro, voleva ripartire. Del resto proprio quel Renzi recentemente scopertosi conferenziere di rango giusto ieri ha parlato a un incontro a porte chiuse “sul futuro dell’Europa” organizzato a Milano proprio dalla Algebris, insieme a finanzieri di razza, investitori e bancaglia varia. “Penso che sia interessante che ci siano delle occasioni di confronto tra professionisti, addetti ai lavori e mondo economico finanziario”, ha commentato forse mettendosi tra i professionisti, senza lesinare complimenti al nascente think tank di cui non a caso fa parte.
Ma il motivo per cui Renzi, prossimo presentatore di documentari su Firenze – città talmente bella che lui vi fa nascere Michelangelo, che però era di Caprese, vicino a Arezzo – veste bene il ruolo di adviser in un forum collegato a un fondo finanziario, è che la sua fibra, la sua struttura mentale, i suoi codici e il suo linguaggio sono sempre stati quelli del capitalismo. Meglio, di quel tipo di capitalismo neo-liberale molto smart, contundente e cinico che a un certo punto della Storia si è messo in testa di allearsi con la politica sedicente di sinistra e cambiare il mondo.
Davide Serra, lo ricorderete, è quel giovanotto dall’eloquio basico e dallo sguardo fisso che, Renzi regnante, andava in Tv a elogiare il Jobs Act dopo aver proclamato alla Leopolda che “lo sciopero non è un diritto”, e in campagna referendaria prendeva un volo per venire a spiegarci, lui londinese d’adozione e culturalmente apolide come tutti i finanzieri oltre un certo Isee, quanto avrebbe aiutato la democrazia una bella rinfrescata della obsoleta Costituzione nata dalla Resistenza, che, come da monito della banca Jp Morgan, ci ha posto fuori dal progresso quale lo intendono gli eletti del mondo.
Così, mentre giurava “con noi conterà la conoscenza, non le conoscenze”, Renzi corteggiava imprenditori, sponsorizzava brand di grido, riceveva ricconi al Four Season, anticipava decreti sulla banche agli investitori amici (incidentalmente editori di giornali che il giorno dopo avrebbero parlato di lui), promuovendo ovunque la sua idea di società prestazionale, dove o si è start-upper o degli sfigati. Non come Serra, che sul suo sito scrive senza ironia “I have an Italian heart but a British brain”. Tiene un cuore italiano, come Gerard Depardieu nello spot dei pelati, ma chissà se è stato quello o il cervello british ad avvicinarlo all’allora più influente politico d’Italia (tanto da finanziargli tutte le campagne elettorali), il quale intanto, con la folle idea di un Senato non elettivo pieno di amministratori locali immuni, si tirava dietro le simpatie di tutti i padronati d’Italia, da Confindustria in giù (o in su?). Renzi non è stato un incidente, ma l’esemplare alfa di una nuova specie antropologica, non più legata al capitalismo familiare o alla razza padrona, ma alle affinità elettive tra vincenti o aspiranti tali, indifferenti ai destini di classe (che possono essere spezzati con la furbizia e qualche spintarella dei babbi) e abbastanza spregiudicati da potersi dire di sinistra continuando a formulare progetti di destra.
Ma il tempo è galantuomo, come ama ripetere sempre il figlio di Tiziano e Laura: non fa che rivelare le persone per quelle che sono e che sono sempre state (quel che non si spiega in tutta questa storia, semmai, è come Serra possa pensare di farsi pubblicità positiva usando non diciamo l’expertise, ma anche solo l’immagine di Renzi).
Dieci anni senza DFW
"La vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi scompare una volta che capite quanto di rado pensano a voi."
(In ricordo di David Foster Wallace
a dieci anni dalla scomparsa)
martedì 11 settembre 2018
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