venerdì 20 aprile 2018

La sovte



La sovte, sorte per noi comuni mortali, a volte si sbenda e schiaffeggia impercettibilmente pure i nostri "badroni" facenti parte di quella galassia magnificente, lucente, lontana anni luce dai problemi del popolino, genuflesso per gli agii e gli ozi di lor signori. Prendete il rampollo di casa Agnelli, impegnato da sempre a spostare masse d'aria appaganti la sua, di diritto, centralità. Tralascio le sue avventure maldestre perché di regola cerco di non giudicare nessuno, e mi concentro invece sull'incidente accadutogli recentemente mentre era a bordo della sua Ferrari, colorata secondo i suoi desideri e conseguentemente pezzo unico. 
Lapo si è fermato al ciglio di una strada, aprendo la portiera in modalità riccastro, ossia ponendola quasi ad angolo retto; nel frattempo sopraggiungeva un'utilitaria guidata da un comune cittadino che gliela ha quasi divelta, arrecando un danno di circa trentamila euro, bazzecole per uno come lui e per la sua dinastia, sempre pronta da lustri, appena la produzione calava e cala, ad usufruire degli ammortizzatori sociali, spedendo di conseguenza migliaia di lavoratori in cassa integrazione. 
Per di più oggi, grazie a Marchionne alla FCA, la famiglia principe italiana non paga più neppure le tasse in queste terre da sempre generose con loro. 
Ma la sorte sbendata ogni tanto si ricorda di assestare un piccolo buffetto pure a loro, dinastica stirpe da sempre rimpinguata con nostri soldoni. Per il danno siamo sicuri che Lapo non batterà ciglio: sono circa quattro cassintegrati in più! Che volete che sia!  

giovedì 19 aprile 2018

Stomachevole


Invece di confonderci sui voli pindarici della Casellati, al tempo sostenitrice della parentela tra Ruby e Mubarak, occorrerebbe destarci dall'oblio, mediaticamente provocato ad hoc, vedasi il nuovo Grande Fratello, per soffermarci su quanto avvenuto a Rapallo, dove una tredicenne, alias frequentatrice di scuole medie, ha inviato foto osé  al suo fidanzatino anch'egli tredicenne, il quale le pretendeva quale pegno d'amore, per poi postarle ad amichetti che li hanno trasformate in virali, alla mercé del web.
Non mi ritengo un criticone, né un moraleggiante irto di ovvietà; rimango però basito dinnanzi a questo mercificare di beltà, di primi vagiti d'amore, d'invaghimenti fanciulleschi infangati dalla filosofia di una società, che siamo tutti noi, stravolta nel bene più prezioso, abiura di concetti fondamentali il vivere insieme. 
Se siamo, perché dentro a questo mercanteggiare, sminuzzare, triturare valori ci siamo dentro tutti, ma proprio tutti, arrivati fin qui ciò significa che il fondo del barile non esiste, la caduta morale non s'arresterà, gli infingardi spadroneggeranno sempre più, il confine tra bellezza e vomitevole a breve scomparirà a scapito della prima, la sinergia famiglia-scuola è già da tempo ricordo sbiadito, l'educazione un'acclarata perdita di tempo, il sociale un palliativo da sparare in vena ogniqualvolta si dubiti sulla stabilità mentale di chicchessia, il gracchiare di squali indomiti travestiti da opinionisti, da sguatteri senza dignità vegetanti in programmi televisivi deleteri, viene trasformato in dolce nota musicale orecchiabile à la page, le sacerdotesse del nulla scatenanti diatribe "figa-tronista-battibecco-amante" protendono a divenire miti accalappianti coscienze da sempre in transumanza, il mutismo assassinante dialoghi pregni di sogni per una calata solitaria nel dorato regno Smarthphone, appagante l'ego oramai sminuito allo stato larvale, assiso sul trono dell'Essenza, matrice e cuore trascinante una società, che siamo noi, tutti noi, verso il baratro dell'Ineluttabile, anticamera della fatiscenza finale da cui probabilmente non ci risolleveremo più, mai più.

Ragogna stampa


L’alterazione della verità sul giornale di famiglia è tipico segnale di nervosismo. La deontologia giornalistica dovrebbe suggerire di titolare “Di Maio non vuol governare con il Delinquente Abituale.” 
Ma sarebbe chiedere troppo ai parenti di Mubarak.



Consultazioni travagliate


giovedì 19/04/2018
Vadi, contessa, vadi!

di Marco Travaglio

Maria Elisabetta Alberti Casellati, seconda donna della storia a ricevere l’incarico al Quirinale con gran sollievo del genere maschile, è appena stata nominata esploratrice con un’autonomia di 48 ore per lubrificare la Duplice Intesa fra centrodestra e 5Stelle. E già la sua missione in kepì, sahariana, pantaloncini alla zuava, scarponcini e binocolo è miseramente fallita. Infatti, come tutti sapevano benissimo tranne Maria Elisabetta Alberti Casellati, i 5Stelle sono disponibili a fare un governo con la Lega, ma non con Forza Italia e Salvini non può (ancora?) divorziare da Berlusconi. Ora lo sa anche la piccola esploratrice. E fra oggi e domani dovrà comunicarlo al capo dello Stato, che lo sapeva benissimo ma voleva sentirselo dire da una turboberlusconiana come lei, per farla finita una volta per tutte con una patacca che dura da 45 giorni: cioè con il cosiddetto “centrodestra”. Si tratta, com’è noto, di una finta coalizione fra partiti litigiosi e incompatibili su quasi tutto, creata appositamente dal Rosatellum di Ettore Rosato, cioè del trust di cervelli Renzi-B.-Salvini, per fregare gli elettori il giorno del voto, impedire al M5S di fare man bassa di collegi uninominali, gonfiare i consensi di FI e del Pd e dei loro finti alleati con la scusa del “voto utile”, per poi sciogliere le due compagnie la sera stessa e passare all’inciucione renzusconiano. Sappiamo com’è poi andata a finire: persino il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, figurarsi Rosato. Infatti gli elettori hanno ritenuto più utile il voto ai 5Stelle che non al Pd, lasciando senza numeri l’ideona di lorsignori. E regalando la vittoria proprio ai due partiti che dovevano uscirne a pezzi.

A quel punto Salvini ha provato a convincere Di Maio a fare da stampella al centrodestra: invano. E B. sta ancora provando a convincere il Pd: per ora, invano. Siccome però i giornaloni scrivono da un mese e mezzo che Di Maio ha un patto d’acciaio con Salvini e alla fine cederà su B. pur di andare al governo, e molti non solo li leggono, ma addirittura ci credono, ecco la superbufala del governo centrodestra-M5S. E l’incarico alla piccola esploratrice di studiarne la fattibilità. Risultato: un immediato, spettacolare, fragoroso, catastrofico schianto. La scena ricorda quella de Il secondo tragico Fantozzi, protagonista una parente stretta di Maria Elisabetta Alberti Casellati: la contessa Pia Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare, grande azionista della Mega Ditta che, alla cerimonia del varo della nave aziendale, lanciava ripetutamente la rituale bottiglia di champagne verso la chiglia del natante con rincorse da 32 e da 46 metri.

Ma non prima di aver ottenuto il via libera (“Capo-Varo, posso andare?”, “Vadi, contessa, vadi!”). Purtroppo mancava regolarmente il bersaglio, riuscendo invece a colpire nell’ordine: il ragionier Fantozzi (due volte), il sindaco con fascia tricolore, il ministro della Marina Mercantile e la centoduenne Baronessa Filiguelli de Bonchamp, mascotte a vita della società. Esaurita la riserva di champagne, si decise di cambiare rituale della cerimonia: taglio di un cavetto metallico che avrebbe messo in moto il meccanismo del varo. Ripartì da 76 metri la Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare: “Taglio, in nome di Dio!”. E recise di netto il mignolo dell’arcivescovo con anello pastorale, suscitandone un bestemmione parzialmente coperto dalla banda musicale. Ecco, ora spiacerebbe – soprattutto al mondo dello spettacolo, in particolare della commedia all’italiana – se l’avventura esplorativa della Alberti Casellati Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare durasse così poco. Se insomma oggi o domani Mattarella le sottraesse di già il kepì, il binocolo e tutto il resto del corredino per passarli a qualcun altro. Anche perché, diciamolo, la piccola vedetta padovana, già incredula per la promozione da vice-Ghedini in gonnella nonché zia della nipote di Mubarak a presidentessa del Senato, si era preparata con gran cura e compunzione all’ancor più prestigioso incarico. Aveva fatto aviotrasportare nella Capitale il guardaroba delle grandi occasioni, con quei tailleurini color tenda da bagno che fanno tanto fine. Non aveva mancato un solo taglio di nastro, dal Salone del Mobile al Vinitaly.

Aveva reso visita al presidente della Corte d’appello di Milano (il procuratore Greco aveva invece preferito darsi, per un imprecisato impegno fuori città), per spiegare come quella Alberti Casellati che l’11 marzo 2013 prese parte al sit-in davanti al Palazzo di giustizia contro i processi Ruby e Mediaset fosse soltanto un’omonima (del resto l’Italia, e ancor più Forza Italia sono piene così di Marie Elisabette Alberti Casellati). Aveva imbarcato un mezzo esercito di collaboratori per il suo Mega Staff a Palazzo Madama, roba mai vista neppure alla corte dei Faraoni. E aveva avviato il giro delle sette chiese sui giornaloni, con interviste a raffica in cui non diceva assolutamente nulla, se non che era pronta alla fatal Chiamata perché “sarebbe impossibile dire di no a una richiesta del Presidente”. Ora, è vero che il no dei 5Stelle al governo col centrodestra non le lascia grandi margini di manovra. Ma chissà, mai dire mai. Noi, al posto del capo dello Stato, la lasceremmo vagare per qualche altro giorno ancora. Intanto, nella grigia noia di questa morta gora, lo svolazzare zampettante dell’Alberti Casellati di palazzo in palazzo dà comunque un tocco di colore e anche di buonumore. E poi, da una che giurava in tv su Ruby (marocchina) nipote di Mubarak (egiziano), c’è da aspettarsi di tutto. Anche che interpreti il no di Di Maio per un sì e salga al Quirinale con la lista dei ministri. O che balzi sul primo aereo per il Cairo e vada a consultare Mubarak, facendosi annunciare dalla comune nipotina.

Kr




mercoledì 18 aprile 2018

Commenti Ranieri


mercoledì 18/04/2018

DI TUTTO DI PIÙ

Mamma Rai s’inventa il Giornalismo Costruttivo


di Daniela Ranieri


Siamo venuti fortunosamente in possesso di una circolare di Rai Academy – che è, copiamo pari pari, “un sistema di formazione continua che accompagna le persone di Rai (sic) verso la trasformazione dell’Azienda in Media Company digitale di Servizio Pubblico”, qualunque cosa ciò significhi – che ci ha molto colpito. Da oggi autori, giornalisti, programmisti registi e addetti stampa, insomma le persone di Rai che lavorano al progresso culturale del Paese, potranno formarsi non solo attraverso corsi classici, tipo “consultare le agenzie di stampa” o “apprendere il corretto utilizzo della voce e le tecniche di comportamento davanti alla telecamera”, ma anche del modulo di (tenetevi forte) “Constructive journalism”. Proprio così: giornalismo costruttivo.

Trattasi, si spiega con solennità, di “un approccio alla professione giornalistica centrato sul mettere maggiormente in luce soluzioni rispetto agli aspetti negativi e problematici delle storie raccontate”. Siamo in grado di anticipare la probabile obiezione: non sarà, questo giornalismo costruttivo, una sonora buffonata anche un po’ degradante della professione, del genere stolido-ottimista che andava di moda 4 anni fa, simile anche nella dicitura a quel “giornalismo di rinnovamento” che l’appena insediata ministra Madia disse di preferire a quello normale (di non rinnovamento), rifiutandosi di rispondere a un cronista troppo critico che a suo avviso non ne rispettava i criteri? No, affatto: il giornalismo costruttivo Rai è “un modo di pensare e affrontare le questioni presenti nel contesto sociale attraverso storie stimolanti che mettano in luce soluzioni piuttosto che focalizzarsi su problemi e traumi” (era ora: l’inviato nelle periferie dovrà imparare a guidare bus, bruciare immondizia e a riparare buche invece di star lì ad evidenziare i disservizi), e di “scrivere le notizie concentrandosi su narrative e angoli di osservazione diversi, non mettendo in secondo piano gli aspetti positivi”. Un esempio: la persona di Rai deve fare un servizio sull’inchiesta Consip, in cui sono coinvolti il ministro renziano Lotti, il babbo renziano Tiziano, l’imprenditore Romeo, i vertici ex renziani di Consip e due generaloni dei carabinieri. Noi, insipienti di giornalismo costruttivo, metteremmo in luce gli aspetti negativi della storia, tipo avere avuto un Capo del governo il cui padre, il cui socio-ministro e i cui amici trafficavano con gente che faceva affari col governo; la persona di Rai formata all’Accademy per trasformare il servizio pubblico in Media Company digitale no, non scherziamo; guardarebbe la cosa da una angolo di osservazione diverso, e di conseguenza, nel frangente attuale, metterebbe in luce l’aspetto positivo di non avere un governo.


Calma caimanica