lunedì 16 aprile 2018

Le vere rapine


A volte qui ad Alloccalia, ci sdegniamo se leggiamo di borseggi, di furtarelli anch'essi sicuramente da mettere al ludibrio, da avversare, da criticare in quanto simbolo di qualcosa che non funziona in uno stato che si crede democratico.
Ma avviene però che si faccia passare nell'oblio gigantesche rapine avvenute sotto gli occhi di tutti, eseguite da colletti bianchi famosi che si pavoneggiano uomini d'affari, industriali sani e al servizio del paese, con l'appoggio di uomini politici che apparivano ed appaiono baluardi contro la crescente diseguaglianza tra i vari ceti sociali, mai raggiunta né cercata.
Leggete quest'articolo di Giorgio Meletti dal Fatto Quotidiano e pensateci su....

Giorgio Meletti per il “Fatto quotidiano”

La politica non riesce a fare il governo ma è impegnatissima nell' ennesima stucchevole discussione a vuoto sul futuro della rete telefonica. Ai cittadini - che pagheranno come al solito un conto salato alle brillanti idee di certi Soloni talvolta interessati - bisognerebbe spiegare la differenza tra il "mondo di sopra" (i finti temi apparentemente in discussione) e il "mondo di sotto", le verità che nessuno - ministri, politici in genere e opinionisti sponsorizzati - osa pronunciare.

Il mondo di sopra è noto. Il fondo Elliott punta a sottrarre ai francesi di Vivendi il controllo di Telecom Italia (Tim). Il governo spalleggia gli americani ordinando alla Cassa Depositi e Prestiti di spendere 750 milioni del risparmio postale per comprare il 4,26 per cento di Tim e farlo pesare all' assemblea degli azionisti. Elliott (che propone per il vertice Tim alcuni vecchi boiardi a 24 carati) punta, con il governo, a scorporare da Tim la rete telefonica per fonderla con Open Fiber, la nuova rete in fibra ottica finanziata da Enel e Cdp, cioè dallo Stato.

Siccome la rete Tim fa schifo e abbiamo una qualità di connessione Internet tra le peggiori d' Europa (ma forse Cipro e Portogallo stanno messi peggio), e siccome gli azionisti di Tim non hanno mai voluto sacrificare i loro dividendi agli investimenti, il governo Renzi pensò di sfidarli investendo miliardi pubblici su una nuova rete in concorrenza.
Siccome però l' operazione Open Fiber è economicamente insensata, il governo Gentiloni spende per l' unificazione delle due reti che il governo Renzi aveva speso per averle divise e in concorrenza. Con spreco di quantità ancora ignote di denaro pubblico. Le vestali del libero mercato gridano allo scandalo, e sul punto abbiamo assistito a una sapida polemica via Twitter tra il ministro Carlo Calenda e il presidente dell' Istituto Bruno Leoni, Franco Debenedetti, che nella nostra economia sfasciata svolge il ruolo di Pontefice della religione liberista.

Il mondo di sotto è quello che né Calenda né Debenedetti osano nominare perché nasconde il contributo concreto della mistica liberista alla rovina del Paese. Dal 2000 al 2017, in 18 anni, Tim ha pagato alle banche interessi per 75 miliardi di euro, cinque volte il suo attuale valore di Borsa. Per scalare Telecom Italia, l' Olivetti di Roberto Colaninno nel 1999 si fece prestare i soldi dalle banche. Poi fuse l' Olivetti e la Telecom, così il colosso telefonico si è trovato a dover pagare per l' eternità decine di miliardi di debiti fatti per scalarlo.

In un Paese civile una cosa del genere non sarebbe stata consentita. In Germania e Francia i telefoni sono rimasti statali e pare che funzionino lo stesso. In Italia, invece, essendo molto moderni, abbiamo applaudito la genialità del "ragioniere di Mantova", sponsorizzata dall' allora premier Massimo D' Alema. E indovinate da che parte stava Debenedetti? Se allora avessimo avuto un governo degno del nome - anziché quelli guidati da D' Alema, Giuliano Amato e Berlusconi - l' Italia avrebbe una rete telefonica con fili d' oro e velocità di connessione da 300 miliardi di giga al secondo. Invece, in nome del libero mercato, si è permesso che certi "salotti" (le banche in testa, non dimentichiamolo mai) si appropriassero di Tim, della rete e degli immobili, più i 75 miliardi e i dividendi.

Ecco perché la discussione di oggi è inutile. Con la bolletta gli italiani hanno pagato i debiti di altri anziché la qualità della rete. Lo Stato dovrà pagare il conto per forza. Non è statalismo constatare la porcata che è tra le ragioni del declino economico italiano. Quindi lo Stato (noi) pagherà di nuovo. A meno che la mistica liberista dell' Istituto Bruno Leoni non conosca la tecnica per rimettere il dentifricio nel tubetto.

Guterres chi?


E' capitato, capita e capiterà che in qualsiasi angolo del mondo sbocci un conflitto, il più delle volte pilotato dagli armigeri che sono tanti, che sono ricchi. 
Quello che invece è anomalo è la visione che ci hanno inculcato e da cui forse non usciremo facilmente: il concetto di guerra giusta. Siamo infatti abbacinati dalle notizie che c'avvolgono, quasi come bambagia, portandoci a discernere varie tipologie di conflitto: la guerra cattiva, quella fatta con le armi chimiche, la guerra come missione di pace, che manleva tutti noi da scrupoli di coscienza; la guerra giusta, che rassoda moralismi, credenze, tendenze. 
Guterres ogni tanto convoca il consiglio di sicurezza, dove sovrano è il Veto, il silenziatore delle tragedie immani compiute in nome di chissà cosa, non certamente a scapito umanitario; a questo giro è stato il turno della Russia, amica del tiranno siriano Assad, che il Cielo lo fulmini, un personaggio che ha già ucciso mezzo milione di persone in una guerra settennale. 
Putin che gli vende le armi lo protegge per inserirsi nell'area, assieme all'Iran, con il chiaro scopo di rendere sempre più instabile la zona, oramai un covo esplosivo coinvolgente il mondo intero.
Guterres invoca il dialogo per porre fine alla tragedia siriana, come da copione che per chi non lo sapesse è strutturato nel seguente modo: aspri diatribe iniziali, piccola guerriglia, arrivo delle armi consegnate dal potente amico di turno, guerra, qualche sospensione per fare entrare Croce Rossa ed affini, squallida infarinatura e parvenza di umanità, colloqui eterni per cercare una soluzione, soffitta mediatica che fa credere ai più che il conflitto sia finito, mentre invece si continua a morire in un lugubre menefreghismo. 
Canovaccio rispettato, denari che girano finendo in molteplici tasche, multinazionali armigere in festa per un nuovo bottino e via andare, anche se Guterres confiderà sempre nel dialogo. 
La guerra è guerra, sempre, sotto ogni bandiera, la guerra non ha mai dei nobili scopi, la guerra è violenza, barbarie, sofferenza, martirio di bimbi. La guerra non è mai missione di pace checché ne dicano pure dalle nostre parti. 
Ma Guterres questo lo sa? 
Chi è Guterres? Ah, scusate! Guterres è il Segretario delle Nazioni Unite, l'ente più inutile e burocratico del pianeta, un coacervo di nullità vocianti per un chiacchiericcio fine a se stesso, un infiascare aria fritta all'ennesima potenza. 
Mentre muoiono a migliaia, mentre si spargono veleni sugli indifesi, Guterres convoca il consiglio di sicurezza che un solo voto, quello dei russi, ne può allegramente sfanculare l'azione, già di per sé minima, se non nulla. 
Il cuore del mondo chiamato civile, è come sempre un dogma, da decenni rispettato quasi fedelmente: il denaro va fatto girare e nei conflitti sparsi nel mondo, la moneta frulla più vorticosamente che in ogni altra realtà. Per il bene dei soliti noti. 
Vamos Guterres!

Inamovibile



domenica 15 aprile 2018

Spezzone



Visione allarmante


Più che campeggiato oserei dire tiranneggiato, Presidente! Grazie anche ad un lassismo delle opposizioni che lo hanno accudito, coccolato, borotalcato per oltre un ventennio consentendogli di ribaldeggiare in ogni dove, di farsi leggi ad personam e di ingigantire i propri guadagni alla faccia nostra. Comunque con una visione così della seconda carica dello stato, purtroppo, faremo poca, pochissima strada!


Pensierino


Speriamo finisca presto questo uso di bombe chimiche e che si ritorni in Siria alla sana guerra pulita (il massimo però sarebbe trasformarla in missione di pace così ci potrebbe scappare pure il Nobel)

Travaglio

domenica 15/04/2018
Promemoria

di Marco Travaglio

Non sappiamo se sia vero ciò che scrive il Corriere della Sera, e cioè i vertici dei 5Stelle sono “irritati” dalle ultime esternazioni di Alessandro Di Battista su Berlusconi (“è il male assoluto, finanziava la mafia che fece le stragi, non andremo mai con lui o con FI”) e su Salvini (“al Quirinale pareva Dudù: Berlusconi parlava e lui muoveva la bocca. Spero che abbia il coraggio di staccarsi, ma forse non può farlo, forse ci sono cose che non sappiamo…”). Ma, se fosse vero, sarebbe bizzarro, visto che l’ex deputato M5S non ha fatto altro che ribadire la linea del Movimento: accordo col Pd o con la Lega, mai con FI. Se proprio volessero smentire qualcuno, i vertici M5S dovrebbero farlo col neodeputato Emilio Carelli, ex giornalista del Tg5 e poi di Sky, protagonista di un’incauta intervista al Messaggero in cui diceva, a proposito di B.: “Qui non si tratta di avere una pregiudiziale su una persona”. Parole curiose, in bocca a un esponente di punta degli stessi 5Stelle (l’altra sera parlava nei tg a nome loro) che alla vigilia delle elezioni, davanti alla villa di Arcore, diedero pubblica lettura della sentenza Dell’Utri sul patto stipulato nel 1974 da B. con Cosa Nostra, da lui finanziata fino al 1992. In che senso Carelli smentisce “pregiudiziali” sulla “persona” di un tipaccio del genere? Un movimento che voglia cambiare le cose e farla finita con gli inciuci destra-sinistra che hanno ingrassato il Delinquente e la sua banda e ora li tengono in vita artificialmente deve partire proprio dalla pregiudiziale su quella persona.

Una pregiudiziale che con la politica e i programmi non c’entra un bel nulla: è una pregiudiziale penale, morale, antropologica. Nel senso che con B. non si parla, punto. E non perché, come dice Carelli con voce flautata, “il discorso su Berlusconi riguarda il passato, riguarda una forza politica che ha già avuto l’opportunità di governare questo Paese negli ultimi venti anni e lo ha fatto in diverse occasioni però ha fatto tante promesse e non le ha mai mantenute. Secondo noi stare con Berlusconi è guardare al passato. E noi vogliamo guardare al futuro”. Forse che il problema di B. non sono i conflitti d’interessi, i monopoli televisivi ed editoriali, le 60 leggi vergogna, l’editto bulgaro contro Biagi, Luttazzi, Santoro & C., le missioni di guerra in Iraq, Afghanistan e Libia, i disastri in materia di giustizia, immigrazione, economia, scuola, sanità, lavoro, fisco e cultura, le sentenze di condanna o di prescrizione per reati gravissimi, le compravendite di politici, parlamentari, finanzieri, magistrati, testimoni e donne a volontà, ma le promesse non mantenute? E quali, poi?

Davvero, se B. avesse mantenuto tutte le promesse, tipo la riforma presidenziale, la separazione delle carriere dei magistrati, il controllo del governo sulle procure o la segregazione dei pm “matti, antropologicamente diversi dal resto della razza umana” in manicomio, oggi il M5S potrebbe dialogare con lui? E per far che? Carelli ha poi aggiunto: “Sono stato un dipendente di Mediaset e non ho nessun problema a dirlo: non mi sembra che all’interno del Movimento ci sia intenzione di attaccare Mediaset”. Ma un ex dipendente Mediaset dovrebbe astenersi dal pronunciare giudizi sulla sua azienda: sia per un elementare conflitto d’interessi quantomeno affettivo, sia perché sappiamo benissimo che cosa intende Mediaset per “attacchi”: quelle poche norme di minima civiltà e decenza che l’Italia attende da 35 anni. Cioè dal 1984-’85, quando Bettino Craxi varò due “decreti Berlusconi” (i primi di una lunga serie) per neutralizzare le ordinanze di tre pretori che imponevano alla Fininvest il rispetto delle leggi; poi nel ’90 impose la Mammì, presunta legge antitrust talmente anti da consacrare tale e quale il trust di Canale5, Rete4 e Italia1. Intanto B. lo ricompensava con 23 miliardi di lire di finanziamenti in nero estero su estero e con lo scippo della Mondadori a De Benedetti (con i giornali Repubblica, Panorama, Espresso ed Epoca, spine nel fianco di Bettino e di tutto il Caf), grazie a una sentenza comprata da Previti con soldi suoi.

Siccome nel ’94 la Consulta bocciò la Mammì per palese incostituzionalità e impose alla Fininvest di rinunciare a una tv in chiaro (Rete4), provvide poi il centrosinistra a lasciare tutto com’era grazie all’apposita proroga concessa dal ministro Maccanico. E siccome la Consulta dichiarò incostituzionale anche quella, ci pensò poi B. col decreto salva-Rete4 e con la legge Gasparri. Una legge orrenda che il centrosinistra si guardò sempre bene dall’abrogare. Anzi, nel 2015 Renzi riuscì addirittura a peggiorarla infeudando vieppiù la Rai al governo, con l’ennesima “riforma” salva-Mediaset. Dunque imporre una legge antitrust (sulle reti in chiaro e sulla pubblicità) e una seria normativa sul conflitto d’interessi, che proibisca agli azionisti di giornali e tv di fare politica, oltre a liberare finalmente la Rai dal servaggio governativo perché faccia una vera concorrenza al Biscione, sarebbe il minimo sindacale di un governo almeno decente. E questo, se non andiamo errati, diceva il programma elettorale dei 5Stelle. A che titolo Carelli prende impegni in senso contrario, ammainando una bandiera storica del Movimento, nato nelle piazze del V-Day proprio raccogliendo firme per cancellare la Gasparri? La svolta governista di Di Maio va benissimo: chi rappresenta ormai un terzo dei votanti non può stare all’opposizione in eterno. E per governare, in un sistema parlamentare e proporzionale, è giusto fare compromessi. Ma non con tutti e non su tutto. Un governo Di Maio che facesse le stesse cose di chi l’ha preceduto sarebbe inutile. Anzi dannoso, perché frustrerebbe anche l’ultima speranza degli italiani di cambiare qualcosa.