domenica 1 ottobre 2017

Risposta Selvaggia


Alcuni giorni fa assistetti ad una commedia comica nel corso del programma "Tribunale speciale contro i Pentastellati" condotto da Matronen Gruber, tra Travaglio e il piccolo diavoletto Brunetta il quale, non sapendo che pesci pigliare, paragonò la condanna definitiva del Puttaniere per frode fiscale alla denuncia per calunnia di Selvaggia Lucarelli, risoltasi con l'assoluzione. 
Un evento comico senza pari. Oggi Selvaggia risponde a Brunetta sul Fatto Quotidiano con questo articolo, al solito, magicamente spassoso.

Brunetta mi ha beccato: in dieci mosse sono diventata come B.
di Selvaggia Lucarelli

Caro Renato Brunetta,

ho guardato la puntata di Otto e mezzo di venerdì in cui eri ospite assieme a Marco Travaglio e Paolo Mieli. Confesso che l’ho guardata cinque o sei volte, chiedendo ogni volta di guardarla insieme a me ad una persona di età, sesso, nazionalità e fede calcistica diversa, per essere certa di non esser vittima di una sorta di ipnosi psichedelica, che poi in realtà l’ipnosi psichedelica non esiste ma era un modo elegante per dire che non potevo credere alle minchiate che dicevi. Dunque. Ricapitolando l’accaduto, Marco Travaglio sosteneva che il nostro sia l’unico paese in cui c’è un leader di un partito (Berlusconi) co-fondato con uno in galera per mafia (Dell’Utri) che è stato condannato per frode fiscale e tutto il contorno di meste vicende giudiziarie e non che conosciamo. A quel punto, tu e il tuo inedito ciuffo da Capitan Harlock dopo una centrifuga, avete partorito un’idea geniale: colpire Marco Travaglio su quel suo scheletro nell’armadio così voluminoso che sbuca un femore dall’anta destra. E quel femore, è il mio. Ebbene sì. Cosa sarà mai il capo di un partito pregiudicato per frode fiscale di fronte a un direttore che ha fatto scrivere una giornalista – Selvaggia Lucarelli – rinviata a giudizio e poi assolta? Che è un po’ come dire: che sarà mai Wikileaks e quel nerd di Assange di fronte a quel delinquente informatico di Titti Brunetta e il suo account fake Beatrice Di Maio? Ecco, più o meno così. A quel punto gli ospiti e la conduttrice cercano di placare te e il tuo ciuffo da manga spaziale spiegandoti che sono piani leggermente differenti, che io non sono leader di un partito, che sono stata assolta, che essere rinviati a giudizio perché si ruba o per mafia è faccenda un po’ diversa dall’essere rinviati a giudizio per reati legati a cose che si scrivono, ma nulla, tu sei andato avanti con la tua tesi lucida e acutissima: io sono come Berlusconi. E allora ho deciso di accontentarti. Ho iniziato la mia lenta ma inesorabile metamorfosi nel Cavaliere, suddivisa in dieci passaggi salienti:

1) Stamattina il mio fidanzato ha preso una multa per sosta sul marciapiede, ho chiamato la sede della municipale, ho detto che è il pronipote di Marco Predolin e quindi dovevano annullargli la multa altrimenti rimettevo M’ama non m’ama in prima serata su tutte le reti Mediaset. Gli hanno abbonato anche il bollo auto. 2018/2019.

2) Ho assunto un igienista dentale cubano di 21 anni con una laurea conseguita presso la rinomata Università di Narnia e ho convinto Marco Travaglio a nominarlo vicedirettore de Il Fatto con portafoglio. Probabilmente il portafoglio è il mio perché non lo trovo da sei giorni.

3) Sto facendo un corso di inglese al contrario. Oggi per esempio ho imparato a mettere “because” nelle interrogative e a pronunciare not only “nosonly”. In compenso sono al livello C1 del corso di russo così al prossimo compleanno di Putin posso cantargli tutto il repertorio di Albano nel dialetto del fiume Volga.

4) Siccome i capelli li ho, mi sono fatta trapiantare dei peli pubici sulla spalla destra.

5) Durante la prossima edizione di Ballando con le stelle, il mio unico commento alle ballerine sarà “Il tango non fa per te, culona inchiavabile!”.

6) Ho chiesto di licenziare quei criminosi, sovversivi di Marco Lillo e Silvia Truzzi da Il Fatto e di assumere finalmente al loro posto due penne scomode: Paolo Del Debbio e Silvana Giacobini.

7) Grazie a delle vecchie conoscenze del mio ex potatore di piante finte Ikea, ho già fatto una presentazione del mio libro a Palermo, dove ho venduto in due ore 125.000 copie.

8) Ho cominciato a versare a mio figlio la paghetta su un conto offshore a Panama.

9) Ho invitato un amico di mio figlio a cena fuori, mi ha risposto “Ma ho 12 anni!” e io gli ho chiesto scusa, ma gliene davo 45, con la camicia anche 48/50.


10) Da oggi in avanti i miei editoriali su Il Fatto saranno firmati “Mami”.

Ra-gogna stampa



Seconda parte del racconto di Aldo Busi


Da il Fatto Quotidiano di oggi 

Tema “Il maestro Bianchi”
(Contro quella cagata pazzesca dei referendum per l’autonomia della Lombardia e del Veneto e per abolire lo statuto speciale delle regioni che l’hanno già)

Pubblichiamo la seconda parte del testo inedito di Aldo Busi. La prima è uscita sul Fatto Quotidiano di ieri

di Aldo Busi


…e ero corso dal maestro Bianchi appena possibile per dimenticare quella certa cosa ancora dolorante addosso, non certo per parlargliene, quelle botte che avevo preso anche la sera prima da mio padre, dai miei due fratelli più grandi di me di otto e di dodici anni che per darmele avevano potuto acchiapparmi solo nel sonno, e visitato anche da mia madre che brandiva un mestolo di legno di ulivo, mia madre che non mi ha mai difeso e che però non mi ha fatto mancare niente, una poppata, una sberla, un maglioncino, un pugno in testa, un paio di guantini, un colpo di canna della polenta sulla schiena, gli altri tre solo calci, pugni, sberle, legnate, strapazzate di orecchie, e tirate di capelli, perché lei a modo suo di bestia da soma schiacciata, incollerita, stregata dalla fatica mi avrà voluto un bene dell’anima, ah, che bello se svegliandomi avessi scoperto che la morte li aveva colti tutti quanti nel sonno staccandogli la testa con la falce più affilata della sua collezione per lasciarmi solo con la mia sorellina a gestire l’osteria!
Per prima cosa avrei assunto le due zingare a patto che si strigliassero via dal lunghissimo e ondulato crine nero come il carbone, da quei corpaccioni coi culi da cavalle, dalle sottanone… ma non dalle mutande, non le portavano… quel tanfo di gelsomino e gorgonzola coi vermi che sembrava non dispiacere ai più e poi avrei fatto arrivare l’acqua calda nelle camere e, già che c’ero, dotandole ognuna della turca moderna, il water, le brocche e i pappagalli li avrei usati come vasi per metterci i fiori, tutti di campo o delle corone da morto, mentre, sempre per risparmiare, di sopra avrei messo un solo b-i-d-e-t, nell’incontro a L dei due corridoi, nel caso avrebbero fatto la fila, “Una lavata, un’asciugata e non sembra neanche stata adoperata”, mi cantilenarono una volta le due zingare di lusso incrociandomi sul ballatoio… fu per un pelo che non venni colto con l’orecchio incollato alla porta della camera… sfilandosi dall’incavo dei seni una stupefacente, incredibile banconota di Lire Mille a testa – avevano lavorato, e forse spillato dal portafoglio dell’ebete, in tandem -, e una aggiunse, “Ma a te, Barbì, ancora un paio d’anni e paghi solo cinquanta lirette per questa qua”, e si sollevò con la destra la sottanona fino alle anche e con la sinistra puntò l’indice su quella là nuda e cruda, e pelosa come la paglietta per grattare via le croste dalle pignatte, “Ehi voi, belle”, le apostrofai, dopo averla sorvolata un attimo per immaginifica buona creanza, “guardate che non è la prima che vedo, anche se non così nera, e che per meno di diecimila lirone a bernarda con voi non ci sto”, e facendo spallucce me ne andai a finire di infiascare in cantina chiedendomi che prezzo avessero lanciato a quei giganteschi mollaccioni dei miei fratelli, perché avevano detto che quelle due donnacce gli facevano schifo al coso e questo ovviamente vuol dire tutto e niente; il bidè l’avevo visto sulla “Domenica del Corriere”, che insegnava anche le novità dell’igiene per i poveretti di città che non si accontentavano dei ritagli di giornale e che d’altronde nemmeno disponevano delle foglie di gelso (non c’è niente da fare: potrei facilmente fare mostra di distacco da questa mia infanzia seviziata a puntino e dai suoi aguzzini e la scrittura ne guadagnerebbe, ma se il vecchio rivive tutto con gli stessi spasimi e palpiti e singhiozzi di terrore del bambino rannicchiato con le braccia sulla testa per ripararsi, chi se ne frega della scrittura? Ne porterò il pianto al crematorio senza vergognarmi di non asciugargli nemmeno mezza lacrima strada facendo, io la vita l’ho strenuamente rincorsa per ogni dove e con chiunque e l’ho afferrata malgrado tutto e tutti, l’occasione strenuamente mancata della vita è robetta esclusivamente degli altri e la colpa è tutta loro, non lo dimenticherò e non li perdonerò nemmeno a fiamme innescate); e quanto a sistemare le pantegane grosse come gatti che all’Aquila d’Oro scorrazzavano a decine e decine, forse a milioni, tra la stalla per il ricovero dei cavalli da tiro, la cantina, l’osteria, l’acquaio e il dormitorio al piano di sopra, contro le quali nessun felino osava più di tanto a parte immobilizzarsi tendendo baffi e orecchie e battere in ritirata miagolando come una bestia, ci avrebbero pensato cinque gattoni neri neri dagli occhi gialli tondi tondi e la pupilla nero inchiostro che avevo visto sul “Corrierino dei Piccoli” – comperato di nascosto rubando i soldi dal cassetto con la disinvoltura del defraudato che se li è guadagnati dieci volte – e che non si chiamavano né “soriano” né “siamese” ma “puma”, peccato però che li vendevano solo i signori Aztechi del Messico e i signori Incas del Perù, quindi fuori Montichiari, ma ci sarei arrivato lo stesso.

Non so quanto a lungo rimasi su quella scodella imbambolato a fissare, appeso sopra la credenzina dirimpetto, il faccione in bianco e nero di tale Garibaldi dal fazzolettino tutto rosso sotto la gran barba sale e pepe che io, avendo sentito una volta il maestro Bianchi accennare a un prete delle sue parti in Toscana che faceva scuola in modo “divinamente bislacco” e che chissà mai che aveva a che fare col Milan, associai a uno ormai cresciutello di questi ragazzini montanari figli di Babbiona o forse con la barbiana, che sarà stata una barba foltissima contro la galaverna del posto, il quale Garibaldi doveva aver cominciato molto tardi a imparare a leggere e a scrivere grazie al prete del Milan di Babbiona perché prima era andato in giro non per uno ma addirittura per due mondi, ma la cosa, il mio mutismo pensieroso a bocca piena su questo Garibaldi Giuseppe che da bambino doveva aver marinato proprio di brutto per meritarsi alla fine un ritratto appeso lì in cucina dei Bianchi, non sembrò stupire i due non più così giovani sposi più di tanto e non insistettero a chiedermi ragione di quella visita all’alba o quasi: nei giorni festivi tra le otto e le nove c’era la processione degli alunni vuoi più indigenti vuoi più scaltri vuoi più soldatini-di-cristo già di piombo nel cervello, una manica di scrocconi senza ritegno, per via di quel cacao e di quei… di quei… Pavesini, ecco come si chiamavano! e li avevo fregati tutti quanti mettendo la sveglia alle sei e un quarto e, probabilmente, senza chiudere occhio tutta la notte piangendo per la rabbia, l’impotenza, l’umiliazione di non sapere da che parte girarmi una volta fuori dal letto perché in agguato c’era o un colpo atteso o uno inatteso (qualche anno dopo, sarò stato già alle medie, incontro il maestro Bianchi lì in piazza davanti al Bar Centrale proprio sotto la lapide che recita, “Da questa casa il 27 aprile 1862 Giuseppe Garibaldi al grido Roma-Venezia ravvivò nel popolo la fede e l’azione per l’Italia UNA-LIBERA Per dec.to Municipale 1882”, e mi fa, “Ah, eccoti qua, Busi, ti faccio vedere una cosa”, e estrae dall’inseparabile cartella una foto con don Milani e quegli scampati di straforo all’analfabetismo di Barbiana, ridono tutti, sciarponi e tonaca svolazzante, forse erano su un viottolo pieno di neve ormai nerastra, sono davvero contenti, non avvertono il gelo, la guardo senza fiatare, rimango un po’ perplesso, sto cercando di vedere ciò che è nascosto alla vista, “Che c’è?”, mi fa corrugando la fronte già stempiata, “Ma sono tutti maschi, non c’è neanche una bambina!”, “E allora?”, “Mi dispiace”, “Sempre a trovare l’ago nel pagliaio, tu”, e tirò dritto più piccato che ammirato, forse per aver detto “trovare” che va bene per il pelo anziché “cercare” che va bene per l’ago, e io ero tutto contento del complimento a denti stretti come al solito, perché il pelo trovato nell’uovo non fa niente, ma con l’ago nel pagliaio, se lo trovi tu, puoi pungere e finanche cucire a salame persino un beato, un santo, un martire, un eroe, un padre della patria e anche il tuo).

Grazie e ancora grazie, maestro Bianchi, di quella ospitalità domenicale così agrodolce e indimenticabile, grazie per avermi accolto senza una parola di biasimo malgrado lei e sua moglie, accorsi alla porta, vi stropicciaste gli occhi dal sonno cercando al contempo la cintura della vestaglia buttata sopra le spalle alla rinfusa e tanto allarmati dal campanello insistente a quell’ora, battuta proprio in quell’istante dai rintocchi della campana, le sei e mezza, e soprattutto grazie per quel pesciolino sorridente giallo e rosso e verde dalle paffute guance rosa che poggiava la pinna “grigio perla” sulla sua base “azzurro mare” e che mi planò sul palmo della mano proprio un istante prima di riprendere la porta, “Per Il Più Bravo A Rompere I Coglioni Già Di Mattina Presto, ma occhio: io non ti ho mai detto una cosa simile, questo te lo do per il tuo ardire”, mi bisbigliò lui ridendo e dandomi una pacca sulla spalla, tanto sapeva che vita facevo dentro e fuori casa, i pestaggi di quattro contro uno anche fuori, non c’era stato bisogno di insistere, e poi non ero nemmeno tra i suoi preferiti della classe (diciamo che gli ero grato ma un po’ alla lontana, non è che avesse tanto potere su di me; si diceva che fosse un socialista mangiapreti ma godeva di troppa considerazione per non andare a mangiarci assieme come in gioventù con don Milani e mi fanno ridere quelli che dicono che ci sono preti e preti, non è vero, se lo fossero, i preti che per qualsiasi ragione sono diversi dai preti non sarebbero preti, sarebbero niente come me, che dico le mie scarne e schernibili verità a perdere e non ne faccio balenare altre possenti e assolute per intortare i più creduloni, gli afflitti, gli sfruttati, la ricca massa degli ultimi, le donne e i furbi famigerati che vogliono una botte di ostie benedette per esercitare l’ipocrisia senza ammende e solo profitti; non l’ho mai sentito pronunciare una parola contro la religione di Stato, eccellente come maestro e galantuomo fin nel midollo, ateo, forse, ma di sicuro non anticlericale, non era facile per me volergli bene del tutto, mi sembrava un buon democristiano di paese con qualche bizza luterana tanto per gradire, vivi e lascia vivere, non fronteggiava o te o me la corona di spine della religione oppio dei popoli, non l’avrebbe mai presa per le corna per staccarle la viscida testa dai mille occhi controllori come me che avevo sputato di bocca l’ostia della prima comunione fatta volente nolente, ardire di cui mi vantavo ancora prima di sapere che esisteva un verbo così, e nell’adolescenza e nella gioventù ci salutavamo da lontano se ci vedevamo e via, quelle poche volte che avevamo tentato di venirci incontro da un punto all’altro della piazza non avevamo avuto poi più niente da dirci o se cominciavo a dirgli qualcosa io, per esempio del mio ultimo scolo di camerierino tuttofare a Milano e da chi sospettavo di essermelo beccato, sempre tenendo presenti tra le tante ipotesi di signori e di carmelitani scalzi più vecchi di me anche le diverse nazionalità dei medesimi, mentre, da più vicino, uno da Martinengo e quell’altro da Pontida, potevo annoverare due pascoli di piattole di una tenacia fuori dal comune, guardava l’orologio e diceva che purtroppo doveva scappare; dal terzo incontro fortuito, non mi chiedeva nemmeno più, “Come va?”, perché lo prendevo in parola; era della vecchia scuola patriarcale, cristiano nel fondo come quel piccolo pesce che avevo già perduto, non gli importava niente della mia omosessualità, apostolicamente non tollerava che non la nascondessi come tutti; del resto, la maggior parte dei padri di famiglia sono tuttora così: mille volte meglio un prete pedofilo di nascosto che un omosessuale gerontofilo alla luce del sole; che masochisti menefreghisti, che matti scatenati, contenti loro… ma poi trovo una ragione verosimile a tanta fatalistica e irrazionale rassegnazione, non sono affatto padri masochisti menefreghisti né matti scatenati, anzi, sono padri cristianamente amorosi doppiamente premurosi per le sorti ultime dei cari figlioletti: devono proprio essere padri di figli a loro volta così brutti e repellenti e ritardati da contare solo su un prete pedofilo particolarmente buono di cuore e di bocca perché qualcuno al mondo se li inculi e insuffli anche a loro un che di trasalimento umanizzante).

A parte il verbo “ardire”, per l’appunto mai sentito, quei nomi di colori “grigio perla” e “azzurro mare” mi piacquero molto, “lo presi in parola” per il suono, non sapevo cosa volesse dire prendere in parola e non me ne importava un granché, come “dare la parola”, data la pacata sonorità così austera e limpida, il senso non poteva essere meno cristallino per quanto impegnativo: se non avevo mai visto una perla, figuriamoci un mare illustrazioni a parte, e non credo che il maestro Bianchi in fondo in fondo mi abbia dato quel pesciolino per l’italiano dei miei temi… e men che meno per quello in cui – ardendo, ma da ardere più che altro di sete di vendetta per quel suo stramaledetto fiato di merda infernale che quando meno me l’aspettavo sentivo soffiarmi sul collo – mettevo nero su bianco che “don Tullio Spurchignù in confessionale e al Cinema Gloria quando fa buio tocca i bambini in modo non tanto per la quale, poi si squassa tutto d’un colpo per qualche secondo e ringhia tra i denti marci ostia, ostia, ostia!”… ma perché ero stato bravo a non fare il ripetente, visto che sulla pagella solo nell’ultimo trimestre ero passato dal sette all’otto in condotta, bontà sua, ma allora si usava così anche nei casi degli scolari più vivaci, insoliti, per non dire altro, per non dire preoccupanti, inclassificabili, indemoniati, da esorcista, ecco, anche se secondo me ero semplicemente adorabile oltre ogni dire con tutte le ecchimosi e i bernoccoli e il sangue dal naso della mia di guerra di indipendenza, e nessuno ha mai dovuto ripetere l’anno perché era un discolo fuori controllo mai visto e, per fare un esempio terra terra, toglieva il crocefisso dalla parete e lo ficcava accanto alla stufa, tra le stelle di legna, sperando in una svista del bidello.


Per tacere del fatto che, dopo quell’altra di fine marzo, alla seconda volta che per la gita scolastica di fine maggio per dirci arrivederci alla quarta dell’anno seguente mi era toccato scarpinare su per la Torre di San Martino della Battaglia e poi visitare la Cappella dell’Ossario e poi via e su di nuovo per la Torre di Guardia di Solferino detta “la Spia d’Italia”, mi alzai dal fondo della corriera già in moto sulla strada del ritorno a Piazza Trento e, forte della mia infarinatura di storia extrascolastica orecchiata dagli avventori più vecchi che avevano fatto anche la Grande Guerra e temendo che entro la quinta bisognasse ritornare per amor patrio a quegli scaloni e a quei teschi altre 998 volte per fare Mille e non essere dammeno di quei valorosi e baldi giovini che per l’Unità d’Italia erano stati fatti imbarcare e sbarcare mille volte nella Spedizione col Marsala e via via chissà in che stato di sbornia tra il Frascati e il Montalcino e lo spumante dei Colli Euganei, dissi chiaro e tondo al maestro Bianchi che o in quarta cambiava giro dell’oca o tenevo subito per gli Austriaci.

sabato 30 settembre 2017

Detto 2


Quando vai a Orentano da Benito il vegano è totalmente intristito!


Detto


La pastasciutta piccante di Benito ti da la certezza che credere nell’arte non sia un comportamento stranito!


Scritto di Aldo Busi


Tema “Il maestro Bianchi”
(Contro quella cagata pazzesca dei referendum per l’autonomia della Lombardia e del Veneto e per abolire lo statuto speciale delle regioni che l’hanno già)

di Aldo Busi

Il maestro Bianchi era il maestro Bianchi e, come prima di lui la maestra Pozzi e dopo di lui il maestro Turelli, non aveva nome, era il maestro Bianchi e basta, e anch’io mica ero Aldo, ero o Busi o Barbì, il figliolino della capra per via dei miei capelli ricciolini, nessuno si chiamava per nome a quel tempo, donne a parte e solo tra di loro faccia a faccia, tanto si chiamavano quasi tutte Mariô, e se non ci si chiamava per cognome era per nomignolo, Bèk, Polastrel, Ciaelô, Gosatù, Rescàt, Bèlôfigô, sempre per un uomo.
Eravamo più la radice che la gemma, ci suonava storto se qualcuno nel declinare le proprie generalità osava anteporre al cognome il nome che per pudore andava posposto, e per la fusione della radice con la gemma nel frutto c’era tutto il tempo. Io mi sono reso conto che si chiamava Agostino solo decenni dopo, dal suo coinvolgimento nel fondare e allestire – da sanguigno, suppongo, partigiano mai ex – il Museo Storico del Risorgimento nell’abside della Chiesa del Suffragio, o forse l’ho saputo addirittura dai manifesti funerari che dicevano anche che era nato nel 1921, ma pure adesso faccio fatica a ricordarmelo con quel suo nome di battesimo, però so come fare a ingannare la memoria mai impressa da scolaretto: passo dall’omonimo romanzo di Moravia e ci sono, e eccolo lì per intero, maestro Bianchi Agostino, come fosse il titolo di un quadro di Chagall e lui un uomo allampanato e sognatore che vola sopra i tetti delle scuole elementari di Piazza Trento recando per me nella destra un trofeo prodigioso: un coloratissimo pesciolino piatto con le guance paffutelle tutte rosa e gli occhioni neri e la coda verde bandiera e la boccuccia rosa tirata in su che… ride!

Nel 1956 sono entrato da lui in terza e rimasi subito colpito all’udito, perché parlava una lingua straniera… con la maestra Pozzi di prima e seconda gli sfoghi in dialetto erano prassi quotidiana… che poi scoprii essere l’italiano toscano ovvero l’italiano e basta, idioma esotico che a pieno titolo si iniziò a imparare a parlare non grazie alla televisione e alla radio, che i più non avevano, ma grazie a lui e con lui e quasi poi con nessun altro a Montichiari fuori da scuola, perché era come darsi delle arie, ci si vergognava, come facevi a dire a quei bruti del pirlo “perché” anziché “perchè” alla lombarda o “quattórdici” facendo la bocca a agnolotto per pronunciare quella “o” stretta stretta anziché “quattòrdici” per non dire proprio “quatordes” alla vataciao tua di nascita, ti tiravano dietro un cuspitù indecifrabile, “pàrlô come ta maiet, encülat a machinô”… che poi scoprii, sempre decenni dopo, trattarsi della macchina da cucire Singer, allora arrivata da poco nelle case, che dispiegava sulle pezze spesso riciclate dai vecchi materassi quell’ago micidiale che andava dentro e fuori a mitraglietta, da cui perciò “parla come mangi, inculato a macchina”… a meno che l’italiano non fosse usato per parlare con i forestieri, che avevano lingue molto più italianizzate del dialetto bresciano o che per farsi capire a dovere ricorrevano a una lingua meticcia italianizzata, a un esperanto dialettale standard quando si trovavano fuori dal loro territorio, tipo i veneti e friulani “balutì de caài”, i mediatori di bestiame… ma di preferenza di cavalli da macello… che venivano a mezza mattinata del venerdì giorno di mercato a mangiare la trippa, il baccalà e le lumache con gli spinaci o, specie in inverno, a scolarsi un marsalino o a sorseggiare un punch al mandarino alla Trattoria del Cervo dei miei e, in seguito, i ricchi allevatori e commercianti emiliani e piemontesi che il giovedì pernottavano all’Aquila D’Oro – locanda con cucina gestita sempre dai miei, di vocazione oste nomade lui, per via della buonuscita che faceva sparire in merende diuturne e assaggi prolungati fuori casa, e disperata bestia da soma cuoca tuttofare con frustrata aspirazione stanziale mia madre, veneta di ferro dalle mani e dalla favella d’oro – e che di sera tardi pretendevano la brocca di acqua calda in camera per radersi, dicevano, e “spuzzare di buono”… di Prep, di Acqua Velva, di Vétiver, che sopra la puzza di stalla erano la definitiva resurrezione dei miasmi del letame, e a parte la scia di rivoltante gelsomino lasciatogli addosso dalle due moraccione in visita di soppiatto… per il grandioso foro boario dell’indomani che iniziava alle quattro del mattino, di cui si diceva fosse il secondo d’Italia dopo quello di Cremona.

Il maestro Bianchi non arrivò alla fine del primo giorno di scuola che già aveva tirato fuori dalla sua cartella di cuoio consunto ma passato scrupolosamente a cera un aggeggio bislungo di ferro con una lametta seghettata che si chiamava “traforo”, parola fino a quel momento associata da poco al solo Monte Bianco, poi delle assicelle di compensato, un vasetto di colla e dei tubetti di colori a olio e, dopo avere tratteggiato i contorni a matita, cominciò a produrre con le sue mani minuscoli trucioli, e quel rumore della lametta seghettata che forzava il compensato a vagheggiare il raglio ostinato di asini piccolini.
E improvvisamente, seppure ancora allo stato grezzo e senza carteggiatura, ecco che quelle mani ossute e bianche e forti dalle unghie immacolate libravano davanti ai nostri occhi incantati un pino, una casetta, uno squalo, e addirittura Pinocchio, “Sono il nuovo Geppetto”, disse lui già tutto impolverato, e giorno dopo giorno Biancaneve e la Sirena, una donna, vestitissima seppure solo delle sue chiome, con la coda di pesce, creature di fiaba che di lì a pochi giorni riapparivano in fila sulla cattedra dipinte con uno strabiliante amore del dettaglio e della sfumatura. E una volta lì schierati diventavano i Premi Per I Più Bravi: per Il Più Bravo In Geografia, in Storia, in Aritmetica, in Disegno, nelle tabelline a memoria, nel tema, nel dettato, nella lettura a alta voce “con sentimento”, nell’analisi logica, ma anche per Il Più Bravo A Stare In Castigo, Il Più Bravo a Scaccolarsi, il Più Bravo A Non Fare i Compiti A Casa e, con le penultime rondini di aprile, Il Più Bravo A Sgraffignare I Panini Degli Altri Nella Gita A Solferino E San Martino, sicché, meritevoli così e meritevoli cosà, a fine anno ci ritrovammo tutti e trentasei… e alla fin fine anch’io… con una di quelle meravigliose creature che ci spronavano alla manualità e ci insufflavano i rudimenti dell’estetica, che in soldoni consistono, sì, nel fatto che l’occhio vuole la sua parte ma, ci disse lui, soprattutto nel fatto che andava “messo a fuoco l’occhio della mente”, “la vista fantastica”, e chi ci capì qualcosa al volo alzi la mano, ma il maestro Bianchi questo lo sapeva, buttava lì dei precedenti indizi per farti individuare la tua strada davanti proprio come Pollicino buttava dietro di sé i sassolini bianchi per ritrovare la strada verso casa, era l’indispensabile prima volta di un seme a contatto con una zolla a sua volta vergine, il raccolto delle idee organizzate e strutturate sarebbe venuto da sé, e le cose più belle e importanti sono quelle che ancora ignoriamo o che non capiamo subito, un vero maestro non si accontenta di dirti quello che sai già e nella sola forma che afferri, sperimenta, sollecita, provoca, crea collegamenti intellettuali tra bellezza e bruttezza e tra bene e male dai significati impensati e solo dagli sciocchi ritenuti “non adatti a quell’età”, ti prepara una dote di emozioni compiute di cui sei il padrone in divenire, e senza averne l’aria ti fa gli artigli di più lunga durata e maggiore presa contro gli ostacoli e i dispiaceri della vita che incombono, gli artigli dell’allegria e dell’autoironia che fanno fuori ogni inclinazione all’autocommiserarsi e invitano alla gratitudine per il tanto, per il poco e anche per il meno ancora, e intanto lui distribuiva i premi dei suoi arcobaleni dalle fattezze più buffe e incredibili.
Ricordo una mucca pezzata che non esisteva in natura perché era pezzata di lilla a pois gialli data a uno dei Campagnoli che non era il più bravo in niente perché prima di venire a scuola doveva andare in stalla a mungere e arrivava stanco morto con le candele che gli piovevano in bocca giù dal naso schiacciato da una rastrellata che si era dato mettendoci su il piede col gambale e niente fazzoletto, solo le maniche della blusa nera, e il maestro Bianchi gli diede quel capolavoro di bovina metafisica solo perché per un po’ l’aveva convinto a non servirsi di nascosto anche delle maniche del compagno di banco e poi, senza neanche sbuffare, si risolse a darglielo lui un fazzoletto, non suo del tutto perché, per qualche misteriosa ragione o parentela, era “un fazzoletto di Battista” e lo rivoleva indietro lavato e stirato.

Il maestro Bianchi abitava con la moglie “la Bianchi” in una casa più corridoi e finestroni su un cortile non suo che altro, un due stanzine incuneate tra l’osteria dal maestoso pergolato Alle Due Chiavi, insegna da noi grandicelli completata con “e alle tre anche”, e la casa alta e stretta dalla bellissima cancellata in ferro battuto dipinto di verde della famiglia Bioni dei due cinema, il Gloria, proprio lì di fronte, e il Moderno, in fondo al viale degli ippocastani, quasi a allontanare la peccaminosità dei film in cartellone (impensabile che per esempio Senso e La contessa di Castiglione e, qualche anno dopo, La ciociara venissero dati non al Cinema Moderno, più indicato per le marocchinate di fine guerra su prede cenciose e affrante quali la Loren oltre che per le procaci scollature di Alida Valli e Yvonne De Carlo, ma al Gloria, così vicino al duomo di Santa Maria Assunta… ma assunta da chi e per fare cosa non lo sapevo, e più cercavano di ficcarmelo in testa che significava “volata in cielo”, ma mai il maestro Bianchi, più mi entrava da una parte e mi usciva dall’altra, “Che assunta assurda!”, dicevo, e insistevo per sapere da don Pierino, dalla perfida verga di salice che lasciava la cicatrice, o da don Tullio Spurchignù, tenuto sempre a due metri da me anche per il fiato di merda, se le davano il giorno di riposo all’Assunta… e poi, il Cinema Gloria, attaccato com’era da una parte alla chiesa di San Pietro e dall’altra al convento delle Suore Canossiane del Sacro Cuore, era un posto di per sé più per robe da chierichetti dal doppio fine, che avevano l’entrata gratis, tipo Ridolini o Stanlio e Ollio, o per catechisti in costume pro Gloria In Excelsis Deo tipo La Tunica con la t maiuscola o Ben Hur o tutti i Doncamilli e i Pepponi o finalmente Marcellino pane e vino, che invece delle solite catacombe e dei gladiatori nell’arena col suo pastone di cristiani pronti a immolarsi alle fauci fameliche delle bestie feroci… inutile dire per chi tenevo io… aveva le celle del convento e, al posto dei leoni nel chiostro, i suoi frati che dicevano il rosario facendo il trenino e finivano salmodiando in cantina con Marcellino a miccare il pane nel vino).

Oltre all’odore di acqua ragia, dell’abitazione dei Bianchi ricordo questo corridoio che immetteva in un altro perché una volta, una domenica del 1957, tra metà e fine giugno, a scuole già chiuse e pagelle appena consegnate, e io ormai senza un dono del suo traforo, lì ci sono stato, di mattina prestissimo per non essere battuto dagli ingordi a sbafo della mia classe, e la giovane coppia di sposi, non ricordo se già con prole o ancora senza, una volta che per vie traverse arrivammo tutti e tre in cucina, mi mise subito davanti a una scodella di caffellatte bollente con dentro in più una cucchiaiata di cacao per mano di lei, che si sarebbe chiamata Ramazzotti Giulia pur vezzeggiata in Mimì se qualcuno non l’avesse chiamata, per l’appunto, la Bianchi e s-ciao, e zucchero e biscotti a volontà, biscotti così voluttuosi al palato, così friabili, che si scioglievano in bocca come neve alla vaniglia di cui adesso non mi viene il nome, e quando mi si chiese che cosa era successo ovvero che ero venuto a fare a quell’ora, era troppo tardi, le ganasce andavano a mille e non me lo ricordavo più. Mica vivevo nel morso della fame in una delle baracche degli sfollati di Borgosotto, quei cibi, esclusi quei biscotti speciali, li avevo anche a casa mia, visto che era un’osteria e che con il cacao in polvere e il latte ci facevamo la cioccolata calda per le donne delle frazioni che lasciavano lì la bicicletta in deposito e per due moraccione di zingare pulite e profumate, si fa per dire, di gelsomino che venivano “a dare un’occhiata” ai gentili clienti che pernottavano lì, quel bigotto di mio padre le cacciava fuori dall’ingresso principale, mia madre, che le aveva prese a cuore più per senso pratico che per spirito di misericordia, le tirava dentro dal portone a fianco usato dai birocci perché, gli gridava dietro, “ognuno si guadagna il pane come può, e poi danno via del loro”, e non era del tutto vero che fossi capitato in casa dei Bianchi come un fulmine a ciel sereno per elemosinare una casetta con la nuvoletta intarsiata nel camino o un porcellino con la coda a cavatappi che non mi spettava, se non aveva voluto darmi niente, nemmeno lo volevo più, ma adesso mica potevo “confessare” che volevo verificare dal vivo l’effetto dell’espressione appena sentita “cogliere nel sonno”, la morte aveva colto nel sonno qualcuno degli avventori e io volevo cogliere nel sonno la vita del mio maestro Bianchi, che non mi aveva ancora dato niente in premio, per arrivare prima della morte, svegliarlo e salvarlo, e con lui la figurina di compensato colorato che bramavo in segreto ma alla quale avevo detto addio per sempre e, oscuramente, con la figurina finita comunque nelle mie mani per un qualche testacoda della fortuna, salvare me, scappare con lei in tasca e mettermi in salvo, non morire ammazzato io nel sonno, tutto qui.

Che invidiabili farneticazioni hanno i bambini per cavarsi una curiosità ordendo dal poco e niente grandi avventure del sapere con chi hanno a che fare quando si dicono “io” e non afferrano ancora bene io chi è! Sempre che non mi fossi inventato tutto un vocabolario per non dire proprio la cosa che mi pesava sul cuore, che non era certo l’essere stato escluso da quel segno, anche grezzo e senza colori, di una qualche stima, e ero corso dal maestro Bianchi appena possibile per dimenticare quella certa cosa ancora dolorante addosso, non certo per parlargliene…

Compleanno



Quattrocentoquarantasei anni fa, il 29 settembre 1571, nasceva uno dei più grandi e discussi pittori della storia, Michelangelo Merisi, in arte Caravaggio, il signore delle luci e delle ombre, l'incantatore di retine, l'ammaliatore dei sensi, l'annunciatore della presenza dell'Arte attorno a noi.
Ogni qualvolta mi reco a Roma non posso esimermi dall'andare nella chiesa di S. Luigi dei Francesi, vicino al Pantheon, per ammirare, estasiato, il ciclo pittorico su San Matteo


con ad esempio la tela della Vocazione, un capolavoro tanto affascinante dove il miracolo di narrare un fatto con un fotogramma si compie davanti ai nostri occhi. 

Buon compleanno Sommo Maestro!