Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
venerdì 1 maggio 2026
Finalmente una voce!
I veri fascisti
Complimenti vivissimi ai censori della Commissione Ue e ai loro servi italiani, da Meloni a quei geni di Giuli e Fazzolari, per avere sfregiato uno dei fiori all’occhiello italiani dell’arte e della cultura mondiale: la Biennale di Venezia, che persino Mussolini, pur usandola come instrumentum regni, aveva trasformato da dépendance comunale a ente autonomo statale. Ora a calpestarne l’autonomia provvedono i nuovi fascisti, chi più (in Ue) e chi meno (a Roma). La forsennata russofobia di chi vede Putin dappertutto, anche nelle opere di Dostoevskji, nei balletti di Ciaikovskji, nel Moscow Mule e nell’insalata russa, ha partorito quattro anni di censure tanto occhiute quanto ottuse contro direttori d’orchestra, pianiste, soprano, ballerini, cantanti e intellettuali russi, ma anche ucraini nati nel posto sbagliato (Donbass e Crimea). Come se fossero tutt’uno con il loro governo. Questa cura omeopatica contro l’autocrazia (solo russa, ci mancherebbe) a colpi di censure ha finito col trasformare l’Europa in una simil-autocrazia, ma più stupida.
Poi è cascato l’asino a Gaza, in Venezuela e in Iran. E lì le cantatrici calve dell’“aggressore e aggredito” e della “pace giusta” si sono ammutolite, perché l’Europa sta con gli aggressori americani e israeliani, liberi di sterminare decine di migliaia di innocenti senza uno straccio di condanna né tantomeno di sanzione (contro i 20 pacchetti anti-Russia). Restava un’isola felice: la Biennale guidata da Buttafuoco – infinitamente più liberale dei fascisti democratici che gli danno del fascista – che l’ha aperta a tutti, a prescindere dai governi: Russia, ma anche Israele e Iran, perché nessuna guerra può spegnere la cultura, ultimo canale di comunicazione fra i popoli che deve restare sempre aperto. Giù botte da destra e da sinistra (si fa per dire: Pd, Iv e Azione). Questa gentaglia pretende di chiudere il padiglione russo lasciando aperti tutti gli altri, inclusi quelli di Arabia, Qatar, Siria, Cina, Turchia, Azerbaigian, Kazakistan, Pakistan, Egitto, Marocco, Somalia e altre culle della democrazia. La Banda Ursula l’ha detto chiaro: “La cultura deve promuovere i valori democratici, il dialogo aperto e la libertà di espressione, valori non rispettati in Russia” e solo lì. Così la giuria, per non ridersi in faccia, ha risposto alle indicibili pressioni dell’Ue (“vi tagliamo i fondi”) e di Roma (“vi mandiamo gli ispettori e boicottiamo la vernice”) con un simulacro di par condicio: gli artisti russi e israeliani potranno esporre, ma non essere premiati. Ma un artista israeliano l’ha diffidata, minacciando di ricorrere alla Corte europea dei diritti dell’uomo per “discriminazione razziale”. E i giurati si sono dimessi. Quod non fecerunt mussolini, fecerunt melones et ursulini.
giovedì 30 aprile 2026
L'Amaca
Minetti e noi altri
di Michele Serra
Dall'affaire Minetti, senza entrare nel dettaglio, emergono due cose. La prima è che il giornalismo, con tutti i suoi deplorevoli difetti e la sua spocchia giudicante, a volte serve a qualcosa. La seconda è che ci sono persone congenitamente convinte — come se fosse parte del loro dna — che le regole valgano solo per gli altri. E vivono intere vite, passo dopo passo, consacrate alla scorciatoia, all'espediente, alla mossa più che abile per scavalcare la coda.
Minetti appare, anzi riappare, come una di costoro. La sua pena (meno di quattro anni) poteva essere smaltita con un minimo di stoicismo: fosse anche ingiusta, ma non risulta che lo fosse, la si poteva aggiustare con i domiciliari e con un poco di pazienza. Ancora giovane e bella, con un passato da cortigiana di successo e, dismessa quella corte, un fidanzato socialmente rilevante, poteva uscirne quasi bene, e quasi indenne. Farsi dimenticare. Vivere una seconda vita al riparo dalla bagarre politica e dagli sghignazzi degli avversari. Avremmo fatto, in questo caso, il tifo per lei.
Invece no. Ecco la domanda di grazia che fa leva su una forzatura, forse su un bluff. Lo scandalo, che coinvolge la specchiata intenzione del Quirinale e ha una ricaduta mediatica dieci, cento volte superiore alle rarefatte memorie di Minetti prima maniera. Tutto il dimenticato che riemerge. Ricostruzioni impietose di una carriera fondata sulla qualità estetica, non su altro di riconoscibile.
Ne valeva la pena? A conti fatti, no. Ma ci sono persone, ci sono ambienti, per i quali è insopportabile sottostare alla normale, banale mediocrità della vita degli altri. Non riescono, proprio non riescono a stare allo stesso gioco. A volte la fanno franca. A volte no.




