sabato 28 febbraio 2026

Sanremese Selvaggia


Sono state abolite parole e idee: il Sanremo più woke della storia


di Selvaggia Lucarelli 


Ci hanno stracciato le balle per anni frignando perché “che brutta la cultura woke!”, “basta pensiero unico!”, “basta con questo appiattimento culturale!”, “fermiamo l’egemonia culturale della sinistra!” e “non si può più dire niente!”. Poi sono arrivati al governo e piano piano, anno dopo anno, è finita che ci siamo ritrovati con questo Festival di Sanremo in cui, appunto, NON SI DICE NIENTE. In cui Carlo Conti sembra solo aver voglia di finire il prima possibile schivando incidenti diplomatici e cazziatoni di politici e funzionari. Altro che rivoluzione culturale: hanno abolito il woke cancellando direttamente le parole.

E quindi i comici sono tutti innocui, non sia mai che facciano una battuta fuori posto: c’è quello che imita Pausini e De Filippi senza indovinare una battuta, c’è Ubaldo Pantani che bravo, per carità, ma arriva con la parodia polverosa di Lapo Elkann il quale non parcheggia neppure più la macchina in doppia fila da almeno un decennio. Arrivano De Luigi e Virginia Raffaele e fanno una gag con l’orchestra, Lillo è simpatico ma la sua ironia incute timore quanto un cartello “attenzione pavimento bagnato”.

Le donne sono tutte innocue. Pilar Fogliati potrebbe far sorridere ma Conti le taglia qualunque gag con brutalità, Irina Shayk – corpo da dea e voce di Ivan Drago – è volata dall’America per dire “dirigge l’orkestra” o, in conferenza stampa “Non parlo di politica” e “Sono femminista a modo mio!”. Dunque forse è femminista quanto basta per dirlo, ma non abbastanza per spiegarci perché. Pure in russo eh, ci accontenteremmo. Laura Pausini non ha mai espresso un’opinione nella sua vita e in questo Festival continua a non esprimerne mezza neanche per sbaglio, perfettamente allineata allo spirito: lei e Conti sono due presentatori intercambiabili, uniti da una fede incrollabile nella neutralità assoluta. Ben decisi a rimanere rilevanti ognuno nel proprio campo, hanno condannato il Festival all’irrilevanza. Ieri, alle ore 18:30, sui principali siti italiani Sanremo occupava qualche area decentrata delle homepage, gli streaming delle canzoni si sono dimezzati, lo show televisivo ha perso milioni di spettatori, i giornalisti vagano per Sanremo come tossici in cerca di una dose notiziabile di qualunque tipo, anche mezzo grammo di gossip scadente ma nulla, non c’è neppure più Topo Gigio con Lucio Corsi che gli bestemmia contro dietro al palco come lo scorso anno o Cristicchi con una canzone sul cane morto, niente.

Gli unici segnali di vita arrivano da Elettra Lamborghini che forse ha riciclato Pucci come ghostwriter, dal momento che rilascia interviste sul fatto che non tromba col fidanzato perché “altrimenti mi spompa” e appoggiando il microfono sulle tette. A me Carlo Conti fa perfino tenerezza, giuro, perché impegnarsi così tanto a evitare qualunque imprevisto più che a permettere a qualcosa di succedere davvero deve essere massacrante. Gioca in difesa che neanche il catenaccio dell’Inter anni Sessanta: palla lontana e speriamo finisca presto. Gli ho sentito dire, in ordine: “Basta violenza”, “Bisogna ragionare prima di dire cose pesanti nei rapporti interpersonali”, “La salute è la prima cosa”, “Se una donna dice no è no” e poi la frase a caso “Sentiamo tutti i giorni notizie di scuole in cui i nostri giovani si accoltellano”. L’altra sera, quando ha dovuto premiare Mogol perché nel Festival in cui le parole sono abolite si premia il paroliere più amato dal governo, Conti sembrava rassegato alla sua sorte: non solo ci ha dovuto rifilare un mortifero revival di vecchie canzoni, ma Mogol è diventato il pretesto per ricordarci che la cucina italiana è patrimonio dell’Unesco. Il messaggio sovranista buttato lì pretestuosamente era di una mestizia assoluta, con Conti che ha preso una casacca da cuoco buttata su un tavolinetto e l’ha mostrata al pubblico con orgoglio, mentre in platea nessuno capiva bene se dovesse applaudire Mogol, la carbonara o direttamente la Patria. Nel dubbio, tutti hanno applaudito le tette di Irina.

E quindi, in questo Festival in cui non si può più dire niente, il paradosso è che succede tutto in conferenza stampa, dove le parole diventano protagoniste e, senza essere più compresse, implodono: un giornalista kamikaze ha detto boiate maschiliste alle Bambole di pezza, Arisa ha rilasciato dichiarazioni sgangherate su Mia Martini che “se ci fosse stato il web sarebbe ancora viva”, Chiello ha rivelato che ha fatto fuori lui Morgan dal duetto previsto, Ditonellapiaga ha parlato della polemica con Patrizia Mirigliani, Carlo Conti viene accusato di aver scelto poche donne per il Festival, gli chiedono cosa voterà al referendum e “Non sono cose che mi riguardano, se voterò? Non lo so”, a chi gli domanda come gli sia venuto in mente di presentare una campionessa olimpica definendola “Mamma d’oro” risponde seccato “Mamma d’oro a Lollobrigida? Perché non è una mamma? Non ho capito il problema… Io sono stato cresciuto solo da una donna, figuriamoci se non rispetto le donne”. Il vero show è lì, nella saletta dove siedono accanto giornalisti del Corriere e Radio Monella, non sul palco. Non a caso, frastornato da così tanti avvenimenti e dalle troppe parole in libertà, ieri Carlo Conti ha abbandonato la conferenza stampa in anticipo spiegando che doveva andare alle prove. Ed è scappato, rifugiandosi al sicuro da qualsiasi idea.

Insomma, quelli della nuova egemonia culturale della destra ci avevano promesso la libertà di dire tutto e hanno consegnato il Festival più woke della storia, quello in cui il pensiero unico esiste davvero: quello di non pensare.

Non si può più dire niente. Ma davvero stavolta.

venerdì 27 febbraio 2026

Solito giro liberticida

 



Subdolo subisso

 


Come nel sonnecchiare di un meriggio afoso si srotola sotto i nostri occhi l’emblema di questi tempi amari e, per molti versi, vergognosi: quel festival canoro che sta all’arte come Donzelli e soci stanno alla decenza.

Tutti i menu proposti sono figli di ere passate: porti la gnoccona che non parla una parola d’italiano ma sfodera un outfit da vedo-non-vedo capace d’intontire molti; le sdolcinate prese di posizione degli acefali presentatori che cantano e presentano sempre e solo per rimpinguare il proprio conto e che, di conseguenza, si piegano proni al diktat del fascista al potere della tv di regime; le ospitate reverenziali, i testi mocciosi per animi inani.
Insomma: ogni parola letta sul monitor, ogni sorriso, ogni nota musicale deve necessariamente afflosciare qualsiasi rigurgito di dignità.

La Pausini che commenta di essere per la pace e di sognare un mondo senza guerre — e graziealkaxxo; lo stesso Abbronzato adagiato sul lido degli ignavi che legge, dal monitor, pensieri di un’opulenza irriguardosa verso il pensiero stesso; la gnoccona di cui sopra che ammette di sperare nella fine dei conflitti — e ri-graziealkaxxo.
E nessuno, nessuno, nessuno che s’incammini nella dignità, cercando di cavar fuori dal buco qualche parola sana sul crimine contro l’umanità che sta avvenendo scientemente a Gaza per mano di un Boia e dei suoi sodali sciacalli. Nessuno che provi a ricordare che, ancora oggi, il Boia continua ad assassinare bambini denutriti e infreddoliti dentro le tende. Non una parola di libertà, non un richiamo al fatto che il Boia di Gaza non potrebbe mettere piede in nessun luogo del globo perché ricercato dal tribunale internazionale.

Silenzio e censura, nel festival-specchio di una società retta da camerieri di uno Psicopatico che, oltre a essere compagno di merende del Boia, vorrebbe trasformare quella terra violentata dai sionisti in un resort per multimiliardari — dio li fulmini tutti.

Conclusione: se gridi «W l’Italia antifascista!» la Digos ti chiede i documenti; se dici «Palestina libera!» ti prendono e ti sbattono fuori da ogni luogo pubblico, a volte ti licenziano pure; se provi a protestare, possono trattenerti dodici ore in commissariato.
Mi chiedo quanto tempo occorra ancora prima che molti comprendano di essere dentro un loop dal sapore fascista, liberticida, censorio. La nuova legge elettorale suggella tutto questo.

Ma vuoi mettere cantare l’amore eterno di Sal Da Vinci?

Natangelo

 




L'Amaca

 

Per qualche dollaro in più

di Michele Serra

Il mistero dei dazi si infittisce. Perché Trump ne ha fatto una bandiera? Perché considera un oltraggio alla Patria il pronunciamento anti-dazi della Corte Suprema? E perché si incaponisce? Secondo il responsabile del Commercio dell’amministrazione Trump, signor Greer, i dazi servono a proteggere «le vittime della iperglobalizzazione», in particolare l’elettorato del Middle West che ha votato in massa per il presidente in carica.

Dal basso della mia incompetenza di cose economiche, ho fatto una breve ma rispettosa ricerca in rete, ma non ho trovato una sola riga che mi aiutasse a capire come e perché l’introduzione dei dazi avrebbe protetto, o proteggerebbe in futuro, «le vittime dell’iperglobalizzazione». Al contrario, secondo diverse fonti (tra le quali la banca centrale degli Stati Uniti), i dazi hanno avuto un impatto negativo sul costo della vita degli americani perché hanno fatto aumentare i prezzi, «agendo come una tassa regressiva che colpisce maggiormente i redditi bassi». Per i redditi alti, pagare più caro il vino francese o italiano è un trascurabile fastidio. Mentre per i redditi bassi, se i beni di prima necessità aumentano anche di poco, è un problema.

Sarà interessante capire se e quanto la brava gente del Middle West, facendosi i conti in tasca, confermerà o meno la sua fede in Trump. O se prevarrà la credulità “patriottica”, e l’idea che il mondo derubi l’America, confortante come tutti i capri espiatori (niente è più popolare di un capro espiatorio) continuerà a prevalere sull’evidenza.

In politica l’economia conta molto, ma non è tutto. Contano anche l’emotività, la psicologia, la paura, la speranza (ad averla…), le cosiddette idee o quel che ne rimane. E l’idea che il mondo sia malvagio e l’America buona, laggiù nel Middle West, magari non è meno influente di qualche dollaro in più nel conto della spesa.

Squarcio di verità

 

Su energia e bollette i poveri devono sperare nella carità 


di Sottosopra 

E dire che, per trovare soluzioni “significative”, il governo ci ha messo un anno e mezzo: un lasso di tempo in cui la povertà energetica, cioè il numero di famiglie che non possono permettersi di acquistare l’energia necessaria a scaldarsi e ad altri servizi essenziali, ha toccato livelli record – il 9% del totale – e la crisi della produzione industriale, specie nella manifattura energivora, ha avanzato inesorabile, divorando lavoro e benessere per il Paese intero. Ciò che conta, ha detto però Giorgia Meloni sciorinando la trafila di numeri atti a cortina fumogena del decreto Bollette, è che avrà un impatto “rilevante”, e almeno su questo ha certamente ragione.

Il provvedimento riesce infatti in tre risultati chiari: segnala che l’Italia non ha alcun interesse nell’allontanarsi dal gas come fonte primaria, piccona il poco che resta del Green deal europeo dando un altro colpo alla transizione, e scoraggia infine gli investimenti nelle rinnovabili, allontanando potenziali investitori dal nostro Paese. Il decreto da 5 miliardi – se sembrano molti, è utile ricordare che i soli profitti netti di Eni nel 2024 sono stati 5,2 miliardi – non tocca infatti la causa strutturale che rende il nostro prezzo dell’energia il più alto d’Europa, cioè la dipendenza dal gas nella generazione elettrica. Circa il 70% del costo dell’energia all’ingrosso è determinato infatti dal costo marginale delle centrali a metano, e finché questa architettura rimane intatta – finché cioè non si effettua il decoupling, il “disaccoppiamento” – tutti gli interventi su costi accessori, di trasporto e oneri di sistema sono pressoché irrilevanti, o al più partite di giro: si spostano dai produttori alle bollette finali, dall’industria ai consumatori, sotto altre voci.

L’industria, poi, dovrebbe giovarsi del rimborso dei costi Ets (Emissions trading system) ai produttori, cioè il meccanismo di mercato attraverso cui la Ue ha scelto di tradurre in prezzi il danno ambientale, stabilendo quote massime di emissioni di Co2 e gas serra per certi settori, oltre alle quali è necessario comprare certificati che pareggino le esternalità negative. Neutralizzare questo sistema, restituendo ai produttori a gas il costo delle quote di emissione (procedura che Bruxelles potrebbe peraltro considerare aiuto sleale), equivale a togliere il solo freno esistente alle fonti fossili, rendendo il gas artificialmente competitivo. E penalizzando le rinnovabili, che non inquinano e non hanno quindi certificati da pagare. C’è di peggio: presentando l’Ets come una “tassa europea”, come ha fatto Meloni, si prova a far passare l’idea che le rinnovabili siano parte del problema e non l’unica soluzione, tanto sul fronte dei costi quanto su quello ambientale. Impossibile non chiedersi quali effetti questa posizione avrà su coloro che, correttamente, considerano l’Italia come un territorio ideale per puntare sulle fonti pulite: chi investirà in un parco eolico o fotovoltaico sapendo che il governo può in qualsiasi momento comprimere i ricavi di mercato per sussidiare il gas? E chi vuole rischiare di vedere le regole cambiare da un momento all’altro, alla faccia della paventata “stabilità” come principale motore economico?

Merita una parola, infine, la beffa per le famiglie, nella retorica governativa vere beneficiarie del decreto, non per niente rinominato “bollette”. Se per quelle già titolari del bonus sociale il decreto offre 115 euro in più all’anno – meno di 10 euro al mese – chi ha un Isee tra 10 e 25 mila euro potrà forse beneficiare di uno sconto volontario da parte dei venditori di energia: se, bontà loro, lo riterranno buona strategia commerciale. Insomma: si affida la tutela dei più deboli alla munificenza dei ricchi. Una scelta assai strana per il governo che si dichiara vicino al popolo.

Forum Disuguaglianze e Diversità

Quarto anno

 

Coraggio, fatti ammazzare 


di Marco Travaglio 

Anche nel 4° anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina e nel 12° del golpe di Maidan contro il presidente neutralista Yanukovich che scatenò la guerra civile, gli sgovernanti europei e i loro trombettieri continuano a evitare i conti con la realtà. E a raccontare (e a raccontarsi) frottole: la Russia sta perdendo la guerra, o è “impantanata”, quindi Kiev può vincere. Intanto l’Ucraina è devastata e decimata; gli Usa da un anno non le inviano più un euro né una fionda; l’Ue ha finito i soldi e le armi, salvo quelle che compra dagli Usa per regalargliele perché continui a perdere uomini e territori, e non riesce neppure a varare il 20° pacchetto di sanzioni né il “prestito” di 90 miliardi. In un simile disastro, una classe dirigente sana di mente ammetterebbe di aver fallito e aiuterebbe Kiev nell’unica cosa che le serve: tornare alla neutralità che le aveva garantito 25 anni di esistenza pacifica dopo l’indipendenza, con rapporti di buon vicinato sia con Mosca sia con l’Ue. Se Zelensky l’avesse accettata prima dell’invasione (come chiesero Scholz e Macron), o subito dopo (come chiese Putin a Istanbul con l’autonomia del Donbass pattuita a Minsk), l’Ucraina sarebbe tutta intera, senza centinaia di migliaia di morti e 4 milioni di profughi. Invece ha perso il 20% del territorio (il triplo del 7% che Mosca controllava prima del 2022, non il 14 inventato a Otto e mezzo dalla Tocci). E tanto basta a dichiararla sconfitta: Zelensky, Ue e Nato hanno sempre definito “vittoria” la riconquista della Crimea e di tutti i territori perduti negli oblast di Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia, Kherson, Kharkiv, Sumy e Dnipropetrovsk; invece Putin, in Alaska e nel piano di pace concordato con Trump, ha chiesto le zone finora occupate più il 15-20% che gli manca del Donetsk in cambio di altre aree superflue sotto il suo controllo. E, siccome Kiev e l’Europa hanno risposto picche, continua la guerra per prendersi anche quel lembo di terra ultra-fortificato dalla Nato, al prezzo di altri morti e devastazioni.

Per raggiungere gli obiettivi dichiarati, alla Russia bastano 4-5mila kmq in Donetsk, mentre all’Ucraina ne servirebbero 120mila: siccome nell’ultimo anno i russi ne hanno conquistati 4-5mila, ciascuno può trarre le proprie conclusioni. Invece, con grave sprezzo del ridicolo, Merz dice che “Mosca deve arrendersi”. La Kallas che “la Russia è allo sbando, con l’economia a pezzi e i cittadini sono in fuga” (la confonde con l’Ucraina). E Rutte – in piena dissociazione schizofrenica – che “Mosca produce in tre mesi le armi che l’intero Occidente fabbrica in un anno”, ma “se ci attaccasse ora vinceremmo ogni battaglia”. E allora, di grazia, perché dovremmo versare 800 miliardi per il riarmo e il 5% del Pil alla Nato?