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mercoledì 17 dicembre 2025
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martedì 16 dicembre 2025
Articolo
Putin, Trump, Neanyahu e gli altri: i regni di Dio
La Santa Russia che rivuole la "sua" Kiev, il "martire Kirk, il "Grande Israele" e gli islamici di Hamas. Così il potere ai tempi dell'IA si mette la maschera della religione
Dio non è morto, la storia non è finita e ognuno si fa la sua guerra santa, in questo primo quarto di secolo e anche di millennio. È sufficiente far ruotare il mappamondo. Primo giro: l’ex Unione Sovietica, il regno del marxismo-leninismo degenerato in stalinismo. Nel marzo del 2024, a due anni dall’invasione ucraina, il patriarca Kirill proclamò ai fedeli russi: “L’Operazione militare speciale è una Guerra Santa, nella quale la Russia e il suo popolo, difendendo l’unico spazio spirituale della Santa Rus’, adempiono la missione di ‘Colui che trattiene’ (il Catéchon che combatte l’Anticristo prima dell’Apocalisse, ndr), proteggendo il mondo dall’assalto del globalismo e dalla vittoria dell’Occidente caduto nel satanismo”.
Kirill, o Cirillo I, ha 79 anni ed è il patriarca ortodosso di Mosca, Chiesa che si è separata dal patriarcato ecumenico di Costantinopoli, “primus inter pares” tra gli ortodossi, sin dal 2018 per la questione ucraina. Kirill è un fervente sostenitore di Dio e di Cesare, in questo caso il dittatore Vladimir Putin, e negli anni settanta fu persino una spia del Kgb in Svizzera. La Santa Rus’ che combatte l’Occidente è nata proprio a Kiev, prima dell’anno Mille (nel 988), con la conversione al cristianesimo di Vladimir di Kiev, il principe santo, e seguita dal battesimo di massa della popolazione nelle acque del fiume Dnepr. Per Putin, l’Altare è stato vitale per consolidare il suo potere del Trono, laddove l’ex comunista Zar Vlad ha ribadito che il Battesimo di Rus’ “è l’atto fondativo della statualità russa” e che il cristianesimo “è la matrice identitaria della Russia”.

Lo scontro di civiltà
Identità e religione. Ossia i due fattori che servirono nel 1993 al politologo americano Samuel P. Huntington (1927-2008) per delineare per la prima volta quello “scontro di civiltà” che avrebbe sostituito il Novecento dei totalitarismi e delle ideologie nonché della Guerra Fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Altro che storia finita come sosteneva invece il suo ex allievo Francis Fukuyama, sempre americano. Copiando la dialettica hegeliana dello Spirito, Fukuyama sentenziò nel 1992 che il crollo dell’Impero sovietico avrebbe dato l’impulso definitivo alla piena realizzazione della democrazia liberale e del capitalismo di mercato. La tesi di Huntington ha tenuto banco per lustri e la destra conservatrice e clericale europea l’ha agitata per invitare l’Occidente a difendersi anziché tramontare secondo il vaticinio di Osvald Spengler nel 1918. “Le frontiere dell’Islam grondano sangue” fu l’assioma più noto di Huntington e dall’Undici Settembre in poi ha avuto evidenza nel fondamentalismo islamico del jihad (altro concetto di guerra santa) di Al Qaeda, Fratelli Musulmani e Isis. In ogni caso l’analisi del politologo americano (già consigliere del presidente democratico Carter) sui conflitti dalla doppia matrice identitaria e religiosa si è rivelata oggettivamente profetica.

Dal Nilo all’Eufràte
Oggi il Signore degli Eserciti è invocato ovunque. Secondo giro di mappamondo: Israele e la Palestina. Il 7 Ottobre di Hamas ha provocato un genocidio più che una guerra. Il governo israeliano di Benjamin Netanyahu, sostenuto anche da partiti del fascismo sionista, ha usato il fattore religioso per affondare nel sangue la formula di “due popoli, due Stati”. È l’idea del Grande Israele. In origine fu il primo libro dell’Antico Testamento (Scrittura sacra per ebraismo e cristianesimo): Genesi. Dal capitolo 15, versetto 18: “In quel giorno il Signore concluse questa alleanza con Abram: ‘Alla tua discendenza io do questo paese dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufràte’”.
Abramo è il primo patriarca del popolo biblico ed è considerato il padre delle tre grandi religioni monoteiste: ebraismo, cristianesimo e islamismo. Dal Nilo all’Eufràte significa dall’Egitto all’Iraq. Uno dei due partiti al governo è Otzma Yehudit, Potere Ebraico, guidato dal famigerato Itamar Ben-Gvir, ministro-colono della Sicurezza nazionale (l’altro è il Partito sionista religioso di Bezalel Smotrich, altro ministro). Dalla piattaforma del programma politico di Otzma Yehudit, composto da tredici punti. Ecco l’undicesimo: “Regime e moralità: i valori dello Stato ebraico saranno basati sulla moralità ebraica e la struttura dello Stato sarà una democrazia ebraica, che proteggerà gli interessi dello Stato del popolo ebraico come valore che prevale su qualsiasi valore universale. In particolare: non vogliamo perdere lo Stato ebraico, né in guerra né con mezzi pacifici, né attraverso la democrazia occidentale”. Da notare quest’ultima affermazione: la democrazia occidentale può essere un nemico.

Fino al giorno del giudizio
E questo invece è l’undicesimo articolo del primo statuto di Hamas, vergato nel 1988 dal suo fondatore, lo sceicco tetraplegico e cieco Ahmad Yasin, ucciso a Gaza nel 2004 da missili israeliani: “Il Movimento di Resistenza Islamico crede che la terra di Palestina sia un sacro deposito (waqf), terra islamica affidata alle generazioni dell’Islam fino al giorno della resurrezione. Non è accettabile rinunciare ad alcuna parte di essa. Nessuno Stato arabo, né tutti gli Stati arabi nel loro insieme, nessun re o presidente, né tutti i re e presidenti messi insieme, nessuna organizzazione, né tutte le organizzazioni palestinesi o arabe unite hanno il diritto di disporre o di cedere anche un singolo pezzo di essa, perché la Palestina è terra islamica affidata alle generazioni dell’Islam sino al giorno del giudizio”.

Il vero papa americano
Oggi gli Stati Uniti possono vantare due papi. Il primo, ovviamente è a Roma, capitale dei cattolici, ed è Leone XIV, al secolo il settantenne Robert Francis Prevost, nativo di Chicago. L’altro è a Washington e postò una sua immagine vestito da pontefice sugli account della Casa Bianca agli inizi del maggio scorso, prima che venisse eletto il connazionale Prevost. In realtà, Donald Trump è un papa laico e cristiano riconosciuto sia dai cattolici sia dai protestanti. Gli Stati Uniti, storico gendarme dell’ordine mondiale, sono la più grande nazione cristiana al mondo: 247 milioni di credenti su una popolazione di 340. La maggioranza è composta da protestanti evangelici bianchi come Charlie Kirk, l’influencer Maga (Make America Great Again) ucciso a trentuno anni il 10 settembre scorso durante un conferenza universitaria nello Utah. Accusato di essere razzista e omofobo, Kirk oggi è il martire di fatto canonizzato dalla destra politico-religiosa ed è il simbolo di una teocrazia cristiana che rischia di corrodere la democrazia liberale americana, ossia l’archetipo della fine della storia sperata a suo tempo da Fukuyama.
Lo “scontro di civiltà” teorizzato negli anni Novanta non è affatto morto. Vescovi Usa: il nuovo capo è trumpiano e anti-Bergoglio
In realtà, come Putin, anche Trump usa la fede per puntellare il suo secondo Trono, dopo quello del quadriennio 2016-2020. Pur rimanendo un incallito peccatore, forse: davanti a lui si è spalancato il baratro dell’amicizia con Jeffrey Epstein, corruttore di ragazze minorenni, in pratica un pedofilo. Tra mail e incontri sospetti, gli saranno fatali le luci rosse come già accadde, per esempio, a Silvio Berlusconi, quando nel 2009 dall’apogeo della sua popolarità (il 25 aprile a Onna, in Abruzzo) precipitò allo scandalo della festa a Casoria, in provincia di Napoli, della neodiciottenne Noemi Letizia? Di suo, The Donald, è evangelico, mentre la first lady Melania è cattolica. Così come anche il suo vicepresidente J.D. Vance fa un continuo andirivieni tra evangelici e cattolici.
Dettagli, in fondo. L’importante è declinare Dio in chiave militante e guerriera, laddove la libertà è un concetto esclusivamente cristiano in senso largo. Si va dalla nota foto dei pastori evangelici guidati da Paula White e che stendono le loro mani benedicenti su Trump alla Casa Bianca all’elezione recentissima del nuovo presidente dei vescovi cattolici americani, Paul Coakley della diocesi di Oklahoma City, trumpiano e in passato sostenitore di monsignor Carlo Maria Viganò, il più feroce oppositore di papa Bergoglio poi cacciato dalla Chiesa di Roma. Già Viganò. L’arcivescovo scomunicato è l’alfiere del trumputinismo. Il presidente americano lo ringraziò pubblicamente sui social per le preghiere “elettorali”, mentre Putin è investito del sacro ruolo di Catéchon della Terza Roma (Mosca) per fermare l’Anticristo del globalismo, delle teorie gender e delle multinazionali farmaceutiche che hanno provocato il Covid per iniettare vaccini contenenti microchip.
Induismo e buddhismo
Cina e India non sono due Paesi coinvolti nei due maggiori scenari bellici di oggi, Ucraina e Palestina, ma come disse Aleksandr Dugin, l’ideologo putiniano della rivoluzione illiberale, a MillenniuM (il numero 88 di marzo 2025) sono due Stati decisivi per il nuovo ordine multipolare anti-occidentale. Da oltre un decennio, in India, al potere c’è Narendra Modi, diventato un autocrate sull’onda del ritrovato nazionalismo induista, intollerante verso le altre religioni, in primis contro i musulmani. Il suo ultimo slogan elettorale, nel 2024, è stato: “Hindu First”. In Cina, invece, la Scuola centrale del Partito comunista sta tentando di coniugare il materialismo marxista con il principio dell’armonia alla base di buddhismo, confucianesimo e taoismo. Lo ha rivelato alla fine di ottobre l’ex premier Massimo D’Alema, che da tempo ha riscoperto il socialismo cinese. In Cina il buddhismo è praticato dal 20 per cento della popolazione e di fronte alle incognite della rivoluzione tecnico-scientifico (in due parole: Intelligenza artificiale) “il recupero dei valori spirituali” può essere “una bussola morale in questo viaggio pieno di rischi per tutti”. Amen.



