Fofi rischiò, nel nome della sua severa anti-demagogia, di risultare elitario e minoritario. Trattò con durezza suoi ex pupilli per la “colpa” di avere avuto successo (il successo dei libri, ovvero la conquista di una minoranza…). Il difficile equilibrio tra la coerenza delle idee e la capacità di parlare a tanti è, da sempre, uno dei grandi problemi degli intellettuali e degli artisti. Ricorderemo con gratitudine Goffredo Fofi per la sua intransigenza sulla qualità del lavoro intellettuale e politico. La quantità (riuscire a parlare “al popolo”, dunque a tanti) rimane un problema insoluto, ma anche un obiettivo decisivo.
Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
sabato 12 luglio 2025
L'Amaca
Gli scrittori e il popolo
di MICHELE SERRA
Si potrà ricostruire “un corpo di idee di sinistra solo se si rinuncerà a piacere alla massa e si accetterà anzi di dispiacerla per lungo tempo”. Goffredo Fofi non era un radical-chic e anzi tutt’altro, semmai un frate laico con venature pauperiste. Dunque queste sue parole così forti e vere servono a capire che l’oltraggio della massificazione (dell’ignoranza sdoganata, della soggezione, della omologazione dei gusti e delle idee) non viene percepito e denunciato perché si è snob, e si disprezza il popolo. Esattamente al contrario: viene denunciato se lo si rispetta, il popolo, lo si considera, persona per persona, degno di cultura, di autonomia e di libertà, e dunque si patisce lo scandalo di vederlo ridotto a plebe asservita ai ricchi e ai potenti.
È chi non ha alcun rispetto del popolo che lo considera massa da pilotare, voti da conquistare, clienti da spremere. Per questo il populismo (anche quello “di sinistra”) è di destra: perché il popolo gli sta bene e gli è utile così com’è e come è sempre stato.
venerdì 11 luglio 2025
Sappiatelo!
Così l’euro-oligarchia porta voti alle destre
DI SALVATORE CANNAVÒ
L’estrema destra in Europa è sempre più forte e potrebbe trovarsi a governare i principali Paesi. Governa già l’Italia, è quasi vicina al governo della Francia con il Rassemblement national di Marine Le Pen, stabilmente sopra il 33% nei sondaggi, in Germania con l’AfD che oggi è intorno al 23% e, fuori dall’Unione europea, se si votasse oggi governerebbe il Regno Unito con il Reform Party di Nigel Farage con il suo 29%. Ma poi c’è l’ipotesi in Spagna, dove Vox con il 15% potrebbe consentire un agile governo di centrodestra con il Partido popular; il Portogallo dove Chega ha raggiunto il 18% collocandosi al secondo posto alle recenti elezioni politiche. E poi l’estrema destra è appena stata al potere in Olanda con il Partito della libertà di Geert Wilders che ha raggiunto il 33% alle politiche di gennaio e oggi, dopo una prova non brillante nel governo di coalizione, si ritrova al 20%.
Si può urlare all’emergenza democratica quanto si vuole, ma se non si coglie la radice di questa avanzata dirompente non si faranno grandi passi avanti. Tre sono gli eventi che aiutano a spiegare le varie vittorie della destra e interrogano tutti le politiche mainstream.
Galeotto fu il Patto. La prima data riguarda la crisi del debito sovrano europeo e potrebbe essere inchiodata al 2 marzo del 2012 quando i Paesi Ue firmano il Fiscal compact. Si tratta della soluzione finanziaria per fare fronte all’onda lunga della crisi finanziaria che saliva dagli Usa e segnata dai vari “salvataggi” della Grecia o dei Piigs (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna) i Paesi europei più fragili. In Grecia prova a resistere la sinistra radicale di Syriza, ma verrà sopraffatta.
Non è un caso che alcuni dei partiti della destra più agguerrita nascano subito dopo quegli eventi. L’Afd tedesco vede la luce nel 2013 quando ottiene il 4,7% dei voti per crescere al 12,6 nel 2017, flettere al 10,3 nel 2021 e poi fare il boom nel 2025 con il 20,8% e 10 milioni di voti. Anche Vox nasce nel 2013 da alcuni dissidenti del Partito popolare spagnolo: ottiene appena lo 0,26% ma supera il 10% nel 2019 e il 15% ancora alle successive politiche dello stesso anno per poi attestarsi al 12,39 nel 2023: oggi è dato al 15%. Il partito di Farage, allora l’Ukip, fa il boom alle europee del 2014 con il 27,5% e da lì a due anni sarà protagonista della Brexit. Ad accomunare gli eventi è una gestione della politica europea improntata alla severità fiscale. Il Fiscal compact mira a garantire che i bilanci nazionali siano in pareggio o in eccedenza; conferisce maggior peso alle “raccomandazioni” della Commissione e stabilisce tappe draconiane di rientro dai debiti eccessivi. In Italia questo si traduce nella legge costituzionale 1/2012 che introduce in Costituzione il pareggio di bilancio. E non a caso, da quella situazione si avrà il grande successo del M5S che in Italia evita, per il momento, l’avanzata della destra estrema (come Beppe Grillo farà notare molte volte).
Un tratto comune a quei successi è il fallimento della sinistra che dovrebbe tutelare il mondo del lavoro e che invece gestisce quelle politiche di bilancio. In Italia c’è appena stato il governo Monti con Pd, Pdl (Berlusconi ma anche Meloni) e centristi vari insieme al potere; in Germania dal 2013 al 2021 ci sarà la Grande coalizione tra Cdu e Spd; la Francia tra il 2012 e il 2017 sperimenta la disastrosa presidenza di François Hollande.
Appesi a Dublino Ma c’è un secondo evento che alimenta l’avanza delle destre, forse il più rilevante vista la loro ideologia. Secondo l’Ocse tra gennaio 2014 e dicembre 2017, i Paesi europei hanno accolto quattro milioni di domande di asilo, tre volte in più rispetto al precedente quadriennio. I flussi migratori sono stati alimentati in particolare dalla guerra in Siria e dalle varie altre crisi – in Africa, Medioriente, Asia – in genere provocate dalle stesse politiche occidentali. Il fatto simbolico di questa stagione è la dichiarazione, resa da Angela Merkel del 25 agosto 2015 di piena accoglienza ai rifugiati siriani. Oltre 1,4 milioni di rifugiati si sono diretti in Germania e i consensi all’Afd sono iniziati ad aumentare proprio lì. Non significa che una politica di accoglienza sia in sé sbagliata: secondo la Commissione europea a fine 2023 su 450 milioni di cittadini europei solo il 6,4%, 29 milioni, erano nati fuori dalla Ue. Il problema sono state politiche che hanno ceduto agli allarmismi o all’emergenza, rapporti con i Paesi origine di migrazioni improntati a nuove forme di colonialismo e una gestione interna di cui forse il simbolo principale è il Regolamento di Dublino del 2014 che, di fatto, stabilisce che gli unici Paesi responsabili delle politiche migratorie sono quelli di primo accesso. Anche sull’onda di questi fenomeni la destra si rafforza e si insedia, balza in Portogallo con il partito Chega, al 7% nel 2021 prima dell’exploit dello scorso maggio. Anche Marine Le Pen fa un suo balzo alle europee del 2014 dove vola al 25% dal 13,6% delle legislative del 2012.
Fuori dalla guerra. E poi c’è il terzo fattore di crisi, la guerra in Ucraina. I partiti europei di governo, socialisti e popolari che siano, si accordano per gestire il pieno supporto all’Ucraina senza rimettere in discussione niente dell’espansionismo Nato e del fallimento della politica internazionale occidentale. I risultati sono noti. La Ue ha stanziato per l’Ucaina 158,6 miliardi di euro. Ursula von der Leyen ha annunciato ieri il nuovo Fondo per l’Ucraina da 100 miliardi che sarà direttamente nel bilancio della Ue. Di converso, come ricorda la presidenza dell’Unione europea, nell’agosto del 2022 “si è registrato un picco senza precedenti dei prezzi del gas nell’Ue, con un aumento del 1000% rispetto ai prezzi dei decenni precedenti”. L’impatto sul costo delle bollette è stato devastante. E così, dai sondaggi che – vedi l’ultimo realizzato dallo European Council of Foreign Relations – vedono gli europei fortemente contrari all’invio di truppe in Ucraina, continua a emergere che i Paesi in cui la destra estrema è più forte sono i meno convinti dell’impegno europeo nella guerra. Secondo lo stesso sondaggio il 75% degli elettori AfD in Germania pensano che “l’Europa dovrebbe spingere l’Ucraina a negoziati con la Russia” contro il 20% della Spd e il 37% della Cdu. Così in Francia dove “un terzo è favorevole a sostenere l’Ucraina nella riconquista del territorio perduto, un altro terzo preferirebbe spingere l’Ucraina a negoziare un accordo di pace con la Russia, mentre l’ultimo terzo rimane indeciso”. “L’opinione pubblica francese – nota l’Ecfr – non ha seguito l’esempio del governo”. E questi sondaggi non danno ancora conto dell’impatto che provocano i massacri a Gaza. Appare evidente, anche dal voto di fiducia di ieri in Parlamento europeo, che il “centro” europeista, filo-armi, filo-austerity, non ha da tempo la fiducia degli elettori. Eppure tutti i partiti dell’arco europeista, socialisti compresi, suonano la stessa musica. La destra più estrema non può che gioirne.
Conflitto di che?
Padrone ingrato
DI MARCO TRAVAGLIO
Nelle sapide cronache della quasi discesa-discesetta-discesina in campo di Pier Silvio B. nessuno – ma proprio nessuno – fa notare l’aspetto più surreale della vicenda: il monumentale conflitto d’interessi ereditario di un signorino che è amministratore delegato e vicepresidente esecutivo di Mediaset, azionista di Fininvest, presidente di Rti (le reti tv di famiglia), membro dei Cda di Media For Europe, di Mediaset España e di Mondadori (a suo tempo sottratta dal padre al proprietario De Benedetti grazie a una sentenza comprata da Previti) e della concessionaria pubblicitaria Publitalia (fondata dal pregiudicato per mafia Dell’Utri). E dà ordini e pagelle ai massimi dirigenti di Forza Italia – che governa lo Stato di cui Mediaset è concessionaria e che i B. tengono in vita con donazioni, più le fidejussioni che garantiscono i debiti di quasi 100 milioni – affinché facciano quello che dice lui, in attesa che ne assuma il comando quando gli girerà di farlo. E naturalmente potrà farlo grazie alla finta legge sul conflitto d’interessi varata dal genitore tramite l’apposito Frattini e alla complicità del centrosinistra che si guardò bene dal farne una decente e di applicare la legge Scelba del 1957 sull’ineleggibilità dei titolari di concessioni pubbliche. Il tutto – tocco di classe finale – mentre sta presentando i palinsesti delle sue tv. Ma nessuno nota la mostruosa abnormità della scena e tutti la commentano come se fosse normale. Gli stessi che da mesi spiegano agli americani i conflitti d’interessi di Trump e Musk (che peraltro non posseggono tv e ora litigano pure) fingono di non vedere il nostro, come se dopo 31 anni si fosse prescritto. C’è pure qualche sincero democratico che sorvola perché sogna l’ammucchiata Forza Pd contro i “populisti”, come se uno che dà la la scaletta al vicepremier e ministro degli Esteri Tajani e fulmina lo Ius scholae tra un commento su Ilary Blasi e uno su Diletta Leotta non fosse il recordman mondiale del populismo.
Spiace per Renzi e Gasparri che, dopo tanto prodigarsi per la ditta, vengono così ripagati dal padrone ingrato. Renzi, credendo di fare un dispetto, annuncia che non darà più i suoi libri (si fa per dire) a Mondadori, che risparmierà sui lauti anticipi. Sempreché il noto campione di coerenza mantenga la promessa: se è come quando lasciò la politica nel 2016, Marina dovrà riservargli una collana ad hoc. Gasparri invece finge di non sentire: “Pier Silvio dice che sono bravissimo e quindi sono contento”. Pover’uomo: passare la vita a giocarsi l’eventuale faccia fra due leggi Gasparri, un decreto Salva-Rete4, altre marchette sfuse e finire liquidato in quel modo. Però magari adesso la legge sul conflitto d’interessi la presenta lui.
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