martedì 22 aprile 2025

Dialoghi imbiancati




Già, perché?

 



Natangelo

 



Coccodrilli sing sing


DI SALVATORE CANNAVÒ
Critiche. Dal riarmo fino a Gaza: piange chi lo ha accusato
La morte cancella tutto, anche i giudizi dati in vita. Oggi papa Francesco è salutato come un faro spirituale, il presidente Sergio Mattarella dice di aver perso un punto di riferimento, Ursula von der Leyen che “ha ispirato milioni di persone”. Non sembra che lo abbia fatto con lei e nemmeno che il nostro presidente della Repubblica abbia preso a riferimento l’invito di Francesco a trovare una strada per il negoziato.
Il cambio di registro più vistoso è forse quello di Israele, che ieri con il presidente Isaac Herzog ha parlato di un “uomo di profonda fede e sconfinata compassione, ha dedicato la sua vita a sollevare i poveri e a invocare la pace in un mondo travagliato”. Solo qualche mese fa, in occasione del libro La speranza non delude mai, Francesco si era permesso di dire che “a detta di alcuni esperti, ciò che sta accadendo a Gaza ha le caratteristiche di un genocidio. Bisognerebbe indagare con attenzione per determinare se s’inquadra nella definizione tecnica formulata da giuristi e organismi internazionali”. Dichiarazione molto cauta che spinse Israele a rispondere su X al Pontefice: “Quella di Tel Aviv è autodifesa di fronte al ‘massacro genocida’ del 7 ottobre. Chiamarla con altro nome significa isolare lo Stato ebraico”. A commento dello scambio il Segretario di Stato Pietro Parolin dovette anche respingere l’accusa di antisemitismo.
Quando il rettore dell’Università delle Religioni e delle Denominazioni dell’Iran, Abolhassan Navab, riferì queste parole di Francesco – “Noi non abbiamo problemi con gli ebrei, il nostro unico problema è con Netanyahu” – Giuliano Ferrara sul Foglio scrisse: “Le linee rosse le ha passate tutte, e malamente”.
Eppure è sulla guerra in Ucraina che il Papa è stato preso di mira a tutto tondo e l’accusa, implicita, di putiniano, se la porta nella tomba. A cominciare dalle reazioni proprio dell’Ucraina che, oggi con il presidente Volodymyr Zelensky ne piange la scomparsa, ma che quando organizzò la Via Crucis con la presenza di una donna ucraina e una russa, schierò l’ambasciatore presso la Santa Sede Andrii Yurash: “L’ambasciata capisce e condivide la preoccupazione generale in Ucraina e in molte altre comunità sull’idea di mettere insieme le donne ucraine e russe nel portare la Croce”. Il consigliere di Zelensky, Podoljak, fu molto netto: “Il Papa non può mediare, non è credibile, non capisce la politica, è filo-russo”, addirittura ipotizzando “investimenti russi nella banca vaticana Ior”.
Su Repubblica del 15 aprile 2022, Francesco Merlo faceva paragoni impegnativi: “Premettendo che la storia non si ripete e che gli orrori di Hitler restano incomparabili, provi a immaginare se, durante l’occupazione nazista della Polonia, il Papa di allora (Pio XIII), con uno spirito francescano che non possedeva, avesse messo insieme in processione una donna polacca e una tedesca (e perché non due uomini o due famiglie? Davvero le donne sono più innocenti?). Chi non avrebbe pensato, al di là delle spiegazioni, e anche dei sentimenti delle persone scelte, che quella non fosse la dolente sceneggiatura liturgica di un miracolo ma di un imbroglio?”. Bruno Vespa, per riparare, organizza uno “Speciale Rai1 Via Crucis” dalla cattedrale di Leopoli.
Sempre a proposito di Zelensky, il 9 marzo 2022, intervistato dalla tv svizzera Rsi, il papa dichiara: “Il negoziato non è mai una resa. È più forte chi vede la situazione, pensa al popolo e ha il coraggio della bandiera bianca per negoziare. E oggi si può farlo con l’aiuto delle potenze internazionali… oggi ci sono tanti mediatori…”. Zelensky il giorno dopo lo attacca: “La vera Chiesa è qui in prima linea al fronte, non ci servono mediazioni virtuali da 2.500 chilometri di distanza”.
Ieri Mario Draghi ha ovviamente inviato il proprio cordoglio sottolineando che “mi è stato vicino in momenti difficili e mi ha aiutato con la Sua preghiera”. Quando il suo governo decise che occorreva arrivare al più presto alla soglia del 2% del Pil in spese militari, Francesco fu esplicito: “Io mi sono vergognato quando ho letto che un gruppo di Stati si sono impegnati a spendere il 2% del Pil nell’acquisto di armi. Sono dei pazzi!”. La notizia fu censurata dal Tg1 mentre il giorno dopo fu piazzata dal Corriere della Sera a pagina 15, e su Repubblica in un boxino a pagina 14. Il Foglio, invece, sempre molto sprezzante: “Caro Papa, la pazzia è solo quella di Putin… È non armarsi… E gli ucraini come si difendono, con i fiori?”.
Sempre nel solco del Papa in odor di putinismo, si è contraddistinto Ernesto Galli della Loggia sul Corriere. Il 10 maggio del 2020 scrive che Francesco “non è un papa politico, non è un papa religioso, è un papa ideologico”. Nel 2022 in un’intervista a Carioti su Libero è più confuso, ma negativo: “Mi pare che le dichiarazioni del papa siano state molto contraddittorie. Dapprima ha preso posizioni filorusse; poi, forse anche a causa delle critiche che gli sono state mosse da dentro la Chiesa, ha cambiato posizione, iniziando a parlare di ‘aggressione’, pur senza mai nominare la Russia. Credo che le posizioni del papa mettano soprattutto in grave difficoltà la diplomazia vaticana (…) mi sembra che soffra molto di una guida così incerta e ambigua”. Luigi Manconi, su Repubblica del 3 ottobre 2022, allude al putinismo del Papa: “Perfino la predicazione di papa Francesco viene piegata a quella finalità e il suo ripudio della guerra diventa uno strumento di propaganda”. Sul Corriere, Massimo Franco sostiene che “le scelte della diplomazia sotto il papato di Francesco si stanno confermando divisive”. Giorgia Meloni, la prima volta che incontrò il Pontefice ebbe in dono i suoi interventi sulla guerra. Non sembra averli letti.

Jorge e Paolo

 

Quel viatico indimenticabile
di PAOLO RUMIZ
Riposare? Ma quando mai. La vita va bruciata fino in fondo», rispose. E aggiunse con un sorriso ironico: «Avremo tutto il tempo di riposare… dopo». Gli avevo appena comunicato, congedandomi da lui, la preoccupazione mia e di tanti per il suo spendersi senza risparmio e gli avevo raccomandato di tirare il fiato ogni tanto.
Quella sua frase che non ammetteva dubbi, e in particolare la parola «bruciata», mi iniettarono una carica energetica che a distanza di anni sento ancora in me e che mi fa vergognare di ogni esitazione, dubbio o lentezza nel bene operare.
A potenziare l’effetto di quella scarica di adrenalina fu il calore trasmesso dalla stretta di mano, anzi di due mani, grandi come di contadino, che avevano afferrato la mia quasi per non lasciarla andare. Mi resi conto, in quegli attimi, di come Francesco comunicasse a tutto campo e considerasse il corpo — e quindi la carne — una macchina di comunicazione spirituale e non un impiccio all’elevazione di sé, come secoli di catechismi sessuofobi ci avevano inculcato.
Era un Papa fisico. Ed era davvero così: Wojtyla era stato un Papa da guardare, Ratzinger un Papa da ascoltare, Bergoglio un Papa da toccare.
Capii, dopo quell’incontro, che si sarebbe speso fino all’ultimo e soprattutto che avrebbe lavorato in ogni attimo libero per spianare le strada a un successore capace di continuare la sua battaglia. In quale direzione era chiarissimo.
In quello stesso incontro, quando — facendo sobbalzare l’uditorio — mi presentai a lui dichiarandomi provocatoriamente «mangiapreti», lui reagì augurandomi «buon appetito» e poi, di fronte allo sconcerto generale, ribadì il concetto dicendo: «Forse non lo avete capito. Qui dentro, se c’è un anticlericale, quello sono io». Cosa accadrà adesso? Un alto prelato mi ha fatto intendere a mezze parole che senza un segnale verde di Bergoglio, un film comeConclave non si sarebbe potuto girare. Solo i vertici del Vaticano potevano dare l’assenso a un accesso così intimo alle stanze cardinalizie per la realizzazione di una pellicola dove un Papa tremendamente simile a Francesco fornisce — guarda un po’, da morto — al primate incaricato le carte necessarie a incastrare i nemici. Un Papa che riesce persino a nominare in extremis un giovane cardinale completamente fuori schema, che poi salirà al soglio di San Pietro.
Rividi Francesco tre anni dopo, per un incontro plenario con i medici italiani in Africa.
Era già sulla sedia a rotelle, stanco, ma tremendamente vigile. Si fermò a salutare un po’ di personalità, e salutò anche me. Mi ricordava bene, per via del «mangiapreti», ma anche perché mio padre, come lui stesso, era nato da emigranti italiani in Argentina. Gli dissi: «Lei deve benedire tutti, ma non ha mai bisogno di essere benedetto?». Rise e disse: «Mai come adesso». «Posso farlo io?», osai replicare. Lui assentì e così, in nomine Patris et Filii et Spiritus sancti, gli diedi un viatico per me indimenticabile. Poi se ne andò, mentre un’orchestra intonava My way come un congedo.
Fu lì che pensai che non lo avrei più incontrato.
E così, quando in tv l’ho visto ricevere in Vaticano J. D. Vance e regalargli uova di Pasqua, mi è parso di scorgere nel suo sguardo una luce che faceva capire di essere già oltre e avere già preparato la valigia. Francesco era ormai in contatto con l’Altissimo e non gli importava nulla di messaggeri di omuncoli come Donald Trump che osavano millantare di essere stati scelti da Dio. Forse non li vedeva nemmeno.

Puntini sulle "i"

 

Bergoglio e pregiudizio
DI MARCO TRAVAGLIO
Papa Francesco era il capo della Chiesa cattolica, dunque nessun capo di governo era tenuto a obbedirgli. Infatti tutti i leader del mondo dal 2013, quando fu eletto, a oggi si sono ben guardati dal seguire le sue parole. E ora che è morto si esercitano in sciacalleschi e ridicoli tentativi di fingersi suoi seguaci. Anziché affannarsi a farci sapere quanto lo adoravano e quanto lui li amava, farebbero meglio a tacere: tutti. Venuto “quasi dall’altro mondo”, Jorge Mario Bergoglio era un Papa dell’altro mondo: lontano dalle vaseline da curia romana e dai pregiudizi del suprematismo euro-occidentale, ha trascorso i 12 anni di pontificato a scacciare i mercanti dal tempio. Non sappiamo se fosse un santo: non ci compete. Ma sappiamo che non era il santino in cui, a cadavere ancora caldo, i media tentano di trasformarlo: il papa buono, il papa degli ultimi, il papa umano, liberal, riformista, progressista, un nonnetto da fiaba della buona notte per tutti i gusti e le stagioni. Il miglior modo di ricordarlo com’era, e non come lorsignori volevano che fosse e vorrebbero che passasse alla storia, è tramandare le sue parole. Nette, perentorie, inequivocabili. Evangeliche, quindi divisive. Pugni nello stomaco, pietre dello scandalo.
Che c’è di più scandaloso del “porgi l’altra guancia” e dell’“amate i vostri nemici”? Lui li applicava a tutte le guerre e a tutti i riarmi, senza ipocrisie su sedicenti “buoni” e presunti “cattivi”. “La guerra in Ucraina non è la favola di Cappuccetto Rosso: Cappuccetto Rosso era buona e il lupo cattivo. Qui non ci sono buoni e cattivi metafisici, in modo astratto. Emerge qualcosa di globale, con elementi molto intrecciati. Un paio di mesi prima dell’inizio della guerra ho incontrato un capo di Stato, un uomo saggio… molto preoccupato per come si muoveva la Nato. Gli ho chiesto perché, mi ha risposto: ‘Stanno abbaiando alle porte della Russia’”. “Alcuni Stati si sono impegnati a spendere il 2% del Pil nell’acquisto di armi: sono dei pazzi!”. “Serve il coraggio della bandiera bianca: il negoziato non è mai una resa”. “Indagare se a Gaza c’è un genocidio”. “Disarmare le parole per disarmare le menti e la Terra”. Fino all’ultimo Angelus di Pasqua: “Nessuna pace è possibile senza un vero disarmo! L’esigenza di difesa non può trasformarsi in corsa generale al riarmo”. Parole che gli valsero la taccia di filo-russo, putiniano, antisemita e filo-Hamas da una congrega di farisei e imbecilli che sognano un Papa in mimetica per continuare a fingersi cristiani senza sapere cosa significhi. Lui lo sapeva. Ora si dice: “Morto un papa se ne fa un altro”. Ma è una parola. Chi crede può solo pregare e chi non crede sperare che anche nel prossimo conclave si noti una qualche traccia dello Spirito Santo.

L'Amaca

 

È stato solo un incidente?
di MICHELE SERRA
Per un non credente, che non confida nello Spirito Santo, il fatto che un uomo simile sia diventato papa può essere spiegato in due maniere. La prima è che sia stato, oltre che un fortunato intermezzo, una specie di incidente. Quasi una disattenzione, un capitolo che è sfuggito di mano ai suoi autori, qualcosa di inedito e di imprevedibile, un unicum certificato dal fatto che l’uomo in questione è stato il primo, dopo tutti quei secoli, a volersi chiamare Francesco, il rivoluzionario che con grande scandalo voltò le spalle al padre, alla ricchezza, all’agio sociale.
La seconda spiegazione, per un non credente meno comoda, meno pigra, è che non solo non sia stato un incidente, ma la Chiesa cattolica contenga in sé, oltre ai tanti vizi che questo papa non ha mai smesso di rinfacciarle, anche la facoltà di guardare al mondo — quando vuole, e se lo vuole — con un carico di speranza, e di fiducia negli uomini, che altrove sembra del tutto perduto.
Considerata la frequenza con la quale le nazioni si affidano ai prepotenti, ai vanitosi e agli avidi, ha fatto spicco la salita al governo della Chiesa di una persona così mite, così devota al rispetto di tutti gli esseri umani, così semplice nei modi, così serenamente estranea ai giochetti della politica, che spesso culminano nel gioco infame della guerra.
Chi di noi non ha mai pensato: per fortuna che c’è questo papa, con tutti i mascalzoni saliti al governo del mondo? Lo abbiamo pensato in tanti. L’elezione del prossimo papa ci aiuterà a capire se Francesco sia stato un incidente, oppure una facoltà che la Chiesa ha riscoperto, e molti altri poteri hanno perduto. Da laico, non mi disturba più di tanto sperare che sia vera la seconda ipotesi.