venerdì 25 ottobre 2024

A lezione

 

LE IDEE
Non è l’uomo la misura di tutte le cose

DI STEFANO MANCUSO

Rappresentiamo lo 0,01 per cento della vita del pianeta contro l’87 delle piante. Eppure il verde sembra destinato all’irrilevanza
Nel Quinto secolo a. C. Protagora teorizzava che l’uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono per ciò che sono, e di quelle che non sono per ciò che non sono .È di gran lunga l’asserzione più conosciuta dell’intera scuola sofistica e una delle più famose massime filosofiche della storia. L’essere umano è misura (il termine usato da Protagora, métron , “il metro”, è ancora più efficace) di tutte le cose, in quanto è sia il giudice che il criterio di giudizio di ogni scelta: l’uomo è il centro di gravità intorno a cui tutto ruota e al quale bisogna sempre riferirsi, attenendosi ai suoi limiti e criteri. Se dovessimo trovare una singola massima che descriva l’inevitabile antropocentrismo, della nostra specie, nulla potrebbe battere questa sentenza.

In ossequio a essa abbiamo realizzato tutto, dalle società alle organizzazioni, dalle città alla maggior parte degli oggetti che utilizziamo traendo ispirazione soltanto dal modo in cui noi stessi – la misura di tutte le cose – siamo congegnati, dimenticando, in questo impeto a realizzare tutto a nostra immagine e somiglianza, le soluzioni che innumerevoli altri organismi, spesso molto più efficaci, robusti e creativi hanno sperimentato per centinaia di milioni di anni. Pensiamo alle nostre organizzazioni: tutte costruite secondo un modello piramidale e gerarchico che ha un “capo” al comando di organi specializzati nell’espletamento di specifiche funzioni. Un organigramma che non riflette altro che il funzionamento del nostro corpo: una testa che coordina le attività e i vari organispecializzati, che le eseguono. L’organizzazione del mondo, dunque, non è che un analogo dell’essere umano.
Eppure, noi uomini rappresentiamo solo lo 0,01 per cento della vita del pianeta, raggiungiamo lo 0,3 insieme agli animali; le piante costituiscono, invece, l’87 per cento di tutto ciò che è vivo e il loro modello di organizzazione è quanto di più lontano dal modello animale si possa pensare, prive come sono di un qualsiasi centro di comando e con una struttura del tutto diffusa che garantisce una straordinaria robustezza.

Nulla sfugge all’idea generale e inscalfibile di una gerarchia del vivente che vede le piante dividersi l’ultimo posto della piramide con i sassi e gli altri oggetti inanimati. Un’idea antica che da Aristotele in poi ha attraversato allegramente ogni epoca, impermeabile ad ogni nuova rivelazione della scienza. Una gerarchia che si dichiara dappertutto. Dalla Genesi , che non fa menzione delle piante nell’episodio del Diluvio Universale – Due di ogni specie di uccello, di ogni specie di animale e di ogni creatura che si muove sulla terra verrà con te perché sia mantenuta in vita (Genesi 6, 18-21) – quasi che le piante non facessero parte della vita e non fossero necessarie ad una sua eventuale ripresa, ai talebani che vietano nelle loro televisioni le riprese «di ogni essere vivente», dimenticandosi che quella roba verde che copre le colline, e sulla quale non vige alcun divieto, è anch’essa vita. Così anche nella produzione artistica c’è una precisa gerarchia di valori che vede la raffigurazione umana al primo posto, seguita da animali e, quindi, da piante e nature morte. Fatta eccezione per pochissimi celebri casi – i girasoli di Van Gogh o le «incredibili mele e pere di Cézanne» – le opere d’arte più celebrate sono solo raffigurazioni di esseri umani.

Passano i secoli e che si tratti di studiare le piante, di dipingerle, di scriverne o di rappresentarle, chiunque sene occupi è destinato all’irrilevanza. Pensate ai magnifici quadri di carattere vegetale di Lucian Freud: se la sua produzione artistica si fosse limitata a questo nessuno lo avrebbe considerato. Fra banane, cardi, pomodori, ciclamini, felci, narcisi, limoni, yucche, ranuncoli e zimmerlinde, Freud ha dipinto splendidamente piante per tutta la durata della sua lunga carriera senza che mai alcuna delle sue opere di ispirazione vegetale abbia mai sollevato alcun interesse.
Anche l’urbanistica e l’architettura non sfuggono allo stesso destino di ortodossa aderenza al modello umano. Quando a Le Corbusier viene affidata la costruzione di una nuova città in India, Chandigarh, l’architetto la immagina partendo dal corpo umano: gli edifici più importanti in testa, il quartiere centrale degli affari come cuore, le aree industriali sul fianco orientale e quelle dell’istruzione sul lato opposto, come fossero le due braccia della città. La modernità, tuttavia, viaggia in direzione contraria: al modello piramidale e gerarchico preferisce la diffusione e la decentralizzazione. È Internet, costruito come una rete vegetale, non il singolo computer fabbricato sul modello animale, a spingerci verso il futuro. Wikipedia oggi è la più importante fonte di informazione del pianeta e presenta una maggiore quantità di informazioni e una migliore accuratezza di qualunque enciclopedia cartacea.
Le comunità virtuali o la crescente popolarità dei “Wiki” hanno aumentato a dismisura le possibilità di azione diretta delle persone, così oggi la stessa produzione culturale è spesso il risultato di un’azione collettiva da parte di comunità molto più vicine alle organizzazioni delle piante che alle nostre animali.
Se guardiamo al mondo vegetale, alla forza delle sue comunità, al mutuo appoggio, alla capacità di comunicazione, alla capacità di resistere, troviamo innumerevoli esempi alternativi al nostro modello. Dal punto di vista della robustezza e dell’innovazione nulla è più moderno delle piante. Forse è tempo che l’uomo comprenda che non è dav vero la misura di tutte le cose.

giovedì 24 ottobre 2024

Riflettiamo con Barbara


Guerre e migranti, il diritto è a pezzi

Mani libere - Accade nella guerra in Ucraina, a Gaza, in Cisgiordania e in Libano: ignorate le convenzioni internazionali e le risoluzioni Onu. Ora con il caso Albania anche quello europeo sta facendo la stessa fine

di Barbara Spinelli 

A forza di violarli e ignorarli, il diritto internazionale e quello europeo stanno diventando ininfluenti, inconsistenti come fossero soffioni: basta un soffio e i semi si disperdono nell’aria.

Accade nella guerra in Ucraina, e a Gaza, in Libano, in Cisgiordania. Non c’è convenzione internazionale e risoluzione Onu che sia rispettata, specie a Gaza dove secondo la Corte di giustizia dell’Onu è “plausibile” il genocidio, chiamato alternativamente sterminio o pulizia etnica.

E accade anche per quanto riguarda il diritto europeo, in questi giorni in Italia. Il diritto dell’Unione è preminente sulle leggi nazionali, e resta tale anche con il decreto sui Paesi sicuri che il governo ha varato lunedì come norma non più secondaria, ma primaria. La legge europea sancisce il diritto dei migranti a fuggire dal proprio Paese e a chiedere asilo in Europa, se la nazione di provenienza li perseguita o li minaccia, e dunque non è “sicura”. La Corte di giustizia europea ha confermato il 4 ottobre che i migranti non possono esser rispediti in Paesi che non siano sicuri in tutte le loro parti e per numerose categorie di persone.

È il motivo per cui il Tribunale di Roma, obbedendo alla vincolante legge europea, ha costretto il governo Meloni a riportare in Italia i dodici migranti trasferiti in Albania: i Paesi da cui erano fuggiti sono l’Egitto e il Bangladesh, che il governo italiano continua a ritenere sicuri e che per il diritto europeo non lo sono, né in parte né in toto. I giudici non potevano che disapplicare il trattenimento dei migranti in Albania, dove le procedure di rimpatrio sono accelerate e le tutele minime. Come ricorda giustamente Franz Baraggino sul giornale e il sito del Fatto, ogni giudice italiano è anche giudice europeo, e “un Paese di provenienza è sicuro per tutti o non lo è per nessuno”.

Non bisogna tuttavia illudersi. Al pari del diritto internazionale, anche quello europeo sta disperdendosi nell’aria, perché il Patto sulla Migrazione e l’Asilo approvato nell’aprile scorso permetterà a partire dal 2026 di respingere con procedure d’urgenza chi fugge da Paesi solo in parte sicuri. Secondo la Commissione Ue, il nuovo sistema “è orientato ai risultati ma ben ancorato ai valori europei” (in inglese la dicitura è più cruda: il management sarà “sostenibile e dignitoso”).

Una serie di Paesi Ue insiste perché il nuovo Patto sia introdotto fin dal 2025. E non pochi governi, con la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, elogiano il modello Albania sottacendo la questione Paesi sicuri. D’altronde non sono sicuri la Libia, l’Egitto, la Tunisia, il Sudan, con cui l’Unione ha stipulato costosi accordi di rimpatrio. Inoltre il primato del diritto europeo su quello nazionale è diffusamente contestato: dalla destra ed estrema destra in Francia, dall’estrema destra in Polonia.

Scrive l’avvocato Fulvio Vassallo che il nuovo Patto sulla Migrazione cancellerà gran parte del diritto d’asilo, proprio “nel momento in cui arriveranno i richiedenti asilo frutto delle guerre di cui sono complici gli Stati europei”. Allo svanire del diritto internazionale e delle sue Convenzioni (genocidio, rifugiati, tortura, protezione dei civili nelle guerre, diritto umanitario, diritti dell’infanzia, razzismo) contribuiscono anche gli Stati Uniti, come complici decisivi, che s’allarmano per il carnaio a Gaza e l’invasione del Libano ma facilitano ambedue fornendo bombe a Israele, aiutandolo in Libano e promettendo assistenza contro l’Iran.

Così vengono frantumate sia le leggi europee, sia le istituzioni e le leggi internazionali create dopo l’esperienza nazifascista.

È sotto attacco l’Onu, in prima linea. È ormai usuale trattarla come ostacolo irrilevante, e Netanyahu imita Washington che a partire dall’11 settembre 2001 ha scatenato guerre feroci contro gli “assi del male”, delegittimando e aggirando le Nazioni Unite. Il culmine lo sta toccando Netanyahu, convinto o istigato da ministri neofascisti che desiderano annettere Gaza e Cisgiordania.

L’assalto ai soldati Onu nel Sud Libano (Unifil) ha suscitato grande riprovazione, ma è solo l’ultima di una lunga serie di offensive israeliane contro l’Onu. Vari governi europei hanno definito “inaccettabile” quel che continuano ad accettare, come sempre accade quando si usa questo scabrosissimo aggettivo. “È una guerra contro il mondo”, si rammarica l’ex Presidente del Consiglio Prodi, e aggiunge una frase bizzarra: “Non avrei mai creduto che potesse avvenire”. In realtà tutto è già avvenuto. L’Onu e le sue leggi sono in fiamme da tempo e in particolare dopo l’attentato Hamas del 7 ottobre 2023.

È sotto attacco il Segretario generale Onu, che non si stanca di condannare la punizione collettiva che s’abbatte su un intero popolo (compresi bambini, donne, medici, giornalisti) per gli eccidi commessi da Hamas. A partire dal 2 ottobre, Antònio Guterres è stato dichiarato persona non grata in Israele per non aver subito deplorato la rappresaglia iraniana dopo l’assassinio di Nasrallah, leader di Hezbollah.

È sotto attacco l’Unwra, l’agenzia Onu che dal 1949 assiste i Palestinesi a Gaza e in Cisgiordania, oltre che in Giordania, Libano e Siria. Per il governo israeliano Hamas e Unwra sono la stessa cosa e nel gennaio scorso Netanyahu ha accusato dodici suoi rappresentanti di partecipazione al massacro del 7 ottobre. Il 22 aprile l’accusa è stata giudicata senza fondamento da un’analisi indipendente commissionata dall’On. A Gaza, le sedi Unwra, le sue scuole, i suoi ospedali sono stati rasi al suolo. Più di 230 suoi dipendenti sono stati ammazzati. Parecchi Stati occidentali, tra cui l’Italia, hanno sospeso i finanziamenti, sia pure temporaneamente, dopo la denuncia di Netanyahu.

Non per ultima è sotto attacco la Corte internazionale di giustizia, organo giudiziario dell’Onu. La Corte ha statuito nel gennaio 2024 che il rischio di genocidio a Gaza è plausibile, e ha ordinato a Israele di adottare entro un mese le misure per prevenirlo. La sentenza è denigrata dal governo israeliano.

Nonostante le tante violazioni, l’Occidente si proclama custode del diritto internazionale, specie in Ucraina. Ma anch’esso aggira l’Onu, propugnando un suo ordine basato sulle regole: quelle della Nato e di Washington. La tesi prevalente nei governi e nei media tradizionali è che accettare la sconfitta di Kiev vuol dire avallare le trasgressioni del diritto internazionale e la modifica bellicosa dei confini: cosa che l’Occidente ha già abbondantemente fatto, smantellando militarmente la Jugoslavia e rovesciando i regimi malvisti con soldi e armi. La Russia è malvista, ma è una potenza nucleare, dunque Washington per ora è prudente. Non ci sarà da stupirsi se l’Iran, osservando come vanno le cose, si doterà anch’essa del deterrente atomico, che Israele possiede da mezzo secolo.

In mezzo alle rovine del diritto internazionale ed europeo, non restano in piedi che l’equilibrio del terrore, e il falso progressismo di chi vuole accogliere i migranti solo perché “ci servono economicamente”.

Che coraggio!


Leggere le dichiarazioni della dott.ssa Marina Berlusconi provoca, in noi che abbiamo sopportato di tutto durante l’Era del Puttanesimo, alterazioni psichiche e foruncolosi alla zona scrotale. Basterebbe rileggersi le scorribande giudiziarie e legislative di suo padre, tra l’altro incensato indecorosamente con l’ intitolazione di Malpensa e del francobollo commemorativo, per ammantarsi di stupore, rabbia e costernazione. Compratore sfrenato di anime indegne, sfregiatore dei diritti costituzionali, millantatore, grazie ai suoi squallidi adepti oltraggiò il potere giudiziario mediante leggi confezionate per allontanarsi la giusta cella, in virtù di un rimbambimento generale, insufflato dalle sue tv sulle povere cervici che da lì a breve avrebbero osannato pure un suo caro nipotino durante la successiva Era del Ballismo. Corroborato da una pletora di pennivendoli sbavanti, continuò ad imperversare per decenni, oltraggiando pure la figura della donna mediante bordelli trasformati in cene eleganti e magnificati dall’allora gerarchia ecclesiale e delle consequenziali sequoie conficcate negli loro nobili occhi.  
Invece di tacere, ringraziando il cielo, la Figliola blatera attorno ai giudici, per confermare la pochezza infausta di questo paese oramai allo sbando più totale.

Parla!

 


Ma daiii!

 



Cinegiornale

 

Dalla Giorgia piastrata alle morbide “waves”: il Cinegiornale Luce dei 2 anni al governo
DI DANIELA RANIERI
La musica parte malinconica; forse perché il video inizia con le immagini di quando Giorgia esibiva ancora il taglio scalato e lisciato con la piastra alla Calimero, e il parrucchiere Antonio Pruno veniva intervistato da tutti i media per ragguagli politico-tricologici (recentemente ha aggiornato la nazione: “Siamo passati dai capelli lisci a delle più morbide waves”, infatti, ci pareva). “Sono quello che gli inglesi definirebbero un underdog, lo sfavorito”, la si vede dire nel famoso discorso alla Camera, “che per riuscire deve stravolgere tutti i pronostici. È quello che intendo fare: stravolgere tutti i pronostici”. La musica cambia ex abrupto, si fa trionfale, epica, marziale; il montatore dell’agenzia a cui si è rivolta la Presidenza del Consiglio, dopo un’endovena di caffeina, sta chiaramente citando Massimo Decimo Meridio: numeri strabilianti, peraltro già confutati da tutti i fact checking, coronano immagini di Giorgia che stringe mani di potenti, suona campanelle, depone corone di fiori, marcia su Roma con la von der Leyen (manca Zelensky che chiede soldi e armi per la gloriosa controffensiva: strano). Giorgia ha reso l’Italia il Paese di Bengodi: “+800 mila occupati rispetto al 2022”, pure gente con contratti di poche ore, “disoccupazione mai così bassa dal 2007”, specie nella cerchia stretta della famiglia Meloni, “sbarchi -61% rispetto allo stesso periodo del 2023”, quando però c’era già la Meloni al governo ed erano schizzati, vabbè. Giorgia promette e poi mantiene, è il senso di questo Cinegiornale Luce a 2 anni dall’insediamento, a (auto)riprova che i voti presi non sono buttati, anzi: come emerge vieppiù, il consenso elide la Costituzione (ricordiamo che FdI ha preso il 26% dei voti del 50% degli elettori: dettagli). Riecco la Giorgia piastrata: “Non indietreggeremo!” (se avanzo seguitemi, se indietreggio uccidetemi), e del resto “Stiamo facendo la Storia”, ha detto durante l’affaire Sangiuliano, come no: con La Russa, Santanchè, Salvini, Lollobrigida, che opportunamente non compaiono mai nel video, manco di striscio, a riprova che lo Stato è lei, il governo è lei, tutto è in mano alla Gladiatrice.
Per eccesso di imbarazzo, il video à la Ceausescu lo posta Crosetto, incidentalmente ministro nel governo Giorgia-Arianna Meloni. Sempre meglio delle conferenze stampa, dove Giorgia s’impappina e i suoi comunicatori fanno casini. Finale con le morbide waves fatte col ferro, menomale.

Chi è senza peccato...

 

Scappati di casa
di Marco Travaglio
C’erano una volta gli “scappati di casa”: i famigerati “grillini” che, siccome nessuno aveva il loro numero di telefono per raccomandarsi né riusciva a ricattarli perché non rubavano, furono classificati in blocco come dilettanti allo sbaraglio, incapaci di intendere e volere, forieri di disastri che avrebbero rovinato l’Italia. Appena arrivati, scontavano anche loro una buona dose di dilettantismo, improvvisazione, inclinazione alla gaffe. Ma all’appuntamento col governo si rivelarono l’opposto di com’erano dipinti. Merito di Luigi Di Maio, che ora s’è perso nel Golfo (Persico, non di Napoli), ma nel 2018 reclutò un gruppo di esperti da università, centri di ricerca, istituzioni e professioni, disponibili ad assumere ruoli di governo. Li presentò in una convention a Roma una settimana prima delle elezioni. C’era Conte che poi, per gli equilibri M5S-Lega, diventò premier al posto suo. C’erano il generale Costa, i professori Tridico, Fioramonti, Coltorti, Bonisoli, Trenta, Del Re. Alcuni ministri e sottosegretari vennero da lì, altri dal Movimento. “È finita l’èra del vaffa”, annunciò Grillo. E quella kermesse mostrò agli italiani che gli “scappati di casa” erano pronti a governare. Lo fecero, chi bene e chi così così, ma nessuno combinò i disastri dei famosi “professionisti della politica” berlusconiani, renziani, salviniani e ora meloniani fra un Lollo, un Nordio, un Genny e un Giuli. Nemmeno il “bibitaro” Di Maio, che mai aveva venduto bibite e si rivelò un ottimo ministro del Lavoro e dello Sviluppo (degli Esteri molto meno, ma non per incompetenza: per turbo-atlantismo acritico). Nemmeno il vituperato Toninelli che – gaffe a parte – ai Trasporti sfidò il Partito Unico del Cemento e sottopose ad analisi costi-benefici le grandi opere, per finire quelle utili e tentare di archiviare quelle inutili e dannose, dal Tav Torino-Lione al Ponte sullo Stretto. Nemmeno la lapidata Raggi che oggi, visti i risultati di quelli “bravi” tornati in Campidoglio, è sempre più rimpianta.
Ieri Renzi ha twittato: “La classe dirigente di Giorgia Meloni è tecnicamente impresentabile”. Difficile dargli torto, ma è il pulpito che fa ridere. Giusto dieci anni fa il Rignanese irrompeva a Palazzo Chigi portandosi dietro una corte dei miracoli e dei miracolati in cui svettava la vigilessa Antonella Manzione, già capo dei vigili a Pietrasanta e poi a Firenze, promossa nientemeno che a capo dell’Ufficio legislativo, mentre il fratello Domenico faceva il sottosegretario. E poi sistemata nel 2016 al Consiglio di Stato, anche se non aveva l’età prevista dalla legge. Nel 2019 le due ministre renziane Bellanova e Bonetti la arruolarono l’una come consulente e l’altra come consigliere giuridico. Chi è senza impresentabili scagli la prima pietra.