sabato 19 ottobre 2024

Grande Elio!




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Mestizia

 



Ellekappa

 



Natangelo

 



Il Vuoto

 

Il Grande Vuoto
di Marco Travaglio
È vuoto il bilancio del governo Meloni alla vigilia del suo secondo compleanno: nulla di significativo che la gente possa ricordare per averle migliorato la vita.
Sono vuote le casse dello Stato tra un condono (anzi, venti) e una retromarcia sulla tassa agli extraprofitti, mentre l’economia sommersa più quella illegale crescono più del Pil e superano i 200 miliardi (nel 2022, figurarsi oggi).
È vuota la manovra finanziaria più miserevole e truffalda del nuovo millennio, che non mette nuove tasse perché aumenta quelle vecchie e riporta la spesa sanitaria ai livelli miserevoli del 2007.
È vuota la piazza palermitana di Salvini e dei suoi camerieri (fra cui alcuni cosiddetti ministri) per delibare la psico-arringa della Bongiorno e protestare contro i “giudici comunisti” nella beata indifferenza della città, ma pure del resto del mondo.
È vuoto il mitologico Centro italiano di trattenimento per migranti in Albania, mezzo ancora da fare, che dovrebbe contenerne 800, ma finora ne ha visti 16, traghettati a costi esorbitanti su una nave italiana prima di scoprire che due non possono stare lì perché minorenni, due non possono stare lì perché vulnerabili e gli altri 12 non possono stare lì perché provenienti da Paesi non sicuri (Egitto e Bangladesh), quindi tornano tutti in Italia, sempre a spese nostre. E magari qualche medico, qualche infermiere e qualche malato si domanderà perché questi geni abbiano buttato 800 milioni per la tragicomica campagna d’Albania: la stessa cifra dell’aumento del Fondo sanitario per il 2025, che avrebbe potuto essere il doppio.
È vuoto lo share del programma su Rai2 dell’ex Iena Nino Monteleone, il noto sfollagente che doveva sbaragliare la fantomatica egemonia culturale della sinistra per la modica cifra di 350mila e rotti euro l’anno solo per lui: s’intitola L’altra Italia perché si rivolge a quella dove il segnale non prende o, se prende, si guarda altro. Infatti la prima puntata l’ha vista l’1,8% dei telespettatori (gli amici e i famigliari), la seconda l’1,5% (hanno smesso anche gli amici), la terza lo 0,99 con picchi dello 0,70 (hanno smesso pure i famigliari). Risultati ben al di sotto del monoscopio e anche della media-zapping – che garantisce comunque ai primi sei canali del telecomando un comodo 2% – spiegabili soltanto con la distruzione generalizzata del secondo pulsante per evitare brutti incontri.
Sono vuote le bocche e le zucche dei ministri e dei sottosegretari, che passano il tempo fra cazzate (quando si capisce ciò che dicono) e supercazzole (quando, per fortuna, non si capisce).
È tutto un grande buco col vuoto intorno. Aspetta soltanto che qualcuno lo riempia.

L'Amaca

 

La vecchia solfa dei giudici rossi
DI MICHELE SERRA
Riparte la solfa dei “giudici comunisti” che mettono il bastone tra le ruote dei valorosi governanti di destra. Spiace che il suo ultimo interprete, il Salvini, a dispetto del vantato staff mediatico, si presenti sulla scena con un’inquadratura che lo fa sembrare un pallone da rugby. Il Berlusca, almeno, aveva cura della messa in onda.
È una solfa, questa dei giudici comunisti, che ormai ha trent’anni (il brevetto, si sa, è di Berlusconi) e se ha retto per così tanto tempo significa che i suoi interpreti ci credono davvero. Quello che non capiscono – oppure, se lo capiscono, non hanno il coraggio di dirlo – è che sono le leggi di questa Repubblica a stabilire alcuni vincoli sociali, e alcuni limiti di potere, che sono oggettivamente di ostacolo all’idea del demiurgo che risolve i problemi per sua sola volontà. E dunque, a impicciare, non sono i giudici, sono le leggi, a partire dalla Costituzione sulla quale hanno sbadatamente giurato personaggi che sicuramente non l’hanno letta, e se l’hanno letta non l’hanno capita.
Certo non dev’essere facile prendere atto che l’attuale assetto istituzionale osta alla realizzazione di un regime populista che, tra il Capo e il Popolo, non prevede frapposizioni. Il premierato, insomma. Non dev’essere nemmeno facile dire a chiare lettere che l’attuale assetto della Repubblica non garba alla destra al governo; che vorrebbe sovvertirlo; che le stesse ambizioni in campo culturale (“adesso cambia tutto”) sono mature anche in campo istituzionale: fine della Repubblica antifascista, nascita della Repubblica Populista.
Forse sono ipocriti. O hanno paura di dirla tutta. Al Quirinale, per adesso, c’è chi sulla Costituzione non transige. Ed è anche colui che presiede la magistratura.