lunedì 26 agosto 2024

Aya

 

Aya non deve morire a Gaza: Tajani la faccia venire in Italia
LA GIOVANE IN TRAPPOLA NELLA STRISCIA - La Farnesina batta un colpo. Come università per stranieri di Siena l’abbiamo invitata come “visiting scholar”: ma la chiusura di Rafah lo impedisce
DI TOMASO MONTANARI
I lettori del Fatto quotidiano conoscono Aya Ashour. Ne conoscono la scrittura e il coraggio, la capacità di raccontare e la voglia di vivere, nonostante tutto: e il tutto è che da ottobre è imprigionata a Gaza con la sua famiglia, e che ogni giorno rischia la vita. Proprio venerdì scorso, ha raccontato di essersi trovata in mezzo a un fuoco incrociato di droni e carri armati, tra corpi che cadevano e proiettili ovunque: è viva per miracolo. Aya ha 23 anni, e si è laureata in diritto internazionale (titolo della tesi: “Il ruolo delle donne nella sicurezza e nella pace, secondo la Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza: la Palestina come caso di studio”) pochi giorni prima che Israele iniziasse la sua guerra di sterminio. Da quando ne aveva 17, si è impegnata a difendere i diritti umani, soprattutto quelli dei bambini e delle donne, anche come educatrice in materia di diritto internazionale umanitario, violenza di genere e diritti dei bambini e delle bambine.
Ciò che finora non era noto, è che l’Università per Stranieri di Siena (della quale chi scrive è rettore) ha invitato ufficialmente, diversi mesi fa, Aya Ashour come visiting scholar, perché possa continuare a studiare con noi, a Siena, ciò che le sta a cuore: che oggi è soprattutto il trauma profondissimo del suo popolo. Aya potrebbe studiare in pace, qua in Italia: noi, i nostri studenti e le nostre studentesse, potremmo imparare da lei, ascoltando ciò che ha visto, sentito, studiato in Palestina. È per questo che esistono le università: per costruire contatti, conoscenza, esperienza comune al di là di guerre, nazioni, fili spinati. Abbiamo inviato ad Aya il denaro necessario per il viaggio, e abbiamo chiesto alle autorità consolari italiane in Israele di prepararle il visto: ma la risposta è stata che chi si trova imprigionato a Gaza deve uscire da solo, e solo dopo (a questo punto al Cairo) può chiedere il visto. Ora – dopo mesi di attesa, in una situazione che, per quanto orribile da subito, peggiora continuamente, e visto che si infittiscono le occasioni nelle quali Aya può morire – chiedo pubblicamente al Ministero degli Affari Esteri Italiani di intervenire: se le università italiane, nella loro autonomia protetta dalla Costituzione, invitano ufficialmente qualcuno, dovrebbe esserci un impegno istituzionale perché questi inviti possano concretizzarsi. Ci sono altri casi identici, in questo momento: e il fatto che non parliamo di cittadini italiani, ma di ospiti delle nostre università, non dovrebbe fare la differenza. Anche perché la differenza può essere tra la vita e la morte.
Leggendo i messaggi di Aya su whatsapp, leggendone i post su Instagram e gli articoli sul Fatto è impossibile non riflettere su una atroce banalità: siamo vicinissimi. Geograficamente, ma ancor più esistenzialmente. Studi, lingua veicolare, social media, musica, immaginario sono gli stessi. Ma Aya rischia di essere uccisa, ogni giorno. Ed è prigioniera in una specie di campo di concentramento, dal quale non può uscire. E non per qualcosa che abbia fatto: ma per quello che è. Perché è nata palestinese: per il suo sangue, per la sua identità. Per la sua razza, qualcuno avrebbe detto e ancora oggi direbbe. Ora, io diffido dei paragoni tra realtà storiche imparagonabili, e ancor più della strumentalità con la quale la Shoah viene invocata da molte parti, quasi sempre a sproposito e in modo pressoché sacrilego. Ma per quanto mi sforzi, non riesco a trovare molti altri paragoni nella storia moderna, almeno su questi punti: la persecuzione di un popolo in quanto tale, una incombente volontà di annullamento etnico, la reclusione in una trappola mortale dalla quale non si può fuggire. Oggi l’Occidente appare impotente, paralizzato sia dalla difesa di quel che crede essere il suo interesse, sia dalla volontà di stare dalla parte di Israele e dunque (con un’equazione fallace) degli ebrei.
Per questo, il secondo appello di queste mie righe, è ai vertici ufficiali dell’ebraismo italiano: anche se questo paragone vi indigna, non potete non vedere che la vita di una ragazza di 23 anni completamente innocente è minacciata solo per la sua identità. E questo vale per quasi tutti gli oltre due milioni di palestinesi imprigionati a Gaza: come è possibile che uno Stato che si dice ‘ebraico’ possa oggi fare questo? L’ebraismo della diaspora è stato uno dei lieviti più preziosi della cultura occidentale: la sua infinita intelligenza, la sua cultura e il suo senso critico hanno fatto da contraltare a fanatismi cristiani, nazionalismi sanguinari, ottusità identitarie. Oggi che è lo Stato di Israele ad essersi ammalto di questi mali terribili, la cura deve venire dal mondo ebraico. Una volta Carlo Ginzburg disse che per sua madre Natalia “essere ebrea voleva dire solidarietà con le vittime, solidarietà con l’ingiustizia, solidarietà non con i vincitori ma con le vittime”. Pensare, anche solo per un attimo, di essere al posto di Aya: forse è questa la chiave.

domenica 25 agosto 2024

Vincitori




Ricordi




Natangelo




Cartabia…




Sallusti

 

Sallusti subisce ancora
di Marco Travaglio
Chissà cosa porta Sallusti a esporsi volontariamente, anzi voluttuosamente, a tante figure barbine. Perché c’è un limite a tutto, anche per chi un bel giorno decise di passare dal giornalismo al maggiordomato, prima con B., che almeno era un padrone solo, poi con gli Angelucci, che sono metà di mille e saltabeccano da FI alla Lega a FdI. E, come disse Corrado Guzzanti nei panni di Emilio Fede, “provate voi a leccare culi in movimento”. Quando me lo ritrovavo nei talk e si parlava di Ucraina, pensavo: si guarderà bene dal darmi del putiniano, visto che io ho sempre scritto peste e corna di Putin e lui sempre rose e fiori, a maggior gloria di B. Invece mi dava proprio del putiniano e io gli tiravo fuori tutti i suoi soffietti allo Zar. Se si parlava di Superbonus, mi dicevo: non oserà mai dire che è una porcata, visto che le destre volevano financo allargarlo e lui lo lodava come l’unica cosa buona di Conte. Invece lo diceva e io gli tiravo fuori tutti i suoi soufflon al 110%. Quando ho detto che la Meloni mi è umanamente simpatica, anche se politicamente non ne condivido pressoché nulla, riflettevo: non sarà così fesso da farle una scenata di gelosia, sennò sai gli sfottò al suo cuore infranto. Invece puntualmente le ha fatto una scenata sotto forma di editoriale e Dagospia l’ha ritratto in un remake di Dramma della gelosia. (tutti i particolari in cronaca).
Non contento, mi ha attribuito “il record nazionale di querele perse”. A parte il fatto che sono il direttore col minor numero di querele perse (una in 40 anni di carriera: una multa di mille euro a Previti per un taglio redazionale a un mio pezzo sull’Espresso), ci vorrebbe uno psichiatra per spiegare come possa averlo scritto proprio lui, vero detentore di quel primato, unico direttore arrestato e poi graziato dal Quirinale nel 2012 per aver cumulato una dozzina di condanne (la Cassazione gli attribuì una “spiccata capacità a delinquere”), oggi salite a 17. Tornato a piede libero (almeno il piede), Sallusti mi querelò per averlo ritratto come il cagnolino da riporto di B.: aveva appena dato dell’“idiota terrorista” al leghista Borghi per le sue posizioni antieuro, le stesse che sosteneva come editorialista del Giornale quando piacevano a B., il quale però aveva cambiato idea, e Sallusti dietro. Il fato infausto ha voluto che, mentre straparlava delle mie querele, perdesse la sua e fosse condannato a pagarmi 14.103 euro: “fedele cagnolino di B.” è una critica perfettamente lecita alla sua “scarsa indipendenza di pensiero”. Ormai il maggiordomato non basta più a spiegare la sua gaudente vocazione al martirio. Dev’esserci qualcos’altro: che so, una sindrome sadomaso tipo la sottomissione dello slave che adora la frusta e cerca sempre una mistress che lo sculacci.

Intervista

 

Conte
“Grillo la smetta di condizionare i 5 Stelle Renzi? Ci fa perdere voti”
DI STEFANO CAPPELLINI
Presidente Conte,ilM5S è scossodallo scontro tra lei e Grillo. C’è un rischio scissione?
«Non vedo questo rischio, abbiamo avviato un processo costituente inarrestabile per dare possibilità a tutti di esprimersi su temi e obiettivi strategici del Movimento. In soli quattro giorni sono già pervenuti 8 mila contributi, di iscritti e non iscritti, con varie proposte politiche o di modifica delle regole organizzative».
Gli ex M5S vicini a Grillo la accusano di aver trasformato il M5S in un partito personale.
«Si tratta di una sonora sciocchezza.
Non ricordo che in passato sia mai stata fatta una costituente dal basso con piena libertà di defenestrare anche il leader o approvare indirizzi da lui non condivisi».
Forse di personale c’è soprattutto lo scontro Conte-Grillo.
«Io stesso sono rimasto sorpreso della reazione di Grillo considerando che ha sempre predicato il principio fondativo della democrazia dal basso. Ora che questo si realizza, secondo regole chiare e condivise, mi colpisce la sua volontà di porre paletti o predeterminare alcuni risultati».
E se il problema fosse la scelta di alleare il M5S con il Pd?
«Non credo, Grillo stesso è stato promotore del sostegno al governo Draghi».
Ma quello era un governo di emergenza nazionale che arrivava fino alla Lega. È cosa diversa che collocarsi stabilmente nel centrosinistra.
«Non penso Grillo voglia rinnegare la vocazione primigenia del Movimento, fondata su ecologia e giustizia sociale. E poi andare a destra che significa? Sottoscrivere questo obbrobrio di premierato e rompere la coesione sociale con l’autonomia differenziata?».
Esiste il rischio che Grillo si riprenda il simbolo?
«Grillo ha assunto precisi impegni contrattuali che lo obbligano a non sollevare mai questioni sull’utilizzo del simbolo da parte del Movimento, che peraltro è già stato modificato più volte ed è registrato a nome dell’associazione del Movimento 5 Stelle e non di singole persone».
Si batterà per togliere il limite dei due mandati elettivi che Grillo considera un totem?
«Sul doppio mandato è in atto da tempo una discussione che ha già comportato, prima che io arrivassi alla guida del M5S, una modifica della regola. Non voglio in alcun modo condizionarne l’esito, mi limito a registrare che soprattutto in alcune tornate amministrative la regola rischia di svantaggiarci».
Il Movimento 5 Stelle è dunque definitivamente nel campo largo?
«Campo largo è una formula giornalistica che non significa nulla.
A me interessa costruire un’alternativa seria a Meloni che ha deluso molti dei suoi stessi elettori. Sivanta di essere invisa ai poteri forti e invece si è raccomandata a loro».
Quali poteri forti?
«Si è inchinata a Washington, si è accovacciata a Bruxelles e sul piano interno l’unica volta che ha provato ad alzare il dito contro le banche, con la tassa sugli extraprofitti, è subito tornata indietro con tanto di scuse».
Marco Travaglio, giornalista vicino al Movimento, ha appena detto alCorriere della sera che lei e Meloni siete gli unici leader impermeabili ai poteri forti.
«Rispetto il giudizio di Travaglio ma noto che Meloni, ammesso che fosse invisa ai poteri forti, ha fatto di tutto per diventare la loro beniamina».
È un difetto essere europeisti e alleati degli Usa?
«Per noi una politica progressista è quella che si batte per la pace, che impone una svolta negoziale sul conflitto russo-ucraino, che è intransigente con Netanyahu in Medio Oriente. Chi ha dignità non può essere complice dello sterminio di donne e bambini a Gaza e delle azioni criminali dei coloni in Cisgiordania».
Dice che Meloni si è inchinata a Washington. Ma lei cosa spera che accada negli Usa, una presidenza Harris o un bis di Trump?
«Giudicheremo la prossima presidenza sui fatti. Alla convention democratica sono emersi temi interessanti e in linea con una forza progressista, come il progetto di eliminare i debiti legati a spese mediche, la volontà di mettere un tetto ai prezzi dei generi alimentari e la previsione di sussidi per l’acquisto della prima casa».
Di nuovo: Harris o Trump?
«Noi, come forza alternativa a Meloni per il governo del Paese, dovremo dialogare con qualunque presidente sarà eletto dai cittadini americani».
Molti considerano la vittoria di Trump una minaccia per la democrazia.
«Non condivido, la libera scelta dei cittadini non è mai una minaccia per la democrazia. Anche in Italia è un argomento che non ho mai usato contro Meloni».
Meloni non ha etero diretto un tentato golpe per ribaltare l’esito di una elezione.
«Sui fatti di Capitol Hill ho sempre speso parole chiare di condanna».
Alla convention di Chicago Bernie Sanders, leader dell’ala sinistra del partito, ha detto che i dem devono seguire l’esempio delle coalizioni in Europa, capaci di tenere insieme forze e culture diverse.
«Non c’è dubbio che i progetti di coalizione si costruiscono sulla diversità delle forze, ma bisognerà essere chiari su alcuni indirizzi di politica estera e politica interna. Se mi cita Sanders, mi viene da richiamare le parole di fermissima e cristallina condanna che lui, ebreo, ha pronunciato contro il governo di Israele».
Harris ha condannato le azioni contro i civili palestinesi ma, anche per non creare fratture nell’elettorato, ha scelto di non far intervenire speaker palestinesi dal palco della convention.
«Non ci possono essere differenze di sensibilità o di opinione di fronte a quello che sta succedendo a Gaza.
Siamo di fronte a una operazione di sistematico annientamento della popolazione palestinese civile di Gaza ed è una grave responsabilità la copertura politica e militare sin qui fornita dagli Usa».
Sistematico annientamento significa genocidio, è sicuro che sia un termine corretto?
«Questa valutazione spetta alla Corte internazionale di giustizia che peraltro ha già condannato la politica di Israele».
Torniamo alle coalizioni: se si fanno tra diversi, perché non anche Matteo Renzi?
«Qui il problema è un altro. Per aggregare un due-tre per cento di voti, si farebbero scappare tutti gli elettori del M5S e anche una buona parte di quelli del Pd. In tanti mi fermano per strada e mi implorano di non imbarcare Renzi. Temono la sua capacità demolitoria, si è sempre distinto per farli cadere, i governi, anziché per farli durare. Senza contare le volte che in Parlamento ha votato con la destra».
Resta un tema centrale anche alla convention dem: intercettare il consenso del ceto medio.
«Noi stiamo affrontando uno scenario complicato dal punto di vista economico, si preannuncia una manovra economica di tagli e nuove tasse, anche in virtù di quel patto di stabilità, frutto dell’accordo franco-tedesco, che il governo Meloni ha approvato senza fiatare. Abbiamo fasce fragili abbandonate a sé stesse, tanti hanno rinunciato a fare le vacanze, e l’intero ceto medio appare impoverito, dovrà essere un interlocutore privilegiato».
Il primo tema su cui rilanciare l’azione delle opposizioni unite?
«Lo Ius scholae ».
Il centrodestra ha risolto da anni così la questione del candidato a Palazzo Chigi: il leader del partito che prende più voti va a Palazzo Chigi. Farete così anche voi?
«Questo è un criterio, ce ne sono altri possibili».
Le primarie?
«Non escludo nulla, ma è prematuro parlarne».