sabato 24 agosto 2024

Subitaneamente



Mandaci l’Iban che integriamo noi! Ci mancherebbe per un gran bel personaggio quale sei tu…

Lo dissi ieri!




Natangelo




Elena per loro

 

In America l’ipocrisia dem è peggio del folle Trump
DI ELENA BASILE
Ho ascoltato i discorsi dei leader del Partito democratico americano. Ho visto una folla di cittadini statunitensi di età diverse, uomini e donne, bianchi e di colore, urlare entusiasti e commuoversi. E ho palpato il nuovo fascismo che domina l’Occidente. Ai discorsi degli autocrati del Ventesimo secolo c’era la stessa gente che piangeva e mitizzava i demagoghi. Le arringhe basate su luoghi comuni e cliché da libro Cuore, prive di cultura ma in grado di manipolare le emozioni primarie di cittadini ordinari e inconsapevoli erano tipiche delle dittature del passato. Esse caratterizzano i democratici, a mio avviso molto più pericolosi dei repubblicani.
L’elettorato dell’Old great party si è estremizzato, ha subìto un’involuzione culturale e vota per un personaggio controverso, un pagliaccio malefico, coi capelli tinti, i soldi e la trivialità di un parvenu, che non si maschera, recita la sua ideologia semplificata, anti-migranti, anti-musulmani, filo-israeliana. Il Partito democratico ha captato il voto della media borghesia colta, dei cittadini che hanno valori condivisibili, di pace e giustizia, difendono i diritti individuali e il mito del self made man coniugato con politiche sociali permesse dal mercato. I leader democratici sono laureati nelle migliori università statunitensi, sono intellettuali come Obama, costituiscono dinastie il cui potere è radicato da decenni nella società Usa e sono molto più utili alle oligarchie delle armi e della finanza per fabbricare il consenso e mantenere lo status quo. La retorica che dà spazio alle donne permette a Kamala Harris e a Michelle Obama di rubare la scena ai mariti. Ma nulla cambia. Come non pensare a Gaber e alla sua imitazione della invincibile superficialità e idiozia degli amerikani? Le mamme tirate in ballo e i loro buoni consigli: “Don’t complain, do something!” ed ecco che le figlie, brave ragazze, hanno potuto, grazie ai santi valori dell’America che si rimbocca le maniche, arrampicarsi sulla scala sociale e divenire l’una candidata alla presidenza, l’altra moglie dell’ex presidente e possibile candidata alle elezioni future.
Raccontano queste banalità nel Ventunesimo secolo, nella società dell’1%, nel Paese che spende molto più di quanto produca, in declino economico rispetto ai rivali strategici e agli emergenti, privo di infrastrutture, di scuole decenti, di una sanità accessibile ai non tutelati. I democratici sono stati al potere per un tempo infinito, le dinastie dei Clinton e degli Obama prendono le decisioni essenziali in un partito corrotto di cui persino la serie House of cards ha raccontato, in una finzione ben ispirata dalla realtà, gli intrighi.
I pochi accenni alla politica estera, ambigui e propagandistici, ci parlano di una Harris che fa di tutto per pervenire al cessate il fuoco a Gaza. Lo slogan è gridato da Alexandria Ocasio-Cortez, la liberal che dovrebbe incarnare la sinistra del partito. La Harris, vicepresidente di Biden, ha di fatto condiviso la politica del veto alle risoluzioni Onu per il cessate il fuoco a Gaza. Come tutti sanno, gli Stati Uniti offrono un sostegno incondizionato alle politiche di Israele, di sterminio dei palestinesi a Gaza e a favore della colonizzazione in virtù di forme di apartheid in Cisgiordania. I leader democratici, esattamente come i leader repubblicani ma con maggiore ipocrisia, sono complici dell’assassinio di innocenti, donne e bambini, della distruzione di ospedali, scuole, moschee e chiese, dell’uccisione di operatori umanitari, giornalisti e funzionari delle Nazioni Unite, del blocco di aiuti umanitari, del martirio di due milioni di persone senza assistenza, minacciati dalle epidemie come la polio, senza acqua né cibo, privi dell’agenzia Unrwa a cui tanti Stati occidentali come il nostro hanno bloccato i fondi. Questi dirigenti democratici hanno le mani sporche di sangue.
“There is something in the air” grida Michelle alla folla in delirio. Ha la sfrontatezza di parlare di speranza mentre i democratici al potere sono i responsabili di due conflitti, in Ucraina come in Palestina, ignara della politica neoconservatrice, delle guerre in Siria e in Libia, del ritiro clamoroso dall’Afghanistan di cui essi sono i maggiori artefici, ignara delle vittime. “Do something” le insegnava la mamma, già: “fai qualcosa”, gridiamolo all’adolescente palestinese che ha perso i genitori e i fratelli nella pulizia etnica portata avanti da Netanyahu, oppure alla madre ucraina che piange il figlio diciottenne sacrificato in una guerra suicida, combattuta per difendere gli interessi Usa. Questo è l’impero, intento ad autocelebrarsi, insensibile al male e alla distruzione che diffonde nel mondo. Obama, Nobel per la Pace e quante vittime sulla coscienza? Lo chiederei a Veltroni, che ha portato in Italia l’esempio dei democratici statunitensi.

Gran bel posto!

 

L’estate di Ginostra senza strade né lussi un asino per amico e il respiro del vulcano
di ANDREA IANNUZZI
Il benvenuto di Ginostra ai suoi ospiti è un promemoria, scandito a ogni tornante del sentiero che dal molo si inerpica sulla scogliera: la prossima volta ricordati di portare un bagaglio più leggero. L’alternativa è il servizio offerto da Aghit, il conduttore cingalese dell’asino che rappresenta l’unico mezzo di trasporto del borgo, lungo una manciata di metri di viottoli, scalini e dislivelli. In realtà gli asini sarebbero due, così come i conduttori, ma il socio di Aghit è in congedo di paternità e così tocca a lui sobbarcarsi il lavoro dell’intera estate.
Ai ritmi di Ginostra ci si abitua in fretta o non ci si abitua affatto: è uno di quei posti senza mezze misure, anche se non così inospitale come fino a pochi decenni fa, quando non c’era la corrente nelle case e per l’acqua bisognava attingere ai pozzi — alcuni ancora lo fanno, un po’ per vezzo un po’ perché anche il rumore dei motorini delle pompe suona fuori contesto. Questo mucchietto di case costruite con roccia vulcanica, sul versante occidentale di Stromboli, è una specie di isola nell’isola, raggiungibile solo via mare specie ora che, altra concessione alla modernità, è stato ampliato il molo per consentire l’attracco delle navi. Non ci sono ormeggi, non importa quanto sia lussuoso lo yacht, deve stare in rada: l’anno scorso è toccato aKoru , il tre alberi di 127 metri di Jeff Bezos. Con il vulcano a fare da barriera alle spalle e il resto dell’arcipelago da abbracciare in uno sguardo di fronte, può capitare di restare bloccati per giorni, in attesa che le onde e il maestrale smettano di spazzare la massicciata frangiflutti. In quei casi, se il mondo là fuori ti richiama ai tuoi doveri, l’unica possibilità è provare a raggiungere il porto di Stromboli grazie al servizio taxi del mitico Paolo, la cui abilità a sfidare la risacca per infilarsi nel porticciolo considerato il più piccolo del mondo travalica i confini dell’isola.
Ma di solito, chi di Ginostra si innamora, fretta di andarsene non ne ha. E anzi osserva con malcelato elitarismo l’arrembaggio dei gommoni che da Stromboli o dalla vicina e sciccosa Panarea, verso sera, scaricano frotte di turisti venuti a consumare il rito dell’aperitivo al tramonto. È questo il momento clou della giornata ginostrina, quando sul sagrato della chiesetta si incontrano due tribù diverse per abbigliamento e atteggiamento: dal mare salgono agghindati e ansiosi di vivere la loro fugace esperienza, dalle pendici del vulcano scendono trasandati e indolenti, in attesa che il crepuscolo restituisca quiete e solitudine. Racconta agli amici Paolo Virzì che l’idea di Ferie d’Agosto gli venne proprio qui a Ginostra, osservando l’interazione tra gli archetipi dei Mazzalupi da sbarco e dei Molino stanziali, ché in effetti, bisogna ammetterlo, un certo tasso di radical chic si respira nelle tavolate sotto i bagli, dove adagiati sui cuscini dei bisuoli fraternizzano l’economista di fama con accento italo-inglese, l’esperto d’arte, lo chef che non rinuncia alla sua passione, gustando piatti gourmet adagiati sui cuscini dei bisuoli. Vip e influencer in compenso non se ne vedono, tenuti lontani dall’assenza di lusso e comodità: niente alberghi, niente spa, un solo ristorante aperto in attesa che qualcuno rilevi il mitico Puntazzo , un tempo ritrovo dei pionieri e ora abbandonato; niente discese al mare se non a rischio di gimkane tra gli scogli, con l’eccezione del Lazzaro, spartano scivolo per barche da pesca che si palesa come un miraggio alla fine di un impervio sentiero a mezza costa. Una leggenda ginostrina vuole che di notte, da quelle parti, possa capitare di incontrare un bambino assetato ma quando si torna a portargli l’acqua il bimbo non c’è più: è lo spirito di uno dei fanciulli dispersi in quelle acque oltre un secolo fa. Proprio a metà del percorso, unica concessione all’etichetta di paese vip-free, la residenza diffusa della dinastia Bulgari quella dei gioielli. Si narra che la richiesta di una piazzola d’atterraggio per l’elicottero privato sia stata sdegnosamente bocciata, cosicché l’unica area pianeggiante di Ginostra rimane quella artificiale riservata all’elisoccorso. Già, perché uno degli svantaggi delposto è avere problemi urgenti di salute: ma ecco che in questo caso si attiva il 118 e può accadere che in piena notte il silenzio e il buio primordiale vengano squarciati dall’accendersi dei fari dell’eliporto, ché la salvezza arriva sempre dall’alto.
Eppure, nonostante l’inospitalità, a Ginostra non c’è solo chi trascorre le vacanze estate dopo estate, vedendo crescere figli e nipoti e sbocciare amori quasi incestuosi in una comunità che è come un’unica famiglia. Ci sono anche i residenti, poche decine di persone appartenenti in gran parte a due famiglie di cui si narra un’antica rivalità, rappresentata dalla concorrenza tra le due botteghe che fungono da spaccio e supermarket, ma che non è più ostile di qualunque rapporto di vicinato condominiale. E altri personaggi romanzeschi hanno eletto Ginostra a loro dimora permanente, come la tedesca Karola che vive insieme al marito Ulli su al Timpone, ultimo avamposto di civiltà prima del regno del vulcano: lei gestisce con passione e piglio teutonico gli appartamenti da affittare, mentre di lui — attivista per la salvaguardia del paese quando i turisti se ne vanno — si racconta che abbia scelto questo buen retiro dopo una carriera da psicologo e una gioventù rivoluzionaria: si sussurrano dettagli sospesi tra verità e leggenda, e non si indaga oltre.
Sullo sfondo di tutto rimane il vero signore e padrone di Ginostra, al cui carattere brontolone tutti devono adeguarsi: sua maestà lo Stromboli. Quest’anno ha fatto i capricci, proprio alla vigilia della stagione turistica, così da provocare un certo numero di disdette. Ora si è placato, nonostante ogni sera dal mare si assista a pellegrinaggi di barche e spettatori con la speranza di ammirare le lingue rosse di lava lungo la Sciara del fuoco, o gli sbuffi dalla bocca del cratere che poi ricoprono di cenere ogni lembo del borgo. Ma se hai scelto Ginostra, dopo un po’ impari a dare del tu anche a Iddu.

Attorno al Movimento

 

Scindo, ma non scendo
di Marco Travaglio
Nelle cronache fantasy dell’agosto più pazzo del mondo, con i falsi complotti sallustiani, le false tregue a Gaza, le false vittorie ucraine e i falsi democratici Usa, torna un classico della commedia all’italiana: la scissione 5Stelle. Secondo le migliori gazzette, che si candidano per la Collezione Urania, il Beppe Grillo furioso compulsa giureconsulti, avvocati e notai, codici, pandette, commi e cavilli per interrompere la partita della Costituente e andarsene col pallone, anzi col simbolo. Che però non è suo, ma dell’associazione presieduta da Conte e nel contratto di rinnovo della manleva sulle cause penali e civili, il garante s’è impegnato a non sollevare contenziosi su nome, simbolo ed eventuali ulteriori modifiche. Ma questi sono dettagli: scissione sarà. Per tornare alle origini sulla Maginot “due mandati e zero alleanze”, a seguire Grillo saraà uno stuolo di militanti (quelli che lo sfottono e insultano sui social) e di big (quelli scomunicati da Grillo ed espulsi nel 2021 perché si opposero alla sua folgorazione draghiana), fra una “cena segreta” e un tourbillon di telefonate.
Il più gettonato è Di Battista, che la sera della cena segreta era in Spagna a parlare di Gaza e non sente Grillo da tre anni e mezzo dopo la burrascosa rottura su Draghi: nel 2022 Conte ipotizzò di candidarlo e il garante alzò le barricate. Segue a ruota la Raggi, persona perbene e ultima sindaca di Roma prima del nulla, membro del Comitato di Garanzia M5S, ma non certo il miglior testimonial dei due mandati (è al terzo e qualche mese fa era pronta per le Europee, quindi per il quarto) e del no alle alleanze (nel 2021 fu la prima a sposare il governo Draghi con destra, centro e sinistra, più lesta persino del piè veloce Di Maio). Poi c’è Toninelli, un altro che nel M5S crede davvero, ebbe molti meriti da ministro dei Trasporti e continua a far politica da proboviro e militante, ma anche lui contestò Grillo per Draghi. Casaleggio jr. si agita molto, ma forse dimentica che nel 2021 furono Grillo e tutti i parlamentari, stufi di svenarsi per la piattaforma Rousseau, a implorare Conte (che non voleva metterci becco) di liquidare lui e il suo aggeggio per riavere gli elenchi degli iscritti e ci volle il Garante della Privacy perché li mollasse e prendesse la porta, oltre a un bel gruzzoletto. Il caso più elettrizzante è quello di Nicola Morra: cacciato nel 2021 per il suo no a Grillo su Draghi, ora firma una lettera con altri 10 espulsi per appoggiare Grillo contro Conte che “stravolge l’identità” e i sacri principi, mentre “serve credibilità”. Lui infatti, dopo i due mandati coi 5Stelle, è al terzo come consigliere comunale a Vado Ligure in una lista civica e s’è appena candidato a presidente della Liguria per il quarto. Quindi basta cambiare partito e il contagiri riparte da zero: Vado e torno.

venerdì 23 agosto 2024

Flash!



Sarebbe stato fantastico oggi al Pozzale l’approccio con un fantasmagorico piatto di spaghetti e muscoli - cottura da standing ovation: 30 secondi prima e sarebbero stati crudi; 60 secondi dopo e divenivano stracotti - se ad un certo punto non fossero arrivati loro, i signori del mare, i padroni delle nostre coste con le loro “barchette”, con quel fare chic mixato da un’abnorme puzza sotto il naso; le signore tutte casual, ridanciane, evaporanti, copie infedeli di Jacqueline Onassis vedova Kennedy, le quali, per una convenzione sottoscritta pare al Twiga anni addietro, tutto gli è dovuto. E subitamente ecco partire le lamentele per i loro tavoli prenotati: “ma diamine qui non c’è un filo di vento!” e la lampadina accesa mi portava quasi a suggerir loro che se mi avessero pagato una Peroni ghiacciata avrei generato loro un tornado; e poi i signori comandanti, quasi tutti a torso nudo, ma se hai una barca anche Giovanni della Casa s’arresta servilmente. Questo è il mondo di oggi, sempre più maledettamente divaricante e infarcita di effimero e volatilità.