Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
venerdì 23 agosto 2024
Nell’angolo!
Modi diversi
La parabola del mare nostro, i migranti ignoti e il “Bayesan”
DI RANIERO DELLA VALLE
Il naufragio del Bayesian di Londra al largo di Palermo ci racconta una parabola di cui faremmo male a non tenere conto.
Un anno fa leggemmo a un’assemblea romana da cui prese il via l’esperienza di “Pace Terra Dignità” una poesia di Erri De Luca i cui protagonisti erano i pesci del Mediterraneo. Diceva: “Prendete e mangiate”. E rievocando il sacrificio dell’Ultima Cena, diceva ai pesci accorsi attorno al relitto dei migranti: “Questi sono i corpi planati a braccia aperte sul fondale. In terra sono stati crocefissi, ora sono del mare e di voi pesci. Prendete e mangiatene tutti, che non avanzi niente…”.
Ora è il mare stesso il protagonista della tragedia che ha travolto lo yacht inglese e ne ha sepolto le vittime. Il mare si è ribellato al ruolo che ormai da anni gli è stato dato di mostro marino che ingoia i migranti, toglie loro anche il nome e ne diventa il cimitero a cielo aperto.
Il mare che oggi intercetta le brevi rotte, è il grande mezzo che ha messo in relazione gli uomini sulla terra, ben prima della comunicazione per via elettronica e dei social. Popoli interi si sono mossi sul mare, hanno raggiunto nuove terre e scoperto l’ignoto, e il mare ha conservato e restituito la memoria del passato che si trasmette da una generazione all’altra, come mostrano i bronzi di Riace, il satiro di Mazara del Valle, le anfore disseminate nei musei, il relitto dell’aereo di Ustica.
Ma i cadaveri dei migranti che ha inghiottito non li restituisce, li lascia ignoti e senza nome. Il “nostro” mare, suo malgrado, è diventato complice di una inaudita violenza, A chi, al vederla, gridava “Terra, terra!”, ha chiuso i porti, il salvataggio dei naufraghi in mare da obbligo l’ha visto diventare un reato, le navi di soccorso sono state impedite di salpare, le motovedette della caccia ai clandestini sono state finanziate, ai “carichi residui” dei salvati è stato imposto di navigare ancora verso porti lontani, gli sbarcati sono stati chiusi nei lager, deportati o scambiati per denaro e rimandati nelle terre di origine, e i poveri, i fuggiaschi, i perseguitati cancellati dall’informazione.
E a un certo punto il mare si vendica, e si rivolta contro il veliero dei ricchi. Ed ecco che si scatena la gara dei soccorsi, e le motovedette perlustrano il mare, e i sommozzatori rischiano per andare a trovare e riportare a galla i morti, e anche gli ambasciatori si muovono, vengono da lontano per vigilare sul recupero dei connazionali, e ogni cadavere ha indietro il suo nome, e non si lascia che i pesci li prendano e li mangino così che non avanzi niente, “nessuna delle corde vocali che hanno gridato al vento”.
La parabola del mare ci ammonisce a non fare così. E il mare, col suo vento, con le sue tempeste d’estate, surriscaldato e trasformato in turbine d’acqua e di nebbie, si fa parte per il tutto, prende la parola e ci parla a nome di tutta la natura, ammonisce i ricchi a non disperdere i loro soldi in armi, speculazioni e corruzioni, ma di impiegare tutte le risorse per salvare la terra, per mitigare il clima, per rimettere “il chiavistello alle acque”, per indennizzare i depredati, per liberare i sommersi e gli sfruttati, per trasformare i migranti clandestini in passeggeri, i richiedenti asilo in cittadini.
E chiede che a quelli che non sono nati qui, ma qui spinti dal dolore e dai genocidi, non si aspetti a dare lo ius soli ai loro figli, ma si riconosca lo ius maris ai padri, alle madri e alle partorienti sui relitti.
Democraticamente
Dicesi democrazia
di Marco Travaglio
Ormai, appena sento “democrazia”, mi viene la ridarella. Specie quando la cerco nel vocabolario Treccani: “Forma di governo che si basa sulla sovranità popolare e garantisce a ogni cittadino la partecipazione in piena uguaglianza all’esercizio del potere pubblico”. Da scompisciarsi. Il faro della democrazia sono gli Usa, dove si tiene la Convention del Partito – indovinate un po’? – Democratico. Che, come tale (ma lo fa anche il Repubblicano), affida agli elettori la scelta del candidato alla presidenza con apposite primarie. Quelle repubblicane le ha vinte Trump, dunque il candidato è Trump, che però è antidemocratico. Invece quelle democratiche le ha vinte Biden, dunque il candidato alla Casa Bianca è la Harris: che c’è di più democratico? Si dirà: si è scoperto che Biden è rincoglionito. Sì, ma lo si sapeva da tre anni e le primarie si sono tenute da febbraio a giugno di quest’anno senza che nessuno aprisse bocca. Poi a luglio i Clinton e gli Obama han deciso che doveva ritirarsi. Non perché era rinco (l’avrebbero ricandidato pure da morto, seguitando a telecomandarne la salma), ma perché s’era fatto sgamare nel tele-dibattito con Trump e rischiava di perdere, e loro con lui. Così la Convention Democratica incorona la Harris, considerata fino a ieri una mezza pippa. Già a settembre il Washington Post implorava di ritirarsi sia Joe sia lei (“non è riuscita a guadagnare terreno nel Paese e neppure nel partito”). Ma ora i giornaloni, tra fiumi di bava e gridolini di giubilo, la trovano improvvisamente geniale. Pazienza se non l’ha scelta un solo elettore: a issarla sul trono provvedono gli Obama e i Clinton, in un tripudio di familismo amorale che fa impallidire il nostro, ma nessuno nota per non turbare il Nuovo Mondo a cuoricini e fiorellini.
Siccome si chiamano Democratici, si credono democratici: un Democratico non può fare cose antidemocratiche nemmeno se le fa. E tutti esultano per la grande vittoria delle donne, perché Bill e Barack fanno democraticamente parlare Hillary e Michelle. Poi Kamala fa parlare il marito Douglas Emhoff, pure lui avvocato, e i nostri giornaloni si eccitano per la sua storia molto femminista: “Avevo appena risolto il problema importante di un cliente e quello, per ringraziarmi, mi organizzò un appuntamento al buio. Fu così che ebbi il numero di Kamala e la chiamai”. Ma come, una donna in omaggio come un pacco Amazon? E il #MeToo che dice? Mentre va in scena il teatrino democratico, il NYT scopre che Biden a marzo ha firmato un piano segreto (chissà cosa ne avrà capito) per puntare nuove e vecchie armi nucleari contro Russia, Corea del Nord e Cina. È il suo lascito al successore e a tutti noi: un regalino molto democratico, pure troppo.
giovedì 22 agosto 2024
Dibattito
La fine-vita resta ostaggio della Chiesa e dello Stato
DI PINO CORRIAS
Ci risiamo con la fine-vita maneggiata dalle multiple prescrizioni religiose, tutte con la condanna incorporata, oppure regolata dalle laiche licenze dello Stato con postille che agevolano divieti, intorno alla collettiva vertigine di quel che si può fare o disfare con la (propria) morte, a completamento della (propria) vita.
Chiesa e Stato se ne appropriano a conferma delle loro rispettive funzioni apicali, la prima sul gregge a quattro zampe, il secondo sui cittadini a testa bassa. Al contrario di entrambi i rispettivi poteri, resto convinto che il diritto di morire debba esistere senza ricatti ideologici, in nome della libertà personale e naturale, la stessa che ci consente di fare una buona vita in sintonia con la libertà degli altri, almeno fino a quando il destino lo consente.
Complementari nel corso della storia, Chiesa e Stato dicono che “non esiste il diritto di morire”, l’una accreditandosi erede di chi inventò le fantasiose circonferenze della religione, che in qualunque versione si dichiara pronta a risarcire il mistero della morte con l’ultraterreno; gli altri in qualità di architetti delle geometriche strutture giuridiche e sociali che governano i nodi della vita qui sulla terra.
La Chiesa anche nel suo ultimo documento “Piccolo lessico del fine-vita”, sostiene che la vita, in quanto dono di Dio, è preziosa al punto che nulla, fino all’ultimo respiro, deve essere sprecato, salvo “aprirsi al dialogo” sull’accanimento terapeutico. Uno spiraglio, più che un’apertura. Intendimento non tanto differente lo argomenta la Corte costituzionale, quando prescrive che il “diritto inalienabile alla vita” si colloca “in posizione apicale”, escludendo il diritto alla morte, che non è “neppure invocabile”.
Alle chiusure religiose della Pontificia Accademia non vale la pena controbattere più di tanto. Discendono dalla narrativa della dottrina che ha un raggio di invenzioni-rivelazioni talmente ampio e insieme indimostrabile che per sostenerle o confutarle vale tutto e il suo contrario. Quelli sono i canoni e quelli restano. E va bene così: i credenti se lo meritano, anzi lo pretendono nei riti, nei miti, nella volontaria sottomissione all’obbedienza. Come dicevano gli antichi, sono impossibili da svegliare, visto che hanno accettato di fare finta di dormire. E lo Stato laico? La Corte, di quando in quando, si aggiorna rispetto “ai progressi tecnico-scientifici” e dunque modifica i confini del “trattamento di sostegno vitale” che consente “l’aiuto di una terza persona” a interromperlo quando “l’infermità è irreversibile” o la “sofferenza intollerabile”. È qualcosa, ma niente affatto abbastanza. Almeno per chi non accetta che la Chiesa prescriva e che lo Stato conceda.
Ma davvero siamo tutti disposti a negarci il diritto, e anche il favore di morire in santa pace, senza trasformare il distacco nel lungo addio delle reciproche sofferenze, tra chi cura e chi è curato, chi si congeda e chi resta?
La vita biologica dell’organismo che oggi la tecnica è in grado di mantenere in funzione, può durare un tempo virtualmente infinito. Eluana Englaro, Piergiorgio Welby, Luca Coscioni e mille altri, compresi amici e parenti, ce lo hanno insegnato, tutti imprigionati dall’ottusità delle regole e ancora di più dallo spettacolo miserabile dalla politica, che la chiesa perfeziona con il funzionale dispetto di negare i funerali ai sospettati di eutanasia.
La nostra vita vera, come la intendiamo da viventi, dotata di un significato per sé e per gli altri, di uno scopo e persino di uno stile, ci appartiene per intero. Compreso il diritto finale di interromperla. Magari con l’aiuto di una persona che se ne incarica, quando le condizioni per esercitare il nostro diritto è stato compromesso o del tutto vanificato, bastando, per compiersi, il coraggio di prevederlo.
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