Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
giovedì 8 agosto 2024
L'Amaca
Misteriose tempeste
DI MICHELE SERRA
È praticamente impossibile farsi un’opinione sul subbuglio interno ai Cinquestelle perché quasi nessuno dei parametri normalmente applicabili alla politica può aiutare a orientarsi. A partire dalla proclamazione della fine della differenza tra destra e sinistra (decisa nel preciso momento storico in cui quella differenza stava riprendendo senso, e vigore) e dalla escatologia digitale di Casaleggio, della quale nessuno ha mai più parlato, quasi niente di quel movimento è stato mai leggibile da chi non ne fa parte.
Non fa eccezione la dura lettera di una decina di ex parlamentari contro il leader Conte. L’ho letta un paio di volte e ho capito che ogni singola parola risponde a dinamiche interne, ovviamente rispettabili, ma non coinvolgenti, diciamo così, per gli estranei. Si discute e ci si divide sulla patrimoniale? Sulla politica fiscale? Sulle scelte energetiche? Sulle politiche migratorie? Sull’Ucraina? No, si litiga sull’organizzazione interna, certamente rilevante per i militanti ma non per l’elettorato e forse nemmeno per l’elettorato del Movimento.
La sola cosa vagamente comprensibile, per i non adepti, è che negli ultimi anni quel partito ha perduto quasi per intero il suo corposo elettorato di destra, tornato a casa, da Meloni e Salvini (tra gli sgocciolii di quel travaso, proprio ieri un senatore grillino ha annunciato di passare a Forza Italia). E ha mantenuto, grosso modo, il suo elettorato di sinistra. Si è dunque dimezzato, come era immaginabile che avvenisse. Una specie di ridimensionamento naturale – nessuno può pretendere di rappresentate tutti - del quale è molto difficile attribuire le colpe, e pure i meriti, a questo o a quello.
Alta poesia Pino!
Povera Senna: la “diva” di Parigi offesa da Macron e dai turisti
DI PINO CORRIAS
Ah, povera Senna! Qualcuno spieghi al macho Macron che non si tratta così il fiume più femminile di tutti, la “poesia di Parigi”, secondo Cendrars, sconciata tanto malamente in pubblico (e che pubblico: un miliardo e mezzo di persone vocianti in calzoncini corti e birra) rivelandone l’intimità guastata, come mai si dovrebbe fare con una anziana signora che è stata, per tante generazioni, la giovinezza.
Noi veniamo per affiliazione dalla Rive Gauche, la “riva sinistra”, dove si danzò la rivolta studentesca. E prima ancora, per suggestione, dai sottotetti romantici d’antico Novecento, che furono gli anni Venti della Generazione perduta, quando Gertrude Stein ospitava al 27 di Rue de Fleurs, angolo boulevard Raspail, Francis Scott Fitzgerald, Dos Passos, Syvia Beach e naturalmente Ernest Hemingway, cronista del Toronto Star, che andavano a bere gin a metà del pomeriggio. E poi soli, di notte, tutti a scrivere le loro storie, mai così belle, in futuro, rispetto agli anni in cui, racconterà Hemingway, “eravamo molto poveri e molto felici”. E all’alba di notti insonni, tutti a camminare lungo le sponde alberate della Senna, incantati dalle chiatte che apparivano e scomparivano dentro la bruma, con i fumaioli che sembravano smezzate Gauloises accese e sbuffanti. E la luna “ricurva come uno zecchino”. Compreso il solitario James Joyce che se ne andava per ore a camminare ascoltando la musica del fiume, pensando ai pensieri di Molly che intanto scorrevano nell’inchiostro dell’Ulisse.
La Senna è sempre stata la regina di Parigi. Nasce pura in Borgogna, su un piccolo altopiano, passeggia e qualche volta si riposa per 777 chilometri, un dislivello che non supera i 400 metri dalle sorgenti all’estuario di Le Havre, sul mare d’acciaio della Manica. Non ha né rapide né cascate. Non diventa mai troppo grande, né troppo piccola. Sfiora centinaia di boschi, piccole città, colline, castelli, ma è Parigi la sua alcova. È lì che disegna i suoi ponti più belli, i palazzi più maestosi, l’altare della cristianità di Notre Dame e quello della ragione del Louvre. Taglia Parigi da Est a Ovest. Si addensa in due isole sontuosamente chic Ile de la Cité e l’Ile Saint-Louis. Offre il Pont d’Iena al lampadario rovesciato della Torre Eiffel che Maupassant giudicava così brutta da andare ogni giorno al ristorante intagliato a metà della sua griglia, “l’unico punto di Parigi – ha scritto – in cui la Torre Eiffel finalmente non si vede”. Lasciandosi consolare proprio dalle acque della Senna che dividono in due Parigi e insieme la riunificano con i suoi 37 ponti, la riva sinistra che vuol dire maggio 1968, la spiaggia della contestazione sotto l’asfalto del conformismo, librerie, bistrot notturni. E la riva destra, i palazzi del potere, il denaro, la politica.
Nessun turista ha rinunciato all’incanto della Senna. Che è oasi dentro la città, sulle cui rive in pietra si fa musica e si fa jogging. Si dorme. Si fa colazione. Ci si innamora e ci si separa, come raccontano i poeti e come ha narrato il cinema, dall’onda di Godard alle nostalgie di Woody Allen. La Senna fa parte della nostra storia. E ne racconta centinaia. La più bella si chiama L’inconnue de la Seine, la sconosciuta della Senna, una bellissima ragazza rimasta senza nome, senza identità, che nell’inverno del 1900 fu ripescata dalle sue acque gelide. Il medico dell’obitorio fu così colpito dalla sua bellezza che volle fabbricarne il calco del viso. Era più di tutto il suo sorriso enigmatico a risultare conturbante. I giornali la battezzarono “Monnalisa della Senna”. Ispirò Picasso, Man Ray, Camus, affascinati dal suo mistero. E confermando che le sue acque restavano “le più romantiche del mondo” anche di fronte alla morte. Almeno fino a queste disgraziate Olimpiadi. Se un tempo Claude Monet, il pittore, ci faceva galleggiare il suo atelier per estrarne tutti i colori dell’ombra, Macron pretende di gettarci i nuotatori, trasformarli in naufraghi del nostro tempo. Che è davvero perduto dentro le chiazze gorgoglianti dei colibatteri, velenosi quanto la stupida propaganda dei politici.
Piercamillo
Giustizia irreale abolito l’arresto
OBIETTIVO: STATO-CANAGLIA - L’idea di abolirla per gli incensurati in caso di reati “di non grave allarme sociale” esclude concussione e corruzione, ma anche il traffico di stupefacenti. Solite bugie sulle carceri affollate
DI PIERCAMILLO DAVIGO
Mostrando di non avere la minima idea della realtà di cui parlano, propongono nella versione originaria del testo, poi modificato, di impegnare il governo “a valutare un intervento normativo finalizzato a una rimodulazione delle norme sulla custodia cautelare, con particolare riferimento alle esigenze cautelari di cui all’art. 274, comma 1, lettera c) del codice di procedura penale, finalizzato a un puntuale bilanciamento tra presunzione di innocenza e garanzie di sicurezza, disponendo il sacrificio della libertà personale attraverso la custodia cautelare per pericolo di reiterazione nei confronti di incensurati solo per reati di grave allarme sociale e per reati che mettono a rischio la sicurezza pubblica o privata o l’incolumità delle persone”. Detto in termini più comprensibili, per esempio, non sarebbe più possibile disporre la custodia cautelare (in carcere o agli arresti domiciliari) per i reati di concussione o corruzione, ma anche di traffico di stupefacenti.
Il ragionamento (si fa per dire) su cui l’iniziativa si fonda contiene una serie di errori di diritto, di fatto e di logica. Si parte dall’assunto che “nelle carceri italiane è presente un’alta percentuale di detenuti in custodia cautelare; dal 1992 a oggi si sono registrati oltre 30 mila casi di ingiusta detenzione di fronte ai quali lo Stato ha pagato a titolo di riparazione la somma di oltre 874 milioni di euro”.
Intanto l’alta percentuale di detenuti in custodia cautelare dipende in larga misura dalla bassa percentuale di detenuti definitivi, cioè in espiazione di pena. In Italia gli anni di pena detentiva inflitti dai giudici sono di 9 mesi. Infatti, per ogni 6 mesi di regolare condotta (che vuol dire assenza di punizioni) vi sono 45 giorni di sconto, per cui ogni anno comporta la riduzione di tre mesi. Quando la pena residua da scontare non supera i 4 anni, si può essere affidati al servizio sociale e quindi cessa la detenzione. Siccome la custodia cautelare si detrae dalla durata della pena e stante la durata dei procedimenti, non è facile trovare detenuti in espiazione di pena, se non per condanne a pene di elevata entità.
L’ingiusta detenzione e i relativi indennizzi sono la conseguenza inevitabile del codice di procedura penale in vigore dal 1989, il quale prevede che, in linea di principio, gli elementi di prova acquisiti prima del processo non valgono nel processo: sembra uno scherzo ma è vero.
Ricordo un episodio nei primi tempi della vigenza di questo codice: una persona di buona cultura, ma estranea al mondo giudiziario, citata come testimone, alla domanda di riferire i fatti di cui era a conoscenza rispose che confermava ciò che aveva dichiarato ai carabinieri. Il presidente gli spiegò che il tribunale ignorava ciò che lui aveva dichiarato ai carabinieri (non perché i giudici fossero negligenti, ma perché la legge non consente, salvo eccezioni, la conoscenza da parte dei giudici degli atti delle indagini preliminari) e quindi doveva avere la pazienza di ripeterlo. Il testimone, stupito, chiese se davvero i giudici ignorassero quanto lui aveva riferito ai carabinieri e alla conferma da parte del presidente disse: “E come fate a giudicare?”.
Una persona sana di mente, che impatta con le regole del processo penale italiano, in effetti fa fatica a comprenderle.
Siccome per una vasta categoria di persone (ad esempio gli imputati di reato connesso) è consentito non rispondere (facoltà limitata solo dopo aver ottenuto l’assoluzione di numerosi soggetti politici raggiunti da schiaccianti elementi di prova) è accaduto che numerosi soggetti imputati di corruzione siano stati assolti dopo aver patito custodia cautelare, ad esempio perché i corruttori che avevano detto di averli pagati, dopo aver patteggiato la loro pena, si erano avvalsi della facoltà di non rispondere.
Così gli accusati di corruzione sono stati assolti e indennizzati per la custodia subita.
Non si tratta perciò di errori giudiziari, ma dell’effetto di simili regole, in questa forma, sconosciute in altri Stati.
Nell’ordine del giorno presentato da Costa e Bezzoni si legge: “L’esigenza cautelare di cui all’art. 274, comma 1, lettera c), del codice di procedura penale prevede una prognosi di reiterazione del reato che solo la misura del carcere o dei domiciliari può scongiurare; tale esigenza cautelare deve tuttavia conciliarsi con il principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza, che assume maggior forza laddove ci si trovi a operare la prognosi su un soggetto incensurato; in altre parole, qualcuno la cui responsabilità non è ancora stata accertata, che sia dunque sospetto, ma goda della presunzione di non colpevolezza e non abbia mai subito condanne, subisce una misura cautelare sulla previsione che possa reiterare un reato non ancora accertato. Un sospetto basato su un sospetto: sospetto di reiterazione del reato nei confronti di chi è solo sospettato di aver commesso quel reato, ma non è ancora stato dichiarato colpevole – anzi è presunto innocente – né lo è stato in passato”.
Qui ci sono evidenti errori di logica e ignoranza delle realtà delinquenziali.
Anzitutto ci sono reati che, normalmente possono essere commessi solo se si è incensurati. Per esempio, un funzionario pubblico di carriera può farsi corrompere solo se è in servizio (e quindi non deve essere stato condannato per un reato di corruzione, altrimenti sarebbe stato destituito o, nelle more, sospeso). Peraltro, si tratta di reati normalmente seriali e quando tali soggetti confessano, riferiscono a volte decine di analoghi episodi precedenti. Certo una volta allontanati dall’amministrazione di appartenenza potranno continuare a delinquere come intermediari (salvo che abbiano collaborato con gli inquirenti: chi volete che si avvalga da soggetti che nel gergo criminale vengono definiti “infami”) ma non come destinatari di corruzione.
L’idea sottesa all’ordine del giorno è che la corruzione non rientri nei “reati di grave allarme sociale e per reati che mettono a rischio la sicurezza pubblica o privata o l’incolumità delle persone”. Tuttavia nel preambolo della Convenzione di Merida contro la corruzione si legge che gli Stati contraenti “preoccupati dalla gravità dei problemi posti dalla corruzione e dalla minaccia che essa costituisce per la stabilità e la sicurezza delle società, minando le istituzioni e i valori democratici, i valori etici e la giustizia e compromettendo lo sviluppo sostenibile e lo Stato di diritto; preoccupati anche dai nessi esistenti tra la corruzione e altre forme di criminalità, in particolare la criminalità organizzata e la criminalità economica, compreso il riciclaggio di denaro; preoccupati inoltre dai casi di corruzione relativi a considerevoli quantità di beni, i quali possono rappresentare una parte sostanziale delle risorse degli Stati, e che minacciano la stabilità politica e lo sviluppo sostenibile di tali Stati”.
Ma anche nel traffico internazionale di stupefacenti è necessario avere conoscenza del mondo dei trafficanti e tale conoscenza implica sovente analoghe precedenti condotte criminose e il fatto che non siano ancora stati condannati non significa nulla in punto di pericolo di reiterazione.
Secondo l’idea sottesa alla proposta contenuta nell’ordine del giorno citato, tutti costoro non potranno essere arrestati, almeno fino a quando non saranno stati condannati con sentenza definitiva per un precedente reato, vale a dire 5 o 6 anni almeno dopo la commissione del nuovo reato.
Chissà cosa ne penseranno dopo questa trovata GRECO (Gruppo di Stati contro la corruzione del Consiglio d’Europa) e le Nazioni Unite di questa lunga marcia dell’Italia verso il traguardo di diventare uno Stato canaglia.
mercoledì 7 agosto 2024
Grande Alessandro!
Guerra totale. Fino a che punto siamo disposti a tollerare ancora la barbarie?
di Alessandro Robecchi
Il problema non è fino a che punto possa arrivare la barbarie – chi abbia mai aperto un libro di storia sa che non c’è limite – ma fino a che punto possiamo tollerarla, conviverci, farcene, come si dice, una ragione. Potremmo fare millemila esempi, ovviamente, perché dallo scenario mediorientale ci arrivano segnali ogni giorno: una guerra di sterminio contro un’intera popolazione, i palestinesi, lentamente inserita in un contesto di guerra allargata e totale, una tendenza all’abitudine sui massacri quotidiani a opera di un esercito che le grandi “democrazie” del mondo occidentale sostengono, appoggiano e spesso finanziano. Due scuole piene di civili, 50 morti, donne e bambini, e vabbè. Il campo profughi, donne e bambini, e ok. La zona indicata come “sicura” e “umanitaria” bombardata, donne e bambini, e via. La fossa comune, gli operatori umanitari uccisi, i giornalisti (oltre 160) eliminati perché non raccontino. Uno stillicidio quotidiano che bisogna quasi sempre cercare nelle ultime righe degli articoli, in piccoli e nascosti incisi, messi lì come senza parere. Ci distraiamo pensando che no, non si può nuotare nella Senna, oppure che la pugile algerina, oppure che… e intanto ogni giorno un mattoncino si aggiunge alla costruzione del tempio dell’indicibile, dell’inumano.
Un mattoncino notevole, ripugnante, l’ha portato l’altroieri il ministro delle Finanze di Israele, Bezalel Smotrich, che considera “giustificato e morale” (sì, “morale”) bloccare gli aiuti umanitari alla popolazione di Gaza che causerebbe la morte per carestia, fame e sete di un paio di milioni di persone. Si tratta in pratica dell’aperta teorizzazione di una “soluzione finale” per la Striscia di Gaza. Teorizzazione non nuova, perché già parecchi ministri israeliani hanno definito “non umani” i palestinesi, con una de-umanizzazione del nemico che non si vedeva dai tempi di Auschwitz. Il ministro del governo Netanyahu si duole del fatto che qualcuno protesterebbe, il mondo glielo impedirebbe, insomma, dice lui. Cosa tutta da vedere, dico io dopo certi precedenti. “Nessuno ci lascerà causare la morte di fame di due milioni di civili, anche se potrebbe essere giustificato e morale”. Testuali parole riportate tra virgolette in piccoli trafiletti, e non come una cosa enorme, spaventosa, degna delle pagine più orrende e deliranti del Novecento.
Il problema, dunque, è certamente una comunità internazionale (nome elegante per dire i complici) che non sa porre un limite e un freno alla barbarie, la tollera, finge di spazientirsi e poi manda miliardi di dollari al massacratori di un popolo. Ma il problema – lo so, suona male, suona retorico – è un po’ anche nostro, che assistiamo impotenti, distratti, un po’ stufi… uff, ancora! Dopo quasi un anno? Su, parliamo d’altro…
Da cittadini, dunque, da persone, cosa possiamo fare? Forse dirlo, continuare a dirlo, sì, certo. Ma anche chiedere alla politica di dire, di fare. Il ministro degli esteri italiano dirà qualcosa sui deliri nazisti di Smotrich? (spoiler: no). E i partiti di opposizione? Elly? Giuseppe? Cosa temono? Cosa aspettano per spostare un po’ l’asse della barbarie, per attenuarlo, per far notare che è intollerabile? Non li sentiamo, non li vediamo, non alzano la voce, non chiedono, non picchiano i pugni sul tavolo, non si spaventano, non si mobilitano, abbozzano, accettano, in definitiva si arrendono alla marea montante dell’inumano, si adeguano, si voltano dall’altra parte. È a loro – più che al nazista Smotrich – che dobbiamo chiedere conto.
Iscriviti a:
Post (Atom)