giovedì 27 giugno 2024

L'Amaca

 

Se Meloni volesse diventare europea
DI MICHELE SERRA
Meloni si trova di fronte il muro di gomma di un’Europa che diffida dei sovranisti, e per giunta ha ampiamente i numeri per farne a meno. Essendo il nazionalismo il nemico numero uno dell’Unione Europea, e viceversa, credo che Meloni sia perfettamente in grado di cogliere che non si tratta di un pregiudizio, e tantomeno della voglia di “delegittimare” un voto che, in ogni modo, vede l’estrema destra rimanere una robusta minoranza. Si tratterebbe, banalmente e nello stesso tempo brutalmente, di fare per davvero i conti con la propria storia: che è quella del neofascismo, strutturalmente nemico dell’unità europea e della democrazia.
Se sono abbastanza ridicole le ingiunzioni a dichiararsi antifascista (non lo è, non lo sarà mai), sono invece logiche, e perfino disinteressate, le richieste di entrare nel gioco europeo con la chiarezza necessaria: dirsi parte della destra “conservatrice”, e prendere le distanze dal profondo nero nel quale sguazza il Salvini, non è tattica, è strategia, e impone di pagare un prezzo vero e doloroso, perlomeno una seconda Fiuggi, ingentilita dai comfort del governo ma resa ben più ardua dalla presenza del nugolo di fascistoni di ogni età che le fa corona, nonché dalla sua stessa storia personale. Se non a noi, che non siamo degni di confidenza: lo dica ai suoi, che il fascismo in Europa è pura morchia. E chieda una consulenza a Gianfranco Fini, storicamente l’unico neofascista che abbia fatto seriamente i conti con quella sanguinaria buffonata. Metta in conto di perdere un bel po’ di voti (i fascisti, in Italia, sono tanti) ma di guadagnare, infine, una presentabilità non di facciata, ma vera. Se non lo farà mai, non si dica che “non può farlo”. Si dica che non vuole farlo.
E allora, però, la smetta di lagnarsi dell’Europa, che altro non può se non difendere i suoi principi.

mercoledì 26 giugno 2024

Click!



Circola un video della commemorazione di oggi in parlamento del povero Satnam, assassinato dal degrado culturale di questo paese meschino in mano a meschini: la premier ad un certo punto riferendosi alla sua destra al Cameriere di un trapassato pregiudicato, prestato pure quattro giorni per la colazione in carcere alla bella persona dell’avv Previti, e alla sinistra a tutto quanto fa avanspettacolo, con caciottaro accento gli dice “Raga’ alzateve pure voi” che tradotto dallo zoticone sta a significare “diamo una parvenza che ce ne freghi qualcosa!’
Una perfetta foto della nostra attuale condizione.

Ragione piena Roy!



Aveva proprio ragione Roy Batty:

«Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi:
navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione,
e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser.
E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo,
come lacrime nella pioggia.
È tempo di morire.»

Robecchi

 

Latina, Alabama. Lavoro e schiavisti con l’eterno ritorno di “Via col vento”

di Alessandro Robecchi 

Per ora nella piccola grande Alabama che è la zona agricola di Latina e dintorni si sta girando Via col vento, ma senza la parte romantica. Rossella O’Hara non compare, compaiono solo gli schiavi e gli schiavisti, e anzi compaiono solo gli schiavisti, perché gli schiavi hanno paura a farsi vedere e a meno che non lo facciano insieme, come nelle manifestazioni di questi giorni, restano invisibili.

Si è detto molto, e molte cose giuste e ragionevoli, sulla terribile morte di Satnam Singh, condannato al dissanguamento dal padrone bianco (restiamo in Alabama) che l’ha scaricato come un cane invece di portarlo all’ospedale. E si sono lette anche cose irricevibili, in generale pronunciate a destra, ma non solo: alla fine è colpa dei clandestini (sottotesto: se stavano a casa loro…), oppure della filiera agricola (volete pagare la frutta pochi euro?); o ancora del racket degli schiavi, gestito da stranieri, che costringe i poveri imprenditori italiani – che sarebbero così buoni e compassionevoli, metterebbero in regola tutti, rispetterebbero diritti e regole a costo di sacrificare parte dei profitti – ad accettare a malincuore lo sfruttamento dei lavoratori. Una barzelletta coloniale, insomma: addossare agli schiavi la responsabilità della schiavitù è un classico dai tempi delle potenze europee in Africa, o dei latifondisti del cotone in Mississippi. Aggiungerei all’elenco il ministro dell’Agricoltura, il cognato d’Italia, che ammonisce di “non criminalizzare gli imprenditori”: Rossella O’Hara può dormire tranquilla, nessuno ha intenzione di abolire la schiavitù.

Si assiste insomma a una manovra concentrica che colpevolizza tutti tranne i colpevoli. Un po’ è colpa degli schiavi, se sono schiavi, e un po’ è colpa nostra, che andiamo al supermercato e compriamo le mele, o le arance, o i meloni, pagandoli poco. Bon, chiuso, finito. Si poserà la polvere e si passerà ad altro, esattamente come cinque anni fa, quando l’azienda di Renzo Lovato (il padre di Antonello, quello che ha scaricato Satnam ferito senza soccorrerlo) fu indagata per caporalato, poi beghe rinvii, pasticci giudiziari, rallentamenti, e niente, l’azienda sta ancora lì, il caporalato sta ancora lì, gli schiavi stanno ancora lì.

A questo punto, il desiderio, ma direi il bisogno democratico, sarebbe che si passasse da Via col vento a Mississippi Burning, il film di Alan Parker (1988), dove davanti a una comunità schiavista, razzista e suprematista vengono inviati squadroni di agenti dell’Fbi che rivoltano le campagne come un calzino, riportando dignità e giustizia. Spoiler: non accadrà. E anzi, mi scuso della ripetizione, perché questo sogno un po’ naïf che arrivi Gene Hackman con i suoi uomini a fare giustizia, l’avevo già scritto. Per la precisione nel giugno del 2018, quando nella piana di Gioia Tauro era stato ucciso a fucilate Soumaila Sacko, lavoratore straniero che si impegnava per i diritti. Se cercate i giornali di allora, troverete le stesse cose, le stesse parole, le stesse furenti indignazioni. L’opinione pubblica italiana scopriva le baracche, le condizioni disumane, la schiavitù. Sono passati anni, governi, ministri, e siamo ancora lì, a Gioia Tauro, uguale, a Latina, uguale, a Via col vento. E questo non perché siamo distratti (anche), o cattivi (anche), ma perché è considerato conveniente un sistema che fa del profitto l’unica variabile indipendente – e tutto il resto viene dopo, compresa la vita e la dignità – un sistema che consente, anzi consiglia, benedice e protegge la schiavitù.

Bentornata!



Quindi ancora lei in tolda europea, la Teutonica molto burocrate per il regno della burocrazia che chiamiamo Europa, colei - e non è il caso di passare per il mitico Julian appena liberato per rinvangare tali sconcezze - colei che durante il Covid rifiutò l’idea dell’Appisolato Rimba che avrebbe voluto liberare i brevetti dei vaccini, fobico spettro del tanto amato, da lei, Pfizer. E ho anche la sua dichiarazione del tempo:

«Abbiamo bisogno di vaccini, ora. La deroga sulle proprietà intellettuali non risolverà il problema. Quello che serve è una condivisione dei vaccini, l’export di dosi e investimenti per incrementare la capacità produttiva ».

Dunque torna lei e la sua idea, chiamiamola così, di creare un esercito unito perché, dice lei, la pace si fa con le armi. 
Bentornata guerrafondaia e naturalmente viva l’Europa!

Par di sentirlo

 


Balle al Krug!