sabato 27 aprile 2024

A bocce ferme

 

La non censura
di Marco Travaglio
Ho parlato più volte di “censura” a proposito della mancata partecipazione di Antonio Scurati sabato 20 a Chesarà… (Rai3). Mi ero basato sull’unica versione disponibile: quella di Serena Bortone, di cui non avevo motivo di dubitare. Tantopiù che la Rai, dinanzi a un’accusa così grave, balbettava e si contraddiceva, mentre la Meloni e il suo gruppo di fuoco sparavano alzo zero su Scurati accusandolo volgarmente di “volere i soldi” e rivendicando di fatto la censura. Ora però, con tutte le carte in tavola, si può serenamente affermare che non è stata censura, ma il solito mix di servilismo e stupidità dei meloniani. Ecco i fatti.
Ai primi d’aprile la Bortone invita Scurati per il 20, in vista della Liberazione. Il programma offre 1.000 euro, l’agente di Scurati ne chiede 1.800. Il 15 l’accordo viene chiuso a 1.500 e l’Ufficio Contratti Rai lo autorizza. Il 19, alla vigilia, Scurati invia il monologo alla redazione che, senza che nessuno l’abbia chiesto, lo gira alla Direzione Approfondimenti di Paolo Corsini (FdI) e del suo vice Giovanni Alibrandi. Questi saltano sulle sedie: Scurati non sarà ospite per tutto il talk, ma leggerà un monologo di un paio di minuti che in sostanza dà della fascista alla premier. Chi la sente, Giorgia (peraltro ignara di tutto)? Ideona: Scurati leggerà il monologo, ma gratis, tanto parlerà poco e potrebbe essere in promozione per un libro di fumetti e una serie Sky tratti da una sua opera. Il contratto a titolo oneroso viene annullato per “motivi editoriali” in attesa della risposta. Che arriva alle 17.42: la produzione di Chesarà… manda via mail ad Alibrandi la lista degli ospiti. Accanto a Scurati c’è la sigla TG, titolo gratuito. I dirigenti ne deducono che Scurati ha accettato di partecipare gratis e danno l’ok al comunicato stampa che alle 19.09 annuncia gli ospiti dell’indomani, incluso Scurati sul 25 Aprile. Ma allo scrittore la Bortone&C. non han chiesto se sia d’accordo. Infatti in serata la Bortone cerca i dirigenti per segnalare il casino. Quelli non rispondono subito: per loro fa fede il TG della mail e rinviano la grana al mattino dopo. Ma sabato 20 alle 8.30 si trovano un post a dir poco omissivo della Bortone su Instagram: “Ho appreso ieri sera, con sgomento, e per puro caso, che il contratto di Scurati era stato annullato. Non sono riuscita a ottenere spiegazioni plausibili”. Parte la rumba: censura, regime, fascismo. Ma Scurati ha ancora i biglietti del treno da e per Milano e l’hotel romano prenotati dalla Rai e autorizzati il venerdì mattina da Alibrandi, che li annullerà solo alle ore 13. Lo scrittore comprensibilmente decide di non partire. Ma i dirigenti Rai non hanno mai detto che non dovesse leggere il suo monologo. Sono così fessi da sembrare censori anche le rare volte in cui non lo sono.

L'Amaca

 

La fionda di Geppi
DI MICHELE SERRA
La parodia di Geppi Cucciari del goffo “manel” di Bruno Vespa sull’aborto (sette maschi che prendono posizione sulla più femminile delle questioni) è un piccolo capolavoro: sette donne che discutono del rapporto tra cilindrata delle automobili e impotenza sessuale maschile. Molto ridere, molto riflettere, la satira non è l’arma finale, perché l’arma finale, quella che distruggerà il mondo, è il fanatismo, che è una specie di sezione aurea dell’imbecillità. Però la satira è conforto, rifugio dei sensibili, bunker di sopravvivenza, riscatto dell’intelligenza, e quando il colpo è bene assestato, e contro il bersaglio giusto, ci si sente meno soli al mondo.
Brava Geppi, bravo Luca Bottura e gli altri autori, che bello poter fare smaccata pubblicità a liberi artisti e soprattutto a un programma di Raitre, Splendida cornice. Povera Rai, amata Rai nelle mani dei Proci, chissà quando torna Ulisse a spiegare come ci si comporta. E al netto di tutto questo: dimentichiamo troppo spesso quanto è importante prenderli per i fondelli, i nuovi padroni (non è il caso di Vespa, che è il meno nuovo tra gli italiani). Quanto è importante fare valere la misura contro la dismisura, di fronte al ruggito sorridere e di fronte al sopruso cambiare registro, cambiare linguaggio, scartare di lato.
Mettete a confronto una tirata moralista e una parodia ben riuscita, l’efficacia è imparagonabile. Tutti dispongono di retorica e di moralismo, bisogna dunque affinare l’arma dell’umorismo, più rara, non tutti gli arsenali ne dispongono. È la cerbottana, la fionda, il trabocchetto coperto di foglie. Più il potere parla di atomiche, più la scena pubblica è dominata da urlatori e fanatici, più si deve essere grati ai portatori di fionda.

Saggio di un Saggio

 

L’INTERVENTO
L’opportunismo degli intolleranti Perché il fascismo non è d’altri tempi
Le scappatoie di chi non vuole smarcarsi da quel regime che rimane attuale E che si rinnova con il Tribalismo

DI GUSTAVO ZAGREBELSKY

Insistere per avere una chiara dichiarazione antifascista da chi ha avuto cento occasioni per farla e non l’ha fatta è utile? Fascismo e antifascismo non sono due sfumature politiche: sono visioni che dividono la concezione del mondo in due ( dueWeltanschauungen , nel lessico fascista tedesco). L’una contraddice l’altra nell’essenziale, e non c’è spazio per una terza. È una autentica dicotomia: ciò che sta in una parte non può stare nell’altra. Non si può essere in entrambe per convinzione, ma solo per opportunismo. Ma non si può neanche stare in nessuna delle due, se non per ignavia, ignoranza, passività, indifferenza. L’opportunismo è una colpa grave, ma ancor più grave è l’ignavia. Superfluo citare l’anti-inferno dantesco.
Poiché non osiamo neppure pensare che i governanti che non si pronunciano siano degli ignavi, resta l’opportunismo: il fascismo è cosa d’altri tempi; i problemi degli italiani sono diversi; antifascista a modo proprio; fascismo e antifascismo sono fatti miei; il fascismo ha fatto cose brutte ma anche belle; la resistenza, e non solo il fascismo, si è macchiata di crimini. Tante scappatoie, la più ignobile delle quali, di fronte a un conflitto storico che non solo ha generato grandi contrasti ideali ma ha provocato immani sofferenze con milioni di morti, è un gioco di parole: a-fascismo e a-antifascismo. Non c’è modo per costringere gli svincolanti che da ultimo hanno inventato la furba e, al tempo stesso, sciocca domanda retorica: tu che mi chiedi, tu sei anticomunista?
Allora, si continui a pungolare, ma non ci si aspetti altro che vuote parole. È già chiaro: quando l’alternativa è netta – o di qua o di là e non stai con chiarezza da una parte, ciò significa che stai dall’altra, anche se non vuoi o non puoi dirlo. Tutti hanno capito, dunque basta.

Del resto, in politica quanto contano le parole? Volano e si posano a piacere dove si vuole. Si dice, ci si contraddice, si mente, ci si smentisce, ci si dimentica: tutto per piacere o non dispiacere al proprio pubblico che della coerenza, per lo più, non sa che farsene. Che cosa costerebbe una facile dichiarazione: sì, in passato sono stato o stata pro-, ma ora sono anti-fascista? Il coro che incalza per avere “la dichiarazione” sarebbe in un momento ridotto al silenzio. Forse scontenterebbe i fedelissimi alla “Idea”, ma basterebbe una strizzatina d’occhio per intendersi e tenerli tranquilli. In fondo, penserebbero che “Parigi val bene una messa”. Sarebbe, però, comunque, un cedimento d’immagine incompatibile con l’onore che, da quelle parti, è intensamente coltivato. Perciò, merita rispetto chi non si smentisce ma, non smentendosi, conferma. D’altra parte, per gli antifascisti, che cosa conterebbero parole pronunciate con riserve mentali? Contano i fatti e gli atti concreti, cioè i frutti da cui si riconosce la pianta.

L’argomento più ricorrente per evitare lo scoglio, tuttavia, è questo: il fascismo è cosa d’altri tempi, non c’è più, né più ci sarà. Chi s’immagina i figli della lupa, i gerarchi in orbace, la violenza squadrista e tutto l’armamentario al tempo stesso folcloristico e violento di quel tempo tragico? Il fascismo voleva essere una rivoluzione anti-borghese, ma oggi siamo o vogliamo tutti essere borghesi. Il fascismo fu la risposta al vento del bolscevismo russo, ma dove sono oggi i bolscevi chi. Se dunque il fascismo non esiste più, che senso ha dividersi tra chi è pro e chi è contro? Sono cose d’altri tempi. I problemi degli italiani sono altri. Davvero?
Fascismo e antifascismo sono la versione moderna d’un conflitto profondo e perenne che modella la vita degli individui nei rapporti sociali, le concezioni e le forme della politica e perfino i rapporti tra gli Stati. Il fascismo che abbiamo conosciuto e conosciamo è solo una manifestazione storica di un unico concetto politico che ha assunto diverse forme concrete, adeguate alle variabili circostanze in cui si è affermato. Per esempio, la dittatura fascista non è riuscita a raggiungere il totalitarismo nazista. Lo stesso si può dire del falangismo franchista o dell’estado novo portoghese.

Ma, al di là delle circostanze, c’è qualcosa di comune, di profondoe radicato nell’animo umano e nelle pulsioni sociali che spiega la naturale convergenza di tali regimi, al di là delle specificità. Questo nucleo comune emerge e riemerge di tempo in tempo. Come possiamo definire con una parola il “fascismo perenne”, l’ Urfaschismus (il prefisso ur indica qualcosa di originario, di primordiale)? Nel 1945, con sullo sfondo le tragedie europee tra le due guerre, è stata introdotta la parola “tribalismo” che dà anch’essa, tuttavia, un’idea di qualcosa di arcaico, di appartenente a tempi addirittura preistorici. “La cosa”, al di là della parola, invece, è attuale, sempre. Ne vediamo i contenuti, non necessariamente tutti insieme e non sempre tra loro coerenti: nazionalismo e purismo etico ed etnico; rifiuto della modernità e dei diritti universali; restaurazione dei valori tradizionali; irrazionalismo e avanguardismo; primato dell’azione, anche violenta, sulla riflessione e sulla discussione; anti- intellettualismo; accentramento del potere, decisionismo e antiparlamentarismo; occupazione e normalizzazione delle istituzioni; disprezzo della cultura e culto della forza; “machismo” e antifemminismo; intolleranza alle critiche; ostilità nei confronti della libertà di pensiero, scienza, arte e stampa; esaltazione dell’uomo normale; risentimenti e aspirazioni mediocri; senso comune; concezione del popolo come massa organica indifferenziata; corporativismo; intolleranza verso i “diversi”, “non integrabili”; xenofobia e razzismo conclamati o dissimulati; unanimismo; complesso del complotto; nazionalismo ripiegato su se stesso contro internazionalismo, universalismo e cosmopolitismo; superiorità o unicità nazionale; vittimismo aggressivo.

Forse non si è riflettuto a sufficienza sul significato della triade Dio, Patria, Famiglia: parole d’ordine del fascismo, recentemente riportate in vita e pronunciate con la naturalezza dell’ovvio. Innanzitutto, la triade traccia un tragitto dall’alto in basso, un flusso autoritario. Eleggere un dio a protezione della propria parte politica, è invocare la fonte suprema della legittimità del potere: non il consenso, non la libera discussione, non la democrazia. La “secolarizzazione”, cioè la fondazione laica della vita sociale e politica, diventa una deviazione del corso di una storia da correggere. La Patria, poi, è usata come pretesa dei governanti di parlare, agire e decidere nel nome di tutti, ed è un efficace argomento per dividere i buoni cittadini - i patrioti - dai cattivi, i dissidenti. Ed è anche la via per gonfiarsi ridicolmente agli occhi altrui invocando la nostra storia eccezionale, la nostra cultura e il nostro paesaggio inuguagliabili, la creatività delle nostre imprese, fino al made in Italy culinario. Infine, la Famiglia di cui parlano è, ovviamente, quella tradizionale che assorbe le singole persone nelle loro funzioni organiche, ciò che soprattutto tocca la donna procreatrice.
Tutti questi ingredienti sono sostanza del fascismo del nostro tempo e di sempre: la società come blocco unico. Il tribalismo, cui sopra s’è fatto cenno, significa precisamente questo. Il fascismo storico, dichiaratamente già nel suo simbolo, il fascio dei littori romani, esprimeva questa idea della vita “in blocco” garantita dalla scure del potere. L’antifascismo operoso non è tanto contro le esteriorità del fascismo, quanto nella reazione alla plumbea concezione della vita che esso perennemente propone. È nella ugualmente perenne rivendicazione e nell’esercizio pratico delle libertà in tutte le pieghe delle relazioni umane, al fine di “sbloccarle”.
In fondo, antifascismo e democrazia coincidono e questa coincidenza ha la sua tavola fondativa nella Costituzione. È un caso che chi non vuole dichiararsi antifascista sia lo stesso che, la Costituzione, vuole cambiarla?

venerdì 26 aprile 2024

Chapeau Geppi!



Il genio di Geppi Cucciari, già nella hall of fame per la risposta data al cosiddetto ministro della cultura, giurato dello Strega senza aver letto i libri in gara, è destinato ad entrare nella leggenda: solo donne a parlare del rapporto tra l’impotenza maschile e l’uso dei suv, fantastica risposta a slurp slurp Vespa che la scorsa settimana invitò solo uomini per parlare di aborto. Chapeau Geppi!👏👏👏

Eccoli!



Si sono trovati, i due scrittori, formanti una delle coppie più mefitiche della storia. Un mix unico di ruttologia applicato alla politica. Un duo comico da far impallidire l’avanspettacolo. E li voteranno pure!

Indulto mascherato

 

Saldi di fine stagione
di Marco Travaglio
In una famosa barzelletta, quattro chirurghi discutono dei pazienti più facili da operare. Il primo dice: “I matematici, perché hanno tutti gli organi numerati”. Il secondo preferisce gli elettricisti: “Tutti gli organi sono codificati in vari colori”. Il terzo sceglie i bibliotecari: “Hanno gli organi classificati in ordine alfabetico”. Il più anziano sorride: “Macché, i migliori sono i politici: non hanno cuore né cervello né spina dorsale, ma soprattutto la faccia e il culo sono intercambiabili”. Siccome in Italia le barzellette sono profezie che prima o poi si avverano, ecco il geniale ddl Giachetti che piace alle destre, ad Azione&Iv e al Pd, per risolvere il sovraffollamento carcerario. Come? Aggiungendo un mese di sconto ai tre già previsti dalla “liberazione anticipata” per ogni anno di pena. Che si riduce magicamente di un terzo. Un anno diventa 8 mesi. Due anni, 16 mesi. Dieci anni, 6 e mezzo. Vent’anni, 13. E non basta: lo sconto è retroattivo al 1° gennaio 2016. Così chi è detenuto da allora (i criminali più matricolati) si ritrova tutto insieme un bonus extra di un mese ogni 12 (anzi, 9) espiati: 8 mesi in tutto. E, appena la porcata sarà legge, in 24 ore usciranno 5.080 criminali. Inclusi 777 condannati per reati gravissimi: mafia, terrorismo, strage, omicidio, tratta di esseri umani, schiavitù, stupro di gruppo e altre delizie. E senza nemmeno il fastidio di dare prova di ravvedimento e rieducazione: basta la regolare condotta di chi non commette violenze in carcere (tipica dei criminali più efferati, ai quali per farsi rispettare basta il nome).
È un indulto a tutti gli effetti, ma mascherato: sennò toccherebbe chiamarlo con il suo nome, trovare i due terzi in Parlamento e assumersene la responsabilità dinanzi agli elettori. Quelli che in campagna elettorale si bevono le promesse dei partiti suddetti sulla certezza della pena per poi ritrovarsi (salvo l’èra Bonafede) la certezza dell’impunità. In 78 anni di storia repubblicana amnistie, indulti, condoni e svuotacarceri si contano a decine: sempre varati per risolvere il sovraffollamento e sempre falliti in pochi mesi col ritorno ai numeri di prima, o a cifre più alte per l’effetto criminogeno delle indulgenze plenarie. Merito di politici senza cervello e col culo al posto della faccia che considerano la popolazione carceraria una variabile indipendente dal numero dei delinquenti, dei delitti, dei posti-cella e dei reati puniti col carcere. Analfabeti che inventano reati sempre nuovi, incoraggiano i criminali a delinquere e moltiplicarsi con sconti, scappatoie e cattivi esempi, poi ogni tanto si svegliano e scoprono che ci sono troppi detenuti o poche galere per contenerli tutti. E, anziché ridurre gli ingressi o aumentare i posti, spalancano le celle. Come a scuola: chi disturba, fuori.

L'Amaca

 

Quando una minoranza sequestra la piazza
di Michele Serra
Quando alle ore 13.15, appena arrivato in piazza del Duomo a Milano, ho visto la centuria dei centri sociali (doppia centuria: a occhio, circa duecento persone), che aveva già occupato il centro esatto della piazza, ho pensato alle agguerrite famigliole che arrivano al mattino presto su una spiaggia libera per piantare i loro ombrelloni e gonfiare il materassino. E gli altri si arrangino.
Quella piazza, almeno in teoria, è dei milanesi, e il 25 aprile è di quella grossa fetta di milanesi che vogliono festeggiare la sconfitta del nazifascismo e la nascita della democrazia italiana. Ieri erano tantissimi, io c’ero e la stima di centomila, fidatevi, è approssimata per difetto. Solo che quando i centomila sono arrivati in piazza, nella loro piazza, hanno dovuto sistemarsi tutto attorno all’insediamento precedente, gremito di bandiere palestinesi e, non si capisce perché, del tutto avulso dal contesto che lo circondava. A cominciare dai fischi rabbiosi all’inno nazionale, che invece ai centomila pareva, nell’occasione, del tutto legittimo, visto che a salvare la patria sputtanata dal fascismo erano stati i partigiani; era stato il 25 aprile. Perché dunque fischiare l’Italia, alla festa della rinascita italiana?
Del 25 aprile non fregava nulla (manco sanno cos’è) ai ragazzini arabi che si sono lanciati contro la Brigata Ebraica al suo ingresso in piazza. Con quello che accade a Gaza, la loro radicalizzazione è quasi inevitabile, ancorché tragica. Cresciuti nella segregazione, vivranno di odio e di vendetta. Ma i quasi anziani vecchi rottami dell’estremismo nostrano, quelli no, non li assolvo. Per loro la Palestina è solo l’occasione migliore per sequestrare una piazza. La loro antica arte è: in duecento, mettere in scacco i centomila. Ci sono riusciti anche ieri. Da un certo punto di vista: dei virtuosi.