venerdì 26 aprile 2024

Attorno ma al largo

 

Il 25 aprile di Meloni dura solo venti minuti Poi il post senza citare l’antifascismo
La premier partecipa alla cerimonia all’Altare della Patria, sui social la generica condanna “a tutti i totalitarismi” “La fine del Ventennio pose le basi della democrazia”
DI STEFANO CAPPELLINI
ROMA — Venti minuti all’Altare della Patria e dieci righe su Internet. Per Giorgia Meloni è un’altra Liberazione celebrata con sforzo sotto il minimo sindacale. Festa di calendario, mai festa politica, incombenza fastidiosa ma obbligatoria per una presidente del Consiglio, da svicolare con la stringatezza dei gesti e l’astrazione dei giri di parole. Alle nove meno cinque del mattino Meloni arriva davanti all’altare della Patria, pochi minuti prima del presidente Sergio Mattarella. Nerovestita, ma niente facili ironie: più probabile si tratti di una scelta in armocromia con lo spirito di giornata. L’auto blu, l’inno d’Italia, la corona, i saluti. Alle nove e mezzo il 25 aprile della presidente del Consiglio è finito.
Tutto molto rapido sebbene non indolore, né per Meloni, figlia di una tradizione politica che ha sempre considerato il 25 aprile una data luttuosa per la nazione, né per i cittadini antifascisti, costretti a leggere nelle parole pubblicate on line dalla presidente del Consiglio il solito arzigogolo dialettico - frase chiave: «la fine del fascismo pose le basi della democrazia» – pur di non dirsi antifascista, non citare la Resistenza e non ripudiare il romanzo di formazione della sua comunità.
Eccola qui, la formula di quest’anno, il nuovo sofisma studiato da Meloni per dire e soprattutto non dire: «Nel giorno in cui l’ltalia celebra la Liberazione, che con la fine del fascismo pose le basi per il ritorno della democrazia, ribadiamo la nostra avversione a tutti i regimi totalitari e autoritari». L’ultimo equilibrismo per simulare il rispetto degli obblighi istituzionali e repubblicani e però, al contempo, non urtare la suscettibilità dei molti suoi elettori che ancora comprano i calendari del Duce in edicola o di quei suoi dirigenti di partito, uno era lì con lei all’Altare della Patria, ansiosi di scambiare un battaglione di Ss per una banda di musicisti in trasferta. «La fine del fascismo pose le basi», che capolavoro. Filosofia catalana, nel senso del filosofo arboriano dell’ovvio non della Catalogna, una constatazione concepita apposta per non esprimere giudizi sul regime mussoliniano, come un meteorologo che del cambio di stagione dica “la fine della primavera pone le basi dell’estate” o un’autopsia che del cadavere riveli: la fine della vita ha posto le basi della morte. Il seguito del messaggio di Meloni agli italiani è la solita equiparazione tra fascismo e comunismo: siamo contro tutti i totalitarismi. L’ennesimo slalom dialettico per mettere tutti sullo stesso piano, quelli che aiutavano i nazisti a rastrellare gli ebrei e quelli che rischiarono o persero la vita per liberare il Paese, quelli che promossero dittatura, guerra e leggi razziali e quelli che scrissero la Costituzione dell’Italia liberata. Nel governo, del resto, c’è un ministro che, intervistato ieri da Repubblica , sostiene che in Italia c’è stata «la dittatura comunista». Fa il ministro della Cultura.
Nel governo c’è un altro ministro che di antifascismo ha parlato alla vigilia della Liberazione per dire che «uccideva ». Si chiama Francesco Lollobrigida, è il cognato della presidente del Consiglio. L’unico ministro intervenuto per sostenere che l’antifascismo è un valore, il titolare della Difesa Guido Crosetto, è il solo che ha suscitato l’ira di Meloni. Forse, non per caso, anche l’unico del gruppo fondatore di Fratelli d’Italia non cresciuto a pane e Almirante, lo storico leader missino che Meloni considera unpadre della patria e che ancora nel 1987 andò in tv e all’intervistatore Giovanni Minoli disse: «Io la parola fascista ce l’ho scritta in fronte». «Le radici non gelano», come ha rivendicato l’anno scorso la sottosegretaria Isabella Rauti, figlia di un altro storico leader missino, l’ordinovista Pino, volendo celebrare una data ben più cara ai cultori della Fiamma, cioè l’anniversario della fondazione del Movimento sociale italiano. Chi pensava che l’aria di Palazzospingesse lentamente Meloni a emulare Berlusconi, che sul 25 aprile partì ostile e finì con il fazzoletto rosso a Onna, Abruzzo, ha sbagliato previsione. Resta tutto fermo al “non rinnegare né restaurare” che era già il motto almirantiano del dopoguerra. A differenza delle radici, i principi si possono congelare.
Meloni ha scelto di preservare l’epica dell’album di famiglia, il Movimento sociale italiano, il Fronte della gioventù, il Fuan, Fare fronte e tutte le altre sigle che hanno svezzato la generazione capace di portare la sezione romana di Colle Oppio dentro Palazzo Chigi. Dalle catacombe al potere, ma senza perdere la paranoia della persecuzione. Meloni è stata capace di lamentare «l’ostracismo» persino mentre, di fatto, difendeva la censura del discorso di Antonio Scurati in Rai sul 25 aprile. La data che i ragazzi del Fronte, ancora all’inizio degli anni Novanta, omaggiavano con un coro da corteo. Faceva così: “Il 25 aprile è nata una puttana/e l’hanno battezzata/Repubblica italiana”. Il resto è lollobrigidismo, la messa in caricatura dello sdegno antifascista: ad accusare i Fratelli d’Italia di non aver mai preso le distanze dal loro imbarazzante passato si riceve un’obiezione strampalata, come se li si stesse accusando di preparare per l’indomani la nuova marcia su Roma.
Mentre Meloni fugge da piazza Venezia per trascorrere il resto della giornata impegnata in telefonate con leader internazionali, dal britannico Sunak all’indiano Modi, a lato dell’Altare della Patria, in largo Berlinguer, resta dietro le transenne una piccola folla quasi solo di turisti che ha assistito da lontano alla cerimonia con Mattarella, i presidenti di Camera e Senato e il presidente della Corte costituzionale. Tra di loro c’è un architetto newyorchese che prende appunti su un taccuino nero. Sta scrivendo un libro su suo zio. Si chiamava Steve Klosz, figlio di immigrati ungheresi in Pennsylvania, arruolato nell’esercito americano durante la Seconda guerra mondiale, sbarcato a Salerno e ucciso poco dopo. Ora riposa al cimitero anglo-americano di Nettuno. Per seguirne le tracce durante il conflitto bellico il nipote è già stato in Marocco e Tunisia. Ha speso mesi e macinato migliaia di chilometri per ricostruire la biografia di un soldato, uno di quelli che morirono per liberare l’Italia dai fascisti. I più ostinati e imboscati dei quali, a guerra finita, fondarono il partito di cui Meloni conserva ancora il simbolo.

giovedì 25 aprile 2024

Diaologhi


Somari!




Attaccare la Brigata ebraica vuol dire che i libri di storia sin qui sono stati usati come fermacarte o ripiani per gli yogurt. Studiate somari!

Ricorda Italia!




Perché è così che è!




Studio dei dati

 

Democrazia all’asta
di Marco Travaglio
Vito Bardi ha rivinto in Basilicata con 153.088 voti, cioè con gli elettori di Prato se andassero tutti alle urne. Un po’ poco, come test nazionale. Ma una bella prova dei paradossi del sistema politico e mediatico. Dopo le ultime retate in Puglia, Piemonte e Sicilia sui voti comprati, era tutto un coro contro il trasformismo di “cacicchi e capibastone” (copyright Schlein). Poi, in Basilicata, per far rivincere il pessimo Bardi è bastato il trasformismo del cacicco Marcello Pittella, passato dal Pd ad Azione (che, come lui, aveva attaccato per cinque anni Bardi), e del duo Azione-Iv, passato dal centrosinistra al centrodestra con un totale di 38 mila voti: mille in meno del divario fra Bardi e lo sfidante Piero Marrese (Pd sostenuto da 5S e Avs). E il coro è subito cambiato: tutti a magnificare la fantomatica rinascita del “centro” nobilitando con afflati ideali l’Operazione Voltagabbana. La dynasty Pittella (fra l’altro monca, perché l’altro fratello Gianni è rimasto coerente) s’è messa all’asta, per vedere chi offriva di più e aveva più chance di vincere, poi ha usato i taxi di Calenda&Renzi per dirottare i voti da sinistra a destra. Tutto legittimo, intendiamoci. Ma non certo una lezione nazionale per battere le destre (come dicono Renzi e Calenda che, per batterle meglio, le han fatte vincere). A meno che, per battere le destre, non si debbano inseguire tutti i cacicchi che portano o millantano voti in cambio di favori. A partire da Cuffaro, che va in giro a vantarne 150-200 mila e li mette sul mercato, al migliore offerente. Sfumati – pare – i negoziati con la lista Renzi&Bonino, ora Totò tratta con FI e Schifani dice che quei voti li ha già presi alle Regionali e sarebbe assurdo rifiutarli alle Europee per “puzza sotto il naso” (un pregiudicato per favoreggiamento alla mafia profuma di Chanel n. 5).
I 5Stelle, disorganizzati sui territori e forti solo dei voti d’opinione, sono andati – come sempre alle Regionali – malissimo. E si dà la colpa a loro se ha vinto Bardi: potevano appoggiare Chiorazzo, l’altro cacicco Pd amico di Andreotti e Gianni Letta in conflitto d’interessi con le coop, anziché bocciarlo, e spartirsi la torta della possibile vittoria. In effetti Chiorazzo ha fatto il pieno di preferenze (7.300), battendo addirittura Pittella (7.200). Quello che gli strateghi del Risiko politico non calcolano è che i 5S si sono dissanguati già sostenendo lo sbiadito e anonimo Marrese: se avessero digerito pure Chiorazzo, avrebbero preso ancor meno del 7,6%. Questa è la lezione nazionale: o un’alleanza Pd-5S-Avs (modello Sardegna) con candidati puliti e credibili (come in Sardegna) per recuperare milioni di astenuti; o un’alleanza Pd-Centrini con capibastone, cacicchi e voltagabbana per rimestare fra i soliti voti all’asta.

L'Amaca

 

Siamo tutti Alec Baldwin
DI MICHELE SERRA
Ha fatto benissimo l’attore Alec Baldwin, braccato in una caffetteria di New York da una energumena che lo inquadrava con il suo smartphone intimandogli di gridare “Free Palestine” (aveva deciso lei, non Baldwin, che Baldwin dovesse pronunciarsi in rete), a liberarsi con una manata di quel telefonino inquisitore, un piccolo Torquemada portatile. Il fanatismo si muove sui due fronti, quello che vede antisemitismo ovunque (vedi il caso Zanchini alla Rai: vergognoso anche solo sospettarlo di antisemitismo), quello che impone di strillare “a morte Israele” se no vuol dire che sei favorevole al genocidio dei palestinesi. Sapessero quanto si assomigliano, i fanatici delle due fazioni, si farebbero qualche domanda. Sono l’uno lo specchio dell’altro.
La facoltà di ascolto — orecchie aperte; dovuto peso alle parole proprie e altrui — sta scemando a tutta velocità. L’impressione è che si ascoltino le parole degli altri soprattutto per emendarle, criticarle, censurarle, metterle nel mucchio dei “mi piace” e “non mi piace”, mai per cercare di capire che cosa sta dicendo chi sta parlando. L’uso odioso dell’altro come pretesto per confermare i propri pregiudizi va combattuto come la peste.
La manata di Baldwin non è spendibile in alcuna maniera nel derby tra ultras filo-israeliani e filo-arabi. È una vigorosa richiesta di rispetto, di silenzio, è il rifiuto di schierarsi con un clic, con un tweet, con uno slogan, nel mezzo di una strage senza fine e di un odio secolare. Siamo tutti Alec Baldwin, siamo tutti quella manata liberatoria quando gli ossessi delle due curve prendono possesso dello stadio, e la sola legittima necessità di ciascuno è abbandonare gli spalti, rifiutarsi di prendere parte a quello scempio, a quella messa a morte della ragione.