Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
mercoledì 24 aprile 2024
L'Amaca
I destini comuni del Beccaria
DI MICHELE SERRA
Nella brutalità delle vicende del Beccaria si legge un doppio abbandono, quello dei ragazzi detenuti e quello dei loro carcerieri. Lo spiega bene don Gino Rigoldi, che in quel carcere è una presenza abituale.E lamenta gli anni di sgoverno e di trascuratezza.
Una galera può essere un buco nero dove ficcare i dannosi e gli inutili; oppure può essere un luogo di soccorso e di rieducazione, o almeno cercare di esserlo: e se si tratta di minori, solo un sadico o un imbecille può avere dubbi tra la prima e la seconda soluzione.
L’agente penitenziario è un lavoro duro e importante. Dovrebbe essere supportato da cultura specifica, corsi di aggiornamento, dignità salariale, rispetto sociale.
Dalle carte dell’inchiesta sul Beccaria emergono invece una povertà di linguaggio, e una rudezza di rapporti (incluso un sanguinoso razzismo), tali da potere escludere che il trattamento dei ragazzi potesse sollevarli dalla violenza e dall’ignoranza nella quale sono cresciuti. Non è la sberla dello sbirro, è l’attenzione del custode che può salvarli, salvando al tempo stesso il custode.
Carcerieri e carcerati condividono lo stesso luogo, le stesse giornate e le stesse nottate.
La penosa speculazione politica sulla questione “ordine pubblico” vede (soprattutto nell’attuale governo) un tifo sbirro che si contrappone a chi si batte per i diritti.
Ma il Beccaria è la prova provata che non esiste differenza tra la dignità dei detenuti e quella dei loro custodi. La perdono o la salvano nello stesso modo e nello stesso luogo. Agenti che parlano e si comportano come delinquenti non fanno che dire ai ragazzi: non c’è speranza, né per voi, né per noi.
Vigilia
La destra e il 25 Aprile
Nei panni di un neofascista
DI CORRADO AUGIAS
Penso sia inutile e forse controproducente continuare a chiedere a certi membri del governo e loro rappresentanti nei vari enti, una professione di antifascismo. Molti di loro non possono farla o perché rimasti sinceramente fascisti nell’animo o per motivi tattici. Alcuni hanno nel portafogli la foto del papà o del nonno col fez e il pugnale alla cintura; alcuni detestano il presente, il quale ha effettivamente aspetti detestabili ma per ragioni che bisogna saper individuare, il rifiuto non basta; alcuni rimpiangono gli anni d’una giovinezza familiare quando ognuno stava al suo posto e i treni arrivavano in orario. Vecchie mitologie che col tempo si caricano di un’aura vaga dove tutto si mescola: memoria, vera o immaginata, nostalgia, emozioni, racconti uditi da bambino che scendono nel profondo trasformandosi in una verità indimostrabile, quindi inconfutabile.
Uno scrittore deve saper vedere la realtà anche con gli occhi degli altri, personalmente ho fatto qualche volta questo esercizio. Mi sonoposto nello stato d’animodi un neofascista cheper decenni si è sentito escluso senza colpa dalla vita del Paese, donde la collera, lo sdegno,nel vederei vincitori del ’45 considerare lo Stato come un appannaggio esclusivo, con valori esclusivi, il monopolio della cultura dalla letteratura al cinema, dalle arti figurative al teatro, esibito, gridato. Loro, sempre loro. E noi, i vinti? Noi che diamo tutto il peso che merita all’idea di nazione, e amiamo ripeterla questa parola, accarezzarla, lanciarla a chi ascolta perché la riponga nel suo cuore e la usi al posto dell’anonimo, detestabile “Paese”. Il nostro Paese, che banalità, dici la nostra nazione e tutto di colpo s’alza in volo. Noi che conserviamo il senso della patria, del sacrificio, l’ideale di un’Italia forte, rispettata nel mondo, noi che eravamo un popolofinalmente unito dopo secoli in cui cisiamo lacerati e combattuti con la ferocia che hanno solo le lotte fratricide. La libertà, dicono. La libertà, certo; ma la libertà ha un costo, bisogna saperlo valutare nell’equilibrio di una vita e nell’esistenza di una nazione.
Vale di più la libertà o la serenità? La libertà o l’ordine dove chi sgarra viene preso in consegna e allontanato perché gli altri possano godere la meritata pace sociale? La libertà è un valore ma non è il solo valore, ne esistono altri che vanno ugualmente tutelati. In questa costellazione trova un suo posto anche la libertà purché non confligga con altre prerogative e diritti che servono, tutti insieme, a promuovere il cammino di un popolo. Credo che siano più o meno queste le ragioni per le quali è inutile continuare a chiedere ai fascisti del XXI secolo, dichiarati o dissimulati come un tempo i marrani, una professione di antifascismo. Il fallimento di quel regime, i crimini ordinati o tollerati dal suo capo Benito Mussolini, gli omicidi singoli o di massa, l’asservimento al delirante fanatismo nazista, contano poco, contano niente, rispetto alle “cose buone” che tutto mescolano in una realtà tanto più alonata di leggenda quanto più s’allontana.
Capisco il funzionario zelante, debole nel discernimento ma solido nelle convinzioni, che ritiene blasfemo uno scrittore che osa criticare, affacciandosi alla tv pubblica, il capo del governo.
C’è ingenuità e purezza nell’ordine di bandirlo, sprezzo delle conseguenze, un certo ardimento: sono qui per fare scudo alla reputazione di una figura delegata alla guida della nazione dalla maggioranza degli italiani. Tutta la possibile libertà s’è esaurita nella scelta di eleggerla, liberamente, a furor di popolo.
C’è anche una seconda ragione per la quale è inutile, forse controproducente, continuare a chiedere una professione di antifascismo a chi non può darla. Qui si scende dalle nuvole degli ideali per atterrare sullo scabroso terreno della lotta politica nel suo momento più rude: la campagna elettorale.
C’è ingenuità e purezza nell’ordine di bandirlo, sprezzo delle conseguenze, un certo ardimento: sono qui per fare scudo alla reputazione di una figura delegata alla guida della nazione dalla maggioranza degli italiani. Tutta la possibile libertà s’è esaurita nella scelta di eleggerla, liberamente, a furor di popolo.
C’è anche una seconda ragione per la quale è inutile, forse controproducente, continuare a chiedere una professione di antifascismo a chi non può darla. Qui si scende dalle nuvole degli ideali per atterrare sullo scabroso terreno della lotta politica nel suo momento più rude: la campagna elettorale.
La presidente del Consiglio non può dichiararsi antifascista per il semplice motivo che ha bisogno di arrivare alle elezioni europee con il massimo possibile della forza in termini di voti. Deve regolare i conti con l’inquieto Matteo Salvini che vede franare i consensi e s’agita disposto a collocarsi alla sua destra pur di guadagnare qualche simpatia in più. La premier non può lasciarlo solo su quel terreno. Può far mostra di un moderato conservatorismo all’estero ma qui, rivolgendosi alla nazione, deve tenere stretti tutti: la borghesia spaventata dalle novità e l’ala dei nostalgici chiusi nei loro macabri rituali: Duce, a noi!
Deve zittire chi osa criticarla, portarlo in giudizio, esigere risarcimenti. Deve infangare chi la mette in imbarazzo perché le ricorda un passato che, forse, vorrebbe lei stessa dimenticare. Lo fanno per soldi, dice, si fanno pagare col denaro dei contribuenti per insultarmi. Mi permetto di sottoporre a Meloni un passo di Michel de Montaigne che potrebbe interessarla (Saggi,libro II, undicesimo capitolo, Adelphi) per un dignitoso svolgimento del suo incarico: “Mi sembra che la virtù sia cosa diversa e più nobile delle inclinazioni alla bontà. Le anime per sé stesse regolate e ben nate presentano nelle loro azioni lo stesso aspetto di quelle virtuose. La virtù però significa qualcosa di più grande e di più attivo che lasciarsi dolcemente condurre da un’indole felice sulla via della ragione. Colui che con dolcezza naturale disprezzasse le offese ricevute farebbe cosa degna di lode; ma colui che, colpito sul vivo da un’offesa, si armasse delle armi della ragione contro quel furioso desiderio di vendetta e arrivasse infine a dominarlo, farebbe molto di più. Quello agirebbe bene, questo virtuosamente”. La virtù dice Montaigne, non la trascuri signora presidente del Consiglio.
Deve zittire chi osa criticarla, portarlo in giudizio, esigere risarcimenti. Deve infangare chi la mette in imbarazzo perché le ricorda un passato che, forse, vorrebbe lei stessa dimenticare. Lo fanno per soldi, dice, si fanno pagare col denaro dei contribuenti per insultarmi. Mi permetto di sottoporre a Meloni un passo di Michel de Montaigne che potrebbe interessarla (Saggi,libro II, undicesimo capitolo, Adelphi) per un dignitoso svolgimento del suo incarico: “Mi sembra che la virtù sia cosa diversa e più nobile delle inclinazioni alla bontà. Le anime per sé stesse regolate e ben nate presentano nelle loro azioni lo stesso aspetto di quelle virtuose. La virtù però significa qualcosa di più grande e di più attivo che lasciarsi dolcemente condurre da un’indole felice sulla via della ragione. Colui che con dolcezza naturale disprezzasse le offese ricevute farebbe cosa degna di lode; ma colui che, colpito sul vivo da un’offesa, si armasse delle armi della ragione contro quel furioso desiderio di vendetta e arrivasse infine a dominarlo, farebbe molto di più. Quello agirebbe bene, questo virtuosamente”. La virtù dice Montaigne, non la trascuri signora presidente del Consiglio.
martedì 23 aprile 2024
Pagelle amare
Le pagelle
Serata per noi dal sapore istanbuliano: dopo aver visto il pallonetto di Salamella all’Olimpico e De Kagheler con il Liverpool, occorrerebbe fustigare i nostrani talent scout, il direttore sportivo e quello tecnico, al massimo destinati a bocciofile periferiche.
Maignan 5
Il panterone s’agita, indirizza e motiva ma sul secondo gol si fa trovare impreparato come uno a cui parte l’audio del cell mentre sta gustandosi un’orgia youporniana durante un meeting tradizionalista sul sesto comandamento.
Calabria 3
L’unica positività è che l’espulsione ce lo toglierà dalle palle per almeno due giornate. Sorgono intanto novene e digiuni sulla sua agognata vendita.
Tomori 6-
Prestazione nella norma, incazzoso come sempre. Peccato per quella respinta flaccida come un budino scaduto, che poteva generare un’altra rete
Gabbia 6
Ha fatto il suo. Solo che bisogna capire se trattasi di prestazione standard.
Theo 6
Una progressione delle sue. Altre azioni normali e l’espulsione per aver preso per il collo l’iroso Durban. Quando ce vò, ce vò!
Adli 6,5
Ha sbagliato all’inizio due o tre palle da fustigazione. Poi ha fatto il suo, reggendo il centrocampo come il pianista del Titanic.
Reijnders 4
Ha giocato come se fosse a Milanello a registrare uno spot della Kukident
Musah 5
Sembrava un iperattivo rupofobico dentro ad un hangar di abiti usati. Faceva solo vento.
Loftus - Cheek 4
La risposta vivente alla domanda “ma come ha fatto il Chelsea a venderlo?”
Pulisic 4
Impalpabile. Un Braccio di Ferro senza spinaci a cui Olivia propina cardo lesso.
Leao 2
Giocare al centro dell’attacco equivale a invitare il macellaio Cecchini ad un raduno di vegani incalliti.
Pioli 1,5
La fine del Piolismo, l’essicazione del mono schema, la dissolvenza della goduria maxima del 2022, il cilicio rossonero, l’afonia di un tenore, un ebete al Cern, l’impalpabilità personificata. Cerca di recuperare gradimento con esperimenti tattici che neppure Cassano progetterebbe. Pare stia pensando per le ultime partite di riesumare Calloni, Chiarugi e Lapadula. Adieu Stefano! Per un certo periodo è stato bello!
L'Amaca
In meno di un minuto
DI MICHELE SERRA
Le spiritosaggini udite in tivù a proposito dei grandi vantaggi che la censura avrebbe procurato ad Antonio Scurati (“una pubblicità formidabile!”) sono tipiche di un popolo, prima ancora che cinico, frivolo. Non è frivolezza, invece, è volgarità spiccia quella che la premier Meloni (dispiace per lei e per noi: presiede il governo del Paese), e in generale la vulgata di destra, hanno messo in campo imputando a “beghe economiche” la vicenda. Ah, l’avido scrittore di sinistra che voleva rapinare i soldi dei contribuenti!
La premier e i tre principali quotidiani di destra (spesso indistinguibili, come Qui Quo Qua) hanno finto indignazione, o sghignazzo, per il presunto compenso — fonte Rai, dunque fonte loro — di “1.800 euro per un minuto”.
Come se la prestazione di Scurati fosse quel minuto (volendo essere precisi: tre minuti) e non il lavoro che lo precede; nel caso di Scurati i tre libroni su Mussolini e sul fascismo, lunghi anni di studio e di scrittura. Se lo chiamano a parlare del 25 Aprile non è per estrazione a sorte, o per raccomandazione: è perché gli autori della trasmissione presumono che ne abbia speciale competenza.
È come dire a un cantante: possibile che ti paghino così tanto, per tre minuti di canzone? Ma quei tre minuti non sono tre minuti. Sono centinaia di ore di lavoro, la composizione, gli arrangiamenti, il fare e rifare, gli errori e la correzione degli errori, la costruzione lenta di una capacità professionale e di una figura pubblica.
Niente è più demagogico di questi calcoletti, falsi nei presupposti. Volendo, suggeriamo a Meloni e ai suoi centurioni di calcolare quanti milioni ha perso la Rai trasformandosi, in meno di un minuto, da servizio pubblico inhouse-organ del governo.
Come dargli torto?
Andate al mare
di Marco Travaglio
Ieri e domenica in Basilicata ha votato il 49,8% degli elettori: -3,7% sul 2019, quando si votò solo un giorno. Ma l’astensionismo è ancora troppo basso: per favorirlo si può fare molto di più. Il Pd si porta avanti in otto mosse.
2. Dopo aver lapidato giustamente B., Salvini, Meloni per i loro cognomi sui simboli dei loro partiti personali che trasformano surrettiziamente la Repubblica parlamentare in semipresidenziale, la Schlein tenta di infilare il suo cognome al logo Pd (poi, visto il putiferio, rinuncia ringraziando “chi l’ha proposto”, cioè se stessa). Il tutto mentre contesta il premierato di Meloni&C. Così gli elettori si rassegnano: cambiare il Pd vuol dire cambiargli ogni tanto il nome e il segretario.
3. Dopo aver votato in Italia tutti i decreti per le armi a Kiev e in Europa tutte le risoluzioni per il riarmo anche con i soldi del Pnrr, il Pd candida i pacifisti Strada, Tarquinio e Cristallo da sempre contrari a tutto ciò che il Pd approva sul tema. Così gli elettori si sentono carne da cannone.
4. Mentre denuncia trasformisti e voltagabbana, ma solo dopo le indagini di Bari, Torino e Catania, la Schlein candida Eleonora Evi, che in due anni ha cambiato tre partiti: M5S, Avs e Pd. Tanto gli elettori mica se ne accorgono.
5. Mentre si dice “irritata” da Michele Emiliano e gli chiede di azzerare la giunta pugliese intonsa da inchieste giudiziarie, la Schlein candida alle Europee il sindaco barese Antonio Decaro che ha appena avuto l’assessore al Bilancio indagato per truffa e la municipalizzata dei trasporti commissariata per mafia, per sostituirlo col suo capo di gabinetto. Tanto gli elettori mica ci badano.
6. Mentre Draghi e Letta programmano per l’Europa un radioso futuro di economia di guerra prim’ancora che votino gli elettori europei, gli unici commenti del Pd (Gentiloni e Fassino) sono eccitatissimi. Così gli elettori capiscono che votare è inutile.
7. Mentre strilla contro TeleMeloni, anche con appositi sit-in in viale Mazzini, Elly candida Lucia Annunziata, che sette mesi fa lasciò la Rai giurando “Non mi candiderò mai e poi mai alle Europee né col Pd né con nessun altro partito”. Così gli elettori pensano: toh, prima c’era TelePd e le bugie fanno curriculum.
8. Mentre difende giustamente la libertà di parola di Antonio Scurati che voleva attaccare la Meloni a Che sarà, il Pd chiede di cacciare la vicedirettrice del Tg1 Incoronata Boccia che ha attaccato l’aborto a Che sarà. Così agli elettori viene la labirintite.
Iscriviti a:
Post (Atom)
