Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
martedì 23 aprile 2024
Opinione condivisibile
LO STORICO
Antifascismo, la parola che la destra non può dire senza tradire i camerati
DI MIGUEL GOTOR
Il caso Scurati è emblematico perché rivela che quanti oggi governano l’Italia non hanno ancora risolto il loro rapporto con il fascismo e, di conseguenza, con l’antifascismo. Ciò è grave per due ragioni. Anzitutto dimostra che la presidente del Consiglio e Fratelli d’Italia hanno compiuto dei passi indietro rispetto a quelli fatti tra il 1994 e il 1995 da Fini, insieme con il decisivo contributo di Tatarella, ai tempi della nascita di Alleanza nazionale. L’allora leader della destra post-fascista scandì che era «giusto chiedere alla destra italiana di affermare senza reticenze che l’antifascismo fu un momento storicamente essenziale per il ritorno dei valori democratici che il fascismo aveva conculcato». In continuità con questo ragionamento Fini l’anno scorso ha chiesto a Meloni di vincere la ritrosia a pronunciare l’aggettivo «antifascista ». Perché di ritrosia bisogna parlare, che ricorda da vicino quella di Fonzie quando doveva ammettere di avere sbagliato. In secondo luogo, è ancora più grave se consideriamo che Fini era il delfino di Almirante, il fondatore del Msi, legato a doppio filo al fascismo storico.
Inoltre, per ragioni generazionali aveva vissuto negli anni Settanta gli scontri di piazza tra rossi e neri e aveva giovani camerati uccisi da piangere, spesso caduti letteralmente ai suoi piedi come ad Acca Larenzia nel gennaio 1978. Meloni invece è nata nel gennaio 1977 e, pur essendo fuori da quella vicenda storica (sia quella del fascismo mussoliniano, sia quella del neofascismo) non riesce - per un misto di calcolo elettorale e di inadeguatezza - a compiere quel salto politico, culturale e civile che avrebbe tutte le possibilità di realizzare.
Vogliamo essere chiari. Il caso Scurati è una spia del fatto che l’Italia rischia una deriva illiberale che non guarda al passato, né tantomeno, figuriamoci, al ritorno del fascismo, bensì alla democratura dell’Ungheria di Orbán di oggi. Proprio per questa ragione la polemica intorno al valore dell’antifascismo non è secondaria, ma costituisce un indice rivelatore dello stato civile dell’Italia e di quanti la governano. Infatti, per professarsi antifascisti non è sufficiente pronunciarsi contro le leggi razziali del 1938 e l’abominio della Shoah, ma significa condannare anche le violenze squadriste che accompagnarono l’instaurazione di un regime liberticida, i delitti di don Minzoni nel 1923 e di Matteotti nel 1924, la chiusura dei partiti e dei sindacati, la riduzione del Parlamento a un simulacro, la persecuzione degli oppositori rinchiusi nelle carceri e degli omosessuali mandati al confino, le guerre coloniali con l’utilizzo delle armi chimiche, l’alleanza con Hitler, la collaborazione sul suolo nazionale allo sterminio degli ebreitra i campi di Fossoli e quelli della Risiera di San Saba e la cinica e sciagurata scelta della guerra con i nazisti.
Vogliamo essere chiari. Il caso Scurati è una spia del fatto che l’Italia rischia una deriva illiberale che non guarda al passato, né tantomeno, figuriamoci, al ritorno del fascismo, bensì alla democratura dell’Ungheria di Orbán di oggi. Proprio per questa ragione la polemica intorno al valore dell’antifascismo non è secondaria, ma costituisce un indice rivelatore dello stato civile dell’Italia e di quanti la governano. Infatti, per professarsi antifascisti non è sufficiente pronunciarsi contro le leggi razziali del 1938 e l’abominio della Shoah, ma significa condannare anche le violenze squadriste che accompagnarono l’instaurazione di un regime liberticida, i delitti di don Minzoni nel 1923 e di Matteotti nel 1924, la chiusura dei partiti e dei sindacati, la riduzione del Parlamento a un simulacro, la persecuzione degli oppositori rinchiusi nelle carceri e degli omosessuali mandati al confino, le guerre coloniali con l’utilizzo delle armi chimiche, l’alleanza con Hitler, la collaborazione sul suolo nazionale allo sterminio degli ebreitra i campi di Fossoli e quelli della Risiera di San Saba e la cinica e sciagurata scelta della guerra con i nazisti.
La reazione di queste ore continua a essere opaca e strumentale, con una mescolanza di vittimismo e arroganza tipica, duole dirlo, siadella cultura fascista sia di quella neofascista. Ancora una volta l’alfiere famigliare di queste posture è il ministro Lollobrigida che si rifiuta di dirsi antifascista perché la definizione di «antifà» - così si è espresso - non è rappresentativa di tutti in quanto quel concetto «ètroppo generico e purtroppo ha portato in tanti anni a morti» e per rafforzare le sue parole ha ricordato lo studente Sergio Ramelli, militante dell’organizzazione giovanile del Msi, «sprangato dagli antifascisti » a Milano e deceduto nel 1975.
Il ragionamento è semplice: dal momento che in nome dell’antifascismo militante ci sono stati dei morti negli anni Settanta, allora noi oggi non possiamo dirci antifascisti e condannare il fascismo storico del Ventennio. Si tratta di una confusione delle lingue e di una comparazione inaccettabili sia nel metodo sia nel merito tanto più se pronunciate da un ministro della Repubblica. Nel metodo perché è sbagliata la sovrapposizione tra i due antifascismi in quanto la storia non mescola mai fatti e tempi diversi, deve fuggire l’anacronismo e contestualizzare le cose come sono accadute. Nel merito poiché Lollobrigida finge di ignorare che, negli anni Settanta, la violenza armata dei giovani neofascisti è stata feroce: oggi sappiamo che, tra il 1969 e il 1975, la stragrande maggioranza delle azioni violente ebbe origine nel variegato mondo neofascista: tra il 1969 e il 1973 addirittura il 95 per cento degli attentati (1011 contro 50) che scesero al 61 per cento nel 1975. La violenza di sinistra, invece, subì una brusca impennata tra il 1976 e il 1977 e solo allora divenne prevalente rispetto a quella nera.
Il ragionamento è semplice: dal momento che in nome dell’antifascismo militante ci sono stati dei morti negli anni Settanta, allora noi oggi non possiamo dirci antifascisti e condannare il fascismo storico del Ventennio. Si tratta di una confusione delle lingue e di una comparazione inaccettabili sia nel metodo sia nel merito tanto più se pronunciate da un ministro della Repubblica. Nel metodo perché è sbagliata la sovrapposizione tra i due antifascismi in quanto la storia non mescola mai fatti e tempi diversi, deve fuggire l’anacronismo e contestualizzare le cose come sono accadute. Nel merito poiché Lollobrigida finge di ignorare che, negli anni Settanta, la violenza armata dei giovani neofascisti è stata feroce: oggi sappiamo che, tra il 1969 e il 1975, la stragrande maggioranza delle azioni violente ebbe origine nel variegato mondo neofascista: tra il 1969 e il 1973 addirittura il 95 per cento degli attentati (1011 contro 50) che scesero al 61 per cento nel 1975. La violenza di sinistra, invece, subì una brusca impennata tra il 1976 e il 1977 e solo allora divenne prevalente rispetto a quella nera.
Ma non è neppure possibile tacere il ruolo svolto dallo stragismo neofascista proprio nell’anno in cui ricorrono i cinquant’anni della strage di Piazza della Loggia a Brescia e del treno Italicus. Per l’attentato di Brescia nel 2017 sono stati condannati gli esponenti di Ordine nuovo Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte, il quale era anche un informatore dei servizi e aveva militato nelle file del Msi. Una sentenza fondamentale nella storia dell’Italia repubblicana perché ha suggellato le responsabilità neofasciste nel periodo 1969-74, ma anche le collusioni con apparati e uomini dello Stato come riconosciuto dai presidenti della Repubblica Napolitano e Mattarella negli ultimi anni. In verità, la confusione delle lingue e la mistificazione della realtà storica del nostro Paese da parte di chi oggi lo governa è funzionale a nascondere che questa destra non ha solo un problema con il fascismo storico, ma soprattutto con il neofascismo degli anni Settanta e per questo fatica a dirsi antifascista.
Meloni ha recentemente visitato a Roma la mostra sul segretario del Pci Berlinguer ed è stato un gesto importante e apprezzato, ma l’aspettiamo a Palazzo Braschi dove è in corso una esposizione su Matteotti. Lo dovrebbe fare perché oggi non è il capo di una fazione, ma la presidente del Consiglio di tutti gli italiani.
Meloni ha recentemente visitato a Roma la mostra sul segretario del Pci Berlinguer ed è stato un gesto importante e apprezzato, ma l’aspettiamo a Palazzo Braschi dove è in corso una esposizione su Matteotti. Lo dovrebbe fare perché oggi non è il capo di una fazione, ma la presidente del Consiglio di tutti gli italiani.
lunedì 22 aprile 2024
Ahhh!
Contrordine la Juventus truffò Ronaldo e con Ronaldo ha truffato il campionato
di Paolo Ziliani
Fin da subito, da quando nell’estate 2018 la Juventus lo acquistò 33enne dal Real Madrid per 105 milioni più 12 di oneri accessori (leggi commissione agli agenti), ci avevano raccontato che Cristiano Ronaldo era un grande affare perché non solo, sportivamente parlando, avrebbe fatto vincere alla Juventus la tanto agognata Champions League, ma si sarebbe ripagato da sé con la sola vendita delle magliette.
Sei anni dopo, ammesso che qualcuno abbia mai creduto alle panzane dell’Istituto Luce, il grande bluff è stato disvelato in ogni sua piega più riposta: non solo Ronaldo non ha minimamente inciso sulla parabola sportiva della Juventus, che con lui in campo è stata spazzata via in Europa prima dai ragazzini dell’Ajax (quarti di finale), poi dal Lione (ottavi) e infine dal Porto (ottavi), ma il peso del suo ingaggio si è rivelato con l’andare del tempo talmente insostenibile da portare la Juventus, società quotata in borsa, a comportarsi come un ladro di polli provando a rubare al suo asso quattro stipendi per sgraffignargli 20 milioni.
Quando Ronaldo – che nell’estate del 2021, un anno prima della fine del contratto, venne ceduto al Manchester United – decise di fare causa alla Juventus per ricevere gli stipendi che non gli erano stati pagati, il fatto aveva destato scalpore: sia perché la stessa sorte era toccata a Dybala, che a sua volta aveva reso noto di non avere ricevuto dal club stipendi per 4 milioni, sia per la piccata reazione del club di Agnelli, ormai passato alla gestione Scanavino-Ferrero, quella che avrebbe dovuto mettere Madama sui binari della legalità e della lealtà dei comportamenti. A dispetto dei moniti e dei nuovi procedimenti aperti da Consob e Procura di Roma sui nuovi bilanci del club redatti ancora sulla falsariga di quelli farlocchi dell’era Agnelli, la Juventus affermava di non avere nulla da temere rispetto al contenzioso Ronaldo e di non dovere al portoghese un solo centesimo: tant’è che nessuna somma aveva provveduto ad accantonare in bilancio alla voce “rischi”, com’è dovere dei club quotati, a dispetto dei dubbi avanzati da molti, Consob in primis.
Com’è finita lo abbiamo visto. Il Collegio Arbitrale ha dato torto, giorni fa, alla Juventus e l’ha condannata a pagare a Ronaldo la metà della somma dei 4 stipendi reclamati dal giocatore: 10 milioni più interessi. Ma non è finita: il pronunciamento del Collegio Arbitrale, che penalizza anche il ricorrente Ronaldo – riconoscendogli solo la metà dei soldi sottrattigli – in quanto corresponsabile dell’illecito “manovre stipendi”, è in realtà una Waterloo per il club bianconero. Viene stabilito che le illecite “manovre stipendi” varate alla Juventus nelle stagioni 2019-20 e 2020-21 furono messe in atto con il concorso consapevole di ogni componente societaria, dalla dirigenza a tutti i tesserati: per l’esattezza 23 (allenatore Sarri compreso) nella prima stagione e 17 nella seconda. Se la Figc non fosse corsa in soccorso della Juventus con l’inciucio del vergognoso patteggiamento del 30 maggio scorso, cancellando con un colpo di spugna tutti i suoi illeciti e salvandola da un processo che avrebbe avuto conseguenze rovinose, oggi la Juventus sarebbe in Serie C, tutti i tesserati dell’epoca sarebbero andati incontro a una squalifica non inferiore a due mesi, lo scudetto vinto nel 2020 non figurerebbe più nell’Albo d’Oro e la Juve si ritroverebbe iscritta oggi al campionato irregolarmente. O meglio: lo è. Ma secondo voi, interessa a qualcuno?
Green Green!
Ma quale green, L’Ue pensa solo all’industria della guerra
LA TRANSIZIONE DELLE ARMI - Il Green Deal lanciato dall’attuale Commissione e affossato dalla stessa con la scusa delle necessità di indipendenza energetica dalla Russia e di investire in munizioni, missili e caccia
DI AMÉLIE POINSSOT
Il Green Deal è stato lanciato alla fine del 2019 da Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue, con l’ambizione di fare dell’Europa il primo continente al mondo a raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050 e ad adottare delle misure per arrestare il declino della biodiversità. Che bilancio stilare, dopo quattro anni? Se per i primi due anni il Parlamento Ue e la Commissione hanno legiferato in diversi settori, l’epidemia di Covid prima e l’invasione russa dell’Ucraina poi hanno finito col modificare l’agenda ecologica di Bruxelles. Inoltre, alcuni Stati membri e dei gruppi politici, tra cui l’estrema destra, ma anche parte del campo liberale e la destra (a cui appartiene la stessa von der Leyen) hanno cominciato ad opporsi in modo sistematico alla politica “verde” dell’Ue.
Paradossalmente, oggi il Green Deal europeo è al centro di molte critiche e non solo da parte dei partiti che lo hanno sempre demonizzato, ma anche da parte delle lobby agricole, che sono riuscite a imporre l’idea che le politiche verdi danneggiano l’agricoltura, e dei sostenitori di politiche ambiziose, delusi perché, secondo loro, non si è fatto abbastanza. Punto primo: lo stop alle auto termiche nel 2035. Tra poco più di dieci anni, nell’Ue, non sarà più possibile vendere veicoli a benzina, diesel o ibridi nuovi. La misura ha rischiato di essere bloccata: l’anno scorso il governo tedesco ha tentato infatti di opporsi, ottenendo una deroga per un certo tipo di auto. Per i sostenitori della transizione verde, la decisione europea è un’opportunità economica. Secondo Neil Makaroff, autore del rapporto del think tank Strategic Perspectives sui benefici del Patto verde europeo per le imprese e le famiglie, il passaggio ai veicoli elettrici creerebbe 20 mila posti di lavoro nella sola regione francese Hauts-de-France. Entro il 2030, inoltre, quasi la metà del mix energetico dell’Ue, il 42,5%, dovrà essere costituito da energie rinnovabili.
L’obiettivo fissato – lontano dal 50% previsto dall’accordo sul clima di Parigi del 2015 – è tuttavia più ambizioso di quello che l’Ue si era fissata in un primo tempo: con la guerra in Ucraina, la consapevolezza della necessità di essere indipendenti dal gas russo è infatti cresciuta. Prima che la nuova direttiva europea fosse formalmente adottata, la Francia ha fatto pressioni per includere il nucleare e il gas come energie “di transizione”. “Il Green Deal è uno strumento per liberarci dalla dipendenza dagli idrocarburi e una soluzione alla guerra in Ucraina – ha osservato Makaroff –. Ha inoltre permesso un’accelerazione senza precedenti dell’energia solare ed eolica”. L’anno scorso, grazie alle nuove infrastrutture, l’Ue ha prodotto 73 gigawatt di energia rinnovabile, un record. Secondo il think tank Ember, la quota del carbone nel mix energetico dei 27 Stati membri è diminuita di un quarto. “Se tutte le misure venissero adottate, potremmo ridurre il nostro consumo di gas di un terzo entro il 2030”, continua Makaroff. Quale il bilancio in materia di biodiversità? Due misure hanno permesso di fare dei passi avanti in termini di protezione degli ecosistemi: il divieto di importazione di prodotti coltivati in aree deforestate (soia, olio di palma, carne bovina, caffè, gomma) e la legge sul Ripristino della natura, approvata a febbraio, che impone agli Stati membri misure per preservare il 20% degli ecosistemi terrestri e marini. Legge che tuttavia non è ancora entrata in vigore, poiché l’Ungheria fa pressioni per bloccarla.
Quanto agli investimenti per la transizione, sono ormai 700 miliardi di euro – metà sotto forma di sovvenzioni, metà sotto forma di prestiti – a essere destinati alla transizione ecologica dell’Europa. In concreto, per esempio in Francia, un terzo del piano France Relance – pari a 30 miliardi di euro – è condizionato a investimenti ambientali o a progetti di economia circolare.
Secondo Caroline François-Marsa, responsabile per l’Europa presso il Rac -Réseau Action Climat, il piano tuttavia non è stato “distribuito sufficientemente nel tempo per consentire la pianificazione ecologica e attrarre investimenti a lungo termine”. Il rapporto dell’Istituto per l’Economia climatica (i4ce), pubblicato il mese scorso, stima inoltre che l’Europa avrà bisogno di 406 miliardi di euro all’anno fino al 2030 per raggiungere l’obiettivo centrale del Green Deal, ovvero una riduzione di almeno il 55% delle emissioni di gas serra. Ciò non impedisce all’Ue di continuare a investire massicciamente nei combustibili fossili, in particolare nel gas naturale liquefatto. Durante il mandato di Ursula von der Leyen non è stato fatto inoltre alcun reale progresso verso pratiche agricole più rispettose della biodiversità e del clima. Il progetto di revisione del regolamento Reach (Registration, Evaluation, Authorisation and Restriction of Chemicals) sulle sostanze chimiche pericolose è stato abbandonato dalla Commissione a ottobre e il piano per dimezzare l’uso dei pesticidi entro il 2030 si è scontrato con l’opposizione del Parlamento un mese dopo. Ma già prima, la Politica agricola comune (Pac) non rispondeva alle ambizioni ufficiali dell’esecutivo europeo. Le grandi linee del primo budget Ue, negoziato dal 2018, prima cioè dell’arrivo di Ursula von der Leyen, non sono state modificate. I piccoli progressi fatti sono inoltre minacciati dalle recenti proteste degli agricoltori europei. I negoziati sulla Pac sono stati riaperti un mese fa con procedura accelerata, in modo che possano essere chiusi prima delle elezioni di giugno. Se il voto sarà confermato a Strasburgo, i sussidi inizialmente creati per promuovere le pratiche agro-ecologiche potrebbero essere trasformati in aiuti incondizionati.
“È davvero sorprendente che il Green Deal sia stato preso di mira dal settore agricolo, dal momento che nessuna riforma ha interessato finora l’agricoltura – ha osservato ancora Neil Makaroff –. La Fnsea, principale organizzazione francese degli agricoltori, ha colto l’opportunità delle vicine elezioni europee per bloccare sul nascere qualsiasi futura riforma”. Come la Pac, gli accordi di libero scambio rappresentano una delle principali incoerenze della politica europea. “L’Ue sta ancora elaborando accordi commerciali alla vecchia maniera, con impatti ambientali disastrosi”, sottolinea Makaroff.
Un’altra incoerenza riguarda le tabelle di marcia elaborate a livello nazionale. La Francia è uno dei Paesi che porta a casa i più scarsi risultati: di recente ha annunciato l’abbandono della sua legge di programmazione Energia e clima. Un passo indietro di Parigi che potrebbe implicare il mancato raggiungimento “degli obiettivi europei 2030 di riduzione delle emissioni di gas serra o della quota di energia rinnovabile nei consumi”, secondo Greenpeace. Per Caroline François-Marsal, uno dei punti deboli delle politiche verdi dell’Ue è che “non è stato fatto abbastanza per sostenere le famiglie più vulnerabili, gli agricoltori, né per accompagnare l’evoluzione dei posti di lavoro”. L’esperta ritiene che le misure compensative previste dal Fondo sociale per il Clima – 7 miliardi di euro per la Francia per il periodo 2026-2032 – non saranno sufficienti e che saranno erogate troppo tardi, mentre lo sviluppo del mercato del carbonio avrà un impatto certo sulle bollette e sul prezzo del carburante a partire dal 2027. Il Fondo per una transizione giusta dovrebbe aiutare la transizione delle regioni le cui economie si basano sulla produzione di combustibili fossili. La Polonia, che deve trasformare l’economia della Slesia, la regione che più produce carbone in Europa, ne sta traendo i maggiori vantaggi. Secondo l’esperta del Rac inoltre non si informano abbastanza i cittadini europei che il Patto verde “porterà enormi benefici per la nostra indipendenza energetica, per la nostra salute e la resilienza del nostro sistema alimentare”. Il futuro del Green Deal è allora compromesso? Secondo Neil Makaroff molto dipenderà dai risultati delle elezioni: “Se l’estrema destra uscirà rafforzata, e se la destra si allinea, la transizione rischia di essere sospesa, con notevoli rischi economici per le aziende che oggi investono sulla transizione stessa”.
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