Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
lunedì 18 dicembre 2023
Don Milani
Voce del verbo “rimuovere”: la Costituzione di don Milani
LA LEZIONE DEL PRIORE DI BARBIANA - La missione che il Vangelo affida oggi a un buon cristiano è la stessa che la Carta ha affidato alla Repubblica: cancellare la sottomissione dei poveri
DI TOMASO MONTANARI
Nel dibattito su don Lorenzo Milani favorito dal centenario che va chiudendosi, non si è forse abbastanza sottolineato il viscerale legame tra il priore di Barbiana e la Costituzione della Repubblica. Nel suo L’esilio di Barbiana, Michele Gesualdi scrive che Milani, “in una delle ultime notti che ero con lui ad un tratto mi disse: … ‘non si tratta di produrre una nuova classe dirigente, ma una massa cosciente. Il buon cristiano, oggi non si limita a fare l’elemosina ma s’impegna a lottare per rimuovere le cause che tengono i poveri in condizione di sottomissione e di miseria’”. Un vero testamento spirituale, capace di concentrare in poche righe il nucleo incandescente del pensiero del Priore. Una spia lessicale inconfondibile (quel “rimuovere”, all’infinito, nell’ultima frase) rinvia in modo assai trasparente al celeberrimo secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Né è solo la scelta della parola: è la struttura concettuale e sintattica della frase a coincidere, significando che il compito che il Vangelo affida oggi al buon cristiano è lo stesso che la Costituzione affida alla Repubblica: cancellare la sottomissione dei poveri costruendo un’eguaglianza non formale, ma sostanziale.
Il rapporto tra Milani e la Carta appare strettissimo fin folgorante definizione che ne dà nella Lettera a don Piero (1953-54) pubblicata come seconda appendice di Esperienze pastorali: “La Costituzione … una legge che un popolo s’è data? Che un popolo ha pagato così cara: sangue, fame, guerra civile, elezioni tanto sofferte da ogni parte. E poi non è una legge qualsiasi. E quella che il Cristo attendeva da noi da secoli, perché è l’unica che ridia al povero un volto quasi d’uomo. Non gli riconoscerà ancora il potere sopra le cose. Ma almeno sul suo lavoro: di darlo o non darlo quando gli pare”. In quell’“ancora” c’è la profonda comprensione del valore progettuale della Carta: vista qui letteralmente come “una rivoluzione promessa”, per usare una celebre espressione di Calamandrei.
Sono notissimi i passi della Lettera ai Cappellani, e poi della Lettera ai Giudici (siamo nel 1965), in cui l’articolo 11 diventa la misura e la lente con cui guardare all’intera storia delle guerre italiane dall’unità in poi e a quelle del futuro (e, ahimé, di oggi). Ma è nella Lettera a una professoressa (comparsa, in extremis, nel maggio 1967) che il movente costituzionale di don Milani diventa centrale. Un testo che si può leggere come un atto di «resistenza individuale e collettiva agli atti dei poteri pubblici che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione»: sono parole del famoso articolo sul diritto di resistenza che Giuseppe Dossetti propone alla Costituente il 21 novembre 1946, e che pur essendo approvato e accompagnando per lungo tratto il progetto di Costituzione viene infine cancellato. Quella resistenza, continuava il testo, “è diritto e dovere di ogni cittadino”: la feroce critica pubblica della Lettera va intesa in questo quadro, come un pubblico e collettivo atto di resistenza alla violazione dei diritti di tutti i ragazzi “scartati” da una scuola che non aveva capito il progetto della Carta. Nella Lettera si trova anche il più specifico – e quanto geniale! – contributo di Milani all’esegesi costituzionale. Fingendo di non sapere che, quando l’articolo 3 primo comma elenca tra le distinzioni che non devono precludere l’eguaglianza anche quelle “di lingua”, ciò si riferisce alla non discriminazione delle minoranze linguistiche (dalla Val d’Aosta all’Alto Adige), egli scrive: “Lo so anch’io che Gianni non si sa esprimere. Battiamoci il petto tutti quanti. Ma prima voi che l’avevate buttato fuori di scuola l’anno prima. Bella cura la vostra. … Ma intanto non potete cacciarlo dalla scuola: ‘Tutti i cittadini sono eguali senza distinzione di lingua’. L’ha detto la Costituzione pensando a lui. Ma voi avete più in onore la grammatica che la Costituzione”.
Parlando “con autorità” (Marco, 1, 27) don Milani interpreta la Costituzione: le distinzioni di lingua sono ora per lui (e poi inevitabilmente per tutti noi) il grado in cui le cittadine e i cittadini possiedono la lingua italiana, quasi in una prolessi di quelle “condizioni personali e sociali” che in clausola di comma alludono, ma solo implicitamente, anche alla scolarizzazione e alla cultura. Immaginare oggi don Milani, significa immaginarlo a fare scuola di italiano ai figli dei migranti (quelli che la cristiana Giorgia vorrebbe segregare in Albania): nuovi poveri da emancipare, nuovi italiani cui restituire dignità ed eguaglianza. In nome di quella stessa Costituzione: finché c’è.
domenica 17 dicembre 2023
Tuono egualitario
Daniela e il riccone
La neo-Leopolda di Renzi, sceicco e maggiordomo
di Daniela Ranieri
Matteo Renzi, uno degli invitati più ricchi alla festa post(?)- fascista di Atreju dopo Elon Musk e Flavio Briatore, ha rilasciato un’intervista a Sette nel numero dedicato al dittatore bin Salman, in qualità di uomo-sandwich del regime saudita. Il risultato è un gas esilarante pieno di recriminazioni, conflitti d’interesse, fole e naturalmente pubblicità (non diciamo “marchette” perché il soggetto ha la querela facile).
L’assunto-base dell’intervista è che finalmente il mondo si è accorto di quanto Mohammed bin Salman sia “un cardine dello scacchiere internazionale” e quindi di quanto avesse ragione Renzi quando dietro compenso, mentre in Italia faceva cadere un governo sotto una pandemia, volò a Riad per fingere di intervistare il principe, chiamato con deferenza “Vostra Altezza” e “amico mio”, e rivolgergli in lingua Googlish queste testuali parole: “È un grande piacere e onore essere qui con il grande principe… Per me è un privilegio poter parlare con te di Rinascimento. Credo che l’Arabia Saudita possa essere il luogo per un nuovo Rinascimento futuro”. Ma come ha fatto a divinare il futuro, “cosa ha visto prima degli altri?”, gli domanda l’intervistatore. Qui Renzi sceicco si auto-incensa: “Penso che i politici si dividano in due categorie… quelli che seguono l’onda della quotidianità: commentano su tutto, twittano in continuazione, esprimono i propri pensierini” (chi volesse può consultare il nostro archivio di tweet renziani dal 2013: una Bibbia di pensierini di abissale insensatezza); “e poi ci sono politici che provano a raccontare il futuro prima che accada correndo il rischio dell’impopolarità”. Un rischio che Renzi non corre, essendo l’impopolarità un polo interno alla scala che al capo opposto ha la popolarità, mentre lui, detestatissimo, risiede stabilmente nei valori negativi o non rilevabili della classifica.
La prova che trattavasi di vero Rinascimento, il periodo storico in cui fiorì l’Umanesimo, alveo di un renzismo ante litteram, è che l’Arabia è “un Paese di giovanissimi che sono coinvolti in eventi di rilievo internazionali. Con lo sport… a cominciare dal calcio, ma anche e soprattutto con la cultura… un fiorire di concerti, mostre, festival, eventi”. Un modo per dire che Riad, avendo solo l’argomento del denaro sonante ed essendo priva di geni quali Leonardo e Michelangelo, si compra tutto e tutti: allenatori, calciatori, capolavori artistici, sponsor e, come sappiamo, personaggi politici. “AlUla è una meraviglia assoluta, che vale da sola un viaggio in Arabia”, prosegue Renzi, che incidentalmente siede, oltre che nel board di una fondazione presieduta dal principe in cambio di una paga fino a 80 mila euro l’anno, anche nell’advisory board della Royal Commission per lo sviluppo di AlUla, la città “verde e sostenibile” che bin Salman usa come vetrina per ripulire un regime sporco di sangue. Per Renzi è un paradiso: “L’occupazione femminile cresce con percentuali incredibili”. Anche Amnesty International assegna all’Arabia Saudita un primato mondiale: triplicate le condanne capitali nel 2022, processi sommari, discriminazione contro le donne, torture, sfruttamento del lavoro, abusi sui migranti, sgomberi di massa di residenti per far posto alle costruzioni faraoniche di AlUla, appunto. È che Renzi e il principe, che la Cia e l’Onu ritengono il mandante dell’omicidio del giornalista Khashoggi, entrato nel consolato saudita di Istanbul con le sue gambe e uscitone a pezzi (non tutti: alcuni sono stati trovati in giardino), condividono una passionaccia: la “fame di futuro”, quell’insaccato di cui faceva il piazzista quand’era al governo e che conteneva l’affarismo, il cantierismo, lo Sblocca Italia, la riforma costituzionale etc. “L’Expo sarà il suggello della strategia Vision 2030”, dice, gongolando perché l’Italia ha perso e Riad, sua patria morale, ha vinto l’Expo. E in fondo Riad è una mega-Leopolda, dove ogni board è un “tavolo” come quelli a cui Renzi faceva sedere imprenditori, banchieri, squali della finanza, astronauti, atleti (che poi cominciarono a disdire, temendo i suoi auguri come la peste), la città ideale di Renzi, dove il volere del principe non è sottoposto a vincoli costituzionali, di leggi o sovrintendenze. In virtù di ciò bin Salman può portare la pace a Gaza: “Le monarchie arabe sosterranno il peso economico di ricostruire la Palestina”. Arrivano i petrodollari. Perciò il senatore col 34% delle presenze e il 100% dello stipendio è sempre in vetrina in Italia: “Se penso a tutti i soldi che sono arrivati a Gaza in questi anni e sono finiti in tunnel e armamenti, per non parlare della bella vita di qualche dirigente di Hamas all’estero, mi viene male al cuore”. Il male al cuore gli viene per i soldi finiti nelle tasche sbagliate (non le sue), giammai per i cadaveri su cui il principe edifica la sua gloria.
sabato 16 dicembre 2023
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