domenica 8 ottobre 2023

D'accordo con Orsini?

 

Un brutale dittatore

di Alessandro Orsini
Ecco che cosa rivela l'osservazione emotivamente distaccata della realtà empirica. Questa non è la rivolta di Hamas contro Israele. Questa è la rivolta del popolo palestinese contro la dittatura che Netanyahu esercita su di loro nei loro territori. Donne, anziani, bambini e uomini palestinesi, sono tutti con Hamas, soprattutto in queste ore in cui Netanyahu bombarda i civili palestinesi indiscriminatamente distruggendo le loro case, le loro strade e uccidendo i loro bambini. Come potete pensare che i palestinesi non siano schierati con Hamas? Quale limite mentale, difetto logico o pregiudizio culturale vi impedisce di vedere ciò che è autoevidente?
Il blocco occidentale ha creato un grande odio in Palestina lasciando che le ingiustizie di Netanyahu si accumulassero anno dopo anno. L'odio è una causa del mutamento storico-sociale e dei processi insurrezionali. Fomentare l'odio, come ha fatto l'Occidente in Palestina sostenendo tutte le malefatte di un brutale dittatore, significa creare cause.

E stasera tutti a guardar REPORT!!!

 

Da Paternò a Milano, la rete di La Russa tra affari e clientele. Ombre sui suoi soci
di Antonio Fraschilla
Inchiesta di Report si concentra sul paese di origine del presidente
del Senato fino a risalire alle “fortune” politiche del padre Nino. Dubbi
su un collaboratore che avrebbe chiesto aiuto alla ‘ndrangheta
ROMA — Una rete sull’asse Paternò-Milano tra clientele politiche, strani soci e affari in call center ma non solo. Una rete che ha al centro il presidente del Senato Ignazio La Russa. A ricostruirla una inchiesta di Report, che andrà in onda oggi alle 21 su Rai Tre e che inizia con le “promozioni” di professionisti e politici amici di La Russa, e tutti originari di Paternò, nelle istituzioni: dal Csm al Senato.
Alla Camera è stato eletto Francesco Cincitto che dice: «Sono il dentista di La Russa, milito in FdI da 30 anni». Poi, sempre dal cerchio magico di Paternò targato La Russa, Giuseppe Failla, ex sindaco, è stato scelto come componente della commissione paritetica della Conferenza Stato-Regione e fa parte anche della Commissione contenzioso del Senato. La collega di studio di Failla, l’avvocata Rosanna Natoli, candidata alla Camera non è stata eletta: adesso il Parlamento l’ha eletta membro laico del Csm. Per una città di 48 mila abitanti non male. Report ricostruisce anche le «fortune» politiche e societarie del padre del presidente del Senato, Nino La Russa, prima con il discusso finanziere che amava giocare in Borsa Michelangelo Virgillito e le sue aziende, dove investì anche Michele Sindona, e poi con l’ingegner Salvatore Ligresti. Report intervista l’ex colonnello dei carabinieri Michele Riccio che ha raccolto le ultime confessioni di Luigi Ilardo, un collaboratore di giustizia ucciso dalla mafia, secondo il quale nel 1994 Cosa nostra in Sicilia orientale avrebbe sostenuto Nino La Russa: il presidente del Senato ha già annunciato querela per diffamazione per queste affermazioni in un video che andrà in onda durante la puntata.
Ma Report solleva soprattutto il caso delle avventure societarie di La Russa e dei suoi familiari. A partire dell’apertura a Paternò di un call center che lavora per la sanità lombarda da diversi anni. Report intervista una ex assessora della Regione Lombardia ai tempi del governatore Roberto Formigoni: Monica Rizzi. Secondo quest’ultima sarebbe stato Romano La Russa, fratello di Ignazio, che «in prima persona avrebbe spinto per l’apertura del call center». Dice Report: «L’operazione viene gestita da Giovanni Catanzaro, che sedeva accanto a Nino La Russa nei cda di Sai e Richard Ginori ed è entrato in società con Ignazio, Vincenzo e Romano nella Idrosan». Catanzaro apre a Paternò anche un altro call center: si chiama Midica e in questa società ha una partecipazione anche Gaetano Raspagliesi, cognato di Ignazio La Russa. Oltre 300 le assunzioni. Il call center però entra in crisi e allora arriva un imprenditore a investire: Patrizio Argenterio, che intervistato da Report sostiene di aver ricevuto un invito ad investire da Ligresti e avrebbe incontrato anche La Russa allora ministro della Difesa (siamo nel 2008). Argenterio, che finirà col patteggiare un anno per bancarotta per questa avventura, aggiunge: «Quel giorno mi dice “ah guarda noi stiamo facendo un progetto che si chiamerà “Difesa”, perché vogliamo informatizzare polizia, carabinieri, finanza e quindi ve ne faremo fare un bel pezzo”». La Russa non fa riferimento all’investimento nel call center del cognato, ma avrebbe parlato di cento milioni di investimenti della Difesa. Del progetto ministeriale non se ne farà nulla. Il giornalista Giorgio Mottola chiede all’imprenditore se questo colloquio ha avuto un ruolo nella scelta di investire 3 milioni in una azienda decotta. La risposta di Argenterio è netta: «Certo».
C’è infine un socio attuale di La Russa in una srl immobiliare con delle ombre di non poco conto. Si chiama Sergio Conti. Un imprenditore che ad un certo punto si sarebbe rivolto ad esponenti della cosca di ‘ndrangheta di Pepè Onorato per recuperare un credito. Da questa vicenda nasce un processo che dopo due condanne finisce con l’assoluzione di Conti in Cassazione: perché il reato viene riqualificato da estorsione in esercizio arbitrario delle proprie ragioni con violenza. Fattispecie che richiede una querela di parte. Ma la vittima non presenta denuncia. Davanti ai microfoni di Report Conti, che ancora oggi è socio e amministratore dell’azienda di La Russa, conferma di essersi rivolto agli ‘ndranghetisti per avere i soldi indietro. Conclude Report: «È opportuno che il presidente del Senato abbia come socio un imprenditore che si è rivolto alla ndrangheta?».

Strana Ragogna

 


Perfetti RX

 

Il silenzio degli indecenti
di Marco Travaglio
Come finirà lo scandalo del vecchio video pret à porter tirato fuori dopo cinque anni contro la giudice Apostolico è facile prevederlo, ora che salta fuori un provvidenziale carabiniere che dice di aver fatto tanti filmati e di averli passati a mezzo mondo, finchè arrivarono a Salvini o ad altri leghisti. Intanto un altro video ritrae un poliziotto che riprende. Se i pm vorranno verificare chi mente, verranno fermati sull’uscio di qualche ufficio parlamentare immune o sulla password di qualche telefonino insindacabile. Così passerà la linea della Meloni-gnorri: “Niente dossieraggi: la giudice era a un evento pubblico”. E chi lo nega? La questione è chi è in grado di tirar fuori nel 2023 un video del 2018 a colpo sicuro, sapendo che ritrae per pochi istanti una giudice a una manifestazione, nell’attimo esatto in cui serve al governo? O c’è un carabiniere con la memoria di tartaruga, l’occhio di lince e un grande amore per la Lega (e per la carriera), o c’è un archivio di filmati sui partecipanti illustri a manifestazioni, schedati e conservati senza motivo e contro la legge, visto che la giudice in piazza non commise reati né proferì verbo. Perciò la premier dovrebbe invitare il suo vice a riferire in Parlamento e, se lui non lo facesse come nel 2019 sul Russiagate, dovrebbe farlo lei come fece Conte. Ma per riportare lo scandalo nei giusti binari istituzionali servirebbe una stampa libera che premesse sul governo perché parli. Invece la stampa, salvo rare eccezioni, tace o acconsente o depista, spostando l’attenzione dalla luna al dito.
Commuove, in particolare, il silenzio dei “garantisti” in servizio permanente effettivo con sdegno selettivo: quelli che, appena un ladro di Stato viene beccato in un’intercettazione o in un’indagine, chiamano i caschi blu e invocano la privacy; ma, quando è il potere ad abusare dei propri poteri contro cittadini inermi, colpevoli di fare il proprio dovere o di esercitare un proprio diritto, se ne sbattono. Tacciono quando la polizia manganella gli studenti in corteo contro il governo. Insorgono contro una cittadina esemplare che filma un politico innominabile a colloquio con uno spione all’autogrill, manda tutto a Report col suo nome e il suo cognome e finisce linciata dal politico innominabile e dai suoi giornalisti preferiti come una spia al servizio di chissà chi, nonché indagata per reati ai confini della realtà, mentre il politico innominabile non dà alcuna spiegazione (anche perché nessuno gliela chiede). E tornano a tacere se un ministro e vicepremier sputtana una giudice autrice di una sentenza a lui sgradita con un video di cui nessuno conosce la provenienza e il percorso. L’ennesima prova che il garantismo all’italiana è come il patriottismo per Samuel Johnson: “l’ultimo rifugio per le canaglie”.