mercoledì 4 ottobre 2023

Indiscutibile




Se ci fosse...

 


La Fascina ranierata

 

Tutti contro Fascina, la dura vedovanza senza l’ex Cavaliere
DI DANIELA RANIERI
La pseudo-vedova Berlusconi deve tornare in Parlamento perché – dice Paolo, il fratello di Silvio, non si sa a che titolo – è “un suo diritto ma soprattutto un suo dovere”. Quanto al diritto, la signora è stata eletta (nella circoscrizione Campania, che aveva un disperato bisogno del suo magistero) con una legge elettorale ridicolmente anti-democratica ma in effetti vigente, perciò ha diritto di fare la deputata della Repubblica, ancorché in ottemperanza al sistema della rappresentanza della famiglia Berlusconi; quanto al dovere, è duro per il Paese privarsi del contributo che Marta Fascina può offrire alle Istituzioni, viaggiando sul 75% di assenze e risultando firmataria dal 2018 di ben due disegni di legge, chissà ispirati da chi: uno sulla responsabilità civile dei magistrati, l’altro di modifica dell’art. 67 della Costituzione con l’introduzione del vincolo di mandato (al Cav. i deputati cambiacasacca piaceva pagarli). I giornali danno conto dello stato emotivo di Fascina con una certa apprensione, stante anche l’assenza della stessa alla commemorazione del defunto a Pompei detta B-day, una parata kitsch di adoratori del frodatore fiscale, a loro volta fautori dell’evasione come legittima difesa dallo Stato che esige il pizzo, se non evasori loro stessi, intestatari di conti off-shore e/o manigoldi del contante. La signora Fascina, che da adolescente aveva come idolo il miliardario col cerone e la fibrina capillare, sarebbe ancora affranta (lo testimonierebbero smielate dichiarazioni post-mortem sui social, quando uno è riservato…), tanto da non poter rientrare alla Camera per occuparsi dei suoi temi d’elezione, che si apprende essere, tra gli altri: personale militare, economia pubblica, istruzione postuniversitaria, finanze pubbliche (non solo private, ndr), benessere degli animali, Magistratura, diritti umani, violenza sessuale, automobili, sicurezza pubblica, tasse e imposte (!), condizioni di lavoro, umanizzazione del lavoro etc. (fonte: OpenParlamento). Neanche Tina Anselmi.
È che “serpeggia”, informano i giornali paragonandola a Jackie Kennedy e Yoko Ono, “preoccupazione per i numeri che nei lavori di commissione e di Aula, con una deputata azzurra stabilmente in meno, sono meno solidi”. Esprimiamo solidarietà ai colleghi del gruppo FI, che a causa della protratta assenza della inconsolabile faticano a far passare i desiderata del gruppo Mediaset. Naturalmente questi onesti parlamentari, che si guardavano bene dal fiatare quando Berlusconi imponeva sue partner o favorite nelle liste elettorali, non esprimono alcun rammarico per lo sfregio ai cittadini specie campani che ella rappresenta, né per i danni all’erario derivanti dal suo sostentamento in quanto deputata, anche se è comprensibile che coi 100 milioni ricevuti in eredità (o in Tfr?) Marta fatichi ad arrivare alla fine del mese (nostra Signora del Merito si guarda bene dal devolvere lo stipendio da parlamentare in beneficienza). Insomma: è incomprensibile come alla morte del suo benefattore questa brianzola di Reggio Calabria abbia perso la motivazione da civil servant che la animava, anche se lo sospettavamo vedendola piangere a secco ai funerali della buonanima. L’affare si ingrossa, se è la famiglia Berlusconi, mediante l’apposito Giornale, a spingere la riottosa a uscire dal lutto e andare a espletare i suoi doveri di puntello o di opposizione all’esecutivo interpellando addirittura un giuslavorista per capire se sta lucrando sull’elaborazione del lutto. Servissero altre prove che la terza Camera non è Porta a Porta, ma Arcore con tutte le sue dépendance, le sue questioni notarili e il capo Marina, capace di indirizzare l’azione del governo dando o togliendo l’amicizia a Giorgia Meloni.

A proposito di giornalismo...

 

Bagatelle per massacri
di Marco Travaglio
Fra i mestieri usuranti che meritano una speciale indennità, il posto d’onore spetta a quello di giornalista-di-destra-sotto-un-governo-di-destra. Che, intendiamoci, presenta indubbi vantaggi: tipo poter scrivere qualunque cazzata senza perdere la reputazione (che, ove mai esistesse, sarebbe un handicap). Ma comporta anche fatiche ai limiti delle possibilità umane: tipo inventarsi ogni volta qualcosa per sputtanare i giudici che danno noia al governo. Inventare è la specialità della casa, il difficile è trovare una novità dopo trent’anni di berlusconismo. Prendete l’ultima giudice da linciare: Iolanda Apostolico, che ha disapplicato il decreto Cutro perché è scritto coi piedi e ignora le regole basilari del diritto europeo e italiano. Si poteva guardarle le gambe e, se avesse indossato calzini turchesi, dipingerla come una mezza matta. Purtroppo ci aveva già pensato Claudio Brachino per lapidare il giudice Raimondo Mesiano, che aveva osato condannare Fininvest per lo scippo Mondadori. Per evitare l’accusa di plagio, sono tre giorni che i migliori picchiatori su piazza ravanano nei social della giudice, alla ricerca di un post che la ritragga mentre limona duro con uno scafista mentre quello le infila in tasca una mazzetta. Ma niente: solo like e condivisioni ad appelli pro Costituzione e contro chi la calpesta. Serve ben altro.
Si potrebbe dire che la Apostolico si era rifiutata di divulgare un fascicolo segreto perché era segreto e, per soprammercato, da giovane era fidanzata con un giornalista di Lotta Continua: ma la stampa di destra l’aveva già detto di Ilda Boccassini, che incredibilmente non era stata neppure arrestata. Si potrebbe dire che la giudice catanese porta le scarpe da jogging e la camicia aperta, alza il gomito, fa vita da nababba e gira in Mercedes, andava a cena con Franco Nero e parlava male di Berlusconi e pure di Wanna Marchi, e per giunta suo figlio telefonava a uno 007 arrestato. Ma anche questi sarebbero plagi piuttosto dozzinali, perché Giornale e Libero se li erano già inventati per sputtanare il giudice Antonio Esposito, presidente del collegio che nel 2013 aveva condannato B. in Cassazione per le frodi fiscali Mediaset. Poi si scoprì che il beone era astemio, che la sontuosa Mercedes era un ferrovecchio del 1971 con 300 mila km. acquistato nel ’77, che il figlio non era il suo ma quello di suo fratello e così via. Fermo restando che difficilmente la colpevolezza o l’innocenza dipende dalla biografia del giudice: semmai da quella dell’imputato. Ma vallo a spiegare a questi berluscloni che cercano altarini nella vita dei magistrati perché non sanno scrivere le leggi e non sanno leggere le ordinanze (infatti le chiamano “sentenze”) o, se le leggono, non le capiscono.

martedì 3 ottobre 2023

Sempre forti




Raudi pronti




Stato Gabbanelliato

 

A leggere il Dataroom di Milena Gabanelli di ieri sul Corriere c'è da farsi venire eczemi di varia natura, soprattutto alla zona scrotale! 

Intanto la foto: 


Stiamo pagando 165mila euro al giorno per i comuni senza depuratori! Porcaccia miseria ladra! E tutti quei babbani che abbiamo votato non stanno facendo nulla, a parte la mefitica politica per rimanere saldi nelle loro poltrone! Abbiamo già pagato 311 milioni per le discariche in Campania e stiamo per mettere anche mano al portafoglio per la vergognosa querelle degli stabilimenti balneari, dove stiamo perdendo tempo perché Cazzaro e Ducetta sono amici dei lacrimosi gestori del mare che non pagano una mazza di concessione ed incamerano cifre da paura, tra flutti e nero! 

Leggete l'articolo qui sotto e fatevi un'opinione in merito. Io me la sono già fatta: vaffanculo ai mestieranti di questa becera politica che ci sta affossando!  


Un miliardo e tre milioni di euro. Tanto sono costate all’Italia, per non essersi adeguata alla normativa comunitaria, le sanzioni inflitte dall’Europa. I Comuni sprovvisti di depuratori costano alle casse 165 mila euro al giorno e per le discariche in Campania sono stati sborsati 311 milioni.

Un miliardo e tre milioni di euro. È quanto l’Italia ha pagato finora in sanzioni all’Unione europea per non essersi adeguata alle regole comunitarie, nonostante i moniti di Bruxelles, ripetuti per anni.

Andiamo con ordine: 27 Stati aderiscono alla Ue decidendo insieme le leggi, condividendone obblighi e benefici. Ogni Stato quindi è tenuto ad accogliere le direttive Ue fra le proprie leggi nazionali, entro due anni al massimo, e a rispettarle. Chi non lo fa finisce nel radar della Commissione, che può aprire una procedura di infrazione. La Costituzione italiana (artt.11 e 117) riconosce il primato del diritto europeo su quello nazionale, ma il nostro Paese è tra quelli che contano più procedure d’infrazione in Europa.

Iter e tempi di una procedura

Fra i primi avvisi di Bruxelles e una condanna possono passare anche 20 anni. La pratica inizia con una lettera di messa in mora dove la Commissione concede due mesi per rispondere. Segue una lettera di «parere motivato», con cui si precisano altre richieste e si concede altro tempo; insomma Bruxelles collabora, perché ha tutto l’interesse ad evitare lo scontro.

Se lo Stato però continua a non seguire le indicazioni della Commissione, c’è un primo deferimento alla Corte di Giustizia Ue. A quel punto, se ancora non ti adegui, la Corte emette una seconda sentenza con la quale può decretare sanzioni economiche forfettarie e/o giornaliere finché il Paese non si mette in regola.

Nel caso in cui lo Stato decida di non pagare, l’Unione si rifà riducendo gli importi dei fondi comunitari destinati al Paese in questione.

I casi in Italia e in Europa

L’ultimo aggiornamento è del 28 settembre 2023: le procedure aperte contro i Paesi membri sono 1.724. In testa la Spagna con 95, seguita da Belgio (94), Bulgaria (92), Grecia (90) e Polonia (83). I Paesi che ne hanno di meno sono Estonia (39), Lituania (40), Finlandia (45).

L’Italia conta 80 infrazioni, e vanno dal mancato adeguamento dei livelli di sicurezza delle gallerie (i tunnel superiori a 500 metri devono avere uscite d’emergenza, colonnine di soccorso, livelli di ventilazione e illuminazione adeguati) all’eccessivo ricorso ai contratti a termine nel settore pubblico (la procedura del 2018 condanna l’utilizzo abusivo per diverse categorie, tra le quali insegnanti e personale amministrativo), fino allo scorretto recepimento della direttiva antiriciclaggio.

Il primato italiano

Se consideriamo invece le procedure finite davanti alla Corte di Giustizia l’Italia è al primo posto con 23 procedure in contenzioso, davanti a Grecia (19), Polonia (17) e Ungheria (15). Tra le infrazioni italiane arrivate davanti alla Corte c’è di tutto: l’esenzione dalle accise sui carburanti degli yacht a noleggio (la normativa europea impone lo sconto solo per le imbarcazioni usate a fini commerciali come pescherecci e traghetti e non per chi affitta barche a uso personale); il ritardo dei pagamenti da parte della pubblica amministrazione verso i fornitori (la direttiva prevede un limite di 30 giorni per il saldo delle fatture, ma i nostri tempi medi si attestano ancora sui 70 nel 2022); il superamento dei valori limite di PM10 nell’aria delle città italiane, e il recupero dei prelievi arretrati sulle quote latte.

Per cosa stiamo pagando

Tra i Paesi che hanno ricevuto più condanne a pagare sanzioni dalla Corte Ue solo la Grecia con 12 infrazioni fa peggio dell’Italia. Noi siamo secondi insieme alla Spagna con 6 condanne, seguono Irlanda (4), Francia, Belgio e Portogallo (3).

Ma a quanto ammontano queste multe? Per calcolarle i giudici considerano non solo la gravità dell’infrazione commessa, ma anche il Pil e la popolazione del Paese sanzionato. Tra le condanne definitive che hanno procurato all’Italia esborsi imponenti, 3 sono legate al settore dell’ambiente, 2 agli aiuti di Stato e una agli aiuti irregolari concessi alle aziende.

Quella più pesante riguarda i rifiuti della Campania. La procedura è stata aperta nel 2007, l’abbiamo ignorata, e nel 2015 è partita la sanzione per la quale l’Italia ha già pagato 311 milioni di euro. E ancora oggi, a 8 anni di distanza, la Regione non ha completato una rete integrata di impianti di smaltimento. La conseguenza è che il nostro Paese continua a sborsare 60 mila euro al giorno. Restando in tema: è partita nel 2014 la condanna per 200 siti di discariche abusive disseminate su tutto il territorio nazionale (la procedura era stata aperta nel 2003): ad oggi sono già stati versati 261,8 milioni di euro. C’è da dire che la situazione è migliorata dopo la nomina, nel 2017, del commissario unico alle bonifiche: restano da risanare 18 siti e la multa semestrale è passata dagli iniziali 42,8 milioni di euro a 4 milioni.

Nel 2018 è la volta dei Comuni che hanno le fogne senza i depuratori: 123 mancati interventi in 81 agglomerati, prevalentemente dislocati in Sicilia, Calabria e Campania. L’Italia è stata condannata al pagamento di 165 mila euro al giorno e sono stati già versati 142.867.997 euro.

Cosa abbiamo fatto in questi cinque anni? Sono stati resi conformi «solo» 15 agglomerati, è come se 4,5 milioni di abitanti scaricassero ogni giorno le loro fogne nei fiumi, nei canali, o in mare. Ma quanti sistemi di depurazione si mettevano a terra con 165 mila euro al giorno?

Le sanzioni per gli aiuti di Stato

Nel 2015 ci siamo beccati la condanna per il mancato recupero di 38 milioni di euro di benefici contributivi impropri concessi tra il 1995 e il 1997 a 1.800 imprese nel territorio di Venezia e Chioggia. La vertenza si è chiusa lo scorso marzo, ma intanto l’Italia ha dovuto pagare sanzioni per 158,9 milioni di euro.

Poi ci sono gli 80 milioni di multa per gli sgravi contributivi concessi dall’Italia per favorire l’occupazione negli anni 1997-98. Le regole comunitarie permettevano agevolazioni alle imprese che su tutto il territorio nazionale assumevano disoccupati under 25 e laureati under 29. Ma l’Italia ha differenziato gli sgravi a seconda delle zone del Paese e li ha concessi anche a chi ha assunto over 29. Infine, la sanzione per gli aiuti di Stato (13,7 milioni) agli alberghi della Regione Sardegna. La sentenza è di marzo 2020: pagati finora 47,9 milioni di euro.

Il dossier del Senato «Relazione sull’impatto finanziario degli atti e delle procedure giurisdizionali e di precontenzioso con l’Unione europea» pubblicato ad aprile ufficializza il totale delle sanzioni già versate: «Hanno superato il miliardo di euro». Purtroppo non ci fermiamo qui perché l’Italia per almeno altre sei procedure sta rischiando condanne a breve, fra queste la violazione della direttiva europea 2004/18/CE per la proroga senza gara della concessione autostradale Civitavecchia-Livorno alla società SAT.

Il rischio balneari

Per scongiurare nuove multe il governo Meloni ha approvato a giugno il«decreto salva infrazioni», che ha come obiettivo la chiusura di 13 procedure e la prevenzione di altre 11. La norma interviene tra l’altro per mettere fine alla procedura sulle emissioni inquinanti dell’ILVA di Taranto, prevedendo progetti di decarbonizzazione necessari a ridurre l’impatto ambientale.

Nulla di fatto, invece, sull’eterna storia degli stabilimenti balneari, dove da sempre chi si aggiudica la concessione di una spiaggia se la passa di padre in figlio. Dal 2009 Bruxelles ci chiede di metterle a gara per rispettare il principio della libera concorrenza, sancito dalla direttiva Bolkestein del 2006.

Dopo 11 anni di tira e molla, il 3 dicembre 2020 è partita la procedura d’infrazione.

Il Ddl Concorrenza approvato dal governo Draghi prevedeva di risolvere la questione entro quest’anno, ma il governo Meloni ha detto no: se ne parlerà a partire da gennaio 2025. Certo che se lo Stato, pur di continuare ad incassare pochissimo da queste concessioni, è disposto a far pagare a tutti noi pure le sanzioni, è davvero indigesto.