domenica 10 settembre 2023

In ricordo di Mimmo

 

Mimmo
di Marco Travaglio
A luglio eravamo a Ravello, Mimmo De Masi, Cinzia Monteverdi e io, per presentare il mio libro. A Ravello sono vietate le auto. Cinzia e io arrancavamo come zombi sotto la canicola del mezzogiorno. Lui trotterellava e saltellava come un capriolo. Nulla era più lontano di lui dalla morte, che invece se l’è portato via in pochi giorni. E non bastano tutte le parole del vocabolario per descrivere chi era, cosa ha rappresentato per il nostro giornale con i suoi articoli e il progetto Scuola, e quanto ci mancherà. Era il nostro amico geniale. Il nostro nonno acquisito, arrivato troppo tardi e andato via troppo presto. Più giovane di tutti noi messi insieme: dovevate vederlo alle riunioni sulla Scuola del Fatto, l’ultima impresa in cui si gettò a capofitto con l’entusiasmo e l’energia di un ragazzino, occupandosi persino dell’erba del prato davanti alla sede prefabbricata nel giardino della nostra redazione.
Di solito gli intellettuali di sinistra sono noiosi, verbosi, seriosi, faziosi, retorici, supponenti, tromboni: lui era tutto l’opposto. Brillante, sintetico, asciutto, spiritoso, ironico e dunque autoironico, mai settario e talmente colto da permettersi il lusso di dissimularlo. Il libro che ci lascia con i testi degli incontri al cinema romano Farnese su Destra e Sinistra ne sono un piccolo esempio: quando alzava il telefono per chiamare intellettuali e professori di idee antitetiche alle sue, quelli correvano perché li aveva convocati “Mimì”, ed era una garanzia di rispetto e imparzialità. Il che, quando prendeva la parola, non gli impediva di inquadrare i problemi con soave nettezza e poi di recidere i nodi col bisturi del suo sulfureo sense of humour. Era atipico anche come scienziato: i sociologi sono famosi per sforzarsi di non farsi mai capire e di riuscirci perfettamente. Lui invece riusciva a sminuzzare i problemi più complicati e i concetti più complessi con una semplicità e un candore di linguaggio che disarmavano.
I giornaloni e l’establishment tutto lo detestavano o perché osava denunciare la morte della Sinistra in nome del turboliberismo “riformista” e “blairiano”, dell’afrore dei banchieri e dei tecnici alla Monti e alla Draghi, e dare invece credito ai 5Stelle che avevano riempito quel vuoto. Persino la Meloni, in anni passati, gli aveva chiesto una mano per addentrarsi nei temi dell’economia e della sociologia in qualche serata privata.
E lui non si era sottratto, perché restava comunque un professore nel vero senso della parola, e sentiva il dovere di insegnare a tutti un poco del molto che sapeva. Uno dei tanti cretini di successo che scrivono in prima pagina l’aveva definito “il teorico del fancazzismo” perché aveva capito fra i primi gli spazi di “ozio creativo” e le voragini occupazionali in arrivo nel mondo del lavoro della società post-industriale (oggetto primario dei suoi studi) con l’intelligenza artificiale, il digitale e l’automazione. I suoi consigli a Grillo e Casaleggio e poi a Di Maio e a Conte hanno aiutato il movimento a diventare adulto e a riempire di contenuti i vuoti dovuti all’ingenuità e all’inesperienza (i milioni di poveri che per tre anni si sono sentiti protagonisti grazie al Reddito di cittadinanza lo devono anche a lui, così come i lavoratori che beneficiano del lavoro agile e in futuro, magari, otterranno anche un salario minimo e una riduzione dell’orario di lavoro). Il che non gli fruttò alcun incarico o sinecura, nel Paese dei raccomandati, e non gli impedì di criticare i 5Stelle quando sbagliavano, come fece per esempio con Grillo e Di Maio per la loro sbornia draghiana e con Conte per la sua renitenza a integrarsi con le altre opposizioni.
Poi c’era il Mimmo privato, il Mimmo delle cene in trattoria con l’adorata moglie Susi, il Mimmo che zompetta curioso nei corridoi del Fatto, il Mimmo dal calore umano trascinante, il Mimmo delle battute, dei sorrisi e delle risate tutte napoletane (anche se era nato in Molise). Il Mimmo che squaderna le sue mille vite e i suoi mille aneddoti sui suoi amici che solo a nominarli vengono i brividi: da Adriano Olivetti a Luiz Inácio Lula da Silva, il presidente brasiliano che lo chiamava per chiedergli consigli (Mimmo in Brasile è conosciutissimo e popolarissimo), dall’erede del patròn di Rede Globo Roberto Marinho (che se lo portava in barca nelle isole greche in vacanza a volte pure con Zuckerberg) a Lina Wertmüller e Pier Paolo Pasolini (che una sera, a cena con lui al ristorante, toccò il sedere a un cameriere e Mimmo raccontava che quella fu l’unica volta in cui gli toccò fare a botte e prenderle).
Ascoltando quell’omino piccolo piccolo, con quella vocetta di falsetto e ruggine tipica di molti napoletani, mi stupivo sempre delle mille cose che era riuscito e continuava a fare. Ma i vini migliori stanno nelle botti piccole. Lui non lo sapeva, perché non credeva: ma per noi del Fatto era un regalo del Cielo. E, come tutte le cose belle, è durato troppo poco.

L'Amaca

 

Erano gli anni della decenza
DI MICHELE SERRA
Paolo Jannacci (intervistato per questo giornale da Arianna Finos), a Venezia per presentare un film sul padre Enzo, dice che gli piace ricordare l’Italia di suo padre perché “è un ricordo di decenza”. Questa parola, che è molto precisa, mi ha colpito profondamente e coinvolto emotivamente (ognuno ha un padre da ricordare).
Secondo la Treccani decenza significa “convenienza, decoro, pudore intesi non solo come sentimento individuale, ma più come esigenza etica collettiva che si ha l’obbligo di rispettare”. Secondo me “decenza” è esattamente quello che abbiamo perduto non tanto come individui (di decenti se ne contano ancora), quanto come collettività.
Non vorrei fare il vecchio retore (Paolo Jannacci, in ogni modo, ha vent’anni meno di me), ma lo “stile” prevalente, nell’Italia attuale, mi sembra l’indecenza. Che non vuol dire cattiveria o scelleratezza o vizio, vuol dire una drammatica perdita di misura e di eleganza. L’ostentazione di sé è il pensiero-guida. Nei social, nei talk-show, nella vita quotidiana, di “esigenze etiche collettive” che inducano alla decenza c’è davvero scarsa traccia. Rimanere discretamente un passo indietro per non sembrare invadenti, o prevaricatori, o cafoni, è uno scrupolo raro.
Il paradosso è che Enzo Jannacci, e anche il figlio, sono artisti: l’esibizione fa parte della loro natura, e niente di più indecoroso è dato, al mondo, che salire su un palco. Eppure quella generazione, qualunque lavoro facesse, perfino il giullare o il saltimbanco, fu più decente. Aveva più aplomb. Anche quando si era immersi nel lutto o nella tempesta politica o nello scandalo, l’idea era che si potesse, si dovesse, rimanere composti.

Con Moni

 


Gran bella serata quella di ieri ad Arcola, con la presenza di Moni Ovadia che ci ha intrattenuto commentando l'enciclica di Papa Francesco, Laudato Si', sul tema della natura e della nostra collocazione sul pianeta. Unico neo, al termine dello spettacolo, la domanda di uno spettatore che, facendo riferimento alla Palestina, adombrava poca reazione di Moni in merito ale problematiche legate alla situazione tra  israeliani e palestinesi. "Perché me lo domanda?  - gli ha gridato Moni - Perché sono ebreo? Ma lo sa lei che io non posso entrare in Israele per le mie posizioni sulla Palestina?" E se ne è andato scocciato.  

sabato 9 settembre 2023

Luna Park

 

Campionati Juniores
di Marco Travaglio
Si è scritto tanto sull’ironia della Storia. Ma quella della cronaca, allora? L’altroieri il governo annuncia l’ennesimo giro di vite da grida manzoniana: manette più facili, pene più alte, divieti assortiti fra cui quello credibilissimo di usare il telefono, multe, Daspo, ammonimenti, revoche di patrie potestà e altre trovate “securitarie” (quelle che spacciano per sicurezza nei fatti la rassicurazione a chiacchiere). Il tutto riservato ai minorenni: baby pusher, baby bulli, baby gang, baby delinquenti, baby doll, soprattutto se non condannati in via definitiva. Per i maggiorenni, purché ricchi e/o potenti e/o famosi, meglio se pregiudicati e detenuti, la pena massima resta il Parlamento. O, per i più sfortunati che non possono più entrarci perché condannati a più di 2 anni, la libertà di girare e fare i loro porci comodi. Proprio mentre il governo partoriva la “stretta” per gli juniores, due bei seniores provvedevano a rammentarci come funziona la giustizia all’italiana. Uno è Denis Verdini, suocero del vicepremier Salvini, ex senatore berlusconiano e poi, per coerenza, filorenziano. Condannato in Cassazione a 6 anni e mezzo e in appello a 5 e mezzo per due bancarotte fraudolente, dovrebbe essere in galera. Ma nel 2021, dopo appena 91 giorni, il giudice di sorveglianza lo scarcerò d’urgenza da Rebibbia perché era un “soggetto particolarmente vulnerabile al contagio da Covid” e occorreva “tutelare in via provvisoria la sua salute”. Lo stesso contagio lo rischiavano gli altri 1.200 ospiti del carcere, ma non si chiamavano Denis né Verdini, dunque restarono dentro. Da allora, il nostro eroe è ai domiciliari a Firenze, ma il Tribunale di sorveglianza gli concede di andare a Roma 3 volte a settimana per visite dentistiche (a Firenze, si sa, non esistono dentisti). E lui, già che c’è, nel tragitto incontra il sottosegretario Freni (leghista come suo genero), manager Anas e l’ex deputato e imprenditore pregiudicato Bonsignore. Cioè viola le pur generose prescrizioni per infilarsi – sostengono i pm – in nuovi traffici. Uno si aspetta che lo rimettano in carcere, come gli evasi normali. Invece lo indagano, ma rimane a casa sua.
L’altro è Salvatore Buzzi, già ergastolano per omicidio, poi graziato, ricondannato a 12 anni e 10 mesi definitivi per le corruzioni di “Mondo di mezzo”. Secondo calcoli e ricalcoli, dovrebbe star dentro fino al 2028. Invece è uscito dopo un solo anno: la Cassazione ha scoperto che, essendo alcolista, aveva iniziato la riabilitazione proprio sette giorni prima del verdetto definitivo; ergo il suo arresto fu illegittimo, perché non gli diede il tempo di chiedere di andare in comunità. Resta da capire cosa debba fare di più un povero delinquente Vip per finire in galera e restarci. A parte tornare bambino.

L'Amaca

 

Come si dice in russo?
DI MICHELE SERRA
Per vincere, tra gli altri, un concorso di “coadiutore parlamentare” al Senato bisogna essere bravi, e certamente lo è Irina Osipova, italo-russa, interprete di lungo corso (è stata con Salvini e Savoini a Mosca) e fervente patriota putiniana. Non è dunque giusto metterla tra i miracolati dell’avvento di Meloni a Palazzo Chigi, che a frotte occupano posti pubblici di ogni ordine e grado, e nei palinsesti Rai, con grande sprezzo del ridicolo, annunciano le loro trasmissioni “contro corrente” proprio mentre navigano trascinati dalla corrente, come canoisti vittoriosi.
Non faremo a Osipova questo torto: ha sicuramente ciò che si è meritata studiando, lavorando e viaggiando. Ci permettiamo, però, questo piccolo appunto. La frase “non parlo con i giornalisti”, che le è attribuita non da un cronista d’assalto, ma dalla neutrale agenzia Adn-Kronos, non è ammissibile. Lo è in Russia, dove non parlare con i giornalisti, per altro, è più semplice: o sono in galera, o sono sottoterra, o sono in regola con il catechismo nazionalista di Putin. Ma non lo è in Italia, specie se si è dipendenti del Senato della Repubblica.
Qui c’è la democrazia, parola che Osipova sa sicuramente tradurre in russo. E se è certamente vero che alcuni giornalisti sono rompiscatole, altri scorretti, è pur vero che alle domande, qui da noi, si risponde, specie se la domanda è lecita: “come si sente, un’attivista putiniana, da dipendente di una Repubblica che non incarcera e non avvelena gli oppositori?”. Ci scusi il disturbo, Irina, e buon lavoro.

venerdì 8 settembre 2023

Filo e Filo



Pur essendo lampante l’aggressione, il sig Podolyak si dovrebbe esimere dal sparare cazzate. Dare del filorusso al Papa equivale a manifestare le proprie lacune mentali. Viceversa perseguire maldestramente l’obiettivo di allargare il conflitto, potrebbe sottendere l’ipotesi di essere filoimbecilli.

Qui ad Alloccalia!

 

Il conflitto d’interessi delle tv rende il premierato una follia
DI GIANDOMENICO CRAPIS
Il premierato, cioè l’elezione diretta del presidente del Consiglio, è la proposta della destra in tema di riforme elettorali. Renzi è d’accordo, of course. Non altrettanto il resto dell’opposizione, che afferma che una norma simile azzopperebbe il ruolo del capo dello Stato. Be’, non sarebbe il solo motivo per dire no. Forse c’è anche dell’altro a controindicare una terapia del genere per la democrazia italiana: magari un sistema mediatico devastato dal conflitto d’interessi e da un servizio pubblico collocato nelle mani del potere di turno.
Però torniamo all’elezione diretta del premier. C’è o no il problema di un oligopolio dove la metà delle tv generaliste è in mano al leader storico della destra e ora, dopo la sua scomparsa, a un gruppo fortemente legato alla sua eredità politica? Si potrebbe obiettare che adesso che Berlusconi non c’è più, Mediaset potrebbe diventare un network meno politicizzato, più pluralista. Nonostante le scelte di Pier Silvio, noi pensiamo che non sarà così: Mediaset subirà solo un restyling che la renda più presentabile. Del resto resterebbe sempre l’impresa del fondatore di Forza Italia, e le radici non si recidono. Ma anche se ciò accadesse rimane il problema di un’impresa che da sola sarebbe in grado, con la sua potenza di fuoco, di condizionare pesantemente i cittadini, ancor di più in una competizione con voto diretto per la scelta del premier. Un gruppo che per giunta non risponde a nessuna commissione di vigilanza e che ha dimostrato più volte noncuranza per le sanzioni dell’Autorità, spesso solo annunciate e mai erogate come alle Politiche del 2022.
La conferma del lavoro politico di Mediaset a favore della destra e di Forza Italia sono da decenni i rendiconti Agcom sulle esposizioni dei partiti e dei loro esponenti nelle reti, testimonianza inoppugnabile di un legame mai interrotto. Ma senza andare molto indietro nel tempo, qui basti richiamare i dati messi a disposizione dal Garante per il mese di luglio. Ebbene il Tg5, il secondo organo d’informazione del Paese, è quello dove Forza Italia primeggia più che in tutti gli altri tg con il 17% del parlato, dove la Meloni raggiunge la percentuale monstre del 29% del tempo di parola, dove governo e maggioranza arrivano quasi al 70%. Nei programmi, stesso discorso: a Canale 5 Forza Italia è il partito più rappresentato e il 19% di parlato concesso ai suoi esponenti è un record tra le reti. Naturalmente c’è pure la Rai, di cui con le leggi vigenti il governo di turno può controllare una parte importante. Cosa succederebbe se domani dovessimo eleggere il premier con voto diretto dei cittadini? Se al governo ci fosse la destra, potrebbe disporre di almeno due tg pubblici, dei tre tg privati e della maggior parte dei talk pubblici e privati per ‘spingere’ il proprio candidato; se al governo ci fosse la sinistra potrebbe contare al massimo su parte della Rai e forse qualche talk di La7, ma non è detto, perché i giornalisti progressisti, a differenza di quelli di orientamento opposto, hanno sempre fatto le bucce alla loro parte di riferimento. Infine c’è un ultimo scenario: Mediaset passa di mano. Il nuovo proprietario a questo punto potrebbe essere tentato anch’egli di scendere in campo, o magari di scegliersi un candidato da sponsorizzare per l’elezione diretta; o, nella migliore ipotesi, potrebbe disporre di uno strumento micidiale (una ventina di canali tra generalisti, digitali e pay) per condizionare gravemente la politica. Premierato, sindaco d’Italia: ma di cosa parliamo?
P.s.: ci sarebbe piaciuto vedere Schlein e Conte, in occasione delle ultime nomine Rai, evitare il ballo delle sottopoltrone, rifiutandosi, come fece Bersani nel 2012, di sedere al tavolo, magari scegliendo la mobilitazione e la denuncia per stigmatizzare quanto stava accadendo.