lunedì 19 giugno 2023

L'Amaca

 

Che cosa c’entra la giustizia

DI MICHELE SERRA

Poiché “sindaci” e “corrotti” non sono sinonimi, sarebbe utile capire se il pacchetto Nordio è “salva-sindaci” oppure “salva-corrotti”.
Se lo si chiede a un sindaco inquisito per uno dei reati più incerti e deformabili mai visti al mondo, che è l’abuso di ufficio, vi dirà: è salva-sindaci. Se lo chiedete a un piemme che rischia di non poter più ricorrere contro un’assoluzione che gli pare ingiusta, vi dirà che è salva-corrotti. Se lo chiedete a un giornalista d’inchiesta penalizzato nel suo lavoro (che è un servizio pubblico) è salva-inquisiti. Se lo chiedete a uno dei tanti imputati innocenti che si sono visti sputtanare sui media (disservizio pubblico) è salva-innocenti.
L’impressione è che il pacchetto Nordio sia un po’ di cose messe insieme e poi spacciate per “garantiste” tanto per darsi un tono. Un governo forte e trasparente avrebbe detto: ecco le nostre proposte. L’opposizione le avrebbe discusse aggiungendone altre (per esempio l’affanno degli uffici giudiziari: che riforma è, una riforma che per prima cosa non ripara il motore?).
Ma non può accadere perché la giustizia italiana è, da tempo, il più pretestuoso degli argomenti, sbandierato in faccia al nemico come uno stendardo rubato in un derby. Ora lo stendardo è nelle mani degli “eredi di Berlusconi”, e come si può capire è la peggiore possibile tra le condizioni credibili, in materia di giustizia. Specie se ci si affretta a sventolarlo, questo stendardo, a esequie appena concluse, come omaggio al più illustre imputato plurimo degli ultimi decenni. Inevitabile che le opposizioni si mettano di traverso.
E i sindaci, che hanno rischiato e spesso conosciuto la galera per una firma di troppo? Non sono loro, e nemmeno i diritti dei cittadini, la ragione del contendere. Si sta ancora parlando, e chissà per quanto, di Berlusconi.

Dal mondo merdoso

 

LA TESTIMONIANZA ESCLUSIVA
“Pronti 30 barconi
da Sfax per l’Italia
Ecco il mio business”
Repubblica ha incontrato uno dei passeur più influenti della città. Ci ha raccontato come funziona l’industria delle partenze “Abbiamo già i clienti per agosto”
A 29 anni è al vertice di una delle organizzazioni illegali che gestiscono le traversate dei migranti verso l’Europa: il viaggio può costare fino a 5mila euro a testa. Un affare intorno al quale girano tangenti e su cui investono anche i colletti bianchi

DI LEONARDO MARTINELLI

SFAX (TUNISIA)
In questo bar affollato di Sfax, aperto su una strada polverosa, piena di vita e d’incertezze, risuona in sottofondo la canzone di Balti, il rapper tunisino. Qui tutti conoscono “Allo”, canto dolente di un ragazzo emigrato in Italia, sospeso tra nostalgia e rimorsi. «Dov’è finita la mia vita? La mia giovinezza?», chiede al telefono alla fidanzata, rimasta a casa. All’apparenza indifferenti, nel locale tutti bevono un caffè e scappano via dentro la città, così frenetica: crocevia di migranti, tunisini e subsahariani, che tentano il viaggio della speranza verso Lampedusa. Un pick-up si ferma davanti.
Al volante c’è Hassan. Lo chiameremo così ma il suo vero nome è un altro, M.B.. È uno dei «passeur» più importanti di Sfax, al vertice di una delle organizzazioni (sostanzialmente mafiose), che gestiscono i passaggi illegali attraverso il Mediterraneo. Un po’ nervoso, sfreccia via nel traffico, denso e anarchico, alla ricerca di un posto dove parlare al sicuro. Sarà uno spiazzo di terra, mentre i sacchetti di plastica volano via per aria. Di fronte, una superstrada in costruzione da chissà quanti anni: quei progetti abortiti, come ce ne sono tanti in Tunisia. Perdute illusioni. Hassan ha 29 anni. Ha la barba nera curata e gli occhiali da vista metallici leggeri, una faccia da bravo ragazzo. È domenica. Maglietta e shorts giusti, sembra il direttore finanziario di un’azienda milanese in pausa week-end. Ha appena visto la fidanzata.
La sua attività? È un’»agenzia di viaggi illegale». Parlerà spesso di «clienti» e di «domanda e offerta», preciso ed educato. Siamo anni luce dall’immagine tipica e ruspante di uno scafista, quelli che conducono le barche dei migranti. No, lui è il big boss. «Sono originario delle isole Kerkennah », dice. S’intravedono all’orizzonte, in fondo a una distesa piatta di mare: tradizionalmente terre di pescatori e di passeur. «Ho iniziato dal basso, cinque anni fa. Partecipavo all’organizzazione dei viaggi, ma non sono stato mai scafista. I clienti erano contenti, mi sono fatto un nome e poi un gruzzolo. Ho iniziato a investire nelle trasferte». Si esprime bene, anche in francese. Ha fatto un po’ d’università.
Le società di copertura
Come i colleghi, ha una copertura. «Una società in regola, in un altro settore». Non vuole dire quale: spesso sono aziende informatiche o agenzie immobiliari. «Serve per lavare il denaro sporco e per giustificare il mio tenore di vita». Lui è in cima a una piramide. Sotto ci sono i «coordinatori » a diversi livelli: chi raccoglie i «clienti» in tutto il Paese o chisi procura la barca e i motori. Giù, fino allo scafista. «Fra di loro non si conoscono. Solo io conosco tutti». Li dirige come marionette dal suo cellulare. Hassan non si vede mai, non ci mette la faccia. Dice che non lavora con i nuovi barchini metallici, troppo pericolosi, ma solo con quelli di legno. E soprattutto con il pubblico tunisino, che paga di più.
«Viaggiano donne con neonati o famiglie intere. Non voglio macchiarmi le mani del loro sangue. E poi un naufragio è un grosso rischio anche per me». Recentemente hanno beccato un passeur di Sfax, già condannato a un totale di 79 anni, proprio perché una delle sue imbarcazioni era affondata, venti i morti. «Grazie a Dio, non ho mai avuto un naufragio», dice Hassan. E non si capisce bene se sia più per la paura del carcere o perché dovrebbe confrontarsi con la propria coscienza. Precisa che «anche chi viaggia si deve assumere i suoi rischi e le sue responsabilità ». In ogni caso, se nessuno dei clienti morirà, ma lo cattureranno comunque, «con tutti i soldi che ho fatto, pagherò qualcuno e usciròpresto dal carcere». Hassan è sicuro, calmo. «Ma ho paura. Anche ora, perché sto parlando con te». Non ha nessun interesse a rilasciare un’intervista, probabilmente la vive come una sfida a sé stesso. È uno sfizio, non ha messaggi da lanciare. Neanche al presidente Kais Saied. «Ci faccia lavorare in pace e basta».
I conti dell’ “harka”
Quando gli si ricorda che da più di un mese gli arrivi a Lampedusa, aumentati in precedenza fino a dieci volte rispetto a un anno prima, sono diminuiti e che forse la ragione è che i controlli tunisini, coordinati con gli italiani, funzionano, diventa un po’ sprezzante. «Se i viaggi si sono ridotti, è solo perché il tempo è strano quest’anno. Soffia un vento forte. È il cambiamento climatico. Non fatevi illusioni». Neanche sugli accordi che Giorgia Meloni e l’Ue negoziano con la Tunisia: soldi in cambio di un blocco dei migranti nel Mediterraneo. «Neppure il profeta in persona potrebbe bloccare l’harka». Così si chiama l’emigrazione clandestina. E lui, Hassan, il passeur, è l’harak. «Non finirà, perché in Tunisia la gente è come strozzata: impedirgli di partire significherebbe ucciderli subito. Ormai qui siamo a un punto di non ritorno». Ha consultato esperti di meteorologia: pure in luglio il clima sarà bizzoso. «Ma ad agosto ho già trenta viaggi completi e pronti a partire. La Meloni si deve rassegnare». A proposito, facciamo un po’ di conti. «Il prezzo richiesto ai clienti — aggiunge Hassan — dipende sempre dal servizio fornito. Sono 2500-3000 dinari (740-880 euro) su una barca di legno con più di cinquanta persone a bordo. Chi, invece, ne pagherà 7000-8000 andrà nella stessa imbarcazione, ma solo con una trentina di migranti e due motori invece di uno, nel caso il primo faccia cilecca». C’è perfino chi non paga. «Se qualcuno non ha i soldi, può partire gratis ma deve procurarci almeno cinque clienti. E poi, se in navigazione ci saranno problemi, dovrà essere il primo a saltare in mare». Non può pretendere: «Il cliente è il re». Spesso Hassan organizza una barca con un centinaio di persone.In questo caso, dice, l’organizzazione deve investire 240.000 dinari, compreso l’acquisto della barca. Ne incasserà 450.000. La differenza è pari a 210.000. «Io ne trattengo il 20% (ndr,oltre 12mila euro). Il resto lo divido tra i coordinatori, in genere sono cinque quelli coinvolti».
Il 20% per i colletti bianchi
Visto il ritmo di partenze, se Hassan non ha tutti soldi da investire, fa appello a «uomini d’affari e liberi professionisti » locali: sono i colletti bianchi che investono nella tratta. «Ad esempio, mi prestano 100.000 dinari. E io dopo un mese, una volta effettuata la traversata, ne rendo 120.000. Mi sembra un buon investimento». Uno dei problemi maggiorioggi è procurarsi l’imbarcazione. «Prima convincevamo i pescatori a cedere le loro, pagandole il doppio. Poi ne denunciavano la scomparsa, come se le avessero rubate. Ma ci sono sempre più controlli della polizia e i pescatori hanno paura, possono essere incriminati. Allora, facciamo costruire barche di legno qui nella zona di Sfax, in appena 5-6 giorni. I componenti sono già pronti, vanno solo assemblati. Ma è caro».
Hassan non vuole fare questo tutta la vita. «Mi sono dato un obiettivo, una cifra ben precisa, per realizzare un progetto personale e lecito». Lui, intanto, è in contatto con altri passeur. «Non c’è concorrenza tra di noi — spiega — . Nel nostro campo la domanda è fortissima: tutti abbiamo anche troppo lavoro. Io devo respingere molte richieste». Anzi, tra passeur si aiutano. Sono come cosche diverse, separate ma amiche. «Ci scambiamo informazioni, soprattutto sulla polizia. E ogni volta ce le paghiamo a vicenda». Proprio questo è il momento dell’anno in cui una parte dei funzionari della polizia e della Garde Nationale, da cui dipende la Guardia costiera, viene trasferita in una nuova sede. «Dobbiamo individuare, tra i nuovi, chi possiamo corrompere e chi no. Ce ne sono di incorruttibili, ma anche quelli che accettano di essere pagati per chiudere un occhio sui controlli in mare e su terra. Cerchiamo di ottenere informazioni su questi personaggi. Spesso contatto i passeur delle località dove erano in servizio».
Il tempo è finito. Gli affari chiamano. Hassan guida di nuovo tra i clacson di Sfax: stavolta con meno grinta, quasi si fosse confessato e un po’ rassicurato. Al bar qualcuno ha ancora in mente il ritornello di Balti. «Siamo partiti per la disperazione — dice il migrante della canzone, al telefono dall’Italia — . Qui non vogliono la mia gentilezza, c’è chi vede solo cattiveria. Non sappiamo più chi sono i nostri amici, né la differenza fra l’onestà e il tradimento». Tra i clienti qualcuno penserà già a partire. Fuggire via.

domenica 18 giugno 2023

Arriva



E arriva lui bello bello! Il circense distruttore di tutto quanto profumava di sinistra, il mescolatore di ideali per un’allegra tavolata rimpinzante i soliti noti! Ragliano Guerini, D’Amato e tutti coloro che credono nell’ annacquata brancaleone responsabile di misfatti inauditi, di giaculatorie pro faraone entrato nel mausoleo. Mentre cessano gli aiuti di stato alle famiglie bisognose per mano nera perdi sempre, i rimpiangenti l’inviato delle banche, temono che un partito di sinistra faccia il partito di sinistra! Non so cosa gli trattenga ancora! Se se ne andranno finalmente l’aria diverrà più respirabile. Per tutti.

Eggggià!

 


Spinelli


Il Berlusconi che non è in noi

di Barbara Spinelli 

Vale la pena prendere le distanze dal lutto nazionale, quando canuti rappresentanti dell’establishment giornalistico e arcivescovi confusamente riluttanti evocano con frasi piene di caritatevole delicatezza, e di nostalgia, l’epoca della propria bella gioventù all’ombra di Berlusconi. Come se rendessero segreto omaggio a quella gioventù, più che al defunto. Hanno preso le distanze Rosy Bindi e poi Tomaso Montanari, unico a rifiutare la bandiera a mezz’asta nella propria università. Si è rifiutato di partecipare alle esequie Giuseppe Conte, unico leader a tenersi alla larga da quello che ha chiamato, correttamente, il “parossismo celebrativo” dei giorni scorsi. C’è stato chi, inarcando sdegnoso le sopracciglia, gli ha ricordato che Almirante andò alle esequie di Berlinguer. Come se il paragone avesse senso. Come se tutti dovessimo per forza temere il famoso “Berlusconi in noi”. Di Berlusconi si ricordano le gesta, ma selettivamente. Si trascura l’essenziale, e cioè come si arricchì, da bancarottiere che era, accumulando immani ricchezze. Si tacciono i patti con la mafia, stretti dal 1974 al 1992 da Dell’Utri, in suo nome (sentenza definitiva della Cassazione, 2014). Si parla di come sdoganò l’estrema destra, prima che Fini ripudiasse il fascismo, ma si tace su ben più cruciali e ramificati sdoganamenti, che hanno trasformato antropologicamente l’Italia. Nel vocabolario Treccani sdoganare significa, per estensione, rendere socialmente accettabile un comportamento precedentemente condannato, censurato. Berlusconi ha reso oggi del tutto accettabili: l’ingresso in politica come arte per far soldi; la corruzione e l’abuso d’ufficio come peccatucci veniali (il disegno di legge annunciato il giorno dei funerali cancella l’abuso); la libertà di voto degradata a elezionismo e arbitrariamente equiparata alla democrazia costituzionale.
È stata poi sdoganata la menzogna continua: l’improponibile caccia agli scafisti in tutto “l’orbe terracqueo” promessa da Meloni, o il “piano Mattei” per l’Africa (espressione non identificata della sua neolingua). E soffriamo ancor oggi lo sdoganamento di parole incompatibili con la democrazia: gli oppositori e giornalisti critici ribattezzati odiatori o invidiosi cultori della gogna; le carriere politiche narrate come epica rivincita dei reietti (underdog). Meloni vede in Berlusconi, all’inizio un underdog come lei, il precursore della propria ascesa.
Berlusconi è il signore che ci ha fatto divenire, e apparire, peggiori. Ha sdoganato il peggio e ce l’ha lasciato.
Dissociarsi da tutto ciò vale la pena, ma sapendo che la dissociazione va usata cum grano salis, non dimenticando come Berlusconi fu spodestato. Non fu scalzato da governi di sinistra, che salvaguardarono l’insieme di leggi escogitate a difesa dei suoi soldi e del suo potere mediatico. Non l’hanno spodestato i giudici: le condanne son rare, le prescrizioni molte. L’hanno spodestato, nel 2011, l’alta finanza e l’establishment europeo.
Quello fu il suo Anno Terribile. Si scatenarono i grandi giornali stranieri: Spiegel in testa, che già l’aveva chiamato Il Padrino. Nel luglio 2011 il settimanale titolava in copertina: “Ciao bella!”. Nel sommario si lesse: “I mercati finanziari internazionali hanno perso la fiducia nell’Italia. Dopo 17 anni di Berlusconi il Paese è pesantemente indebitato e maturo per un cambio di governo. Uno dei Paesi fondatori dell’UE appare paralizzato dall’incapacità del suo premier, occupato innanzitutto dai suoi affari personali”. Sotto tiro era anche la sua politica russa. Il 16 novembre il potere passava a Mario Monti. Cominciava l’èra del sempreverde assioma: “È l’Europa che ce lo chiede!”.
Per chi ha investigato crimini e misfatti del leader non è facile identificarsi con l’onda perbenista e atlantista che nel 2011 scippò le battaglie degli investigatori e l’affondò. Non fu forse un golpe – Berlusconi s’è autodistrutto – ma di certo fu un torbido snodo storico che conferma con evidenza brutale la nostra sovranità limitata.

Realtà