mercoledì 14 dicembre 2022

Ma dico!




Sicurezza



Sono sicuro che se avessi potuto trascorrere un pomeriggio assieme a questi due signori, ne sarei uscito più motivato nel credere alla fantasia come volano del mondo… (Se non li riconoscete vi meritate il Grande Fratello!)

Ops!

 


Ragogna

 



Daniela vs Daniela

 

Santanchè, i lidi e i liberisti alle vongole (quelle nostre)

DI DANIELA RANIERI

La palma del macchiettismo, tra le figure di questo governo (posto che Salvini è fuori gara, macchietta emerita), se la giocano in tre: il ministro all’altrui Istruzione e Merito Valditara, fautore dell’umiliazione (o umiltà: per lui sono equivalenti) per gli studenti indisciplinati; il presidente del Senato La Russa, promotore della mini-naja di 40 giorni per ragazzi che vogliano “partecipare alla vita militare, nel corpo degli alpini o in altri corpi, avere un addestramento” e “imparare cos’è l’amore per l’Italia”, convertibile in “punti” per la maturità o l’università (il chirurgo che ci deve operare alla colecisti, nel caso avesse saltato l’esame relativo per mini-arruolarsi per la Patria, può sempre prodursi in manovre di cecchinaggio, camuffamento e disinnesco di ordigni in sala operatoria); e Santanché, proprietaria dello stabilimento balneare dei vip in Versilia e quindi ministra del Turismo, che fa simpatia coi suoi filtri ringiovanenti su Instagram, tali che una volta, abusandone, ringiovanì sul televisore alle sue spalle pure la faccia di Draghi, di colpo ventenne.

Ieri la ministra al Twiga ha distaccato i concorrenti: all’assemblea di Confesercenti ha lanciato la “provocazione” di mettere a gara le spiagge libere “per evitare l’arrivo in questi lidi di tossicodipendenti e rifiuti” (sui lidi dei ricchi non ci sono tossicodipendenti, semmai clienti facoltosi), esortando invece a metterci il cuore in pace sulle gare pubbliche per l’assegnazione di concessioni demaniali già date (o prese), tra le quali incidentalmente la sua (grave “cambiare i patti in corso, le imprese hanno bisogno di stabilità”). Poi se l’è presa col Rdc, che sottrae manodopera ai suoi colleghi balneari facendo concorrenza sleale ai loro salari da fame.

Il Twiga, dove una “experience indimenticabile” nella “tenda araba” costa 700 euro al giorno, nel 2021 ha fatturato 6 milioni di euro pagando allo Stato 17mila euro di canone, roba che persino il suo socio Briatore s’è vergognato; perciò Santanché teme l’arrivo sulle spiagge delle concorrenziali multinazionali, la qual cosa le smuove dentro tutto un sovranismo gastro-emotivo: “Mi fa sentire male l’idea: pensate se non potessimo più mangiare i nostri spaghetti alle vongole o la nostra parmigiana di melenzane” (sic). In attesa di questi stranieri che ci tolgono il cibo autarchico di bocca per ingozzarci di piatti fusion, al Twiga il menù prevede ceviche di tonno, guacamole con chips di Platano, polpo Teriyaki, sushi e sashimi. Tutti uguali, i liberisti alle vongole: il mercato libero gli piace solo con la roba nostra.

Robecchi

 

Qatar, Libia e Iran Il campo dei diritti umani è il camposanto dell’ipocrisia
di Alessandro Robecchi
Dei diritti umani non si butta niente. Sacchi di soldi, vacanze da sogno, padri (quello della ex vicepresidente del Parlamento europeo greca Eva Kaili) che se ne vanno alla chetichella con il trolley pieno di contanti, Stati del Golfo che cacciano il grano per avere “buona stampa”, ex sindacalisti come Pier Antonio Panzeri col malloppo in casa. Siccome succede in Belgio, ancora non si è alzato nessuno a gridare alla giustizia a orologeria, ai manettari giustizialisti, eccetera eccetera, esistono posti dove la legge è ancora uguale per tutti. Intanto, si gioca a pallone con l’aria condizionata proprio laggiù, in Qatar. Intanto, si mette su una finta indignazione che si ammorbidisce o si irrigidisce a seconda dei momenti: va a manetta se c’è lo scandalo, però vediamo la partita, però che cattivi, però che bravi… aggiungere a piacere.
Dei lavoratori morti a migliaia per costruire gli stadi in Qatar hanno parlato in pochi, e del resto soltanto qualche mese fa un senatore italiano andava in uno degli Stati del Golfo, l’Arabia Saudita, a invidiare il locale costo del lavoro (la semi-schiavitù) debitamente retribuito – ma con regolare fattura – per le sue consulenze. Tutto legale, per carità, l’etica si paga a parte.
Il campo dei diritti umani è, insomma, il camposanto della più fervida ipocrisia, della morale elastica, doppia, tripla, quadrupla.
Se si volta pagina, dopo le cronache di quelli che pigliavano soldi per dire bravo al Qatar, troviamo i torturati della nave Humanity 1, arrivata a Bari col suo carico di umani senza diritti, molti torturati, le donne violentate, mutilate, i segni delle sevizie ricevute in Libia. Si sa, si legge, lo dice il telegiornale, così come dice che noi con la Libia abbiamo accordi – chiedere a Minniti – gli regaliamo motovedette con cui questi torturati qui, se li intercettavano, li riportavano indietro per torturarli di nuovo.
Sembra di sognare: c’è un’indignazione quasi di prammatica, obbligatoria (gente che fugge da quelli che persino il Papa chiama “lager”), e poi la serena consapevolezza, che noi – noi Italia – quei lager li finanziamo. Una specie di alternanza emotiva: sì, certo, li torturano. Ma anche: sì, certo, i torturatori sono nostri amici, li finanziamo.
Schizofrenia di alta scuola, strabismo prodigioso: ci spiace per le vittime (forse) ma i nostri governi sostengono i carnefici (sicuro). Ovvia, scontata, sacrosantissima, la solidarietà al popolo iraniano in rivolta, alle donne, prima di tutto, perché si parla di loro e dei loro corpi e dei loro capelli. E su questo c’è una commovente unanimità. Balzano in prima pagina le schifezze del regime, ci si strabilia per la stupefacente punizione all’atleta Elnaz Rekabi, campionessa di climbing “colpevole” di aver gareggiato alle Olimpiadi senza velo: il regime le ha raso al suolo la casa, che infamia.
Prassi che da decenni usa l’esercito israeliano nei confronti dei palestinesi, anche soltanto sospettati, senza che nessuno meni scandalo per questo, o anche soltanto lo scriva. Sacrilegio. Come si diceva, doppia morale, tripla, quadrupla. Si vede che i diritti umani dipendono anche dalla latitudine.
Tutti siamo a fianco del popolo iraniano in piazza, ma il rapporto annuale di Human Right Monitor sull’Iran dice che le armi che sparano sui manifestanti sono (anche) italiane, precisamente fucili Benelli M2 e M4, e ci sono sospetti anche su cartucce a pallini Cheddite made in Livorno. Chissà, forse con la solidarietà agli iraniani in rivolta si può fare qualcosa di meglio.

Travaglio e i misfatti sinistri

 

Furti a fin di bene
di Marco Travaglio
Ora che finalmente la sinistra riparla di questione morale, nessuno sa più cosa sia. C’è chi la confonde con quella penale, che ne è solo una mini-porzione. E chi la scambia per moralismo, o giustizialismo, o populismo, o pauperismo. Eppure la spiega in due righe l’articolo 54 della Costituzione: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. Nella famosa intervista del 1981 a Scalfari, Berlinguer non parlava di tangenti, ma dell’occupazione partitocratica di tutti i gangli della società per arraffare soldi pubblici. Una lezione di senso dello Stato e di rispetto sacrale per il denaro dei cittadini. Poi Tangentopoli si mangiò i partiti di governo e fece impazzire l’unico – il Pci-Pds- Ds- Pd – sopravvissuto all’ecatombe (non per innocenza, ma per la tenuta stagna di Greganti&C.). Anziché far pulizia di uomini e idee, imboccò la scorciatoia più comoda ed esiziale: i suoi erano meno ladri degli altri. Rubavano per il partito (bella consolazione: un partito che si regge sui furti). E rubavano meno di Craxi e B..
L’autoassoluzione della sinistra affarista si saldò con l’impunitarismo berlusconiano. Il centrosinistra non abolì una sola legge-vergogna di B. (lo fece poi il vituperato Bonafede). Ogni suo scandalo fu archiviato, nel migliore dei casi, con un’alzata di spalle e, nel peggiore, con campagne forsennate anti-giudici (la Forleo, per aver intercettato i furbetti del quartierino e i loro compari dell’Unipol e di Ds, fu linciata per mesi). I “compagni che sbagliano” lavoravano comunque per la Causa, anzi per la “Ditta”: le coop rosse, le banche e le assicurazioni amiche, il sindacato, le municipalizzate e gli altri posti pubblici per sistemare i trombati, l’accoglienza dei migranti. I quali – spiegò Salvatore Buzzi, intercettato – “rendono più della droga”. Ne sa qualcosa Mimmo Lucano che, a furia di accoglierli a Riace, iniziò a confondere i fondi statali per i migranti col bilancio familiare e divenne il Cetto La Qualunque della sinistra (i viaggi della vorace compagna, la scuola della figlia, la bella vita della sua cricca). Ne sanno qualcosa Soumahoro e signore. Tutti circondati dall’affettuosa indulgenza del “poverino, non è come quelli di destra: lui l’ha fatto a fin di bene”. Ci si scorda persino di chiedere alla Cirinnà da dove vengono i 24 mila euro nella cuccia del cane, perché è tanto brava e ha fatto le unioni civili. Poi un giorno, dopo nove mesi passati a cercare qualcuno pagato da Putin e tre settimane a tuonare contro il tetto al contante della Meloni, arriva un pm belga e trova l’ex segretario della Camera del Lavoro di Milano con le banconote che gli escono pure dalle orecchie. Soldi pubblici? Sì, ma del Qatar. E tutti cadono dal pero. Anzi, dal tetto.