venerdì 30 settembre 2022

Vai Marco!

 

Staccate quelle lingue
di Marco Travaglio
Il momento del distacco è sempre traumatico. Specie per la lingua del lecchino incollata alle terga del leccato. Tantopiù se il lecchino programma la lingua per anni di leccaggio e poi è costretto a troncare bruscamente l’attività: è il celebre anilingus interruptus. Massima solidarietà dunque ai leccaDraghi che non riescono a smettere. E, mentre i Migliori salutano con l’ultima boiata (a 5 giorni dal voto, non sappiamo ancora gli eletti perché al Viminale hanno perso il pallottoliere), lo candidano ai ruoli più improbabili, pur di allontanare l’amaro calice. Breve riepilogo.
Tenutario di una fantomatica Agenda omonima, smentita da lui stesso. Proprietario a vita di Palazzo Chigi per usucapione, a prescindere dall’esito elettorale, che però premia i suoi avversari. “Capo del centrosinistra” (Riformista 22.7), che purtroppo non lo sapeva e schierava Letta. Capofila di un’“area Draghi contro l’area Putin” (Renzi dixit), due aree sconosciute anche nel comparto edilizio. Leader di un “movimento presente nel Paese che ora dobbiamo trascinare” per volontà di Ceccanti, che poi non trascina neppure se stesso e viene trombato. Premier investito da Calenda di un “Draghi-bis a maggioranza Ursula con FdI e Lega senza 5Stelle” (decisivi per eleggere Ursula, mentre FdI e Lega votarono contro), anzi “senza FdI, Lega e M5S” (ma soprattutto senza numeri). Titolare di “un ruolo dopo il 25” per espresso desiderio di Letta, che però non avrà un ruolo dopo il 25. Globetrotter che “vola negli Usa a rassicurare gli investitori” e “l’Onu su Lega e FdI” (Stampa, 5.8 e 18.9). Protagonista di un “asse invisibile con Meloni” (Stampa, 2.9). Autore di un testamento che lascia a Letta “l’eredità di Draghi” (Letta dixit), mai trovato come l’agenda. Nuovo Fregoli che si traveste da Daniele Franco, anzi “SuperFranco” che va “confermato” al Tesoro; oppure da Colao, che “Letta prova ad arruolare come erede di Draghi” (Foglio, 13 e 17.9). “Garante della continuità dell’Italia agli occhi del mondo” (Stampa, 20.9). “Regista della transizione” (Rep, 29.9), che poi è ciò che fanno tutti i premier scaduti prima di sloggiare. Firmatario di un “patto Meloni-Draghi” per farle da “garante” e portare all’Ue il verbo della leader (muta, o afona, o semplicemente timida): “Kiev e conti pubblici, Meloni starà ai patti” (Rep, 28.9), smentito dall’interessato con toni seccati: “Non ho stretto alcun patto né preso alcun impegno a garantire alcunché”. Monito piuttosto netto, che rivela un certo fastidio del premier verso i suoi cortigiani. E ricorda quello altrettanto liberatorio rivolto al casinò di Montecarlo dal Megadirettore Clamoroso Duca Conte Pier Carlo ing. Semenzara al rag. Ugo Fantozzi: “E la smetta di toccarmi il culo!”.

Alloccalia

 


giovedì 29 settembre 2022

Ritorna!


Cover di soul. A novembre. 
W il Boss!

Carino...

 


Indiscrezioni

 


Tomaso

 

Trionfo della destra per i disastri a sinistra
DI TOMASO MONTANARI
A disastro puntualmente avvenuto è necessario, ma non sufficiente, cogliere le responsabilità di chi ha sbagliato tutto nell’ultimo miglio. I numeri dimostrano che la partita era contendibile, e che se Enrico Letta e la dirigenza del Pd non avessero impedito la coalizione ‘di resistenza’ con i 5 Stelle, si sarebbe arrivati a un sostanziale pareggio, e a un Parlamento ben diverso. Invece ora – grazie all’ovvia profferta dei mercenari Renzi e Calenda – la Costituzione è in pericolo: e su questo il Paese dovrà reagire, con pacifica determinazione, nelle scuole, nelle fabbriche, nelle piazze.
Per tutto il resto, non basta una veloce plastica facciale al vertice del Pd: o c’è una comprensione profonda delle cause dell’arrivo al governo della destra di tradizione fascista, o questo governo durerà a lungo.
La prima cosa da capire è che le elezioni non le ha vinte la destra: le hanno perse tutti gli altri. I voti assoluti del blocco di destra non sono aumentati: si sono polarizzati sulla forza più nera, ma sono sempre circa 12 milioni, cioè circa il 26 % degli aventi diritti al voto. In particolare, Fratelli d’Italia è stato votato da circa il 15%: cioè da un italiano e mezzo su 10. Se con questi numeri l’estrema destra si prende l’Italia, è perché l’elettorato di centrosinistra e dei 5stelle si astiene in massa, concorrendo al vero evento di queste elezioni: l’eclissi di un terzo abbondante degli italiani (36,09%). Capire le ragioni, recenti e antiche, dei 18 milioni di non votanti significa capire in quale direzione andare.
Il Pd è stato il pilastro dell’operazione Draghi, il cui messaggio era chiaro: la politica non serve più, il voto è inutile, il Parlamento pericoloso. La soluzione era un governo paternalista calato dall’alto: come si poteva pensare che il risultato non fosse un’astensione maiuscola? Solo il giornalismo servile e cieco del nostro Paese poteva cantare per mesi un consenso che non esisteva, se non in quell’establishment che il governo dei Migliori garantiva. Già, perché la virata oligarchica del governo Draghi non solo commissariava la democrazia, ma lo faceva a favore dello stato delle cose, e cioè dei più ricchi. Se il Movimento 5 Stelle si è, in parte, salvato, è solo perché è sceso giusto in tempo dalla barca Draghi. Ma i suoi sei milioni di voti regalati all’astensione sono il prezzo per l’errore madornale di esserci salito. (Anche la polarizzazione sull’estrema destra, rimasta astutamente fuori dal governo Draghi, è un ovvio frutto della geniale operazione che ha visto l’alta regia di Mattarella).
Ma il governo Draghi è solo l’ultimo sintomo: l’Italia come è oggi, è opera del centrosinistra. È a esso che dobbiamo lo smontaggio sistematico del progetto della Costituzione. Fu un governo di centrosinistra a decidere una guerra illegittima sia per la Carta dell’Onu, sia per la nostra. L’avvio della precarizzazione dei rapporti di lavoro, con la sua scia di vite distrutte e povertà, lo dobbiamo alla riforma Treu, governo Prodi. L’abbandono del ruolo dello Stato nell’economia (e dunque nella vita dei cittadini) è avvenuto con privatizzazioni e liberalizzazioni volute da governi di centrosinistra. La mancanza di una seria legge contro la concentrazione dei mezzi di informazione è frutto della prima legislatura dell’Ulivo. La “federalizzazione” dei diritti, che oggi ne impedisce l’uguale attuazione sul territorio nazionale (pensiamo alla sanità!), inizia con le riforme di Franco Bassanini. L’autonomia differenziata (cioè l’abbandono definitivo del Mezzogiorno) nasce dalla riforma del titolo V del 2001, e oggi è una bandiera di Bonaccini. La linea securitaria Turco-Napolitano-Minniti è la radice dei Decreti sicurezza di Salvini. E non parliamo di Renzi, che di tutto questo tradimento fu il pirotecnico gran finale. È su queste macerie che la destra – rimasta l’unica realtà politica con un progetto – vince.
Ma attenzione: anche questa destra di matrice fascista governerà attuando l’agenda Draghi (che è poi il pilota automatico degli ultimi decenni), fondata su politica economica neoliberale e atlantismo prono e armatissimo – mettendoci di suo ‘solo’ l’attacco ai diritti civili, e un ancor più forte securitarismo razzista.
Per la sinistra, fare davvero opposizione, dunque, significa cambiare tutto, rimettere in discussione tutto. E costruire politiche diverse, che si porteranno dietro persone diverse. Per il Movimento 5 Stelle significa accelerare senza tradimenti nella direzione indicata da Giuseppe Conte negli ultimi mesi, liberandosi da zavorre e contraddizioni.
Quale forza, o quale alleanza, riesce oggi in Italia a tradurre in progetto politico le cose che – sui tre cardini: giustizia sociale, ambiente e pace – dice il leader più radicale del mondo, papa Francesco? La risposta è: nessuna. Quando ci sarà una proposta del genere, il consenso della destra avrà i minuti contati.

L'Amaca

 

Cinque anni di chiarezza
DI MICHELE SERRA
Sia detto non tra parentesi: ora la signora Meloni deve governare per cinque anni, ne ha il diritto e il dovere. La limpidezza numerica del suo mandato elettorale è sotto gli occhi di chiunque, perfino degli alchimisti che nel nome della governabilità, o dell’emergenza, sarebbero disposti a dieci, venti, trenta governi tecnici. E questa, date retta, è una buona notizia, dopo dieci e rotti anni di manfrine parlamentari che hanno avuto il solo esito di screditare la politica, farla sembrare cosa del Palazzo.
Dovremo sopportare molto. Il Lollobrigida, puntuale come il cucù in tutti i tigì, che inneggia alla Patria (la nuova denominazione ufficiale dell’Italia, di qui in poi) dieci volte al dì.
Passi indietro in molti campi, i diritti perché puzzano di libertà, la cultura perché puzza di sinistra, la Costituzione perché puzza di antifascismo, l’Europa perché puzza di cosmopolitismo. Ma almeno, e non è poco, il gioco sarà scoperto e i ruoli saranno chiari: la destra governa, la sinistra si oppone. Se ci pensate bene, è una liberazione per tutti, dopo anni passati a chiedersi come sia possibile che in una sola legislatura (l’ultima) si siano succeduti tre governi, un Conte reazionario, un Conte progressista, un Draghi onnicomprensivo, con i partiti usati come pezzi intercambiabili, e un terzo dei parlamentari che hanno mutato colore, come fanno i camaleonti.
Tutto è meglio dell’incertezza: perfino la disgrazia, che almeno dà forma e senso alle giornate. Nessuno potrà fare finta di non sapere qual è il suo ruolo. Se cinque anni vi sembrano lunghi, sappiate che nel 2027, per tutti i viventi, tutto sarà diverso, e della Patria si avranno notizie ormai vaghe e remote, perché è del Mondo che saremo costretti a occuparci.