venerdì 30 settembre 2022

Osho

 


L'Amaca

 

Come i polli di Renzo
DI MICHELE SERRA
Iterzopolisti (nome esagerato: il loro partito è il sesto) sono importanti. Ho elettori di Calenda in famiglia e mio padre votava Malagodi, dunque conosco bene, oso dire attraverso i secoli, le virtù politiche dei liberal-democratici: il loro realismo e la loro temperanza.
Quelli di oggi hanno però un difetto molto insolito per chi si colloca al centro: sono estremisti, atteggiamento che si riflette nei toni spesso esagitati.
Per avere osato scrivere che Calenda ha preso molti voti tra i giovani dei bar del centro mi sono preso, nell’ordine, del razzista, dell’orrendo trombone e del milanese imbruttito (quest’ultima notazione mi ha reso felice, nessuno si ricorda mai che sono milanese, d’adozione però fino al midollo).
Ora, i casi sono due: o la vera ambizione dei terzopolisti è conquistare Scampia e lo Zen, e dunque è una grave offesa tacciarli di elitarismo, oppure devono serenamente prendere atto di essere i più votati tra i bocconiani (37 per cento), infrequenti nei bar della Bovisa o di Torpignattara.
Da vent’anni mi prendo del radical chic— non essendolo — e, come direbbero gli elettori di Meloni, me ne frego.
Ora che questa nomea tocca ai calendiani, mi permetto di suggerire loro di non offendersi, è una perdita di tempo, leva lucidità e impedisce, per giunta, di capire quello che sta succedendo. Nel momento in cui un giornale di destra già specializzato in manganellate, ringalluzzito dalla vittoria elettorale, definisce uomo di merda, in prima pagina, lo scrittore Antonio Scurati (ha scritto un libro su Mussolini e ha detto che Meloni e il partito della fiamma sono eredi del fascismo: pensate!), è il caso, per gli sconfitti, di beccarsi tra loro come i polli di Renzi, volevo dire di Renzo?

Vai Marco!

 

Staccate quelle lingue
di Marco Travaglio
Il momento del distacco è sempre traumatico. Specie per la lingua del lecchino incollata alle terga del leccato. Tantopiù se il lecchino programma la lingua per anni di leccaggio e poi è costretto a troncare bruscamente l’attività: è il celebre anilingus interruptus. Massima solidarietà dunque ai leccaDraghi che non riescono a smettere. E, mentre i Migliori salutano con l’ultima boiata (a 5 giorni dal voto, non sappiamo ancora gli eletti perché al Viminale hanno perso il pallottoliere), lo candidano ai ruoli più improbabili, pur di allontanare l’amaro calice. Breve riepilogo.
Tenutario di una fantomatica Agenda omonima, smentita da lui stesso. Proprietario a vita di Palazzo Chigi per usucapione, a prescindere dall’esito elettorale, che però premia i suoi avversari. “Capo del centrosinistra” (Riformista 22.7), che purtroppo non lo sapeva e schierava Letta. Capofila di un’“area Draghi contro l’area Putin” (Renzi dixit), due aree sconosciute anche nel comparto edilizio. Leader di un “movimento presente nel Paese che ora dobbiamo trascinare” per volontà di Ceccanti, che poi non trascina neppure se stesso e viene trombato. Premier investito da Calenda di un “Draghi-bis a maggioranza Ursula con FdI e Lega senza 5Stelle” (decisivi per eleggere Ursula, mentre FdI e Lega votarono contro), anzi “senza FdI, Lega e M5S” (ma soprattutto senza numeri). Titolare di “un ruolo dopo il 25” per espresso desiderio di Letta, che però non avrà un ruolo dopo il 25. Globetrotter che “vola negli Usa a rassicurare gli investitori” e “l’Onu su Lega e FdI” (Stampa, 5.8 e 18.9). Protagonista di un “asse invisibile con Meloni” (Stampa, 2.9). Autore di un testamento che lascia a Letta “l’eredità di Draghi” (Letta dixit), mai trovato come l’agenda. Nuovo Fregoli che si traveste da Daniele Franco, anzi “SuperFranco” che va “confermato” al Tesoro; oppure da Colao, che “Letta prova ad arruolare come erede di Draghi” (Foglio, 13 e 17.9). “Garante della continuità dell’Italia agli occhi del mondo” (Stampa, 20.9). “Regista della transizione” (Rep, 29.9), che poi è ciò che fanno tutti i premier scaduti prima di sloggiare. Firmatario di un “patto Meloni-Draghi” per farle da “garante” e portare all’Ue il verbo della leader (muta, o afona, o semplicemente timida): “Kiev e conti pubblici, Meloni starà ai patti” (Rep, 28.9), smentito dall’interessato con toni seccati: “Non ho stretto alcun patto né preso alcun impegno a garantire alcunché”. Monito piuttosto netto, che rivela un certo fastidio del premier verso i suoi cortigiani. E ricorda quello altrettanto liberatorio rivolto al casinò di Montecarlo dal Megadirettore Clamoroso Duca Conte Pier Carlo ing. Semenzara al rag. Ugo Fantozzi: “E la smetta di toccarmi il culo!”.

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