Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
mercoledì 28 settembre 2022
La vedo così!
Se vi andasse…
Buona giornata a tutti! A proposito: si chiama Giulia Torelli e fa l’influencer. Lo dico se vi venisse voglia di scriverle qualcosina…
Un Robecchi perfetto!
I media e il potere. Con Draghi hanno fallito. Ora sono pronti a lodare Meloni
di Alessandro Robecchi
Insomma eccoci. “Todos populistas”, come dice Calenda Carlo, del Sesto Polo, battuto anche dal Berlusconi ceramicato di Tik Tok, ma sempre avvolto, lui che è sèrio, dal cappottino di saliva dei media. Si è letto di tutto, e ancora si leggerà, ma insomma, di colpo l’agenda Draghi è diventata di piombo, ed è caduta sui piedi di chi la sventolava come un feticcio, ferendolo a morte. Chi l’ha sempre combattuta dall’opposizione (Meloni) ha vinto in carrozza, si sapeva; chi se ne è dissociato chiedendo correzioni e revisioni (Conte) ha fatto una discreta rimonta (dal 7-8 per cento di luglio al 15). Gli altri nisba, compresi i due noti caratteristi che candidavano “Supermario” a Palazzo Chigi senza dirglielo e contro la sua volontà.
Ci sarà tempo di parlare di politica, anzi speriamo che si ricominci a farlo. Ci si chiede però – in questa rubrichina su narratori & narrazioni – se non sia ragionevole anche occuparsi un po’ del sistema della comunicazione, che per quasi due anni ci ha presentato Mario Draghi come un tabù intoccabile, qualcosa tipo Maradona+Gesù Cristo+Einstein, che chi si permetteva di contrastare, o anche solo di arginare o criticare, veniva colto da anatema e malocchio. Come osi? Come ti permetti? Sei stato a Princeton, tu? Sei stato ad Harvard? E ancora conservo con gioia un meraviglioso ritaglio d’agenzia (Adnkronos, luglio 2022), con il senzatetto Emanuele che ai cronisti diceva “Mario Draghi ha fatto molto per noi clochard”, giuro. Mirabile sintesi di quel che era diventato a un certo punto il Paese: un altarino dedicato al culto draghista, all’osanna perpetuo per l’Intoccabile e Incriticabile. E credo che anche a Draghi questo culto draghista abbia dato a un certo punto un po’ fastidio, cioè, speriamo.
In ogni caso, poi, all’apparir del vero, tutti quelli che non sono stati a Princeton, né ad Harvard, né seduti ai desk di giornali e televisioni dove si decidono titoli e ospiti, hanno detto la loro, votando. E si è scoperto che quella narrazione era altamente farlocca, molto sovradimensionata, addirittura caricaturale. Da qualunque parte la si guardi, la capacità dei grandi media di descrivere il Paese, di sentirne il polso, di auscultarne battiti e pulsioni, ha fallito miseramente, in modo – visto oggi – che sfiora il ridicolo. Da una parte, un tecnico mandato dalla Provvidenza, incriticabile per definizione e dogma, dall’altra astruse forme di vita senza arte né parte, populisti quando va bene, “scappati di casa”, insulto di moda presso quelli che si credono “competenti”. E si è visto, porelli.
Insomma, delle due una: o si dà ragione a Calenda, e sono tutti populisti tranne lui e grandissima parte dell’informazione; oppure bisogna fare una riflessione sui media tutti, e dire che i sapienti osservatori della realtà hanno osservato un po’ a cazzo, con le loro lenti deformanti, che la realtà era diversa e non l’hanno vista: per cecità, o convenienza, o ordini dall’alto. Con coerenza, tra l’altro, perché l’osanna al potere tecnico ed elitario veniva da un altro potere tecnico ed elitario, che si sente moralmente migliore, culturalmente più attrezzato e in definitiva buono, mentre tutti gli altri sono brutti, sporchi e cattivi. E populisti. Ora, poverini, gli toccherà riposizionarsi, ma non mi farei grandi illusioni: non c’è niente come gli adoratori di élite – che si sentono essi stessi élite – per creare nuove élite a cui ubbidire. Aspettiamo “Meloni ha fatto molto per noi clochard”, o varianti consimili. Questione di tempo.
L'Amaca
Ora i Paragone sono due
DI MICHELE SERRA
E rischiamo di perderci alcuni altri capitoli forse meno solenni, ma molto significativi. Il Salvini, peresempio, dopo avere dilapidato più della metà dei voti leghisti potrebbe essere defenestrato dai suoi, specie quelli presentabili o considerati tali, oggi disposti a negare di averlo sostenuto e forse anche di averlo conosciuto. Tornerà alla sua caratura di partenza, che è quella di un Paragone ante-litteram. Fossi in lui, anzi, denuncerei Paragone per plagio.
Poi c’è Calenda, che tra i giovani dei bar del centro pare abbia spopolato, ma nelle valli e nelle paludi è una specie sconosciuta. Anche i La Malfa e i Malagodi, suoi illustri antenati, prendevano parecchi voti nei centri storici e quasi zero altrove, ma sapevano fare i conti con la storia e la geografia e dunque, forti del loro gruzzolo del 3-4 per cento a testa (come Renzi e Calenda) si rassegnavano al ruolo di alleati della Dc, recitando la parte, gratificante, di grilli parlanti inascoltati, prodighi di avvertimenti per gli esiti catastrofici che avrebbe avuto l’assistenzialismo democristiano (avevano ragione, tra l’altro).
Calenda, con gli stessi voti, parla da leader mancato, anzi da redentore incompreso, uno così non cerca alleati ma apostoli. Ha una magnificenza e un piglio invidiabili, ma trascorrerà questa legislatura in solitudine, tuonando dai banchi dell’opposizione contro la dissipazione populista mentre l’astuto Renzi sarà in Arabia a far passare la nottata, anzi le mille e una nottata.
Ci sono sconfitti che hanno parlato da sconfitti e sconfitti che parlano da vincitori. La politica qui c’entra relativamente, è l’attitudine umana a dettare il copione.
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