sabato 2 luglio 2022

Senza ombra

 


Il mondo del Pallone sta quindi avviandosi sempre più a lasciare quella zona del fallibile, motore da sempre per i lunedì di una volta, ora annacquati anch'essi dagli orari ad minchiam imposti dalle tv, incentrati sugli sfottò sani e ridanciani poggianti sul dubbio, sugli interventi da magia nera dall'alto, come non ricordare Moggi al proposito, carburante per evitare di portarsi al bar gomitoli di lana e ferri per ingannare il tempo. 

Il Calcio è bello solo perché permette, o meglio permetteva, di discutere appassionatamente e satiricamente attorno al nulla, estraniandosi dai problemi attanaglianti il quotidiano. 

Con l'avvento della tecnologia mirante a spazzare il dubbio di un fuorigioco non fischiato, ci si avvierà verso una rigidità di sentenze inappellabili dilaniante sfottò e iperboli goderecce, quel "lo ha detto la tv" spazzante faraoniche arrampicate sugli specchi che tanto aiutavano a deglutir brioche diversamente fragranti e caffè dal retrogusto tristemente salato.

Già rintronati dalla caccia all'orario spalmato in ogni angolo del giorno, frastornati da scelte maestosamente idiote come la blatteriana imposizione di disputare un mondiale a natale nel deserto dei riccastri con stadi refrigerati e insanguinati da circa settemila morti di schiavi, i calciofili sani e contrari ad ogni tipo di violenza subiranno dunque anche la sciagura dell'arida inappellabilità del riscontro agevolato dal chip nel pallone, viatico per sfanculare ogni cosa, compreso Blatter, avviandosi a rispolverar l'antico, il famigerato gol di Turone, quello di Muntari con Stevie Wonder come guardialinee, i misfatti sabaudi, le ripicche morattiane, l'eta dell'oro del guappo, insomma: la ricerca della sana caciara d'un tempo.  

Pienamente d'accordo!

 

I 5S escano dal governo guerrafondaio filo-Usa
DI TOMASO MONTANARI
Il mondo si avvia a passo veloce a una fase di guerra, vedremo quanto fredda, tra due blocchi, uno guidato dall’America e uno dalla Cina, ma a leggere i grandi giornali interventisti la possibile crisi di governo avrebbe come causa i messaggi di Draghi a Grillo su Conte. La luna e l’unghia di un mignolo: perché la vera ragione per contestare questo governo fino a uscirne, e se possibile a farlo cadere, è ben più grave. È il ruolo dell’Italia nello scontro preparato da una Nato ora apertamente non più alleanza difensiva, ma braccio armato di un aggressivo e risentito primato occidentale che trasforma gli interessi in ideologia.
Il vertice di Madrid è stato davvero storico, ma non nel senso sbandierato dai giornali genuflessi al soglio draghiano. Lo è stato perché mette le basi della più grave instabilità internazionale mai registrata dalla fine della Seconda guerra mondiale. Il teorema è fin troppo chiaro: l’Occidente e i suoi valori sono in pericolo. Il nemico è oggi la Russia, ma già domani sarà la Cina, individuata con rara esplicitezza come principale minaccia al nostro sistema. Il piano su cui la Nato pone la sua propaganda è quello etico: se Putin vince, si è detto, la democrazia e la libertà sono in pericolo. A maggior ragione lo si sosterrà contro la Cina. Questa retorica mette l’Occidente in conflitto frontale con il resto del mondo: che è maggioritario sia per popolazione sia per estensione geografica. E, in prospettiva assai ravvicinata, lo sarà anche da un punto di vista economico. Le conseguenze sono incalcolabili: la partita per il definitivo monopolio occidentale del mondo rischia di esserci fatale.
L’Italia ha di fronte a sé due strade. La prima è l’atlantismo prono proclamato con toni caricaturali dal ministro Di Maio, entusiasta, come tutti i neofiti, del suo nuovo ruolo di garante del sistema che era stato eletto per cambiare. La seconda è il multilateralismo che appartiene alla nostra storia politica, e che ha a che fare sia con la posizione dell’Italia nel Mediterraneo, sia con la presenza della Santa Sede e (un tempo) di una forte sinistra. Oggi quella sinistra non esiste più: ma potrebbe essere il Movimento 5 Stelle di Conte a rivendicare quell’eredità politica, indicando una via diversa da quella consacrata dal vertice Nato. Non la via binaria dello scontro tra civiltà, ma quella di una decostruzione dei blocchi dall’interno (innanzitutto ridando fiato a una prospettiva europea non schiacciata sul dominio americano, e dunque opponendosi in Parlamento all’ingresso nella Nato di Svezia e Finlandia) e di un dialogo a trecentosessanta gradi.
Attenzione: non una via anti-occidentale, ma una critica interna a un Occidente che non rispetta affatto i valori per i quali si dice pronto a scatenare la terza guerra mondiale nucleare. Penso alla dignità della persona umana: che dai tempi della Rivoluzione francese (e prima da quelli del Vangelo) non può essere usata come un mezzo, ma è sempre e solo un fine. Il che vuol dire che la guerra non è mai la soluzione, ma solo e sempre il peggiore dei mali. E che non possiamo fare la coalizione del Bene sulla pelle del popolo curdo. Così come la competizione internazionale non si può fare sulla pelle dei lavoratori. In altre parole, significa tenere accanto alla libertà la giustizia sociale, alla diversità l’eguaglianza, alla libertà del mercato l’interesse collettivo della società.
Politica interna e politica internazionale sono indivisibili: una democrazia che davvero pratichi questi valori al proprio interno non ha alcun interesse alla guerra. Sono, viceversa, le post-democrazie dell’Occidente a mettersi l’elmetto, annunciando al mondo il ritorno di una spaccatura in due blocchi.
Del resto, solo un Occidente che davvero pratichi i valori in cui dice di credere può avviare un confronto vero e serrato, fatto innanzitutto di conoscenza reciproca e profonda, con Cina e Russia, che porti infine a una loro evoluzione. Perché è del tutto evidente che quei sistemi sono disumani e ingiusti (in modo diverso da come anche il nostro lo è): ma la via del loro cambiamento non può passare per una guerra mondiale fondata sul presupposto di una superiorità etica dell’Occidente.
Ora, non è di questo che dovremmo parlare, ovunque e perfino in Parlamento? Non è forse un nodo che trascende gli effimeri rapporti personali tra i nostri leader? Non è su questo che bisognerebbe cercare il consenso della parte del Paese che non vuole la guerra permanente? E dunque non è su questo che bisognerebbe decidere se restare o non restare in questo governo, che la sua scelta di guerra l’ha già fatta e la celebra ogni giorno? Se il Movimento 5 Stelle cerca una questione sulla quale rompere, per tornare a parlare al Paese di un cambiamento radicale, dubito che ne possa trovare una più grande, più urgente.

Afosa Amaca

 

L’anticiclone come Godzilla
DI MICHELE SERRA
Il caldo “assedia”, “minaccia”, “incombe”, “ruggisce”, “soffoca”. L’anticiclone d’Africa non dà tregua, come Putin. (E nemmeno un Orsini che lo difenda). Il caldo, nei siti e sulla carta di giornale, non è un fenomeno scientifico, è Godzilla, è un mostro da B-movie.
Il linguaggio meteo, nella società dello spettacolo, catalizza l’ansia (come quasi tutti gli altri linguaggi, del resto) e dunque, alla fin fine, contribuisce a innalzare la temperatura percepita. Se tu vedi uno che suda e boccheggia e gli dici: “attento! Sei nella morsa del caldo!”, non lo stai aiutando. Specie ora che il riscaldamento terrestre è un problema serio, sarebbe bello riuscire a parlarne con raziocinio e misura, come nei film catastrofisti dove tutti strillano in preda al panico finché qualcuno non riesce ad azionare il cervello, riportare la calma, salvare l’umanità e baciare la fidanzata mentre scorrono i titoli di coda.
Per ora siamo ancora nella fase in cui tutti strillano.
È un vero peccato, perché la meteorologia è una scienza affascinante ed è diventata nevralgica, con un potere di attrazione oggettivamente assai maggiore di quando bonariamente il colonnello Bernacca annunciava piovaschi e schiarite. C’è, come dire, urgenza sociale di un meteo con i nervi a posto, che dica piatto piatto quello che sta accadendo (e quello che sta accadendo è già molto) senza aggiungerci coloriture emotive, effetti speciali, imbonimento.
Ci penseranno poi i servizi dei telegiornali, fedeli nei secoli, a dire che quando fa molto caldo bisogna vestirsi leggeri e bere molto.