venerdì 1 luglio 2022

Per vostra opinione

 

La nato non protegge: Lo spieghino a draghi
DI ALESSANDRO ORSINI
Gli Stati Uniti hanno ribadito che la Russia potrebbe usare le bombe atomiche contro l’Ucraina per bocca di Avril Haines, direttrice dell’intelligence americana. Che la Russia sia pronta a usarle in caso di scontro con l’Occidente è noto almeno dal 1999 quando l’esercitazione militare “Zapad” dimostrò che la Russia sarebbe stata incapace di respingere un attacco della Nato. Preso atto di questa realtà, le élite russe accettarono l’idea che una guerra contro la Nato sarebbe stata una guerra nucleare. Ne consegue che Mario Draghi, il quale si illude di porre fine alla minaccia russa distruggendo l’economia di Mosca, non ha capito niente del mondo in cui vive. A causa dei suoi limiti culturali – Draghi è un banchiere che ragiona soltanto in termini economici – il presidente del Consiglio non ha capito che, anche in bancarotta e senza cibo, la Russia resta nella condizione di lanciare le sue bombe atomiche sull’Europa. Qualcuno spieghi a Draghi che, per lanciare un ordigno nucleare sull’Ucraina, non serve un Pil stellare: serve premere un pulsante.
Quali siano le implicazioni di questo nuovo scenario nucleare è presto detto.
Scoppiata la guerra in Ucraina, le scelte della Nato hanno iniziato a ripercuotersi direttamente sulla nostra vita quotidiana. Ciò implica che gli errori strategici della Nato possono spingere milioni di famiglie italiane sotto la soglia di povertà e precipitare l’Italia in guerra. Questo fenomeno nuovo nella storia dell’Italia repubblicana dovrebbe generare un grande cambiamento nella politica interna che migliaia di cittadini senza voce invocano a gran forza. I partiti dovrebbero inserire i temi della politica internazionale nei loro programmi elettorali e discuterli con i cittadini. Meloni, Salvini, Conte, Berlusconi e Letta, dovrebbero dire come intendono porsi verso l’espansione della Nato a Est una volta al governo. Le mosse della Nato sono diventate il fatto più importante delle nostre vite ed è inconcepibile che vengano sottratte al dibattito democratico con la scusa che “l’Italia fa parte di un sistema” giacché qualunque sistema può essere criticato e riformato in una società libera. I partiti devono prendere posizione sulla Nato anche perché, a partire dal 24 febbraio, il futuro della Nato coincide con quello dell’Unione europea. Una Nato aggressiva renderà aggressiva tutta l’Unione europea. Questo fenomeno si verifica perché la Nato ha fagocitato l’Unione europea trasformandola in una sua colonia. Non è l’Unione europea che guida la Nato; è la Nato che guida l’Unione europea. Denunciare la natura anti-democratica di questo connubio non è facile giacché spetta agli intellettuali chiarire la compenetrazione dei poteri e le loro implicazioni anti-umane. Sono soprattutto gli intellettuali che hanno gli strumenti per svelare le forze nascoste che spingono il mondo verso esiti catastrofici, ma oggi gli intellettuali critici sono una categoria quasi completamente estinta. Un esempio? Secondo i professori legati al governo Draghi, o “draghessori”, l’Italia dovrebbe fare tutto ciò che la Nato chiede senza fare domande giacché – così dicono – l’Europa sarebbe protetta dagli Stati Uniti in caso di attacco nucleare. È facile dimostrare che si tratta di un inganno. Proviamo a immaginare che cosa accadrebbe se un Paese europeo della Nato, per esempio la Polonia, subisse un attacco nucleare da parte della Russia. L’idea dei draghessori è che gli Stati Uniti colpirebbero la Russia in base all’articolo 5 della Nato. Ma questo è falso: gli Stati Uniti rimarrebbero a guardare. Lanciando le bombe atomiche sulla Russia, gli Stati Uniti si autodistruggerebbero. Ove la Russia colpisse la Polonia con la bomba atomica, gli Stati Uniti non avrebbero nessun problema a giustificare il tradimento dell’articolo 5 della Nato.
Ricorrendo alla propria classe intellettuale, gli americani spiegherebbero che l’articolo 5 della Nato è stato scritto in un tempo storico in cui la Russia non disponeva di un numero così elevato di bombe atomiche e che, pertanto, l’articolo 5, valido nel 1949, non lo è più nel caso di una guerra nucleare nel 2022. Gli intellettuali americani spiegherebbero anche che, nel 1949, quando la Nato nasceva, le bombe atomiche non erano potenti come lo sono oggi. La Polonia, per non parlare dell’Ucraina, verrebbe distrutta dalla Russia e gli americani non avrebbero nemmeno rimorsi di coscienza a girarsi i pollici. Anzi, direbbero che non hanno contrattaccato la Russia per il bene dell’umanità e se ne farebbero un vanto mentre i polacchi spariscono in un grande buco. Siccome il rischio di un attacco nucleare di Putin esiste, è necessario che la democrazia italiana prenda coscienza che il suo problema supremo sono le scelte della Nato, a cui i problemi di politica interna sono subordinati.

La saggia Amaca

 


Delatori di poco talento
DI MICHELE SERRA
Dopo quattro mesi dall’invasione dell’Ucraina (non pochi, ai fini del riordino dei pensieri e del controllo delle emozioni), può ancora capitare che due ong non notissime presentino in Parlamento, dunque non in un club privé, un “tracciamento della disinformazione pro-Cremlino” nel quale piovono, alla rinfusa, nomi e cognomi di cosiddetti “amici di Putin”. Compreso quello di Corrado Augias, che ha risposto con sorridente serenità e, mi permetto di dire, con un eccesso di signorilità che i suoi accusatori non meritano.
Non è il primo caso di delazione a capocchia: perfino per fare il delatore ci vorrebbe un minimo di talento. E avere avuto dei precedenti è un’aggravante: agli estensori di questo confuso listino dei cattivi sarebbe bastato leggere i giornali degli ultimi mesi per avere qualche esitazione, almeno di metodo.
Per non parlare dell’incautela con la quale il deputato del Pd Andrea Romano ha dato la sua partecipe assistenza a un’iniziativa che di dem (vuol dire democratico, se non sbaglio) non ha nemmeno la parvenza.
Da democratico a democratico mi permetto di suggerire a Romano di tenersi alla larga da questo genere di bastonature, sempre antipatiche anche quando colgano il bersaglio, ridicole quando il bastonatore è bendato come nelle sagre di paese.
Ne approfitto per suggerire agli autori del prossimo Elenco dei Traditori di non dimenticare il mio nome. Scrivo da vent’anni che Putin è un fascista e ho scritto che l’invasione dell’Ucraina è un caso di femminicidio al cubo: o sei mia, o ti uccido.
Ma sono molto preoccupato dell’allargamento della Nato a Est, e lo ero anche prima di questa guerra. Tanto basta, mi sembra, per meritare di essere iscritto allo stesso club di Augias.

giovedì 30 giugno 2022

Sotto scacco


 Rincoglioniti come il Rincoglionito, festeggiamo questo aumento di presenze Nato in Europa, dimenticandoci che più Nato equivalga a dire meno difesa europea, meno decisioni autoctone, meno indipendenza. Non frega una ceppa a nessuno che la voglia e le mire espansionistiche d'oltre oceano, impoveriscano, rendano inappetenti le nostre innate capacità europee, da sempre faro e guida del pianeta. 

Ci smutandiamo per assecondare i voleri dell'uomo più potente, a parole, il quale gode per il prolungamento del conflitto, che sposta l'interesse lontano dal suo mondo, ancora impietrito per la decisione della corte in tema d'interruzione della gravidanza. 

Diverremo servi mansueti dei folli voleri a stelle e strisce, dove l'annessione di Svezia e Finlandia costituirà un ottimo spunto per il killer rosso per intraprendere altre aggressioni, altre armi nucleari, ingigantendo a dismisura il rischio di un conflitto nucleare. 

Siamo dei coglioni. Splendidi coglioni impelagati in inezie e noncuranti della strada che la ricerca imporrebbe: nazioni cuscinetto, riduzioni delle armi, ricerca di punti comuni per fermare il conflitto, impegnandosi per una ricerca comune del benessere mondiale. 

Ma a chi ha in seno le prime quattro mostruose multinazionali belliche fatturanti tanto denaro con cui si debellerebbero fame, malattie e quant'altro di vergognoso, non importa nulla di tutto ciò, visto che si bloccherebbe quel giro vizioso e contro natura che alcuni ancora chiamano capitalismo.   

Richiesta

 


Speranza

 


Belpaese Travagliato

Il nemico pubblico n.1

di Marco Travaglio
Le telefonate e i messaggini del premier Draghi a Grillo per istigarlo a far fuori Conte da leader dei 5Stelle in barba ai due plebisciti fra gli iscritti, rivelati da Grillo a De Masi, a Conte e ad alcuni deputati, svelano la natura intrinsecamente e doppiamente golpista dell’operazione che nel febbraio 2021 ci regalò questo governo. Intrinsecamente perché quel golpe bianco postmoderno, senza violenza fisica né carri armati, servì a sovvertire l’esito delle elezioni, a neutralizzarne i vincitori e a riportarne al potere gli sconfitti. Doppiamente perché, fin dalla scelta dei ministri, Draghi e chi gli sta dietro e accanto avviarono un’opera di ingegneria politica nei quattro grandi partiti della maggioranza, per snaturarli e riplasmarli a immagine e somiglianza del premier. I capicorrente del Pd, dopo una feroce guerra per i ministeri, indussero alle dimissioni il segretario Zingaretti, che fino all’ultimo aveva difeso il Conte-2, e lo sostituirono col superallineato Enrico Letta. Nella Lega, il segretario Salvini non toccò palla e dovette digerire tre ministri fedeli al superallineato Giorgetti. Lo stesso accadde in FI, col padrone B. scavalcato dal superallineato Gianni Letta, che piazzò i suoi pupilli Brunetta, Gelmini e Carfagna. L’apoteosi si registrò con i 5Stelle, prime vittime dell’operazione: Draghi se li mise in tasca chiamando direttamente Grillo, plagiandolo con blandizie e supercazzole (il “Superministero della Transizione Ecologica”, per giunta in mano ad Attila Cingolani) e bypassando non solo il capo pro tempore Crimi, ma anche i big, Di Maio in cima, determinati ad affossare l’ex banchiere e far rinviare il Conte-2 alle Camere (dopo la minaccia di Mattarella di scioglierle, qualche ex Pd ed ex 5S congelato in attesa del Messia di Città della Pieve sarebbe tornato all’ovile).
Di Maio assunse subito la forma della poltrona e divenne con Giorgetti, Brunetta&C. il guardaspalle del premier. Ma Conte, dopo un paio di giravolte di Grillo, fu eletto capo del M5S e Giggino ’a Poltrona non bastò più a tenere a cuccia la forza di maggioranza relativa. Draghi, ogni volta che stracciava una riforma-bandiera grillina, chiamava Grillo per aggirare Conte e convincere ministri e parlamentari a obbedir tacendo. Il giochino funzionò finché si mise in testa il Quirinale: Conte, Salvini e Meloni gli sbarrarono la strada, malgrado i traffici di Di Maio, Guerini, Giorgetti&C.,che alla fine dovettero accontentarsi di impallinare la Belloni per non darla tutta vinta ai leader M5S, Lega e FdI. Quando poi Conte sventò anche il Conticidio delle carte bollate al Tribunale di Napoli e fu confermato leader dal 95% degli iscritti votanti, era scoppiata la guerra in Ucraina.
E il famigerato Giuseppi si mise di traverso sul bellicismo filo-Nato, l’aumento della spesa militare al 2% e l’aggiramento del Parlamento sulle armi in Ucraina. Così suscitò speranze sia negli italiani pacifisti (la maggioranza) sia in quelli impoveriti dalle auto-sanzioni occidentali. E trovò sintonia col pacifismo di Grillo. Senza più mani libere per il suo oltranzismo filo-Nato, Draghi doveva rendere superflui i 5Stelle. Così partì la scissione di Di Maio&C., che solo un marziano o un idiota può immaginare improvvisata in due giorni all’insaputa di Draghi: il sorrisetto con cui Giggino ’a Poltrona sottolineava che il M5S non è più la prima forza parlamentare era rivolto al premier: l’utilizzatore finale del suo partitucolo. Restava un problema: con l’esito disastroso – sul piano militare per l’Ucraina e sul piano economico per l’Ue – della cobelligeranza occidentale, aumentano gli italiani che vogliono il negoziato anziché il riarmo infinito (le liste di proscrizione dei “putiniani”, malgrado l’impegno di 007, Copasir, Pd e giornaloni, sono boomerang). E sia Conte sia Salvini rischiano di giovarsene, soprattutto se escono dalla maggioranza, o almeno dal governo. L’uscita dell’uno potrebbe innescare quella dell’altro. Di Maio&C. non bastano più. Bisogna rovesciare anzitutto Conte, facendo leva sulle ruggini di Grillo perché cacci il leader che Draghi ritiene “inadeguato” e Di Maio “non allineato” per lo stesso motivo per cui iscritti ed elettori rimasti lo stimano: non obbedisce alle lobby. Poi toccherà a Salvini, che sta a Giorgetti come Conte sta a Di Maio.
Se la manovra andrà in porto, tutti i partiti della maggioranza saranno allineati e adeguati: tutti uguali, cioè draghiani. E anche lo spauracchio Meloni sarà sventato. Alle elezioni vedremo la sceneggiata del Centrodestra contro il Campo Largo e il Grande (si fa per dire) Centro, col nuovo record di astenuti. Poi il giorno dopo, comunque abbiano votato gl’italiani, tornerà Draghi o un altro commissario paracadutato dall’alto e da fuori (il solito Cottarelli, o magari un bel generale). E la Meloni sceglierà fra la resa e altri cinque anni di opposizione di Sua Maestà. Un altro golpe bianco. Perciò ieri, dopo le rivelazioni di De Masi al Fatto sulle gravissime interferenze di Draghi nella seconda forza del suo governo, non avrebbero dovuto insorgere solo Conte e il M5S, ma i leader di tutti i partiti (in primis le prossime vittime designate), il capo dello Stato, i presidenti delle Camere, gli intellettuali, i giornalisti e i giuristi che si dicono democratici: cioè quelli che avrebbero protestato se le stesse cose le avesse fatte un altro premier. Invece, silenzio di tomba. Il clima ideale per abolire, dopo il Parlamento, anche le elezioni.

martedì 28 giugno 2022

Se avete tempo, consiglio!

 

Varoufakis a TPI: “La sinistra è finita. Ma il capitalismo anche”


"La differenza tra Giorgia Meloni e Salvini è che lei è una fascista più pericolosa. In Grecia stavamo meglio quando stavamo peggio, hanno svenduto tutto ma nessuno ne parla perché la finanza ci ha addomesticati. La guerra in Ucraina serve agli Usa per controllare l'Europa": il direttore di TPI Giulio Gambino intervista l’ex ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis


di Giulio Gambino


Yanis Varoufakis, partiamo da qui: come sta la Grecia?

Esiste una risposta ufficiale e una ufficiosa. Secondo la versione ufficiale, la Grecia è fuori pericolo. È in ripresa, è stata normalizzata e non si trova più tra le grinfie della Troika. O almeno questo è quello che vi direbbe il premier greco Mitsotakis. Ma se lo chiedete a me, la situazione non è mai stata peggiore di oggi, molto peggio che nel 2010 e nel 2015.

In che modo?

Tanto per cominciare, quando eravamo in bancarotta nel 2010, il Pil greco era pari a 225 miliardi di euro l’anno, nel 2021 è stato pari a 181 miliardi. Il nostro debito pubblico era pari a 300 miliardi di euro, oggi è pari a circa 400 miliardi. Inoltre, abbiamo avuto 10-12 anni in cui abbiamo svenduto tutto – ad esempio i nostri aeroporti non ci appartengono più. Ogni centesimo di ricavato va diretto alle isole Cayman, non resta in Grecia. Il modo in cui abbiamo smantellato la nostra rete elettrica sotto la Troika è il motivo per cui oggi con la crisi energetica abbiamo i prezzi dell’elettricità più alti.

E allora perché nessuno parla di quanto sta accadendo in Grecia?

Ecco, questo è un punto tremendamente importante. A decretare quale nazione è in bancarotta e quale no nell’Unione europea lo decide la politica, non la finanza. Se domani, per una ragione qualsiasi, Bruxelles e Francoforte decidessero che l’Italia è in bancarotta, l’Italia è in bancarotta. Tutto ciò che devono fare è dire una singola, piccola parolina e lo spread sale del 20%. Il vostro debito è sostenibile solo perché lo decide la BCE.

Quindi ora la Grecia è addomesticata e per questo va bene così com’è?

La finanza oggi ama la Grecia perché è una fonte di grossi guadagni. Una vera miniera d’oro. Esistono due motivi. Anzitutto perché lo spread è al 2,5% sui bond tedeschi, che è un po’ come ottenere un premio assicurativo sapendo che non ci saranno incidenti perché la BCE continuerà a comprare bond. Quindi continuano allegramente ad acquistarli, almeno finché Mario Draghi e OIaf Scholz andranno d’accordo con Mitsotakis.

E il secondo motivo?

Sta nel fatto che con la Grecia così conciata la finanza può permettersi di fare cose terribili. I prestiti spazzatura, i prestiti privati, sono stati impacchettati in derivati con la garanzia di Stato offrendo un margine di profitto minimo a chi li acquista. E attraverso questo meccanismo di compravendita fanno cose stupefacenti. Vi faccio un esempio: prendete una banca, che non è più legata ai greci in alcun modo, questa ha in pancia i prestiti di cui parlo, li vende a un fondo, il fondo appartiene allo stesso banchiere. Il quale fondo però ha la garanzia statale – dell’ECB, in realtà, perché lo Stato è in bancarotta – e lo presta nuovamente alla banca, che a sua volta li mette sul mercato per vendere i prestiti ai consumatori.

Un circolo vizioso diabolico con il solo fine di speculare sui greci…

Adorano questo circolo vizioso e ci fanno un sacco di soldi, perfino le commissioni su queste operazioni sono milionarie. Perciò finché esiste un accordo politico che stabilisce che la Grecia sta bene, tutto ciò andrà avanti. Intanto, però, l’economia greca sta collassando. Prendete il vecchio aeroporto di Atene, un aeroporto bellissimo. È stupendo, enorme. Lo hanno dato a un oligarca greco, Latsis, che ha la residenza in Svizzera. Lo ha acquistato dallo Stato a un prezzo ridicolo con l’obiettivo di creare un parco, un casinò, un centro commerciale. Un grande investimento. Non ha fatto nulla di tutto ciò. Ha ottenuto i terreni quasi gratis e adesso li sta lottizzando e rivendendo. È come vedere la mafia in azione.

Varoufakis, lei sta descrivendo il sistema politico finanziario che ha retto l’Europa (e l’Occidente) negli ultimi 25 anni. È possibile cambiarlo?

Ci sono diversi modi in cui il sistema può cambiare. Al momento, abbiamo una banca centrale europea che finge di occuparsi dell’inflazione – dico finge perché non c’è molto che possa fare contro l’inflazione. Perché? Perché nel 2020, quando avremmo dovuto creare un tesoretto europeo per affrontare il debito pubblico e privato, non abbiamo fatto nulla. Quando nel 2012 l’intero meccanismo stava per crollare, Mario Draghi con il suo “whatever it takes” ha infilato tutti i prestiti spazzatura – pubblici e privati – nel portfolio-asset della BCE. E adesso non sanno cosa farci, perché se li vendono per contrastare l’inflazione – per contenere il quantitative easing come viene chiamato – finiremmo con società fallite e Stati in bancarotta.

E quindi ora che succede?

Quindi ora si trovano all’angolo e non sanno cosa fare. Se alzano i tassi d’interesse distruggeranno l’Italia e le multinazionali, e se non lo fanno sarà la politica tedesca a distruggerli, che è molto infastidita a causa dell’inflazione. E vi garantisco che l’opinione pubblica tedesca non vede di buon occhio l’inflazione. Perciò qualcosa – non so cosa – si spezzerà. Olaf Scholz è un candidato naturale per questa rottura perché è molto debole.

Addirittura?

Bè, sì… si capisce già che ha perso il controllo della situazione, ha meno autorità dei Verdi dentro il governo tedesco in questo momento, per rendere l’idea. E molto presto i democristiani torneranno alla ribalta. Già mi vedo il presidente della CDU che condurrà una campagna in stile “Make Germany Great Again”.

Cosa significherà questo?

Due cose: austerità. E poi che l’ECB venderà i suoi asset, e questo avrà forti ripercussioni sul resto d’Europa.

Facciamo un esercizio di fantapolitica. Se la sogna mai un’Uecon lei al governo in Grecia, Melanchon in Francia e qualcun altro dei vostri al comando in Europa?

Il trucco per fare la cosa giusta è di essere in grado di lottare per ciò che dev’essere fatto, anche quando prevedi di non farcela. Se pensassi che ciò che faccio mi porterà al potere, non lo farei, perché non posso prevederlo.

Ma tornerebbe volentieri al governo?

È un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo! (ride). Il punto è che stiamo perdendo un’occasione dopo l’altra. Il 2008 è stato una grande occasione per compiere progressi in tutto il mondo perché era chiaro che dopo trent’anni in cui ha prevalso il mito secondo cui il mercato sa sempre cosa fare anche il neoliberismo era ormai giunto al capolinea. Anche i più celebri sostenitori di quella narrativa hanno ammesso che era crollato. Alan Greenspan ad esempio ha dichiarato che il suo modello economico del mondo era sbagliato. E noi non eravamo pronti, la sinistra non era pronta.

E oggi la sinistra lo è?

No. Oggi meno che mai. La sinistra è finita. Ha toccato il fondo. Melanchon ha fatto un ottimo lavoro creando una coalizione temporanea, ma ora non siedono neanche in parlamento come un unico blocco. Guardi, come le dicevo, in passato abbiamo avuto momenti bellissimi nelle piazze, c’erano incontri frequenti con la sinistra italiana, abbiamo parlato molto, ma non abbiamo concluso nulla. E nel frattempo persone come Mario Draghi, Timothy Geithner e Larry Summers hanno rimesso in piedi il settore finanziario utilizzando denaro pubblico – delle banche centrali – e hanno spinto il capitalismo verso una grande deflazione, una grande stagnazione. Perciò oggi ci ritroviamo con il più basso livello di investimenti nella storia del capitalismo rispetto ai denari che sono in circolazione, con ciò diminuendo le capacità produttive dell’Occidente.

Segno che anche il neo-liberismo ha perso il passo della storia?

Basti pensare che produciamo meno cose oggi rispetto a 15 anni fa. La Cina si è espansa, ma Stati Uniti e Europa sono in contrazione. Le multinazionali sono più ricche che mai. Il benessere dei pochi è aumentato, la sofferenza della maggioranza delle persone è cresciuta incredibilmente per l’austerità. Abbiamo avuto 13 anni di stagnazione, lavori di bassa qualità, precarietà, e questa era la situazione prima della pandemia. Poi è arrivato il Covid, e i governi hanno continuato a fare esattamente la stessa cosa: stampare denaro, darlo ai banchieri e farlo girare in borsa, in modo che la ricchezza finanziaria continuasse a salire, senza tuttavia fare investimenti.

Con quali conseguenze?

Siamo stati tagliati fuori dalla Cina a causa della catena di approvvigionamento, perciò d’improvviso abbiamo assistito a una riduzione delle forniture. L’aumento della domanda è lieve perché le persone non hanno molti soldi, i prezzi salgono e tutto d’un tratto il sistema collassa perché devono fare qualcosa per l’inflazione ma hanno zombificato il capitalismo e non possono de-zombificarlo senza che avvenga qualche grossa catastrofe. Per quanto riguarda la sinistra, noi in Grecia siamo responsabili della nostra sconfitta, abbiamo avuto una grande opportunità nel 2015. Avremmo potuto dire, sapete cosa? Se volete chiudere le nostre banche, va bene, usciamo dall’Europa. Soffriremo, ma almeno rimetteremo a posto i conti e ri-inizieremo da capo. Ero pronto a farlo ma all’epoca Tsipras si è arreso e io ho rassegnato le mie dimissioni. Quella è stata la fine della sinistra in Europa.

Perciò come si può costruire qualcosa per il futuro se la sinistra è al capolinea?

Con grande difficoltà. (ride)

Come definirebbe, allora, il movimento che si sta creando intorno a lei in Europa?

La buona notizia è che non è solo in Europa. Dal 2018 Democracy in Europe Movement 2025 (DiEM25) si è ampliata unendo le forze con Bernie Sanders negli Stati Uniti e abbiamo creato un movimento internazionale progressista. Ad esempio il nostro grande amico Gustavo Petro è appena stato eletto presidente della Colombia. I presidenti di Honduras, Cile e Colombia adesso fanno parte del nostro gruppo. Nel mondo siamo attivi in India, Nigeria, Sudafrica stiamo cercando di trovare persone in Cina – cosa certo non facile – e abbiamo un gruppo in Turchia [l’HDP ndr].

E in Italia su chi punta Varoufakis?

C’è DiEM Italia!

Va bene, certo, ma chi vede di buon occhio? Faccia qualche nome…

Penso che dovrete aspettare fino a settembre per un annuncio importante, adesso non posso fare nomi, ma non attingeremo di certo persone dal PD. Quello che vogliamo fare è creare uno spirito internazionalista radicale, basato su un’economia razionale e politiche radicali. Questo è il nostro progetto globale.

Senta, che sensazione ha provato quando ha visto la foto di Macron, Scholz e Draghi in treno verso l’Ucraina?

L’Ucraina è una grande sfida per tutti noi. Anzitutto voglio essere chiaro sul fatto che ritengo Putin un criminale di guerra dal 2001 – quell’anno fui l’unico professore del mio dipartimento a opporsi per il suo dottorato ad honorem. La difficoltà che tutti noi abbiamo, in quanto persone non presenti sul terreno di battaglia, è questa: come sostenere l’Ucraina senza essere responsabili al contempo della sua distruzione per essersi fatta trascinare da Joe Biden, che sta provocando danni immensi al futuro del Paese. Per esempio quando ha detto che Putin dev’essere processato dalla Corte penale internazionale, anzitutto il Congresso non lo approverebbe, gli Stati Uniti non ne fanno parte. In secondo luogo gli servirebbe l’approvazione del Consiglio di sicurezza – ovvero della Russia. Cose da pazzi. Bisogna fare attenzione quando si dicono certe cose.


Pensa che Biden sia ingenuo?

No, penso che gli Stati Uniti abbiano un interesse personale verso il prolungamento del conflitto in Ucraina contro gli interessi dell’Europa. Nel 2011, quando vivevo negli Stati Uniti, un ex dirigente dell’NSA mi spiegò quale fosse la politica degli USA all’interno della Nato, e vale ancora oggi. Disse: “Il nostro unico scopo in Europa è tenere i tedeschi sotto controllo e i russi fuori”, ed è quello che hanno fatto. In un certo senso Putin è una creazione degli USA. Nei primi anni ’90 i governi sotto Boris Eltsin erano molto pro-americani, volevano essere parte dell’Occidente. Ma l’economia russa è stata schiacciata, l’aspettativa di vita degli uomini scese da 74 a 58 anni, e Putin è quello che succede quando si umilia un Paese: sale al potere l’uomo forte fascista. E si capisce che agli americani va bene perché ora vendono il loro gas e petrolio dal Texas e il New Mexico agli europei sostituendo Gazprom, Olaf Scholz comprerà 100 miliardi di euro in armamenti dagli Usa. Henry Kissinger, un uomo molto intelligente, nel 1970 chiede al Consiglio di sicurezza dell’Onu, “come faremo a mantenere la nostra egemonia quando non saremo più la principale potenza economica?” L’hanno fatto, e adesso stanno mettendo a rischio la sostenibilità dell’Ucraina.

Come se ne esce da questa guerra?

Secondo me dalla prima settimana di guerra si sarebbe dovuto organizzare un summit tra Biden, Putin, Zelensky e l’UE molto semplicemente. Trovare un accordo che riportasse le truppe russe dov’erano prima del 24 febbraio, demilitarizzare la zona tra l’Ucraina e la Russia, far accedere l’Ucraina all’Europa ma non nella Nato. In questo modo Putin avrebbe potuto vendersi l’accordo come un successo, facendo del Donbass una specie di Irlanda del Nord. L’alternativa a questo sono dieci anni di guerra e un nuovo Afghanistan o una nuova Cipro.

E gli Usa vogliono davvero solamente usare l’Europa e controllarla?

Certo, non solo controllarla, ma farci anche un sacco di soldi. Più inviamo armi pesanti, artiglieria a lunga gittata, più penetreranno nel Paese per mantenere una distanza di sicurezza. Certo è possibile e doveroso armarli, ma al tempo stesso bisogna aprire un canale diplomatico con Mosca e Biden dovrebbe dire: “Li armeremo, ecco la vostra via d’uscita”. Ma come avrebbe detto Mao Zedong: “Grande la confusione sotto il cielo, situazione eccellente!” La guerra rafforza gli Usa economicamente e politicamente. Putin è il responsabile, ma gli americani stanno peggiorando le cose.

Per quale motivo oggi il reddito di cittadinanza è così divisivo in Italia?

Nel 2015, quand’ero al ministero, la Troika veniva da me esercitando pressioni per farmi accettare il un reddito minimo garantito. All’inizio pensai, perché no? Ma poi ho capito cosa volevano: tagliare tutti gli altri sussidi. Invece di sostenere le famiglie con bambini o disabili, preferiscono sostituire gli aiuti con un piccolo reddito minimo garantito per risparmiare in un colpo solo. Per questo i sindacati sono contrari, non si tratta di migliorare le condizioni di vita delle persone, è nuova austerity travestita da reddito garantito. Il diavolo è nei dettagli. Va anche compiuta una distinzione tra salario minimo e reddito universale. Quest’ultimo non è discriminatorio e ha un enorme potenziale progressista, potere d’emancipazione.

Pensa che Mario Draghi si ritirerà dalla scena una volta terminata l’esperienza di governo?

Conosco Mario personalmente. È un uomo molto intelligente, abbiamo avuto degli scontri durissimi, come quando nel 2015 per salvare le banche italiane sacrificò quelle greche. Quello che trovo interessante in lui come Primo ministro secondo me rivela molto sull’attuale situazione dell’Europa: è forse uno dei premier più popolare d’Italia da decenni, ma se si fosse candidato alla carica non sarebbe stato eletto. Capendo questo si comprende in che genere di situazione si trova la politica.

Ha visto il discorso di Giorgia Meloni in Andalusia. Che sensazioni ha provato?

È una neofascista molto intelligente. La differenza tra lei e Salvini è che lei è una fascista più pericolosa, e si è allineata agli Usa. Salvini è stato attratto dai democratici illiberali come Orban, Le Pen e Putin. Meloni non ha questo tipo di impegni, ha capito che la sua scelta migliore era quella di essere un’atlantista. Non dimentichiamoci che è lo stesso modo in cui i fascisti spagnoli e portoghesi sono sopravvissuti per decenni all’interno dell’Alleanza guidata dagli Usa, perché a Washington non importa se sei fascista, basta che obbedisci agli ordini nella sfera internazionale.

Cos’è il “tecnofeudalesimo”?

È il titolo del mio prossimo libro, lo finirò ad agosto e dovrebbe uscire a dicembre. Nel 2010-11, ebbi questa sensazione: quello che fu il 1991 per il comunismo, il 2008 lo è stato per il capitalismo, penso che quell’anno abbia segnato la sua fine. Ma il capitalismo poggia su due colonne: la prima sono i profitti privati, fanno girare il sistema, è come il combustibile in un motore. Il secondo pilastro sono i mercati: il mercato del lavoro, finanziario, immobiliare, tutto avviene attraverso mercati. Sia i profitti che il mercato adesso non vanno più. I profitti privati sono stati sostituiti dai soldi delle banche centrali, mentre i mercati stanno venendo sempre più rimpiazzati dalle piattaforme digitali come Amazon, che non è un mercato. È nato un nuovo tipo di capitale che io chiamo ‘capitale cloud’. Stiamo venendo addestrati a fare le cose su piattaforme che non sono mercati ma appartengono a una persona. Abbiamo un nuovo sistema socio-economico adesso che non è più capitalista, sebbene il capitale continui a regnare. Questo è quello che chiamo tecnofeudalesimo.

È giunto il momento che le Big Tech paghino per i nostri dati?

Sì certamente, nel libro che ho presentato ieri “Another Now”, getto le basi per un mercato socialdemocratico. In un capitolo propongo una legge sui diritti dei dati e come potrebbe funzionare quel mercato. Ma la cosa importante non sono solamente i nostri dati digitali ma anche e soprattutto la nostra identità digitale. Dobbiamo ri-privatizzarla e toglierla alle multinazionali. Non bastano le regolamentazioni – è impossibile regolamentare le big tech – bisogna fare qualcosa di più: ci serve un cambiamento a livello di diritto societario. Ma questa è un’altra lunga discussione che spero potremo avere presto insieme.