martedì 14 giugno 2022

Travaglio!

 

L’avranno capito?
di Marco Travaglio
Dite la verità: conoscete qualcuno che sabato si domandava se i referendum fossero populisti e i candidati sindaci sovranisti? Eppure per i giornaloni, anche quando si decide chi debba governare una città o se sia meglio spedire al fresco un delinquente o mandarlo in Parlamento, la posta in gioco sono sempre populismo e sovranismo. Su Rep il maresciallo Tito spiega che il voto di domenica in Italia e in Francia ha segnato “la sconfitta dei sovranisti”. Sono più di dieci anni che i poteri marci sperano che la rivolta dei popoli contro le élite sia un temporale passeggero. E siccome le urne dimostrano l’opposto, inventano scuse per risparmiarsi l’autocritica: se vincono M5S, Salvini, Meloni, Brexit, Trump, Mélenchon, o se perdono Renzi e Pd, o se Macron e Biden sono in crisi, è sempre colpa dei russi o del popolo che non capisce. Intanto la gente vota secondo tutt’altre bussole.
C’è il voto controllato o abitudinario di centrosinistra e centrodestra, che garantisce uno zoccolo duro ai due blocchi tradizionali (il Pd e – con i travasi comunicanti – il trio FI-Lega-FdI). C’è il voto di scambio con mafie, lobby e clientele, appannaggio dei vecchi capibastone locali in continua transumanza da un partito all’altro purché di potere. E c’è il voto d’opinione, volatile e fluido, di chi decide di provare ogni volta chi sembra più nuovo, come l’ultimo modello delle Nike e dell’iPhone (B., Renzi, Grillo, Salvini, Meloni) e raramente si posa sullo stesso ramo per più di qualche mese (fa eccezione Conte, che ha lasciato – rara avis tra gli ex premier – un buon ricordo e da quattro anni guida i sondaggi sui leader, anche se fatica a trasferire il consenso personale sui 5S divisi, disorganizzati e dissanguati dall’appoggio contro natura a Draghi). Nelle elezioni locali, però, il voto d’opinione lascia il campo a quello abitudinario e/o controllato. La differenza la fanno i candidati: a prescindere da mafia/ antimafia, sovranismo/ europeismo, populismo/ riformismo, putinismo/ atlantismo, contano le facce e vincono quelle – nuove o vecchie – più credibili, forti e rassicuranti. Dire che Lagalla vince a Palermo grazie alla mafia non ha senso: è forte perché ha dietro uomini di mafia, ma se il centrosinistra avesse potuto ricandidare Orlando o trovato uno della stessa stazza, se la sarebbe giocata; invece ha fatto flop con un Miceli né carne né pesce. A L’Aquila ha riciclato l’eterna Pezzopane e ha avuto quel che meritava. A Verona s’è giocato la carta Tommasi ed è rimasto in partita. Cari Letta, Conte & C., basta inseguire “campi larghi” e altre astruserie: iniziate ora a selezionare una classe dirigente credibile per le Regionali siciliane di novembre e le Politiche del 2023. E leggete i giornaloni solo per fare l’opposto.

Gross'amaca!

 

L’amaca
Fingeranno di non conoscerlo
DI MICHELE SERRA
Crivellati dall’indifferenza, i cinque referendum detti “sulla giustizia” vanno a morire nel gigantesco macero nel quale giacciono decine di altri sfortunati progenitori: domande che non hanno ricevuto risposta.
Prima che l’oblio abbia il sopravvento, vale la pena sottolineare per un’ultima volta (poi, per fortuna, potremo passare ad altri argomenti) la genesi davvero stravagante di quest’ultima cinquina. La paternità era dei radicali e della Lega. Per i primi i referendum, non importa di quale natura e calibro, sono una specie di tradizione da onorare, come per Al Bano andare a Sanremo. Nessuno osa infierire e tutti aspettano con simpatia e curiosità la prossima edizione di referendum dei radicali e la prossima partecipazione di Al Bano a Sanremo.
È il duetto con la Lega, a sbalordire. Perché mai il più forcaiolo dei partiti mondiali, la cui politica carceraria è “butta via le chiavi” (tranne nei casi in cui il detenuto abbia accoppato un ladro sparandogli dalla finestra: in questo caso va eletto a Strasburgo), e il cui leader sta alle garanzie e ai diritti quanto Putin sta al pacifismo, si sia fatto promotore di un pacchetto di referendum sedicenti garantisti, è davvero incomprensibile. Non è il suo ramo, diciamo così. Se c’è un elettorato non disponibile per battaglie liberali, o sedicenti tali, è quello leghista.
L’unica pista percorribile, sempre che qualcuno abbia voglia di perdere il suo tempo, è la pulsione suicida del Salvini, che dal Papeete in poi cammina costantemente sull’orlo dell’abisso. Il suo partito, che fin qui lo ha seguito come un’ombra, tra un po’ fingerà di non conoscerlo: si chiama istinto di sopravvivenza.

Bravo Mario!

 


lunedì 13 giugno 2022

Attenti a quei due!




Penoso



Già che c’era poteva ringraziare anche chi ha votato partito monarchico e chi ha partecipato al convegno sul terrapiattismo!

Esiti vuoti

 


Debacle Travagliata

 

I 5 trascinatori di folle
di Marco Travaglio
La ridicola disfatta dei cinque referendum contro la Giustizia merita un De Profundis degno della sua catastrofica spettacolarità. Ancora una volta il popolo italiano s’è rivelato molto più maturo della classe politica e intellettuale, seppellendo sotto una coltre di sprezzante indifferenza l’ennesimo tentativo di lorsignori di regalarsi l’impunità col plauso dei cittadini. Si temeva che la gran quantità di criminali d’alto e basso bordo operanti in Italia alzasse l’affluenza, rispondendo alla chiamata alle armi dei poteri marci travestiti da “garantisti” contro i magistrati cattivi: invece nemmeno la maggioranza di chi vive di illegalità s’è scomodata. E i votanti sono stati così pochi che non si sarebbe raggiunto il quorum neppure se si fosse votato per un mese e le tv ne avessero parlato “h24” per un anno. Il merito della strepitosa débâcle si deve anzitutto ai presunti leader del Sì: i soliti radicali (Bonino in testa), ormai caricature di ciò che furono; i noti trascinatori di folle Salvini, B., Renzi, Calenda; alcuni noti frequentatori di se stessi del Pd (i sindaci Ricci e Gori); le trombette della stampa di destra e dei signorini grandi firme di Rep (Merlo), del Corriere (Panebianco), del Messaggero (Nordio); e la lobby degli avvocati (da non confondere con l’intera categoria). La Meloni s’era tenuta a debita distanza, pur predicando tre sì e due no. Solo Conte, Letta e Leu avevano osteggiato la follia di chiamare i cittadini a pronunciarsi su temi tecnici che spettano al Parlamento.
Ma la presenza nel fronte del Sì di quei Re Mida all’incontrario che trasformano in cacca tutto ciò che toccano non basta a spiegare questo disastro di proporzioni bibliche, destinato a screditare vieppiù l’unico strumento di democrazia diretta di cui disponiamo. C’è di più: i finti garantisti che pretendevano di scandalizzare la cittadinanza per le manette facili (in realtà difficilissime), l’esclusione dei condannati da Parlamento, governo, enti locali e regionali, la carriera unica di giudici e pm (consigliata dall’Ue e difesa dai veri garantisti), l’assenza di avvocati nei consigli giudiziari che valutano i magistrati e financo le 25 firme richieste ai togati per candidarsi al Csm, sono gli stessi che da trent’anni lavorano per convincere gli italiani che le indagini sui reati dei politici sono una “guerra fra giustizia e politica”: un derby fra guardie e ladri che non riguarda i cittadini, i quali se ne devono bellamente infischiare. Guai a ricadere nell’errore “giustizialista” di Tangentopoli e Mafiopoli, quando gli italiani tifavano per le guardie perchè sapevano di essere le vittime dei ladri e dei collusi. Hanno ridotto milioni di persone da protagonisti a spettatori, da cittadini a sudditi: ora non si meraviglino se gli elettori stanno a guardare.