sabato 4 giugno 2022

Tomaso e la parresia


Il papa fa “sorridere” Don Milani non Minniti, Nardella e i vescovi

di Tomaso Montanari 

Il motivato rifiuto di papa Francesco di partecipare ai convegni intrecciati di sindaci e vescovi del Mediterraneo, nello scorso febbraio a Firenze, è davvero clamoroso. Il franco scambio di opinioni tra il pontefice e l’arcivescovo di Firenze, filtrato sui giornali e non smentito dalla Santa Sede, è illuminante: ai grigi equilibrismi politici del cardinal Betori (che cerca di spiegare al papa che Marco Minniti era stato invitato da Nardella e non dai vescovi) si contrappone la luminosa parresia, cioè il dire la verità, di Francesco. Il quale sa benissimo che, se avesse accettato di chiudere quei lavori, il risultato mediatico sarebbe stata una ‘benedizione’ della politica rappresentata dalla figura di Minniti: autore di quella legislazione securitaria sull’immigrazione che conduce, senza soluzioni di continuità, ai decreti Sicurezza di Salvini. E ora volto del soft power della fondazione Med-Or, espressione della Leonardo, che è la principale fabbrica di armi italiana. Dopo l’appello nel quale una parte dei cattolici fiorentini (tra i quali anche chi scrive) chiedevano a Firenze di dire ‘no’ a Minniti esattamente per questo motivo, Nardella rispose che “la politica non può limitarsi al giudizio morale”. È tutta qui la differenza tra papa Francesco e i politicanti italiani (inclusi alcuni vescovi): per il papa il piano morale non può mai essere messo tra parentesi. Per Francesco la persona umana non è mai un mezzo, ma sempre e solo il fine ultimo: dunque la tortura nelle carceri libiche non può essere un accettabile danno collaterale di una politica di ‘contenimento’ della migrazione. E le armi sono sempre e comunque strumenti di morte: per il papa la pace si prepara costruendo la pace, non la guerra.
Le durissime parole del pontefice trapelate in questi giorni hanno lasciato sconcertati coloro che sono abituati a guardare al Vaticano come una potenza terrena, con la sua diplomazia e la sua politica. Ma è evidente che quella diplomazia e quella politica con Francesco sono cambiate: perché sono ispirate al Vangelo non solo nei contenuti, ma anche nelle forme. A cominciare, appunto, dalla parresia: “Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno” (Matteo 5, 37).
Che questo tratto così rivoluzionario, in un pontefice, sia emerso proprio in un’occasione legata a Firenze è straordinariamente suggestivo. Francesco è stato il primo papa a recarsi a Barbiana, sulla tomba del fiorentino don Lorenzo Milani, che della parresia, della franchezza del parlare cristiano, è stato il profeta più luminoso del Novecento. Milani ha pagato un prezzo altissimo per la sua fedeltà al parlare solo con l’evangelico “sì, sì; no, no”: nonostante la sua struggente fedeltà alla Chiesa, i predecessori di Betori lo hanno punito con l’esilio; ed egli fu anche processato in tribunale per aver osato difendere l’obiezione di coscienza contro l’amore per la guerra dei cappellani militari. La chiesa fiorentina, del resto, è stata ricolmata del dono della parresia: da Giorgio La Pira (sindaco santo che requisiva le case sfitte per dare un tetto ai poveri) a padre Balducci, da padre Turoldo a don Bruno Borghi, dalla Comunità dell’Isolotto a quella delle Piagge con don Santoro, all’abate di San Miniato Bernardo Gianni, che ha firmato l’appello contro Minniti. Tutte figure più o meno esplicitamente condannate e isolate dai vescovi di Firenze: tutte figure che oggi le parole di papa Francesco risarciscono.
In un’Italia sempre più lontana dalla franchezza della sua Costituzione (una “polemica contro lo stato delle cose”, la definiva Piero Calamandrei), la franchezza del papa, così vicina a quella di Gesù nel Vangelo, è un raggio di sole che squarcia le tenebre. E don Milani, che sui banchi di Barbiana teneva Costituzione e Vangelo, da qualche parte del paradiso oggi sorride.

I piani travagliati


La pace dei santi

di Marco Travaglio

Al 101° giorno di guerra, non si trova più un leader che non “lavori per la pace” col suo piano personalizzato.

Piano Putin. Continuare a chiamare il massacro quotidiano “operazione militare speciale”: se non è una guerra, non c’è motivo per cercare la pace.

Piano Biden. Dipende da ciò che gli dice l’ultimo a cui ha stretto la mano. Purtroppo, trattandosi di fantasmi, non gli dicono nemmeno dove si trova l’Ucraina.

Piano Zelensky. Si fonda su concessioni territoriali direttamente proporzionali alla distanza rilevata dai satelliti fra lui e i battaglioni Azov e Nato.

Piano Nato. Imbottire di armi Kiev per la “guerra lunga”, così alla fine non si riuscirà più a distinguere il dopoguerra dalla guerra.

Piano Stoltenberg. Detto anche “Nomen omen”, consiste nel ripetere che la Nato non c’entra e “la pace la decide Zelensky”; poi, appena quello accenna a mollare la Crimea, precisare che “non rinunceremo mai alla Crimea”.

Piano Erdogan. Chiamare tutti e imbandire tavoli di pace per tenerli occupati e non farli accorgere della sua guerra ai curdi.

Piano Orbán. Farsi gli affari propri e dirlo, diversamente dagli Usa che si fanno gli affari propri ma non lo dicono e dagli altri membri dell’Ue e della Nato che danneggiano gli affari propri ma non lo sanno.

Piano Salvini. Detto anche “Totòtruffa ’22”, consiste nel travestirsi da diplomatico, vendere la fontana di Trevi a turisti stranieri, fingersi ambasciatore del Katonga, camuffarsi da Fidel Castro, inventare nuovi mestieri tipo il contatore di piccioni e venire preso sul serio da tutti (ucraini e russi esclusi).

Piano Berlusconi. Detto anche “Lettone a baldacchino”, si fonda sull’imperativo di “convincere Kiev ad accettare le richieste di Putin”, in base al principio n. 1 della diplomazia: per fare la guerra bisogna essere in due, per fare la pace basta essere in uno.

Piano Letta. Detto anche “Uovo di Colombo”, si fonda sul piano Berlusconi rovesciato: basta convincere Putin ad accettare le richieste di Zelensky.

Piano Draghi. Buttare lì ogni tanto, con aria svagata e annoiata, che “Putin non deve vincere”: fa fine e non impegna.

Piano Di Maio. “………………..”.

Piano Mattarella. Vanta molti pregi, anzitutto l’originalità e la plausibilità: infatti si fonda sul “ritiro degli aggressori russi dall’Ucraina” come precondizione per l’avvio dei negoziati. Che poi fra l’altro non dovrebbero neppure iniziare perché la ritirata di Russia restituirebbe l’intera Ucraina agli ucraini e non si saprebbe più su che negoziare. Resta soltanto da convincere Putin (che ha ribattezzato il piano “Mo’ me lo segno”). Ma, se glielo chiede Mattarella, è fatta.

Quel Visco…


Visco predica bene, ma in Bankitalia il costo del lavoro fa +44% in 20 anni

di Nicola Borzi 

L’inflazione corre ed erode le buste paga: nonostante un lieve aumento delle retribuzioni contrattuali (+0,8%), l’Istat prevede che quest’anno il potere di acquisto delle famiglie calerà almeno del 5%. D’altronde a maggio, secondo le stime preliminari, il carovita ha segnato +6,9% su base annua, livello che non si registrava da marzo 1986. Ma il problema non è di breve termine: secondo l’Ocse, l’Italia è l’unico Paese sviluppato nel quale durante gli ultimi 30 anni i salari sono calati del 3%, mentre in Germania sono aumentati del 34%, in Francia 31% e in Spagna del 6%. Eppure secondo il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, occorre “contrastare vane rincorse tra prezzi e salari” attraverso “un aumento una tantum delle retribuzioni”.
Visco predica bene, ma i bilanci di Banca d’Italia raccontano una storia differente. Tra il 2001 e il 2021 i lavoratori di Palazzo Koch sono calati da 8.560 a 6.629, con un taglio del 22,6%, mentre il costo del lavoro medio per dipendente dell’istituto di Via Nazionale è passato da 135 mila 600 a 194 mila 736 euro, con un aumento del 43,6%. Aumenti nominali, ribatterà qualche economista dell’ufficio studi di Banca d’Italia. Certo, ma dal 2001 al 2021 l’indice dei prezzi al consumo Istat ha segnato +33,1%: dunque in termini reali (al netto cioé dell’inflazione) l’aumento del costo del personale di Palazzo Koch è stato pari al 10,5%. La sola voce “stipendi ed emolumenti per il personale in servizio” di Banca d’Italia dal 2017 al 2021 ha segnato un salto da 95 mila 863 a 98 mila 731 euro pro capite, con un aumento (nominale) del 3%, inferiore solo dello 0,2% all’inflazione del quinquennio. Merito dei sindacati di via Nazionale, sempre battaglieri quando bisogna spuntare lucrosi rinnovi contrattuali, alla faccia delle Considerazioni finali dei governatori di turno.

venerdì 3 giugno 2022

Accordo



Qui a Bologna ho trovato l’accordo col proprietario: le mie ceneri verranno seppellite qui! Mi spiace per quelli del tofu ma al cuor non si comanda!

Rincrescimento



Qui a Bologna purtroppo non ho trovato nessun locale che mi dispensasse un po’ di tofu. Mi sono dovuto accontentare di questi salumi, tra cui la mortadella che profuma oltremodo! Mannaggia!

Quanti bastardi attorno!



Notizie incoraggianti! E poi mi vengono pure a rompere i coglioni dicendo che è l’ora di fare tutti i sacrifici! Sarà meglio invece preparare cervogia, zaino e bastone di castagno…

Opportunità


Questo articolo va letto con molta calma ed obiettività, chiudendo in freezer le maratone mentaniane, gli sproloqui di peripatetici a gettone, le insane voluttà natiane, gli spasmi armigeri di chi pensa ancora che le visioni del mondo siano direttamente proporzionali ai ragli dei troppi mercanti ora travestiti da sepolcri imbiancati.

Una guerra lunga per cancellare il passato

Tra propaganda e realtà. Si è tentato di far scordare gli ultimi 8 anni di conflitto. Tutto ciò che si è detto e scritto sulle operazioni militari è, a oggi, smentito

di Fabio Mini

La prima cosa che appare chiara, dopo 100 giorni di guerra in Ucraina, è che tutto ciò che si è detto e scritto sulle operazioni militari russe è saltato. Una volta di più, si è dimostrato che la narrazione della guerra segue logiche e grammatiche diverse dalla realtà, per non parlare della verità. Il giochetto della propaganda, antico come il mondo, è infatti quello di attribuire all’avversario scopi e strumenti molto più alti di quelli effettivi, per giustificare sia una vittoria clamorosa sia una sconfitta onorevole, oppure per spaventare e ottenere con la paura ciò che non si avrebbe mai con la ragione.
Le intenzioni strategico-politiche attribuite a Mosca, sin da prima dell’invasione e tuttora sostenute, si sono dimostrate sbagliate, eppure sono riuscite nello scopo che le baggianate dovevano conseguire: orientare la narrazione. La demilitarizzazione e la denazificazione annunciate dal presidente Putin come scopi politico-strategici, non riguardavano la debellatio dell’Ucraina o la purificazione della popolazione dal morbo nazista. La prima mirava a impedire che l’Ucraina diventasse parte di una alleanza militare ostile alla Russia (la Nato); la seconda perseguiva la “pulizia” della leadership e delle strutture di sicurezza dalle componenti neo-naziste che in pratica dal 2014 avevano assunto poteri anche istituzionali.
Facendo partire la guerra dal giorno dell’invasione, si è tentato di far dimenticare gli otto anni precedenti durante i quali i vari governi ucraini hanno massacrato le popolazioni (ucraine) del Donbass colpevoli di essere legate a una propria lingua (del tutto simile a quella ucraina) e di volere una autonomia politico-amministrativa dal governo centrale. Un governo che nel 2014 si era insediato con un vero e proprio colpo di Stato manovrato da estremisti nazionalisti e russofobi sostenuti dagli Stati Uniti e dall’Unione europea.
Si sono volute far dimenticare al mondo occidentale le palesi minacce e provocazioni da parte ucraina e della Nato dei precedenti 24 anni e in particolare degli ultimi quattro mesi, durante i quali è stata definita la strategia offensiva nei riguardi della Russia.
L’Ucraina e gli Stati Uniti, con un accordo bilaterale “capestro” siglato nel 2008 e aggiornato a settembre del 2021, avevano oltrepassato la linea rossa che la Russia aveva tracciato tra minaccia e “minaccia esistenziale”. L’accordo è scritto in un linguaggio del peggior estremismo nazionalistico ucraino, della peggiore forma diplomatica e firmato dagli Usa in una chiara visione di confronto sia diretto sia mediato (da Ucraina e Nato) contro la Russia. Stando allo spirito, e soprattutto alla lettera di quell’accordo, non esisteva e non esiste tuttora alternativa alla guerra. La Russia doveva soltanto scegliere il modo di iniziarla e condurla.
Ha scelto un modo molto classico e quasi arcaico: l’invasione con truppe corazzate e obiettivi limitati sul piano militare, per dare sicurezza al Donbass e concorrere agli obiettivi strategici. Quella che viene ancora oggi definita come una “invasione a tutto campo” una “aggressione” immotivata e non provocata sul piano militare è stata condotta con forze del tutto insufficienti a conseguire la conquista di tutto il Paese e meno che mai l’occupazione e l’espansione russa in Europa. “Dopo di noi toccherà a voi”, gridava il presidente Zelensky immediatamente acclamato e seguito (o perfino preceduto) su questa linea da tutti – o quasi – gli europei e americani. “Noi stiamo combattendo per voi”, tuonava il presidente incitando Usa e Nato a partecipare alla guerra con armi, sanzioni e miliardi di euro/dollari in nome dei valori condivisi.
�Battaglie condotte in modo quasi arcaico
Se da un lato è molto dubbio (e perfino pericoloso) che l’Europa condivida i valori di questa Ucraina, dall’altro è assolutamente vero che essa stia conducendo una guerra per conto degli Stati Uniti. Le operazioni militari russe si sono immediatamente concentrate sulla parte del Donbass dove l’Ucraina dal 2014 aveva schierato truppe regolari e irregolari ben addestrate e armate dall’Occidente in versione anti-insurrezionale: carri armati e milizie contro la popolazione del Donbass e contro i cosiddetti separatisti. Questi ultimi erano (e sono) appoggiati dalla Russia in nome di una “responsabilità di proteggere” giuridicamente prevista, ma non riconosciuta alla Russia da ucraini, americani e consueto seguito.
L’esercito e le forze di sicurezza interne dell’Ucraina potevano contare su circa 160 mila uomini alle armi ai quali si aggiungevano 16-20 mila “volontari” di varia natura e provenienza. Un terzo di queste forze era schierato a est del Dniepr, di fronte ai territori delle neo-repubbliche del Donbass; un terzo a nord della Crimea in preparazione dell’attacco alla penisola e Sebastopoli previsto dalla “piattaforma Crimea” del 2021 approvata e sostenuta dagli Stati Uniti; il restante era dislocato a difesa dei centri urbani e altri obiettivi sensibili.
Mentre le truppe russe penetravano in Donbass su tre vie tattiche (Lugansk-Sloviansk, Donetsk-Dnipro e Mariupol- Zaporizha-Kherson) e attaccavano con artiglierie e missili obiettivi sensibili come Kharkiv, furono subito attivati i primi colloqui russo-ucraini per un cessate il fuoco. Un esercizio militar-diplomatico promosso da alcuni leader europei che probabilmente non avevano letto bene gli accordi bilaterali tra Usa e Ucraina, così come non si curano ancora di leggere quelli tra Ucraina e Gran Bretagna, tra Polonia e Ucraina, tra Paesi baltici e scandinavi e Gran Bretagna.
�L’azione dimostrativa di forza con i raid su Kiev
Allo stesso tempo, la Russia avviò un’azione dimostrativa di forza inviando una forza corazzata su Kiev. Voleva essere un modo per influenzare i negoziati, orientare la politica di Zelensky verso un distacco dai suoi partner estremisti e soprattutto convincere le forze armate ucraine a un accordo. A Kiev, evacuata dalla maggior parte degli abitanti oltre che dalle ambasciate e dai “consiglieri militari” occidentali, ci furono bombardamenti in periferia, l’occupazione di alcuni centri suburbani e una sosta tanto forzata quanto minacciosa di una chilometrica fila di carri armati in puro stile Ungheria o Praga. Anche in questo caso venne propagandato l’imminente attacco alla città. Ed è stato smentito dai fatti.
Le truppe russe si ritirarono quando fu chiaro che dai colloqui non poteva nascere niente, le forze armate ucraine non si accordavano, le milizie e la polizia ucraine controllavano la città, l’Occidente non intendeva trattare e anzi stava ottenendo nuove adesioni alla Nato, le truppe ferme per quasi un mese stavano perdendo motivazione e vite umane e, non ultimo, il fronte interno dei falchi del Cremlino criticava Putin per la scarsa volontà di usare la forza.
Ovviamente il riposizionamento fu sfruttato dalla propaganda ucraina come una vittoria dell’eroica resistenza e di fatto convinse i leader ucraini e gli amici occidentali ad aumentare aiuti e sostegno militare in vista della cacciata dei russi dal territorio ucraino, Donbass e Crimea inclusi.
�La seconda fase: il Donbass priorità strategica
Lo stesso si verificò quando i russi lasciarono la periferia est di Kharkiv. In realtà, l’affermazione della priorità strategica russa al Donbass rese possibile esercitare una pressione maggiore su tutta la regione. Inoltre, nonostante le forti perdite subite, tutta la parte sud-est fino a Mariupol e lungo la costa dei mari Azov e Nero era già controllata dai russi che furono ancor più motivati dal determinante chiarimento che la guerra non riguardava l’Ucraina, ma tutto l’Occidente contro la Russia. Così, infatti, si erano espressi gli ineffabili statunitensi Blinken e Austin, il britannico Johnson, il Segretario della Nato Stoltenberg e la Commissaria europea Von der Leyen seguiti dai vari Cip&Ciop della politica da salotto.
Oggi il pendolo delle operazioni volge in favore della Russia, che metodicamente continua a spingere le forze ucraine dal Donbass al fiume Dniepr. Probabilmente si fermeranno lì, sul grande fiume dove lo Stato Maggiore ucraino ha già ordinato di costituire una linea difensiva innescando l’effetto “panico” (in italiano “Caporetto”) delle forze usurate dal punto di vista fisico e demotivate dalla resa della Brigata Azov. Il pendolo potrebbe tornare indietro con l’arrivo delle nuove armi americane e inglesi fra un paio di settimane. Ma potrebbe essere già tardi per recuperare terreno oppure troppo tardi per tutti. I russi stanno aspettando un razzo sul proprio territorio per scatenare la Terza guerra mondiale. Con o senza Putin.