Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
martedì 22 marzo 2022
L'Amaca
lunedì 21 marzo 2022
Fatevi la vostra opinione!
Ucraina, l’Ue ignora i nostri interessi
La sciagura - Diversamente dagli Usa, a Europa e Italia conviene la pace con un mondo multipolare, come vuole metà del pianeta: che Putin vinca o perda, un’Ue sbilanciata a Est con Berlino riarmata sarebbe un disastro
DI BARBARA SPINELLI
Circola un numero talmente spropositato di menzogne, sulla guerra in Ucraina, che pare di assistere a un contagio virale. I ragionamenti freddi (o realisti) vengono sistematicamente inondati da passioni bellicose e molto calde.
L’onda travolge le ricostruzioni del conflitto, e anche i fatti elencati dagli esperti militari. Perché ripercorrere la storia dei rapporti russo-ucraini, o ricordare le tante guerre Nato, quando il dualismo teologico-politico è così favolosamente chiaro: lì il Male, qui il Bene – lì Satana, qui arcangeli in tute mimetiche – lì il “dittatore sanguinario” e “criminale guerra” (epiteti escogitati da Biden), qui i combattenti della civiltà.
In genere si replica che in guerra è sempre così: propaganda e controverità imperversano in tutti i campi –si ripete – e già è una prima menzogna perché gli italiani e l’UE non sono in guerra, non vogliono andarci e potrebbero dunque concedersi il lusso di analisi più vicine alla realtà, meno interessate al proselitismo bellico, tendenti più all’asciutto che all’umido. Gli Stati Uniti invece vogliono che la guerra continui, anche se per procura. D’altronde è questo lo scopo di Biden: “Far sì che l’America, ancora una volta, guidi il mondo” (4-2-21).
Ne consegue che gli interessi europei e americani divergono, coincidendo solo nella retorica. Per l’Europa e l’Italia il proseguimento bellico è una sciagura, sia che Putin perda sia che vinca. Avranno un caos che durerà decenni ai confini orientali. E se l’Ucraina entra nell’Unione gli equilibri si sbilanceranno a Est ancor più di quanto già lo siano, da quando l’UE ha incorporato Paesi più interessati alla Nato che all’Europa (soprattutto Polonia e Baltici). L’egemonia nell’Unione sarà esercitata dall’Est, con Berlino che fungerà da arbitro avendo deciso di ergersi a potenza militare di primissimo piano. Parigi per ora si limita a commentare. Il Sud è muto. Solo i produttori di armi guadagneranno.
Di qui la menzogna più vistosa: ovunque vengono aumentate a dismisura le spese militari, si intensifica il riarmo dell’Ucraina (Biden promette 1 miliardo di dollari), e l’Unione europea si trasforma in patto bellico, proclamando però che mai invierà soldati e mai chiuderà i cieli agli aerei (no-fly zone), affinché non scoppi l’Armageddon nucleare. Dai nostri paesi non partono soldati ma mercenari e contractor sì, molti: almeno 20.000 occidentali di cui 4.000 nordamericani, secondo fonti ucraine. Un guazzabuglio di guerra-non guerra insomma, che resuscita la Nato e abbassa l’Europa potenza pacifica.
Il contagio genera altre controverità, come fossero varianti virali. Tra le più fuorvianti: la supposta condanna del Cremlino espressa “quasi all’unanimità” dall’assemblea Onu, il 2 marzo, e l’esistenza di una “comunità internazionale compatta” nel penalizzare Putin. Più che una menzogna è un’impostura. Dalla “quasi unanimità” vengono esclusi Cina, India, Iran, Pakistan, parte dell’America Latina, parecchi paesi arabi, che si sono astenuti. Si tratta di più di 3 miliardi di persone, quasi la metà della popolazione terrestre. Segno che la “comunità internazionale” e l’“ordine mondiale” minacciato da Mosca sono pure invenzioni.
Quel che esiste è un disordine globale che il potere unipolare statunitense ha propagato aprendo più scenari di guerra (Afghanistan, Libia, Siria, Somalia, ecc) e spostando la Nato fino alle porte della Russia, per volontà dei Presidenti Usa a partire da Clinton. Quel che esiste è la volontà statunitense di perpetuare l’ordine unipolare creatosi dopo la fine della guerra fredda, fallito miseramente in Iraq e Afghanistan. Un ordine che Biden vorrebbe resuscitare usando l’Ucraina, per meglio sfidare Russia e poi Cina.
All’Europa converrebbe aprire con la Russia una trattativa che preveda la fine delle guerre in Ucraina e la costruzione nel medio termine di un sistema comune di sicurezza, indipendente dalla Nato e dalle strategie Usa. Dire che “Putin non vuole la pace”, come annunciato da Draghi, senza offrire la fine delle sanzioni in cambio della cessazione delle ostilità, rispecchia la teologia politica della Nato, non i nostri interessi. Ormai dovrebbe essere chiaro che l’identificazione dell’UE con l’Alleanza atlantica e con le aspirazioni unipolari statunitensi produce guerre e caos ovunque. La terra è abitata da una moltitudine di potenze e paesi con aspirazioni e visioni contrastanti, che devono imparare a coesistere senza scannarsi e concentrandosi sul punto essenziale che è la sopravvivenza del pianeta. L’ordine futuro non potrà che essere multipolare: qualcosa di ben più complesso del multilateralismo praticato da Stati che già possiedono comuni obiettivi.
La genealogia della guerra ucraina non è ignota. Comincia quando la Nato promette di accogliere Kiev, nel 2008 a Bucarest; continua con la destituzione nel 2014 del Presidente Janukovyc, colpevole di aver ribadito la neutralità scelta dopo la fine dell’Urss; prosegue nel 2019 con l’adesione della Nato iscritta nella Costituzione. Sempre nel 2014 scoppia la guerra nel Donbass, e il neonazista battaglione Azov viene inserito nell’esercito regolare ucraino. Gli accordi di Minsk-2 chiedevano che venissero concesse vere autonomie al Donbass, anche linguistiche, ma Kiev si opponeva.
A questi eventi si aggiungano le manovre Nato sul territorio ucraino. Nel centro di addestramento di Yavoriv, ai confini della Polonia presso Leopoli, la Nato addestra da anni l’esercito ucraino, fornisce armi e know how. È partita da qui l’ultima esercitazione – la più intensa – nel settembre 2021 (“Rapid Trident”). Hanno partecipato 15 paesi tra cui l’Italia. Nel giugno-luglio 2021 si era svolta un’esercitazione nel Mar Nero guidata da USA e Ucraina, di fronte alla Crimea (nome in codice ”Brezza di Mare”).
Con questo non neghiamo che Mosca sia l’aggressore. Non supponiamo nemmeno che Putin faccia i propri interessi. Per ora è riuscito a resuscitare la Nato, a incollare UE e amministrazione Usa, a spostare a Est il baricentro dell’Unione, a creare nel centro Europa una potenza tedesca super-armata, più legata di prima al fronte Est. E come potrà nascere un’Ucraina pacifica, dopo simile guerra? Come finanziare la ricostruzione delle sue città, della sua economia, dello stesso Donbass, dopo tanta devastazione? Come evitare una dipendenza da Pechino che rischia di seppellire l’idea russa di un’alleanza tra pari? Sono domande cui Putin e i suoi successori faticheranno a rispondere, quali che siano le genealogie della guerra in corso.
Giusto per riflettere
La peste del nazionalismo uccide la nostra umanità
LE LEZIONI DI CAMUS E ROSSELLI - Guerra Putin è solo un despota criminale, l’autodifesa degli ucraini è solo legittima: ma è mai possibile che in Italia si esulti per l’uccisione di persone, anche se russe?
DI TOMASO MONTANARI
“La patria non è l’astrazione che manda gli uomini al massacro, ma un certo gusto della vita che è comune a certi individui: la sua vita, i cortili, i cipressi, le trecce di peperoni, i paesaggi assolati, e non i fondali teatrali in cui un dittatore si inebria della propria voce, e soggioga le masse”. Salgono alle labbra queste parole di Albert Camus (1937) quando si vede, su twitter, che il messaggio ucraino in cui si esulta per l’uccisione di un certo, efferato, militare russo (di cui si posta una fotografia) riceve migliaia di “like” dall’Italia. Putin è un despota criminale, la sua è una guerra di aggressione, l’autodifesa degli ucraini è indiscutibilmente legittima: e però davvero qua, in Italia, dobbiamo esultare per l’uccisione di un umano, guardandolo in faccia?
Non vorrei discutere della legittimità delle scelte (inviare le armi o no), o dell’enormità del rischio nucleare – quello per cui in queste notti mi sveglio di soprassalto. Vorrei solo dire che facendoci risucchiare nel baratro dei nazionalismi stiamo uccidendo “l’umano nell’uomo”, per usare un’espressione carissima a Vasilij Grossman, gigantesco scrittore russo, nato in Ucraina ed ebreo, vittima del nazismo e poi dello stalinismo. Chi si trovò a dover combattere contro il fascismo e il nazismo non pensò di farlo per una qualche specifica patria, ma anzi per la fine di ogni nazionalismo: “Siamo antifascisti non tanto e non solo perché siamo contro quel complesso di fenomeni che chiamiamo fascismo; ma perché siamo per qualche cosa che il fascismo nega ed offende, e violentemente impedisce di conseguire. Siamo antifascisti perché in questa epoca di feroce oppressione di classe e di oscuramento dei valori umani, ci ostiniamo a volere una società libera e giusta, una società umana che distrugga le divisioni di classe e di razza e metta la ricchezza, accentrata nelle mani di pochi, al servizio di tutti. Siamo antifascisti perché nell’uomo riconosciamo il valore supremo, la ragione e la misura di tutte le cose, e non tolleriamo che lo si umilii a strumento di Stati, di Chiese, di Sette, fosse pure allo scopo di farlo un giorno più ricco e felice. Siamo antifascisti perché la nostra patria non si misura a frontiere e cannoni, ma coincide col nostro mondo morale e con la patria di tutti gli uomini liberi” (Carlo Rosselli, 1934).
Per costruire questa “cittadinanza universale”, la cultura è la leva fondamentale. Per questo, imporre agli artisti russi di rilasciare pubbliche dichiarazioni di condanna del loro governo, o chiudere le collaborazioni di ricerca con gli studiosi russi, è un terribile errore. In questi giorni, è stato Alberto Leiss a evocare (su il Manifesto) l’antidoto più giusto. Sono parole di un arabo cristiano che, studiando la percezione occidentale dell’Oriente, cita un tedesco che studiava filologia romanza, che a sua volta cita un monaco medioevale: un intarsio di tempi, di diversità e di luoghi che basterebbe a mostrare il valore universale di questo messaggio. Ebbene, a Edward W. Said (in Orientalismo, 1978) stava a cuore “la tradizione umanistica di coinvolgimento in culture e letterature nazionali differenti dalla propria”, e per questo ricordava come il grandissimo Erich Auerbach concludeva le sue riflessioni sulla Filologia della letteratura mondiale (1952) con una significativa citazione dal Didascalicon di Ugo di San Vittore (XI secolo): “L’uomo che trova dolce il luogo natale è ancora un tenero principiante; quello per cui ogni suolo è come il suolo nativo è già più forte; ma perfetto è quello per cui l’intero mondo è un paese straniero”.
Il monaco medievale, commentava Auerbach, “si riferisce a chi ha come mèta la liberazione dall’amore per il mondo. Ma anche per chi voglia raggiungere il giusto amore per il mondo, questa è sempre una buona strada”. La morale, spiega Said, è che “più si è capaci di staccarsi dalla propria patria culturale, più è agevole giudicarla, e giudicare il mondo stesso, con quel distacco culturale e quella generosità indispensabili per un’autentica visione delle cose. E tanto più, inoltre, si riuscirà a valutare se stessi e le altre culture con l’identica combinazione di intimità e distanza”.
Ebbene, in queste ore in cui chi protesta in Russia contro una guerra fratricida è arrestato perché “filoucraino”, e in Italia chi protesta contro la corsa alla guerra atomica è bollato come “filorusso”; in queste ore in cui leggere Dostoevskij è sospetto; in queste ore in cui torna a risuonare nei discorsi di politici e giornalisti “un terribile amore per la guerra” (James Hilmann); in queste ore in cui “le azioni sono considerate buone o cattive non per il loro valore intrinseco, ma a seconda di chi le compie” (così Orwell nei suoi Appunti sul nazionalismo, 1945), è vitale trovare la forza per prendere le distanze dalla propaganda, e per criticare innanzitutto la nostra parte e la nostra patria. In un momento in cui tutta l’umanità è davvero in pericolo, l’unica identità che conta è quella umana.
Consiglio mediatico
Imbottito dagli eventi sportivi sino alla congestione, Milano-Sanremo, Inter Fiorentina, il Milan, il GP di F1 col trionfo delle Ferrari, il derby romano, sono arrivato a sera spossato e vicino alla nausea: basta sport! mi son detto e ho iniziato a guardare la serie su Netflix di Alessandro Cattelan "Una semplice domanda."
Ve la consiglio, in special modo per il duetto con una gran bella persona qual è Gianluca Vialli, il quale su un campo di golf, ci insegna, ci indica, il miglior modo per affrontare la vita e le sue tristezze, il dolore quale sfida per crescere nella perfezione, dispensando amore, unico antidoto contro la tristezza.
Cattelan riesce a proporre un qualcosa di nuovo, di fresco, agevolante la meditazione: Vialli, Baggio, Sorrentino aiutano nel rispondere al quesito traccia della serie. Che cosa sia la felicità forse non lo sapremo mai, sino a quando essa non ci abbandona.
