venerdì 18 marzo 2022

Orsini finalmente!

 

Non armi, ma più sanzioni per ogni bambino ucciso
DI ALESSANDRO ORSINI
Inizia da oggi a collaborare con “Il Fatto Quotidiano” Alessandro Orsini, direttore e fondatore dell’Osservatorio sulla Sicurezza internazionale.
Il blocco occidentale ritiene che lo strumento principale contro Putin siano le sanzioni, che però non stanno funzionando: Putin avanza imperterrito. Che cosa possiamo fare? Quando la guerra infuria, occorre avere una scala di priorità di breve periodo, rinunciando all’idea di ottenere tutto e subito. Ecco la nostra proposta: vincolare l’inasprimento delle sanzioni al numero di bambini uccisi da Putin, piuttosto che all’andamento complessivo della guerra russa. Per ogni bambino ucciso, nuove sanzioni.
Per capire il senso di questa proposta, occorre studiare il modo in cui l’Onu ha utilizzato le sanzioni per ridurre i morti tra i bambini yemeniti. All’inizio della campagna militare in Yemen (2015), i piloti sauditi sganciavano bombe all’impazzata, che colpivano un gran numero di obiettivi civili. Dopo essere stata inserita nella lista nera dell’Onu per il numero di bambini uccisi, l’Arabia Saudita istituì il Joint Incidents Assessment Team (Jlat), un organismo che ha il compito di investigare sugli incidenti e sulle accuse di violazioni del diritto internazionale da parte della coalizione saudita stessa. Come si legge sul sito del governo saudita, il Jlat ha il compito di preparare un report per ogni singolo caso, inclusi i fatti, le circostanze che circondano ogni incidente, lo sfondo, la sequenza degli eventi, le lezioni apprese, le raccomandazioni e le azioni future da intraprendere per evitare nuove vittime civili. Grazie al Jlat, i piloti sauditi sono stati costretti a lanciare i loro missili in modo meno scriteriato, provocando un crollo nel numero dei bambini uccisi sotto le bombe.
Risultato: nel giugno 2020, l’Onu ha rimosso l’Arabia Saudita dalla lista dei Paesi accusati di crimini contro i bambini, in cui era stata inserita il 20 aprile 2016. Siccome i bambini vivono a casa con i genitori e nelle scuole elementari, i piloti sauditi hanno dovuto prestare maggiore attenzione a tutti i luoghi civili in generale. E così l’uso delle sanzioni per difendere i bambini yemeniti ha provocato, almeno fino al 2020, un’attenuazione complessiva delle devastazioni.
Ovviamente la guerra in Yemen continua a infuriare e i dati riportati sopra non devono distogliere la nostra attenzione dalla sofferenza che dilania quel Paese disperato. Tuttavia la disperazione non deve smettere di farci ragionare sul modo in cui salvare i bambini ucraini e i civili in generale. Impiegare il nostro tempo per inventare soluzioni con cui salvare i bambini ucraini è più che mai necessario dopo la decisione dell’Unione Europea di fornire all’Ucraina armi sempre più letali. Le conseguenze prevedibili di una simile scelta sono, infatti, tre.
In primo luogo, è lecito aspettarsi una crescita delle morti tra i civili. Armando la popolazione ucraina, i soldati di Putin troveranno più difficile distinguere i civili dai militari. C’è di più: dopo avere fatto strage di bambini, Putin potrà attribuire l’uccisione dei civili al blocco occidentale, affermando che i suoi soldati non riescono più a distinguere le caserme dai teatri perché i combattenti sono dappertutto. In secondo luogo, è questione di statistica: se vengono esplosi diecimila colpi di mitragliatore per le strade di Kiev, anziché cento, le probabilità che una pallottola colpisca un bambino aumentano necessariamente e la guerra in Siria lo conferma. In terzo luogo, la crescita esponenziale delle esplosioni comporterà anche una crescita delle probabilità che la guerra si internazionalizzi, coinvolgendo i Paesi della Nato. Nel caso in cui Putin, sottomesso e umiliato, sia colto da disperazione, potrebbe valutare la possibilità di bombardare gli Stati che fanno da corridoio alle armi destinate all’Ucraina per indurli a rinunciare. Manco a dirlo: i Paesi che confinano con l’Ucraina, tolta la Moldavia e la Bielorussia, sono nella Nato, vale a dire Polonia, Romania, Ungheria e Slovacchia.
Nessuno mette in dubbio la legittimità dei Parlamenti europei di prendere decisioni sulla guerra in Ucraina. Ciò che stupisce è che quegli stessi parlamenti non informino i cittadini sulle conseguenze che l’invio delle armi potrebbe avere nel futuro. Stupisce anche che vi siano così tanti partiti politici che rifiutano categoricamente di interrogarsi sulle tragiche eventualità collegate alla sirianizzazione della guerra in Ucraina. Auguste Comte diceva che il compito più importante della scienza è la previsione razionale, che consente il dominio sulla natura da cui dipende il progresso dell’umanità. Molto di ciò che accadrà in Ucraina è prevedibile.

Marco e gli scemi di guerra

 

Scemi di guerra
di Marco Travaglio
Dall’inizio della guerra i veri esperti, come Caracciolo, Mini e Orsini (che da oggi scriverà sul Fatto), spiegano che uno dei primi guai dell’Ucraina è l’enorme quantità di armi. Lo era già prima dell’aggressione russa. Lo è durante le ostilità (difficile distinguere gli obiettivi civili da quelli militari). E lo sarà vieppiù nei negoziati che – come molti, ma non tutti, sperano – potrebbero chiudere la guerra. Per paura di dare ragione a Putin (mission impossible), le nostre Sturmtruppen hanno negato quest’evidenza, finché il loro spirito guida – il sempre lucido Biden – l’altroieri ha confessato: da almeno sette anni, cioè dalla rivolta spintanea che cacciò il presidente filorusso Yanukovich (vincitore delle elezioni nel 2010), gli Usa armano Kiev. E – come osserva Caracciolo – Putin ha attaccato adesso perché tra un anno l’armamento ucraino avrebbe rappresentato una seria minaccia per la Russia. Ora, non contenti, Biden manda altre armi per 1 miliardo di dollari e la Ue per 1 miliardo di euro, senza che nessuno si domandi a chi, visto che l’esercito regolare ne già ha a sufficienza.
Gli scemi di guerra raccontano che armiamo la gente comune per resistere. Ma il trasporto è affidato ad agenzie private di mercenari, che non le consegnano certo al ragioniere di Kiev o al panettiere di Mariupol aspiranti partigiani: le passano a gente del mestiere, come le milizie paramilitari che affiancano le truppe regolari senza che il governo faccia un plissé. Incluso il battaglione Azov, la milizia neonazista inquadrata nella Guardia nazionale, che sventola vessilli con la svastica e bandiere Nato, segnalata da Onu e Osce per crimini di guerra, torture e stragi di civili in Donbass e non solo. L’altroieri un miliziano di Azov s’è fatto un selfie con un mitra Beretta Mg42/59 appena giunto dall’Italia. E il sottosegretario ai Servizi Franco Gabrielli, su Rete4, ha candidamente ammesso che sappiamo bene di armare anche i neonazi, ma “quello è un ragionamento che faremo dopo: ora urge portare Putin al tavolo delle trattative”. Già, ma se ci sarà un “dopo”, chi glielo spiega a quei gentiluomini che devono ridarci le armi? E, se non ce le ridanno, non saranno un ostacolo alla pace, che inevitabilmente passa per il ritiro delle truppe russe e il disarmo di queste opere pie? Non sarebbe il caso, mentre il negoziato procede, di bloccare le armi non ancora partite, onde evitare che al prossimo giro – come al solito – qualche amico divenuto nemico ce le punti contro e ci spari?
Ps. Resta da spiegare la malattia mentale che ha portato tutti i partiti ad aumentare la spesa militare italiana da 26 a 38 miliardi l’anno, quando non c’è un euro neppure per il caro-bollette. Ma lì servirebbe un esercito di psichiatri e la sanità è quella che è.

giovedì 17 marzo 2022

Meditate

 


Scherziamo un po' dai!

 


L'Amaca

 

Peggio il conflitto o la pandemia?
di Michele Serra
Il Covid è meglio della guerra?
Per molti versi lo è, nonostante i suoi sedici milioni di vittime (fino a qui). La pandemia ci ha costretto a ragionare in termini globali, ci ha insegnato che il mondo è uno solo, e gli uomini una sola comunità ugualmente esposta e fragile. La guerra, al contrario, ci costringe a riscoprire la meschinità del nazionalismo, l’odio tra i popoli, l’angustia miserabile dei confini.
Ci tocca fare, anzi rifare i conti con tutto il ciarpame malato che nutre il fanatismo identitario, cristiani che brandiscono il crocifisso contro altri cristiani (tal quale la faida secolare tra sunniti e sciiti), mitologie medievali che escono dal sepolcro come Dracula e chiedono altro sangue, la Tradizione e la Patria che spingono ragazzi di vent’anni ad ammazzare e farsi ammazzare. Vado per i settant’anni, ma il nazionalismo, grazie a Putin, torna a farmi schifo come quando ne avevo sedici, leggevo Bakunin (russo) e sognavo un’umanità senza patria e senza bandiere.
In questo senso la guerra di Putin è una risposta, mezzo demente mezzo lucida, alla pandemia. È il rifiuto armato della lezione globale che la natura ci ha imposto. È il tentativo disperato di negare il primato della natura (che è il primato della realtà) per restituire all’uomo l’illusione di essere il padrone incontrastato del pianeta e del suo destino.
Dicono che Putin abbia vissuto malissimo i due anni di clausura da Covid. Piuttosto che condividere con gli altri la sua paura di morire, l’ha impugnata come un’arma, tentando la più disperata delle sortite. Putin è geloso del Covid. Non sopporta che il Covid sia molto più forte di lui.

Travaglio e le guerre

 

Mangino bombe
di Marco Travaglio
Tre giorni fa abbiamo ricevuto un comunicato stampa di Fao, Unicef e World Food Programme (Wfp), che si aggiunge a quelli di Oxfam, sulla situazione in Yemen. Lì dal 2015 si combatte una presunta “guerra civile”, che in realtà è il tipico conflitto per procura che le grandi potenze affidano ai Paesi più poveri. Come in Ucraina. Solo che lì le grandi potenze sono l’Arabia Saudita (quella del Nuovo Rinascimento renziano) e l’Iran. E i morti sono infinitamente più numerosi di quelli ucraini (370 mila, fra vittime di guerra, malnutrizione e malattie non curate): sia perché si combatte da sette anni, sia perché nessuno ne parla (a parte il Papa) né invoca la Corte dell’Aja per crimini contro l’umanità, dunque si può massacrare indisturbati. Tanto oblio si deve al fatto che gli yemeniti sono un po’ più scuretti degli europei e che gli sterminatori più feroci, la coalizione a guida saudita, sono amici nostri e usano armi nostre, anche italiane (bloccate nel 2020 dal governo Conte-2). Risultato: 4 milioni di profughi (su una popolazione di 29) e 17,4 milioni di affamati, che a fine anno saranno saliti a 19. Le donne incinte e le neomamme che allattano “gravemente malnutrite sono 1,3 milioni” e i bambini addirittura 2,2, di cui quasi mezzo milione in “grave malnutrizione acuta, che mette a rischio la vita”. Quindi – urlano le tre organizzazioni – “dobbiamo agire ora con sostegno alimentare e nutrizionale, acqua pulita, assistenza sanitaria di base, protezione e altre necessità. La pace è fondamentale, ma si possono fare progressi ora. Le parti in conflitto dovrebbero revocare tutte le restrizioni al commercio e agli investimenti per le merci non soggette a sanzioni”. Tantopiù che “la guerra in Ucraina porterà allo choc delle importazioni, spingendo ulteriormente in alto i prezzi dei generi alimentari: il 30% del grano lo Yemen lo importa dall’Ucraina”. Ergo, “senza immediati finanziamenti, avremo carestia e fame generalizzata. Ma, se agiamo ora, c’è ancora la possibilità di evitare un disastro e salvare milioni di persone. Il Wfp è stato costretto a ridurre le razioni di cibo per 8 milioni di persone all’inizio dell’anno per mancanza di fondi”.
Per questo ieri abbiamo aperto il Fatto su questa guerra dimenticata: nella speranza che se ne accorgessero gli indignati selettivi e intermittenti della cosiddetta Europa, così solerte a inviare armi per 1 miliardo a imprecisati “ucraini” (non certo ai civili in lotta, ma a milizie di locali e di mercenari). Fortuna che il cuore d’oro del Parlamento e del governo italiani ha subito raccolto il grido di dolore, aumentando le spese militari fino al 2% del Pil, da 26 a 38 miliardi l’anno. Per la gioia dei bambini ucraini e yemeniti, che non vedevano l’ora.

mercoledì 16 marzo 2022

Barbara Gilletti

 


Confesso che non ci ho creduto, credevo fosse la solita boutade per far like. E invece è successo davvero: nel programma di Barbara D'Urso Gilletti il giornalismo è stato ridotto, dalla smania di share del conduttore, a ruolo da balera alticcia. 

Per parlare di guerra infatti Barbara Gilletti ha invitato nientepopodimeno che Povia, che sta alla decenza e al decoro come il Cazzaro alla buona politica. 

Povia che tenta di indicarci la strategia da tenere per contrastare il Killer Russo, è uno dei punti più bassi raggiunti dall'informazione italiana, un coacervo di imbecillità difficilmente riscontrabile in altri paesi cosiddetti liberi. 

Barbara Gilletti sta correndo verso quella deriva tipica di chi si rifiuta di appendere la penna al chiodo avendo terminato la propria missione. 

Povia è il concentrato del dilagante coglionismo permettente ad avidi di visibilità e gettoni di presenza, di ciacolare impunemente su temi, tipo pandemia o guerra, che la decenza e l'intelligenza dovrebbero riservare a chi ha studiato anni, con fatica. 

Mi meraviglio di Chicco Mentana, che reputo un serio Giornalista: perché non intervenire, bloccando lo sfacelo mediatico che Barbara Gilletti ogni settimana prepara per continuare a galleggiare su percentuali d'ascolto allontananti la chiusura del pollaio “Non è l'Arena”, dove la presenza di Povia tra l'altro ci conferma che il liquido ove Barbara Gilletti annaspa, non sia acqua?