Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
mercoledì 24 novembre 2021
Coraggio!
Ahhh Domenico!
Ora non è che si debba sempre cercare il pelo nell'uovo; ma questa statua in omaggio a Maradona, creata dall'artista Domenico Sepe, contiene in sé un inaudito errore, per certi versi pacchiano, ed equivale a preparare un monumento a Paganini con la chitarra in mano, o a Proust mentre dipinge, o una statua a Van Gogh intento a scrivere un poema! Il sinistro di Dio caro Sepe, lo chiamavano così: il migliori giocatore di calcio usava il destro solo per aiutarsi ad illuminarci con il sinistro divino! E tu che hai fatto? Non ho parole!
Robecchi e B.
B. al Quirinale. È lo spettacolo d’arte varia di un uomo innamorato di sé
DI ALESSANDRO ROBECCHI
Nell’eterno giorno della marmotta che viviamo, scandito dalle stesse parole di sempre, da “Non abbassare la guardia” (Covid) a “No allo spezzatino” (Tim), la battaglia per il Quirinale porta una ventata di spumeggiante novità, che metterà d’accordo fini scacchisti e rudi amanti della lotta nel fango. Insomma, c’è una scadenza, bisognerà prima o poi fare dei nomi, tessere, cucire, uscire allo scoperto, imbastire agguati nell’ombra, bruciare avversari, mentire. Che meraviglia. E poi, tutto in diretta, l’atto finale. Prepariamoci.
Su tutti svetta Silvio Nostro, uno che ci crede sempre al di là della logica, che non molla nemmeno davanti all’evidenza, insomma che punta al Quirinale senza se e senza ma (e senza dirlo per scaramanzia anche se lo sanno tutti). Ha mandato, pare, una brochure a tutti parlamentari, una specie di opuscolo con le sue gesta da statista, discorsi alti, diciamo così, non le barzellette. Poi, grandiosa, l’uscita sul Reddito di Cittadinanza, che dice un po’ le cose come stanno e spezza la narrazione ossessiva del “reddito di delinquenza” (cfr. Renzi) che “diseduca alla sofferenza” (cfr, sia Renzi che Salvini), o che è “come il metadone” (cfr, Meloni). Insomma, commovente Silvio in cerca di sponde per salire al Colle, ma di una cosa bisogna dargli atto: pochi come lui sanno l’importanza del mercato interno, dello stimolo ai consumi, della necessità di avere gente felice che fa la spesa, e cinque-sette milioni di poveri non gli piacciono di certo.
Ma sia: nella partita complicatissima del Quirinale, che investe la partita complicatissima del governo, che riguarda la partita complicatissima dei futuri assetti politici, la mission di Berlusconi – portare Berlusconi a fare il capo dello Stato – è l’unica cosa chiara. E infatti tutti hanno letto l’apertura di Silvio sul Reddito di Cittadinanza come un dar di gomito ai Cinquestelle, un’operazione simpatia, cosa che Silvio tenta in qualche modo anche con il Pd, mentre Renzi si vanta che farà tutto lui e “siamo l’ago della bilancia”, Salvini e Meloni sostengono Berlusconi, a parole e con l’atteggiamento di fare un favore al vecchio padrone.
Quel che ci si presenta davanti, insomma, è lo spettacolo d’arte varia di un uomo innamorato di sé, che vuole abbastanza incongruamente coronare il suo sogno di padre della patria. Mi aspetto da un momento all’altro Silvio at work su molti fronti, alle manifestazioni per l’acqua pubblica, o a quelle per Fiume italiana, per l’aborto, contro l’aborto, fa lo stesso, purché gli venga accreditata la patente di uomo retto e super partes. Non male per uno che ha diviso il Paese per trent’anni, e fa tenerezza sentire i giovani epigoni che tuonano da un palco contro la magistratura con gli stessi argomenti e motivazioni che usava lui, passivo-aggressivo. Il giorno della marmotta, appunto.
Il bello, deve ancora venire, questo è certo, nel vortice di nomi bruciati, candidature civetta, ballon d’essai. Non proprio uno spettacolo edificante, con minacce incrociate, anche divertenti, tipo Letta che dice a Renzi che se si schiera con le destre sul Quirinale tra loro è finita (ah, perché? Non è ancora finita? Cosa serve ancora?). In tutto il bailamme politico e parapolitico che ci attende, insomma, le motivazioni di Silvio, la pura ambizione personale, un riconoscimento finale alla sua opera, un risarcimento per le ingiustizie subite (eh?) sembra la più cristallina, a suo modo epica: l’ultima battaglia di uno che sì, il Paese l’ha cambiato eccome, rendendolo, ahinoi, quello che vediamo.
Magico Andrea!
IDENTIKIT
di Andrea Scanzi
Meb alla Leopolda “balla con le stelle” e Nobili fa la 4×100
Ho appena terminato un lungo confronto con il direttore di questo giornale, Marco Travaglio, durante il quale ho cercato di convincerlo in merito alla inusitata bellezza del progetto renziano. È vero, in passato sono forse stato troppo critico con Renzi e i suoi statisti, ma non è mai tardi per cambiare idea. Purtroppo Travaglio resta ottusamente ancorato alle sue convinzioni, ma la verità è che l’ultima Leopolda mi ha esaltato tantissimo. Mi ha regalato emozioni autentiche, mi ha aperto la mente: mi ha mostrato la Via. Qualcuno di voi mi dirà che sto sbagliando, che ormai Renzi non ha elettori e che anche alla Leopolda c’erano forse più giornalisti che spettatori. Siete nel torto, accecati dall’ira e dall’odio. E intendo ora dimostrarvelo.
Matteo Renzi. Fisicamente performante come un Dio greco, a dispetto di una tendenza estetica generale incline al tracollo (ostentato). Sicuro di sé come Tatarusanu nelle uscite, mai vendicativo e sempre lucido, con una capacità oratoria prossima a quella di un lemure rauco e con una propensione (auto)ironica al cui confronto Tremori è Troisi. Renzi mi è parso un mix tra Churchill, De Gasperi, Don Sturzo, Mick Jagger e il Gengio della Rassinata. Idolo assoluto.
Maria Elena Boschi. Abilissima nel camuffare la sua natura di ferocissima e vendicativissima “zarina” (decaduta) della politica italiana, ha mostrato alla Leopolda il suo volto più tenero e addirittura lacrimevole, fornendo persino un apprezzabile remake interpretativo del pianto antico della signora Fornero. La Boschi ci ha ricordato quanto ella abbia sofferto per gli odiosi attacchi di hater e media, dimenticandosi – del tutto involontariamente, s’intende – di quanto abbiano sofferto alcuni giornalisti per le efferate ritorsioni renziane durante l’era 2014/2016. E soprattutto di quanto abbia sofferto l’Italia tutta per averla avuta ministra.
Teresa Bellanova. Semplicemente eroica nel gettare il cuore oltre l’ostacolo fino a difendere a spada tratta l’aspetto più eticamente oscuro di Renzi, ovvero la sua disinvoltura nel prender soldi dalla diversamente democratica Arabia Saudita. C’è, nella Bellanova, un fervore quasi religioso nel parlare di Renzi. Neanche Brosio, forse, esibisce un tale afflato nel raccontar di Medjugorje. C’mon Teresa!
Ivan Scalfarotto. Dopo avere meritoriamente passato buona parte della sua vita politica a cercare di ottenere più diritti civili per le minoranze meno tutelate, è parso di colpo trasformarsi in Bruto nei confronti di quel ddl Zan che è morto anche (anzitutto?) per colpa sua. Ora, però, Renzi ci dice che i renziani presenteranno una proposta di legge concepita proprio da Scalfarotto. Era proprio quello che noi tutti attendevamo, per avere la certezza definitiva che – per un bel pezzo – omosessuali e transessuali non verranno calcolati di pezza.
Luciano Nobili. Mai domo nel raccattar figuracce mediatiche, fino al parossismo raggiunto con Report e le interrogazioni parlamentari sul “sentito dire”, ieri lo si è rivisto in tivù bello tonico (?), con la solita facciona rubizza e la solita vocina da overdose di elio nelle corde vocali. Ha detto che Italia Viva sta bene e che Letta non sarà mai così bischero da inseguire i moribondi 5 Stelle invece dei fortissimi italovivi. Come sempre Nobili ha poche idee e confuse: infatti è renziano.
Concludendo. Il futuro è segnato: Bellanova al Quirinale, Renzi a Palazzo Chigi, Scalfarotto titolare in Davis al posto di Berrettini, Boschi a Ballando con le stelle e Luciano Nobili staffettista nella 4×100. Ci attendono giorni d’estasi e gloria!
Buongiorno
martedì 23 novembre 2021
Per accrescere la conoscenza
Leggete questo articolo, importante, basilare. Racconta di un enorme ratto, narra della boscaglia inaudita ed imperterrita avviluppante questo povero paese, depredato da coloro che ancor oggi sono agli onori della cronaca come imprenditori, nella realtà beceri finanzieri trafficoni che non esitano a danneggiare beltà societarie che nella gran parte del mondo civilizzato sarebbe custodito gelosamente quale vanto nazionale.
Senza ritegno, come briganti della peggior specie.
Tim, i carnefici che hanno ucciso un gioiello
TELECOMUNICAZIONI - Il disastro dalla privatizzazione a oggi. La lunga agonia dalla “Razza padana” alla Pirelli alla crisi attuale: chi ha affossato l’ex monopolista bruciando miliardi e 80 mila posti di lavoro
DI CARLO DI FOGGIA
È vero che la Storia è maestra, ma non ha scolari. Però quella di Telecom impressiona. Nel 1989, il fondo di private equity Kholberg Kravis Roberts & C. (Kkr) acquisì il gruppo RJR Nabisco per la mostruosa cifra di 31 miliardi di dollari. A oggi rimane una delle più grandi operazioni di Leverage buyout della storia. Il termine era noto da anni per indicare le operazioni di acquisto a debito scaricandolo poi sulle società acquistate, ma in Italia tutti finsero di non conoscerlo fino al disastro Telecom dieci anni dopo. La storia fu immortalata dal romanzo Barbari alle porte, la caduta di RJR Nabisco scritto dai giornalisti investigativi Bryan Burrough e John Helyar. L’Ad di Nabisco, F. Ross Johnson, per evitare di dover rispondere agli azionisti di una gestione fallimentare e farsi cacciare, decide di acquistare tutte le azioni Nabisco. Il fondatore e capo di Kkr, Henry Kravis, fiuta l’affare e parte una guerra stellare al rialzo delle azioni che si conclude con la vittoria dei “barbari” di Kkr. Johnson era noto per sprechi ed eccessi di lusso. L’arrivo dei barbari, che lo liquidarono a peso d’oro, fu quindi visto con favore. Due anni dopo, con l’azienda schiacciata dall’enorme debito contratto per la scalata, Kkr vendette le sue quote e la Nabisco nel ’99 finirà in uno spezzatino disastroso.
Il precedente illumina la triste storia di Tim, oggi vittima dell’ennesimo scontro di potere. I vertici sono stati sfiduciati dal primo azionista Vivendi e di fatto anche dal secondo, la Cassa Depositi e Prestiti. In soccorso dell’Ad Luigi Gubitosi è arrivato Kkr, che poco prima di un cda, fissato per venerdì, in cui Gubitosi rischia il posto, ha presentato una “manifestazione di interesse non vincolante e non indicativa” per comprarsi Tim con 11 miliardi e avviare uno “spezzatino” delle attività per estrarre un presunto valore oggi non riconosciuto dal mercato. Per quegli strani giri di potere dei disastri finanziari, a decidere la partita a Palazzo Chigi c’è una delle figure chiave delle privatizzazioni degli anni 90: Mario Draghi.
Il disastro di Tim nasce nel 1997. L’Italia deve entrare nell’euro, ha bisogno di soldi. A gestire la madre di tutte le privatizzazioni c’è Romano Prodi a Palazzo Chigi, Carlo Azeglio Ciampi al Tesoro, dove Draghi è direttore generale. All’epoca, Tim era un gioiello, una delle migliori aziende di Tlc al mondo con tecnologie all’avanguardia. Esisteva la lottizzazione dei partiti ed esistevano le ruberie, ma le aziende pubbliche tutelavano la ricerca, davano servizi e non profitti, che per i boiardi di Stato erano l’ultimo dei pensieri. Il 23 gennaio, i vertici della Telecom statale Biagio Agnes ed Ernesto Pascale vengono convocati al Tesoro da Draghi che gli chiede di dimettersi per favorire l’operazione. L’ordine arriva da Prodi, appoggiato dall’azionista di maggioranza del governo, Massimo D’Alema. “Mi dispiaceva che una persona che aveva servito per così tanti anni il Paese si trovasse davanti solo una porta dell’ascensore”, dirà Draghi di Agnes. La privatizzazione è un disastro. Lo Stato incassa 26 mila miliardi di lire (13 mld di euro), ma invece di conservare il controllo si affida alla soluzione penosa del “nocciolo duro”, un salottino finanziario (Generali, Comit, Credit, Mps, ecc.) che con il 6% delle azioni deve garantire la stabilità. Finisce che Fiat comanda con lo 0,6% delle azioni. “Vennero a profanare Telecom perché non ci capivano niente e mi misero a fianco delle persone assurde”, ha detto l’allora Ad di Tim, Vito Gamberale. Umberto Agnelli impone alla presidenza l’ex Fiat Gian Mario Rossingolo, cacciato dopo soli dieci mesi e una sfilza di flop.
Il disastro avviene nel 1999 con la scalata di Roberto Colaninno attraverso la Olivetti. D’Alema da Palazzo Chigi benedice la “coraggiosa razza padana”, anche se di coraggioso non c’è niente perché non ci mettono soldi. L’ad di Tim, Franco Bernabè, prova a impedire la scalata ma il leader diessino impone al Tesoro di non ostacolare l’operazione. In un burrascoso vertice a Chigi, Draghi pretende che glielo si metta per iscritto. Colaninno e compagnia spendono 30 miliardi, condannando a morte Olivetti mentre il debito di Tim schizza.
Solo due anni dopo la scalata, Colaninno lascia il campo a Marco Tronchetti Provera. Pirelli e compagnia decidono di scalare Telecom passando – tramite la holding Olimpia – per la Olivetti che controlla Tim. In questo modo, con 5,3 miliardi, si prendono un’azienda che quotava in Borsa quasi 70 miliardi. Attraverso il sistema di scatole cinesi, Tronchetti Provera ha guidato Telecom avendo personalmente meno dell’1% del capitale, mentre alla Pirelli l’avventura è costata cara. I debiti di Olivetti vengono fusi con la controllata Tim, e nel 2005 quelli “netti” ammontavano a 39 miliardi. È il leverage buyout, bellezza! Con un simile indebitamento, Tim si è avvitata. Nel 1999 fatturava 27 miliardi di euro, oggi 15; aveva 8 miliardi di debiti netti, oggi 17; è passata da 120 mila a 40 mila dipendenti; gli investimenti sono rimasti fermi. Nel 2007 Tronchetti vende alla cordata formata da Mediobanca, Generali e Intesa, che richiamano Bernabè, costretto ad ammettere che l’azienda “è stata spolpata”.
Da allora è stata una girandola di avvicendamenti finché non si è provato a regalare il colosso in crisi alla spagnola Telefonica, anche qui senza grandi successi. Poi è arrivata la Vivendi di Vincent Bollorè, che ha speso 4 miliardi per prendersi il 23,9% (oggi per oltre metà bruciati) e ingaggiato uno scontro col governo che ha schierato Cdp per aiutare il fondo Usa Elliott a mettere in minoranza i francesi. Sul Fatto, Giorgio Meletti ha calcolato che in poco più di 20 anni Tim ha speso in stipendi e buonuscite ai suoi manager 2-300 milioni. Una sfilza di nomi che fa quasi sorridere se non fosse che sono stati persi 80 mila posti di lavoro: Colaninno, Enrico Bondi, Tronchetti Provera, Riccardo Ruggiero, Carlo Buora, Franco Bernabè, Marco Patuano, Giuseppe Recchi, Amos Ghenis, Arnaud de Puyfontaine, Fulvio Conti e Gubitosi.
La liberalizzazione della telefonia ha ridotto le tariffe privando gli operatori delle risorse per gli investimenti. Se si aggiunge, come con Tim, un debito monstre, la frittata è fatta. È per questo che non era mai avvenuta prima di allora una scalata ostile a un gestore telefonico, peraltro privatizzato con tutta la rete.
Oggi il colosso perde ricavi e si teme una terza revisione dei profitti (profit waring) dopo le due lanciate da Gubitosi da marzo. Con Kkr l’ipotesi originale sarebbe uno “spezzatino” che parta separando la rete Tim dai servizi per darla (con debito ed esuberi annessi) allo Stato per il tramite di Cdp. È, in sostanza, il “piano Rovati” consegnato ai tempi del governo Prodi-2 alla Tim gestione Pirelli, che gridò all’esproprio. Quindici anni dopo, siamo ancora lì, con Vivendi disponibile a trattare, ma senza che nessuno riesca a spiegare perché ora si potrebbe fare.
