martedì 2 novembre 2021

L'Amaca

 

I compari della distruzione
di Michele Serra
Sembra di capire che la speranza, anche tra i cosiddetti potenti della Terra (normali governanti di normali popoli) sia che il circolo vizioso dello sviluppo si trasformi in circolo virtuoso.
Di speranze si vive, e dunque evviva. Ma modi e tempi di questa riconversione, che avrebbe del miracoloso, sono tutt’altro che chiari, e dunque sono oggetto di disputa e di divisione. Quanto alla portata del processo (in due righe: si tratterebbe di trasformare otto miliardi di umani, presto dieci miliardi, da fattore di distruzione in fattore di risanamento), è così ambizioso e mirabolante che al confronto le utopie fin qui praticate, dal Regno dei Cieli al Sol dell’Avvenire, sono robetta.
Che deve fare, dunque, un pessimista però pieno di buona volontà e magari con figli e nipoti che i conti con il disastro dovranno farli, poveretti, quando noi saremo già al sicuro, cenere al vento? Deve, per prima cosa, cercare di aiutare quei politici che, in tutto il mondo, credono davvero in uno sviluppo differente, qualunque cosa voglia dire questa fumosa espressione; e combattere quei politici (vedi il veneto onorario Bolsonaro, ma che vergogna, che squallore) che invece non ci credono, e sono compari della distruzione, o per stupidità o per interesse economico.
Devono dunque sapere che non una concordia di facciata, ma un consapevole conflitto sarà il metodo necessario, per non dire obbligatorio, per tenere vivo almeno un briciolo di speranza. E devono insegnarlo a figli e nipoti. Conoscere, distinguere, prendere parte, se necessario battersi. Forse così si salverà homo sapiens .
Quanto alla Terra, si salverà comunque.

Angolo Cultura

 

Ieri su Repubblica Luca Ricolfi, docente di Sociologia e di Analisi dei dati, presiede la Fondazione David Hume, ha scritto l'articolo che posto di seguito su come il linguaggio giusto si è trasformato in qualcosa di pericoloso per la democrazia. 

Questo è l'articolo 


Le cinque varianti delle parole

Come il linguaggio “giusto” si è trasformato in qualcosa di radicalmente diverso e assai più pericoloso per la convivenza democratica

di Luca Ricolfi


Quando, esattamente, sia nato il “politicamente corretto” nessuno lo sa. Sul dove, invece, siamo abbastanza sicuri della risposta: negli Stati Uniti. La sinistra americana, un tempo concentrata – come la nostra – sulla questione sociale, ossia sulle condizioni di lavoro e di vita dei ceti subalterni, a un certo punto, collocato tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80, ha cominciato a occuparsi sempre più di altre faccende, come i diritti civili, la tutela delle minoranze, l’uso appropriato del linguaggio. Lo specifico del politicamente corretto delle origini era proprio questo: riformare il linguaggio.


Questa posizione, profondamente idealistica e anti-marxista, condusse, nel giro di un decennio, a conferire una centralità assoluta ai problemi del linguaggio, e a creare un fossato fra la sensibilità dei ceti istruiti, urbanizzati, e tendenzialmente benestanti, e la massa dei comuni cittadini, impegnati con problemi più terra terra, tipo trovare un lavoro e sbarcare il lunario. Fu così che venne bandita la parola “negro” (sostituita con nero), e per decine di altre parole relativamente innocenti (come spazzino, bidello, handicappato, donna di servizio), vennero creati doppioni più o meno ridicoli, ipocriti o semplicemente astrusi: operatore ecologico, collaboratore scolastico, diversamente abile, collaboratrice familiare.

In Italia, che io ricordi, solo Natalia Ginzburg ebbe il coraggio e la lucidità di notare, fin dai primi anni ’80, l’ipocrisia e la natura anti-popolare di questa svolta linguistica, che non solo preferiva cambiare il linguaggio piuttosto che la realtà, ma creava una frattura fra linguaggio pubblico e linguaggio privato, fra l’élite dei virtuosi utenti della neo-lingua e i barbari che continuavano a chiamare le cose come si era fatto per secoli e secoli senza che nessuno si offendesse.

Ebbene, questa storia a noi può sembrare ancora attuale, ma è una storia del secolo scorso. Chi crede che, oggi, il politicamente corretto sia usare una parola giusta al posto di una sbagliata si è perso la parte più interessante del film. Un film che in Italia è ancora alle prime battute, ma in America è andato molto avanti, in un tripudio di scene estreme e di effetti speciali. Oggi il politicamente corretto si è trasformato in qualcosa di radicalmente diverso, e assai più pericoloso per la convivenza democratica. Il politicamente corretto di oggi sta al politicamente corretto delle origini come le varianti più recenti del virus stanno al virus originario (quello di Wuhan).

Per capire perché dobbiamo individuare le mutazioni che, nel giro di un ventennio, lo hanno completamente trasformato.

La prima mutazione (da cui la variante alpha) è intervenuta all’inizio del XXI secolo, con Internet e la creazione del nuovo spazio pubblico dei social. Fino a ieri, per risentirti se uno ti chiama spazzino dovevi incontrare una persona in carne e ossa, e accorgerti della sua eventuale intenzione di offenderti. Oggi, se stai sui social, hai mille occasioni per offendere e sentirti offeso. L’arena dei social, dove imperversano volgarità e offese alla grammatica, è un perfetto brodo di coltura delle suscettibilità individuali. Lo ha descritto benissimo Guia Soncini nel suo ultimo libro ( L’era della suscettibilità, Marsilio). La variante alpha è la più trasmissibile.

La seconda mutazione (da cui la variante beta) è l’espansione della dottrina del “misgendering” in tutti gli ambiti. Che cos’è il misgendering? È chiamare qualcuno con un genere che non gli va, ad esempio maschile se è o si sente una donna (o viceversa); o plurale maschile (cari colleghi) se ci si riferisce a un collettivo misto. Secondo le versioni più demenziali della correttezza politica in materia di generi, assai diffuse nelle università americane, i professori dovrebbero chiedere ad ogni singolo allievo come preferisce essere indicato: he, she, zee, they, eccetera. Gli epigoni meno dotati di senso del ridicolo, da qualche tempo attivi anche in Italia, aggiungono regole di comunicazione scritta tipo usare come carattere finale l’asterisco * (cari collegh*), la vocale u (gentilu ascoltatoru), o la cosiddetta schwa (?) (benvenut? in Italia) per essere più “inclusivi”, ovvero non escludere o offendere nessuno.

La nascita di codici di scrittura “corretti” procede, anche in Italia, in modo del tutto anarchico, in una Babele di autoproclamati legislatori del linguaggio, che si arrogano il diritto di dirci come dovremmo cambiare il nostro modo di esprimerci, non solo riguardo ai generi ma su qualsiasi cosa che possa offendere o turbare. Università, istituzioni culturali, aziende, compagnie aeree, associazioni LGBT, spesso in disaccordo fra loro, fanno a gara e sfornare codici di parola cui tutti – se non vogliamo essere accusati di sessismo-razzismo- discriminazione – saremmo tenuti a adeguarci. Fra i più deliranti di tali codici quelli emersi recentemente nell’industria delle comunicazioni audio e in ambito informatico. D’ora in poi un operaio, se non vuole essere accusato di sessimo, non potrà più parlare di jack maschio e jack femmina, e dovrà sostituire questi termini con spina e presa. Quanto agli informatici, guai parlare di architettura master-slave, che evocherebbe il dramma della

schiavitù. E guai pure a parlare di

quantum supremacy (supremazia dei calcolatori quantistici su quelli tradizionali): la parola supremacy è proibita, perché rischia di evocare il suprematismo bianco.

La terza mutazione (da cui la variante gamma) è la cosiddetta cancel culture, secondo cui tutta l’arte e la letteratura, compresa quella del passato, andrebbe giudicata con i nostri attuali parametri etici, e censurata o distrutta ogniqualvolta vi si trovano espressioni, immagini, o segni potenzialmente capaci di turbare la sensibilità di qualcuno. Le case editrici si dotano di sensitivity readers, che passano al setaccio i manoscritti non per valutare il loro valore artistico, ma per vedere se contengono anche la minima traccia di idee che potrebbero urtare qualcuno. Le statue dei grandi personaggi del passato vengono distrutte o imbrattate. I dipinti di Paul Gauguin vengono censurati perché il pittore aveva sposato una minorenne. Il finale della Carmen di Bizet viene capovolto, perché nel finale la protagonista viene uccisa da don José, e noi non ce la sentiamo di mettere in scena un femminicidio (ma un omicidio messo in atto da una donna sì).

La quarta mutazione (da cui la variante delta) è la discriminazione nei confronti dei non allineati. Professori, scrittori, dipendenti di aziende, comuni cittadini perdono il lavoro, o vengono sospesi o sanzionati, non perché abbiano commesso scorrettezze nell’esercizio della loro professione, ma perché in altri contesti, o in passato, hanno espresso idee non conformi al pensiero dell’élite dominante. Non solo: nella politica delle assunzioni, in particolare nelle facoltà umanistiche, vengono esclusi gli studiosi non allineati all’ortodossia politica dominante.

La quinta mutazione (da cui la variante epsilon) è forse la più preoccupante. È la cosiddetta identity politics.

Un complesso di teorie, filosofie, rivendicazioni, secondo cui quel che conta veramente non è che persona sei ma a quale minoranza oppressa appartieni. Da qui derivano le idee più strampalate, ad esempio che per tradurre un romanzo di una autrice nera tu debba essere nera (è successo). Che per parlare di donne tu debba essere donna; per parlare di omosessualità essere omosessuale; per parlare dell’Islam essere islamico; per parlare dell’Africa essere africano. Se osi parlare di qualcosa senza essere la cosa stessa sei accusato di «appropriazione culturale».

Ma da qui deriva, soprattutto, l’idea che nell’accesso a determinate posizioni non contino il talento, la preparazione, la competenza, le abilità, l’esperienza, ma che cosa hanno fatto i tuoi antenati. Se sono maschi bianchi eterosessuali devi lasciare il passo a chi ha antenati più in linea con l’ideologia dominante. Perché i discendenti delle minoranze doc hanno diritto a un risarcimento, e i discendenti dell’uomo bianco (anche se non hanno alcuna colpa) devono pagare per le colpe, vere o presunte, dei loro progenitori colonialisti, oppressori, schiavisti, in ogni caso privilegiati.

All’ideale dell’eguaglianza, generosamente perseguito da Luther King, che pensava che tutte le differenze di razza, etnia, genere dovessero diventare irrilevanti, perché a contare dovevano essere solo le altre differenze (quelle che fanno di ogni individuo quel che è, con i suoi pregi e i suoi difetti), subentra l’idea opposta che solo le differenze di razza, etnia, genere contino. Lo scopo delle grandi istituzioni educative, a partire dalle università, non è più promuovere la conoscenza e ricercare la verità, ma combattere le ingiustizie sociali, riequilibrando le diseguaglianze con azioni positive, che privilegiano determinate minoranze e penalizzano maggioranza e minoranze non protette, prescindendo dai meriti e dalle capacità di ogni individuo. Così la parabola della cultura liberal si compie. L’ideale di Luther King e di tanti leader illuminati del passato (compreso Obama), sconfiggere le discriminazioni con l’eguaglianza, si capovolge nel suo contrario: instaurare l’eguaglianza attraverso le discriminazioni.


Stamane gli ha risposto, sempre su Repubblica Chiara Valerio. 

Vi posto anche questo che vi servirà a farvi un'opinione al riguardo, E tenervi lontano dal Grande Fratello! 


Parlar “giusto” non è questione di etichetta

La risposta dopo l’intervento di Luca Ricolfi sul politicamente corretto “Mi spaventa lo scherno verso chi vuole rendere il linguaggio più inclusivo”

di Chiara Valerio



Uno spettro si aggira sui maschi bianchi eterosessuali italiani: il politicamente corretto nelle sue “varianti” elencate ieri sulle pagine di questo giornale da Luca Ricolfi, sociologo e politologo. È talmente uno spettro che ciò di cui Ricolfi parla, in Italia non è mai accaduto, lo dice lui stesso: «Un film che in Italia è ancora alle prime battute, ma in America è andato molto avanti, in un tripudio di scene estreme e di effetti speciali». Teme Luca Ricolfi che «nell’accesso a determinate posizioni non contino il talento, la preparazione, la competenza, le abilità... perché i discendenti delle minoranze doc hanno diritto a un risarcimento, e i discendenti dell’uomo bianco (anche se non hanno alcuna colpa) devono pagare per le colpe, vere o presunte, dei loro progenitori colonialisti, oppressori, schiavisti, in ogni caso privilegiati».


Vorrei sottolineare subito che la categoria di maschio bianco eterosessuale è stata fino a oggi una non-categoria nella misura in cui è stata presentata come la norma. Dal punto di vista insiemistico la descrizione è “maschio bianco eterosessuale” uguale “U - Insieme Universo” nel quale sono contenuti, intersecantisi o meno, altri sottoinsiemi, con etichette varie. Le etichette d’altronde esistono solo per minoranze o gruppi supposti tali. Donne, gay, trans, migranti, musulmani, ebrei. Il maschio bianco eterosessuale sta stretto nell’etichetta come tutti stiamo stretti nelle etichette. Pensava di non esserlo. Il malessere può offrire occasioni di riflessione. E la prima è una vera avventura e cioè che l’insieme universo è più vasto, esiste un fuori, esiste l’altro.


L’insiemistica è l’unica matematica che applichiamo giorno per giorno. Siamo abituati a raggruppare persone molto diverse sotto una solo delle loro caratteristiche, quella che riteniamo preponderante, o evidente, o che, nel peggiore dei casi, riteniamo uno stigma.

Non siamo razzisti, omofobi o misogini, siamo insiemisti.

È una questione di epistemologia, la rivoluzione copernicana nella meccanica dei corpi e nella società umana ancora non l’abbiamo fatta ma, lentamente e tutti insieme ci stiamo accorgendo che l’universo non coincide col maschio bianco eterosessuale. Va detto che per sentirsi appartenenti alla non-categoria del maschio bianco eterosessuale non è necessario essere bianchi, maschi o eterosessuali ma solo occupare una posizione tale da non dover mai contrattare le risorse e, tra le risorse, il tempo.

È importante svelare la natura insiemistica del nostro pensiero perché altrimenti articoli come quello di Ricolfi sembrano pezzi nel merito del politically correct e della cancel culture quando, invece, sono pezzi di metodo. Ed è un metodo di esclusione perché è esposto e analizzato indipendentemente dal contesto nel quale si colloca.

Non si tratta di rivolgere una battuta spinta alla propria compagna o al proprio compagno mentre si sta stesi sul letto a decidere se cucinare o sfruttare il privilegio capitalistico che ci ha messi nella parte del mondo che ordina delivery e non tra coloro che lo consegnano, ma di non farlo per strada, durante una riunione, sul luogo di lavoro, su un social. Si tratta di scegliere volta per volta, secondo il contesto, un linguaggio, anzi un tono della lingua. Gli intellettuali fanno questo, si esercitano a minimizzare il fraintendimento rispetto alla lingua che utilizzano per dire le cose, e dicendole, capirle.


Mi spaventano la violenza e ancora di più lo scherno verso chi cerca di portare avanti battaglie e simboli per rendere il linguaggio più inclusivo, che significa poi, semplicemente, battersi perché il linguaggio sia adeguato al contesto. Che significa ancora non presupporre un contesto- universo unico.

Io non penso ci sia distanza tra linguaggio e realtà, un po’ perché vengo dalla matematica e da Wittgenstein – ma potrei venire da Borges o Gadda e l’esito sarebbe lo stesso – un po’ perché so che il linguaggio non è fatto solo di lemmi ma di simboli strutturati in una grammatica, dunque i calcolatori numerici e le macchine in generale, dunque i codici fisici, dunque, tra non molto, ma qualcosa è già visibile, i meme. E so che il significato stesso dei lemmi e dei simboli dipende dal contesto. È possibile, intervenendo pubblicamente, non comprendere più un linguaggio che si sviluppa secondo i canoni degli imperi cosmopoliti: le immagini, anche digitali, le forme, i micro video tik-tok su certi motivi musicali.


Qualche giorno fa, ho letto la nuova raccolta di saggi di Carlo Ginzburg, La lettera uccide , da pochi giorni in libreria per i tipi di Adelphi. Tra molte, mi sono soffermata su una asserzione che prima, nei libri di Ginzburg, mi pare fosse sottintesa: «Di fronte al profilarsi di una ricerca, è giusto dire qualcosa su chi si è posto delle domande – in questo caso, colui che vi parla. Mi limiterò all’essenziale. Sono ebreo; non ho ricevuto nessuna educazione religiosa; non conosco (purtroppo) l’ebraico. La persecuzione, di cui serbo ricordi incancellabili, ha fatto di me, durante la guerra, un bambino ebreo. Le religioni mi appassionano. Ai fenomeni religiosi ho dedicato una parte considerevole del mio lavoro di storico. Sono ateo».

Dove sta chi parla è una domanda alla quale chi studia storia è avvezzo e alla quale è abituato pure chi ha studiato matematica o linguistica o semiotica e nella quale esercitarci per smantellare l’attitudine insiemistica che ormai senza più consolarci, ci affligge.

Mi soffermo sulla natura corale di questa operazione di ridefinizione o s-definizione di “U - insieme universo” perché non è nelle possibilità di un unico essere umano farlo. Abbiamo bisogno di molte persone-Copernico che parlino tra loro da luoghi diversi, e sappiano dove sono.

Non ci vuole l’idea geniale o l’intervento efficace di una persona. Penso a Nicola Santangelo.


Nicola Santangelo, ministro del Regno delle due Sicilie, all’apertura dei lavori del VII congresso degli scienziati, a Napoli il 20 settembre 1845, avrebbe dovuto, anche per convenienza commerciale, promuovere il sistema metrico (che vigeva in Francia già da cinque anni). Santangelo però non lo fa, anzi propone come unità di misura universale il palmo napoletano “che riunisce in sé le stesse condizioni del metro, unità della misura francese”. Il palmo napoletano (26,45 cm). E per giustificare l’assurdità che dice? «Se non che arrecava sconforto il doverci troppo allontanare dalle usanze, le quali tengon luogo di leggi, quando vengono fermate dal giro dei secoli».

Il potere tende a conservare sé stesso, i suoi metodi, i suoi linguaggi. Le etichette, anche quelle che dicono bella e brava, giusto e buono, corretto e intelligente, sono briciole. La rivoluzione comincia quando si rinuncia alle briciole. Rinunciare alle briciole non significa volere la pagnotta, significa rinunciare alle briciole.

Altro che Cop26!

 

New Delhi
L'India vara l'ennesima mega centrale a carbone "Serve allo sviluppo"
Carlo Pizzati
Mentre in Europa le potenze asiatiche promettono di contenere i gas serra e si siglano patti e iniziative "verdi," in Asia sono ancora aperti almeno 200 cantieri per la costruzione di centrali a carbone: 95 in Cina, 28 in India e 23 in Indonesia, secondo la no-profit Global Energy Monitor. Mentre in Occidente si continuano a chiudere centrali a carbone da decenni (come negli Stati Uniti dove ne sono state spente 301 negli ultimi 20 anni), l'utilizzo del carbone in Asia è in aumento poiché con la crescita economica lievita anche la necessità di corrente elettrica, in un continente dove vive il 60% della popolazione globale e dove si trova il 90 % delle 195 centrali a carbone del mondo.
Nazioni come l'India vorrebbe che fossero i Paesi più industrializzati ad assumere un maggiore impegno sulla riduzione delle emissioni, consentendo loro di continuare a inquinare con il carbone, al servizio dello sviluppo.
Lo Stato dell'India dove si stanno costruendo più centrali a carbone è il Tamil Nadu, seconda potenza industriale del Paese, ma anche uno dei territori che ha sviluppato più energie rinnovabili. È una zona tropicale con ampie spiagge ancora poco rovinate dal turismo e poco sfruttate dall'industria, ma dove si progetta di costruire veri eco-mostri da abbuffare di carbone per creare energia. Altre mangrovie e foreste di palme verranno disboscate per istallare nastri per il trasporto di tonnellate di carbone a molti chilometri dalla costa e generare elettricità per gli oltre 70 milioni di abitanti dello Stato. Dopo molte partenze e interruzioni, i piani per ultimare la centrale da 1,6 GigaWatt di Uppur, nel Sud del Tamil Nadu, sono ricominciati. Il progetto fu sospeso nel marzo scorso con una sentenza di un Tribunale Nazionale Verde sulla scorta delle preoccupazioni ambientali di pescatori e contadini del luogo. Si era deciso quindi di spostare 200 km più a Sud l'impianto, a Udangudi, affacciata sullo Sri Lanka, dove si sta costruendo una centrale a carbone da 1,3 GW. Ma il nuovo governatore in carica da maggio, ha deciso di far ripartire il progetto di Uppur, visto che è già fatto al 30%.
In Asia la richiesta di carbone ha portato a emissioni record nel 2021. «Il completamento della capacità delle centrali in fase di costruzione nei Paesi asiatici - spiega Lauri Myllyvirta, analista del Centro per la ricerca sull'energia e l'aria pulita -, farà schizzare la richiesta di carbone e le emissioni». Ecco perché sarà molto difficile per leader come il primo ministro indiano Narendra Modi portare davvero dei progressi significativi alla conferenza sui cambiamenti climatici di Glasgow. —

lunedì 1 novembre 2021

Verso la fine




Memento


Quattro anni, oggi son già passati quattro anni da quando volasti lassù. Lo so, non devo scrivere smancerie che se no t’incazzi. Sai cosa mi manca? Quella perfetta organizzazione di vita, senza orari, fronzoli, paraventi eretti per auto crearsi scuse evitanti “scocciature” impedenti di appollaiarsi su un divano. Eri sempre pronto come un vigile del fuoco durante il turno notturno. I pasti, le regole, i ritmi circadiani ninnoli da lasciare agli altri. Si, mi manca proprio quello. E la follia di pensare di riuscire a far tutto. Alla Elia, per intenderci!

Dixit

 


Acquisizione di responsabilità