sabato 23 ottobre 2021

Daniela!


L’oligarchia draghiana sogna di abolire il voto

di Daniela Ranieri

Li vedete i ballon d’essai? Volteggiano nell’aere per saggiare la direzione del vento. Dopo il palloncino del governo dei militari suggerito da Marcello Sorgi su La Stampa (fantasticheria forse troppo spinta, poi derubricata dal suo autore a provocazione), negli ultimi giorni il cielo si è riempito di mongolfierine inequivocabili. Sopra ci sono scritte cose come “maggioranza Ursula”, “stabilità”, “riforme”, etc.: sono stringhe di codice tra iniziati che significano solo una cosa: il sogno proibito del Sistema – la fine della democrazia e l’instaurarsi dell’oligarchia draghiana – non è più proibito.

Paolo Mieli è il capovaro del pallone più grosso: “E se decidessimo di non votare mai più?”, scrive nell’incipit del suo editoriale sul Corriere. In pratica centrosinistra e centrodestra, più le forze di centro “pronube”, si devono unire – una volta esclusi la Lega e i “grillini” (sic) – sotto la guida di Draghi, che deve “restare a Palazzo Chigi per il resto dei suoi giorni”. Certo, concede Mieli, “gli italiani voterebbero sì, tra un anno o due, per le politiche, ma l’effetto delle elezioni sarebbe, per così dire, fortemente mitigato”.

Ecco cosa ci vuole: una democrazia mitigata. Ci fanno votare per darci un trastullo, ma poi tanto governa Draghi fino alla fine dei suoi giorni (ma siamo sicuri che è mortale?). Lo stesso giorno il Corriere ospita l’intervista al padrone delle ferriere Bonomi, che con la consueta protervia asserisce: “Noi siamo sicuri che il governo sappia bene ciò che va fatto, ma i partiti lo assediano”. I partiti, questa istituzione in cui secondo una vetusta Costituzione i cittadini hanno diritto di associarsi per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale, hanno rotto le palle, “non hanno ancora capito” cosa devono fare, cioè piegare la testa a Draghi – e a Bonomi che detta l’agenda, il cui primo punto prescrive di piantarla di “mettere soldi sulle pensioni”, troppo generose, pure per i lavori usuranti.

Ieri invece su Repubblica l’intervistato era il ministro Brunetta, uno dei Migliori: “Abbiamo bisogno di partiti all’altezza di Draghi”: non della democrazia, non del popolo che i partiti rappresentano, ma di Draghi. Si era mai vista nella storia della Repubblica una così smaccata sottomissione volontaria a un uomo solo al comando? Almeno ai tempi d’oro di Berlusconi il Pdl (e Brunetta) i voti li prendeva, pur col trucchetto del Porcellum.

Poi spara il suo pallone: un “semipresidenzialismo con Draghi al Quirinale”, perché ce lo chiedono “i vaccinati, le cassiere, i colletti blu, gli impiegati” (quelli che lui ha costretto a rientrare in ufficio per rimpinzare il Pil delle aree urbane dove si vendono i panini). Non si contano poi i fiati d’essai, gli ottoni, i tromboni: Calenda – che si comporta come se fosse stato incoronato dentro San Pietro la notte di Natale, ma è solo arrivato terzo alle Comunali di Roma – detta la linea alla Nazione: “Serve un fronte da Bersani a Giorgetti per Draghi a Palazzo Chigi anche dopo il 2023”.

Poi c’è Renzi, il Re del flatus vocis, che vuole Draghi fino al 2023; i sondaggi lo danno all’1 virgola qualcosa per cento, ma lui non se ne cura; propone un referendum contro il Reddito di cittadinanza – perché i poveri non li ha colpiti abbastanza quando era “premier” – e non riesce a raccogliere nemmeno 5 mila firme: cioè non l’hanno firmato nemmeno i padroncini che costituiscono il suo elettorato.

Il Pd, un po’ ringalluzzito dopo le Comunali, sillaba delle delicate critiche a Draghi; ma non si farà problemi a piegarsi docilmente al nuovo corso: sanno bene che gli elettori li votano perché l’alternativa sono i fascisti, i no-vax, gente come Michetti… Hanno tutti capito che la lotta politica non paga: chi glielo fa fare? Prima cercavano il consenso, adesso sanno che per governare – per regnare, per vivere di rendita con tutti i bonus – i voti non occorrono. È una fatica star lì a parlamentare, al Parlamento o nel consiglio dei Ministri (dove Draghi sa già cosa fare), col rischio di far incazzare Bonomi. L’establishment applaude. Il popolo tace e ringrazia. Già è andata a votare la metà degli elettori; si può arrivare a un terzo, a un quarto, al voto d’élite, o eliminare del tutto le elezioni, come suggerisce il maggior quotidiano nazionale. L’oligarchia non ha bisogno di energia esterna per perpetrarsi, è un sistema chiuso che si legittima da sé. Come dice Brunetta: avanti “fino al 2030, un decennio di stabilità e riforme”! Conflitti sociali spianati, nessuna “protesta aggressiva” che ostacoli la ripresa economica (Mattarella dixit), testa bassa e lavorare, ché a governare ci pensa Draghi, con Brunetta, Calenda, Giorgetti, Renzi, Berlusconi e le forze pronube. (Nota: i giornali che insegnano la via sono quelli che dicevano che i 5Stelle erano anti-sistema e hanno passato anni a denunciare la pericolosa deriva dell’anti-politica).

Quando ce vo'...

 


Parole sagge sull'Amaca

 

L’amaca
Un vecchio incubo
di Michele Serra
Accecato dalla vanità, forse Berlusconi crede veramente di poter diventare presidente (dunque garante, padre, denominatore comune) di un paese che proprio lui, divisivo come nessun altro tranne Mussolini, spaccò in due metà inconciliabili, perché alla contrapposizione ideologica aggiunse una specie di frattura antropologica. Vivere come Berlusconi, essere Berlusconi per mezza Italia è stato un sogno, per l’altra mezza — alla quale appartengo — un autentico incubo. Tutto quello che ci ripugna, in termini di vita, gusti, ambizioni, estetica, etica, era da lui superbamente interpretato.
I suoi giovani alleati, amici di Le Pen, di Orbán, di Vox, della peggiore destra europea, lo lusingano, lo fanno sentire un padre nobile, ma lo usano come una foglia di fico. Senza di lui, primo sdoganatore del neofascismo e inventore del populismo, Salvini e Meloni neppure esisterebbero. Ora cercano di usare, un po’ per opportunismo un po’ perché non hanno altri nomi da spendere, il Berlusconi "liberale" della sua estrema stagione politica, una specie di travestimento anagrafico (da vecchi, si sa, si diventa saggi) che non ha alcuna pezza d’appoggio nella storia del vecchio leader, che quando ebbe l’età per farlo fu anche più aggressivo, più disinvolto, più arrogante, più menefreghista, soprattutto infinitamente più ricco e potente di questi suoi figliastri avventurieri e improvvisatori: soprattutto il Salvini, perché Meloni, dalla sua, almeno ha un albero genealogico in proprio, che è il neofascismo.
Noi, dalla sponda opposta, si parteggia per i Brunetta, Toti, Gelmini, Carfagna, che vedono il loro capo in ostaggio di una destra di guerra e di malora, e lo dicono. Ma il vecchio tramontato è sensibile alle claque, non ai buoni consigli.

venerdì 22 ottobre 2021

Pensieri

 


Già!

 

Ma quando il re Sala dirà sì a San Siro-bis, cosa faranno i Verdi?

di Gianni Barbacetto

La prima mossa di rilievo del regno di Beppe II, sindaco con pieni poteri del 25 per cento dei milanesi, sarà dire sì all’operazione San Siro: con l’abbattimento del Meazza (tranne un triste moncherino superstite) e l’edificazione attorno dei grattacieli che porteranno nuovo cemento a Milano, per la maggior gloria di Milan e Inter. Squadre con proprietario incerto e finanze a rischio (nel settore calcio), ma che diventeranno di colpo – grazie all’intervento di Giuseppe Sala, simile ai re taumaturghi che guarivano gli scrofolosi con la sola imposizione delle mani – società finanziariamente ricche (nel settore immobiliare). Un affare da 1,2 miliardi di euro che cementificherà l’area con 153 mila metri quadrati di costruito: 77 mila mq di spazi commerciali, 47 mila di uffici, 12 mila di alberghi, 9 mila di intrattenimento, 4 mila di centro congressi, oltre a 2,7 mila di museo dello sport e 1,3 mila di attività sportive. Indice d’edificabilità 0,51, mentre il Piano di governo del territorio (Pgt) di Milano impone ai comuni mortali di non superare lo 0,35. Ma non a Paolo Scaroni, presidente del Milan, che è speciale e lo è sempre stato in tutte le sue metamorfosi. Così nascerà, con la scusa dello stadio, Milano 4, o Milano 5 – abbiamo perso il conto. E solo i malpensanti ipotizzano una continuità con Milano 2 e Milano 3, vista la presenza di Scaroni, il più berlusconiano dei manager italiani, e vista la esilarante manovra con cui il Milan è passato da Berlusconi a un cinese strano strano per poi finire al fondo Elliott (veicolo di soldi senza volto).

L’unica cosa certa in questa storia è il cemento che arriverà. Sala, sindaco bonapartista, dirà sì: per il bene di Milano – di cui è l’interprete plenipotenziario unico e benemerito. E lo dirà presto, prima che scemi l’effetto “trionfo” che hanno appiccicato al suo risultato elettorale di sindaco eletto dal 25 per cento dei milanesi (il 75 è altrove). E dopo questo sì, arriveranno tanti altri sì – sempre per il bene di Milano – a grandi affari, villaggi olimpici, Pirellini, Ponti-serra, Boschi orizzontali, Piazze d’armi, Scali ferroviari trasformati in nuovi quartieri per super-ricchi, aree del trotto (a proposito di quel che resterà di San Siro) cementificate con soldi americani e conseguente auto-elogio: “Come siamo bravi ad attirare investimenti stranieri!”. Continuerà a Milano il più grande festival europeo del consumo di suolo. La città che potrebbe diventare la più verde d’Europa grazie ai milioni di metri quadrati liberi o che si potrebbero liberare, continuerà a edificare per i ricchi (fino allo scoppio della prossima bolla immobiliare). Le case popolari no, non rendono, non attirano investimenti esteri. Al massimo un pizzico di “social housing” per far contento qualche “riformista” alle vongole di quelli che siedono in Consiglio comunale.

Nessuna opposizione prevista. Media tutti allineati a incensare. Milano è il migliore dei mondi possibili, le disuguaglianze che crescono non si vedono, la povertà e la rabbia restano chiuse in casa, in periferia, o traslocano lontano, fuori città. Beppe Bonaparte non dovrà neppure discutere con i suoi. Sono scomparse le opposizioni (di sinistra e 5stelle), in giunta ha messo i suoi amici, ragazze e ragazzi giovani, socialisti, renziani, realisti, ex sottoposti, miracolati. Sala ha le mani completamente libere: non più Pd (a cui non è mai stato iscritto) e non ancora Verde (non si è mai iscritto ai Verdi europei): è la sua transizione ecologica. A proposito: che cosa diranno i Verdi che stanno nella sua giunta e nella sua maggioranza? Muoveranno qualche sopracciglio quando dirà sì all’operazione San Siro e a tutte le altre? Come reagirà Elena Grandi, cooptata in giunta e ancora portavoce nazionale dei Verdi? Che cosa dirà uno come Carlo Monguzzi, che di solito non sta zitto?


Barbero incompreso

 

Barbero, le differenze e la lotta per il potere
di Daniela Ranieri
La Stampa, quotidiano dell’Italia operosa, industriale e insufflata dello Zeitgeist governista, interpella Alessandro Barbero (suo occasionale collaboratore) partendo dalle lezioni che lo storico terrà a Torino sul tema delle donne nella Storia, e titola così l’intervista: “Le donne secondo Barbero: ‘Insicure e poco spavalde, così hanno meno successo’”.
Il lettore curioso, che conosce Barbero quale studioso rigoroso e intellettuale diretto e mai conformista, capisce in un millisecondo che il titolo può essere: a) falso: non si contano sui giornali i virgolettati inventati; b) una riduzione giornalistica di un discorso più ampio; c) un errore del titolista, che con quel “così” allude a un rapporto di causa-effetto tra insicurezza femminile e mancata realizzazione professionale, rapporto che una risposta nell’articolo chiarirà in un battibaleno. In nessun caso, nemmeno per un secondo, penserà che per Barbero lo scarso successo delle donne dipenda da un difetto di natura che le rende inferiori agli uomini.
E infatti alla domanda sul perché le donne fatichino ad arrivare al potere e a fare carriera Barbero risponde: “Ci sono donne chirurgo, altre ingegnere e via citando, ma a livello generale, siamo lontani da un’effettiva parità in campo professionale. Rischio di dire una cosa impopolare, lo so, ma vale la pena di chiedersi se non ci siano differenze strutturali fra uomo e donna che rendono a quest’ultima più difficile avere successo in certi campi”. E si domanda: “È possibile che in media, le donne manchino di quella aggressività, spavalderia e sicurezza di sé che aiutano ad affermarsi?”. La frase è cristallina. E infatti, puntualmente, sui social (e dove sennò? Nei consessi dove è più alta la percentuale di individui pensanti?), il nome di Barbero è investito da una marea di rabbiosa, censoria indignazione, e la parola “strutturali”, quali sono le differenze tra uomo e donna nella nostra società, viene intesa senza il minimo tentennamento come un irricevibile sinonimo di “biologiche” (parola che evidentemente secondo gli arrabbiati Barbero ignora).
Lasciando per un attimo sullo sfondo la possibilità di affermare, sulla scorta di studi noiosissimi e poco alla moda, che esistono eccome differenze biologiche tra uomo e donna, visibili a occhio nudo o invisibili, come quelle ormonali, è evidente che Barbero sta parlando di una differente aggressività sociale, ciò che rende gli individui “competitivi”, “performanti”, adatti ai ruoli di potere così come essi sono stati disegnati dalle élite nelle società occidentali neo-liberali, non solidali, non paritarie e maschiliste. E, sì, ahinoi, le disparità di potere tra uomo e donna sono frutto di condizionamenti culturali. A riprova di ciò, Barbero più avanti afferma: “C’è chi dice: ‘Se più donne facessero politica, la politica sarebbe migliore’. Ecco, secondo me, proprio per questa diversità fra i due generi”.
A questo punto anche il meno avvezzo alle sfumature della lingua italiana dovrebbe aver inteso che Barbero parla di differenze antropologiche tra i sessi: dagli albori della società umana, la lotta per il potere è maschile, è il figlio che uccide il padre per usurparne il trono (v. Il ramo d’oro di Frazer), e tuttora quella mancanza di spavalderia predatoria della “figlia femmina” può essere una delle ragioni per cui nel mondo le donne hanno meno potere degli uomini.
Le femministe dovrebbero sottoscrivere all’istante una dichiarazione del genere, e invece spolpano Barbero, sebbene in absentia (giacché lui si tiene igienicamente lontano dai social); il quale Barbero, curiosamente, qualche settimana fa era per i giornali di destra e/o governisti “negazionista delle foibe”, “comunista” e “ubriaco” perché ha problematizzato la cosiddetta Giornata del Ricordo in una intervista rilasciata a chi scrive, e qualche giorno dopo era “no-vax” perché ha criticato il Green pass per accedere all’università. Abbiamo due sospetti: che non si possa dire che ci sono differenze tra i sessi: così pensa chi vuole neutralizzare tutto, pure il linguaggio, pure le desinenze, pure i plurali, in una marmellata di ottusità grazie alla quale siamo tutti uguali nella realtà perché lo siamo sulla carta; che Barbero stia parlando un po’ troppo per i gusti di chi non ama fare distinzioni poetiche e criticare l’epoca dei Migliori al potere (quasi tutti maschi, peraltro). Così accade che il quotidiano di Torino, invece di titolare “Barbero: ‘Se più donne facessero politica, la politica sarebbe migliore’”, che è il vero centro dell’intervista, titola in quel modo a dir poco ambiguo, con l’effetto di darlo in pasto a chi vorrebbe che gli storici, specie se dichiaratamente di sinistra ed ex iscritti al Pci, parlino solo del passato e lascino il presente a chi lo cavalca spavaldamente.

giovedì 21 ottobre 2021