Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
sabato 13 febbraio 2021
M'inchino!
Quelli che… Mario frustaci ancora!
di Tomaso Montanari
Si può opinare che la gestione della crisi sia stata, a tratti, opaca? Per esempio, nel colpo di scena, evidentemente non tale per tutti, per cui le Camere in nessun caso sarebbero state sciolte? Si può dissentire, anche radicalmente, dal presidente della Repubblica, sostenendo che la scelta di Draghi sia non già un balsamo, ma invece un serio vulnus, per la nostra democrazia?
Si può mettere in dubbio lo status messianico del presidente del Consiglio incaricato, ricordando che la sua intera carriera e il suo operato pendono dalla parte di chi ha reso il nostro mondo ciò che è (e cioè mostruosamente ingiusto, e diseguale), e non dalla parte di chi ha provato a migliorarlo? Si può auspicare, infine, che qualcuno, in Parlamento, abbia sufficiente autonomia politica e morale per “disobbedire al presidente Mattarella” (magari per non governare coi fascisti), questa inimmaginabile condotta da reprobi?
In pochi giorni, l’articolo 1 della Costituzione è stato riscritto così: “L’Italia è una Repubblica paternalista, fondata sui migliori”. E uso ‘paternalismo’ in senso proprio: nascendo quella parola per definire una “politica… caratterizzata da una bonaria e sollecita attenzione verso i bisogni dei sudditi, escludendoli però completamente dal controllo delle attività dello Stato e da una qualsiasi forma di partecipazione alla gestione della cosa pubblica” (così il Grande dizionario della lingua italiana).
Il nuovo mantra dell’antipolitica ha assunto toni monarchici, autoritari, repressivi. ‘È finita la ricreazione! È entrato il preside: ora sono tutti muti, a capo chino’; ‘finalmente sono stati commissariati, quegli incapaci del Parlamento!’; ‘ha parlato il Presidente, nella sua saggezza, ora non vola una mosca’; ‘il Presidente sarebbe ‘infastidito’ dalle condizioni poste dai partiti’. E via dicendo. Il fasto del Palazzo del Quirinale ha eclissato le aule sorde e grigie del Parlamento esercitando, ancora una volta, la sua malìa autocratica: i fantasmi di papi e re hanno ripreso la scena, rimettendo al proprio posto il popolo bue, e i suoi bovini rappresentanti. Imponendo il nome di Draghi senza sottoporlo a consultazioni preventive (l’Eletto ne sarebbe uscito svilito); annunciando che un “alto profilo” spazzava finalmente via i populisti trogloditi; teorizzando un governo “che non debba identificarsi con alcuna formula politica”, il Presidente ha inferto una mazzata micidiale al Parlamento: che vede divorato, sul colle più alto, un governo cui aveva appena rinnovato la fiducia.
Ora, più ancora di questa mossa con pochi (e discutibili) precedenti – ma comunque dentro i confini formali della Carta – sconcerta il plauso con cui tutti l’hanno accolta: te deum, ceri, inni, vitelli grassi sgozzati. Era il funerale della democrazia parlamentare, così debole, impotente, screditata da esser pugnalata a morte da un sicario saudita, e poi sepolta frettolosamente da un Padre severo: eppure i morti ballavano, e bevevano.
Quanto è profonda la disillusione, anzi il disprezzo, verso la democrazia parlamentare, se tutti gioiscono perché le decisioni circa il bene comune vengono ora prese da una persona sola, con una regressione plurisecolare? Il godimento masochista di un’intera democrazia che, vedendosi umiliata, grida: ‘dai, frustami ancora!’.
Ma è solo l’inizio. Perché questo ‘governo del Presidente’ (cioè ‘governo non parlamentare se non proforma’) è aristocratico intimamente: programmaticamente. Da Berlusconi ai giornali degli Elkann, tutti invocano il ‘governo dei migliori’. Si glossa: dei competenti. Vano chiedere competenti su cosa (domanda lecita, viste le prime uscite sulla scuola: da bar dello sport dei Parioli). Vano ricordare che se l’Italia è messa com’è messa, è colpa non dei populisti ma dell’élite più ignorante, corrotta, familista, incapace del pianeta. Vano perché, come è chiaro fin dai tempi di Aristotele, si scrive aristocrazia, si legge oligarchia: governo dei pochi. Cioè dei ricchi. È davvero il culmine italiano dell’ordoliberismo: “Uno Stato sotto sorveglianza del mercato, anziché un mercato sotto la sorveglianza dello Stato” (Foucault). In un momento in cui i tre uomini più ricchi d’Italia possiedono quanto i sei milioni di cittadini più poveri, in un momento in cui il massimo pericolo per la democrazia è che i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri più poveri, si affida il governo della Repubblica all’uomo Goldman Sachs. Uomo nel senso di maschio, innanzitutto: perché il paternalismo è, per definizione, maschilista. E l’uomo di potere deve essere accompagnato, due passi indietro, da una “moglie di gran classe che non parla neppure se interrogata” (Aspesi). Maschio solo al comando: farà tanto meglio, in quanto non dovrà trattare con gli spregevoli partiti per i nomi dei suoi ministri.
È chiaro che stiamo imboccando l’oligarchia come via d’uscita dalla crisi della democrazia parlamentare? Con tanto di cronache a getto continuo dal buen retiro umbro della famiglia reale: che fa una vita così normale, signora mia!
Stiamo cadendo da una (orribile) padella a una (fatale) brace. Una brace che ben conosciamo: “È da vedere se questo modo di pensare, molto diffuso, non sia un residuo della trascendenza cattolica, e dei vecchi regimi paternalistici”, si chiedeva Antonio Gramsci.
“Costruire la democrazia equivale a distruggere le oligarchie – ha scritto Gustavo Zagrebelsky – con la precisa consapevolezza che a un’oligarchia distrutta subito seguirà la formazione di un’altra, composta da coloro che hanno distrutto la prima”. In questo caso – è il dramma – l’oligarchia è quella di prima, che torna: mai distrutta. Quella che ha portato il Paese al disastro, il pianeta sull’orlo dell’abisso. Mentre il costume e la retorica tornano a prima del 1789, o, a tutto concedere, a un dispotismo illuminato in cui il monarca-padre decideva per il ‘bene’ di sudditi eternamente minori.
Siccome il danno, l’involuzione, prima che istituzionali sono culturali, se ne esce, se se ne esce, solo a dosi massicce di pensiero critico: pensiero contro, insubordinato, eretico, non conforme. Una mobilitazione di pensiero nelle scuole e nelle università, nei luoghi dove ancora si può cercare, attraverso una “erudizione implacabile” (ancora Foucault) di non piegare le ginocchia di fronte a padri saturnini. Occorre “il senso della rivolta” e la “capacità di sfruttare appieno le rare opportunità di discorso concesse” (Said). E, con il Tommasino di Casa Cupiello, occorre saper rispondere, a chi chiede ossessivamente “ti piace il presidente Draghi?”: no. Non mi piace.
Sempre con Marco
I Migliorissimi
di Marco Travaglio
Mentre il Premier Incaricato, Sempre Sia Lodato, leggeva la lista del Governo dei Migliori con i Ministri di Alto Profilo, il primo pensiero andava a Cirino Pomicino: per reclutare una ciurma del genere, bastava e avanzava lui, senza scomodare Draghi. Il secondo pensiero era per i poveri 5Stelle e soprattutto per i loro elettori, gabbati da Grillo gabbato da Draghi, passati da partito di maggioranza relativa a partito e basta, con tanti ministri (peraltro inutili come gli Esteri o minori come gli altri) quanti il Pd (che ha metà dei loro seggi e 3 dicasteri più un tecnico d’area) e uno in più della Lega (metà dei loro seggi) e di FI (un quarto). Notevole anche l’ideona di inventare il super-ministero della Transizione Ecologica, già diventato mini perché gli manca il Mise, e regalarlo al renzian-leopoldiano Cingolani. Il terzo pensiero era per Previti e Dell’Utri: perché escluderli? Il quarto era per i cercatori d’“anima”, i cacciatori di “visione”, i ghostbuster di “identità della sinistra”, i gemmologi di “purezza progressista”, gli spingitori di “competenza” e dunque di “discontinuità”, i guardiacaccia anti-“trasformisti”. Ora i nuovi dioscuri Sergio e Mario li hanno accontentati tutti in un colpo solo, con un governo dotato contemporaneamente di anima, identità, sinistra, ecologismo, competenza, discontinuità e anti-trasformismo. Il Governo dei Migliori, appunto.
All’“anima”, “identità” e “purezza” di sinistra ci pensa il governo Berlusconi-4, momentaneamente parcheggiato presso il Draghi-1 nelle persone di Gelmini, Brunetta, Carfagna, Giorgetti e Stefani.
All’ecologismo badano Giorgetti, le truppe forziste e altri santi patroni del partito del cemento, del bitume, delle trivelle e del Tav.
Per la competenza, a parte tre o quattro tecnici (fra cui quel Colao che, quando lo chiamò Conte, tutti sghignazzavano su Colao Meravigliao), c’è un trust di cervelli mica da ridere: dalla Gelmini e i suoi neutrini nel tunnel Gran Sasso-Ginevra; a Brunetta, grande esperto di tornelli e diplomazia; a Orlando (quello che “mai con la Lega”), che può passare dalla Giustizia al Lavoro al nulla con la stessa enciclopedica impreparazione.
Alla discontinuità provvedono Franceschini (al suo quarto governo), Brunetta, Gelmini, Carfagna, Giorgetti e Di Maio (terzo), Bonetti, Stefani, Garavaglia, Giovannini, Orlando, Guerini, D’Incà, Dadone, Patuanelli, Lamorgese, Speranza (secondo). Otto ministri del Conte-2: ma quindi era vero che erano i “migliori del mondo”?
All’anti-trasformismo, c’è solo l’imbarazzo della scelta: lo rappresentano praticamente tutti.
Manca solo Giuseppe Conte che, pur nella momentanea disgrazia, è il solito fortunello: non essendo né un migliore né un competente, lui non c’è. Che culo.
Grand'Antonio!
La coerenza, una moneta fuori corso
di Antonio Padellaro
Fuori la coerenza, antica e tristanzuola come lo scialle della nonna e dentro il pragmatismo Prêt-à-porter che si porta su ogni gabbana nella collezione dell’allegra ammucchiata. E dunque fuori dalle scatole Alessandro Di Battista, uno fissato con la coerenza che, come diceva Oscar Wilde, è l’ultimo rifugio delle persone prive di immaginazione (per non dire peggio). Che infatti annuncia l’addio al Movimento “con un video ambientato nella cucina Ikea di casa zona Cassia tra tegami, presine fatte con l’uncinetto” (Il Messaggero). Poveraccio, che brutta fine, fornelli a gas e squallidi uncinetti invece della sala d’armi di un casale umbro tra stemmi araldici e teste di cervo impagliate, mentre nel camino scolpito a mano il sobrio fuoco crepita. Un tipo davvero strano questo “Che de’ noantri” (ah ah) visto che “nessuno ha mai capito veramente perché sia rimasto fuori dalle elezioni del 2018, rinunciando a una poltrona sicura da ministro degli Esteri” (Repubblica): e chissà cosa c’è sotto. Uno che “negli ultimi anni ha postato quasi ogni giorno una foto di sé con i figli , Dibba in famiglia, uno sfoggio che testimoniava un certo imborghesimento, una lontananza dalle durezze della battaglia politica” ( Repubblica). Foto quotidiane con pargoli e consorte: davvero un borghesuccio. E mentre gli altri capi grillini “si sono mossi eccome, esercitando una coerenza che gli va riconosciuta Alessandro Di Battista è rimasto fermo. E si è trasformato nell’ultimo panda” (Corriere della Sera).
Diciamolo, un panda un po’ cretino. Del resto, continuare a credere negli ideali giovanili, rifiutare seggi in Parlamento e poltrone ministeriali, e poi staccarsi dalle proprie radici, dai ricordi più belli (e magari provarne dolore) non ha molto senso se l’unità di misura è la coerenza. Moneta fuori corso e con cui non si mangia, soppiantata dal pragmatismo (che è come paragonare il tallero al bitcoin). “Io europeista? Sono un pragmatico”, replica Matteo Salvini a chi gli fa notare la giravolta leghista a 360 gradi. Pragmatismo: corrente filosofica/atteggiamento finalizzato a ottenere, talvolta anche in modo spregiudicato, risultati concreti. Ricordate quel motivetto? “Io sono un uomo nuovo, da un po’ di tempo ambientalista, sono progressista, al tempo stesso liberista antirazzista, e sono molto buono sono animalista, non sono più assistenzialista, son federalista”. Non vi sembra un eccellente programma di governo? Autore Giorgio Gaber. Titolo: Il Conformista (“che senza consistenza si allena a scivolare dentro il mare della maggioranza”).
venerdì 12 febbraio 2021
Iscriviti a:
Post (Atom)


