sabato 12 dicembre 2020

Cos’è la tenerezza




Sappiatelo!

 La Storia non ammette deleghe e ripensamenti, il giudizio prima o poi riesce ad etichettare chiunque, consegnando alla memoria collettiva, quella per cui ancor'oggi si riesce a riassaporare virtù, errori ed abitudini dei grandi, o mefitici, personaggi nostrani ed internazionali, del passato e del presente. Ciò avverrà anche per lui, certamente, e per le sue malefatte, i suoi inverecondi cambi umorali, le insulse sviolinate concettuali trasportanti nei recinti malevoli dell'"ad minchiam", le abnormi contraddizioni di pensiero, parola forte questa riferita ad uno come lui, le smargiassate da consegnare a sceneggiatori scafati, le auto parodie, le visioni destrorse, a volte pure fasciste, dentro ad un tempio del pensiero sano e solidale, per me naturalmente, qual era il partito erede di tante conquiste raccolte con sofferenza e compartecipazione, e da lui in un batter d'occhio, distrutto, liofilizzato, evaporato.

Tra non molto lo etichetteranno, probabilmente con una sola parola che a lui si confà più che la panna alle fragole: livore. E la conferma di questo suo rancore, d'invidia, di ostilità è sbocciata ieri, allorché si è permesso di criticare, avvertire e perché no, intimidire il Premier, il quale era impegnato in una riunione ufficiale a Bruxelles molto importante che ha portato tra l'altro buoni frutti come il via libera al Recovery Found; attraverso un'intervista ad un giornale spagnolo ha sparato le solite frottole al sapore di crisi governativa, mentre era in corso una riunione europea. Chi potrebbe avere il coraggio di compiere un simile oltraggio se non una persona gravemente posseduta dal suo ego stratosferico, non più controllabile e direttamente responsabile del giusto, sacrosanto, declino politico e d'immagine che finalmente un intero popolo, risvegliatosi dal lungo letargo causato dalle incommensurabili balle tronfie, emblema della real casa durante la terrible Era del Ballismo, ha saggiamente deciso di riservargli per levarselo, Signore aiutaci, definitivamente dalle scatole, o se preferite: dai coglioni?

No, non lo voglio neppure più nominare, non voglio più vederlo, ascoltarlo, rimirarlo. 

E' lui, il Problema del nostro progetto di poter vivere socialmente lontano da soliloqui, protagonismi, smancerie, orfinismi, peracottai, etruriane e da quelli come lui.

C'è un aspetto che mi preme evidenziare, e per cui ho lottato in tutti questi anni, perennemente circondato da allocchi imbolsiti e devoti; sappiatelo bene, annotatevelo, memorizzatelo: è molto pericoloso. Per raggiungere i suoi scopi non guarda in faccia a nulla e a nessuno, figuriamoci a dei valori!
Se vedesse un pertugio per rianimare il politicamente defunto che è un lui, statene certi, che è pronto a stringere accordi con chicchessia, fascisti, piduisti, cazzari, pagatori seriali di tangenti alla mafia compresi. 
Non ci credete? 
Bene: sappiate che lo sta già facendo, signori miei. Ops!

venerdì 11 dicembre 2020

Ritaratura



Così, tanto per ridimensionare un po’ le fisime quotidiane ansianti. (Il nostro sole è un pulviscolo al confronto di Antares e  Betelgeuse; un po’ come il Cazzaro e il Grullo al confronto di un uomo saggio...Ops!)

Quesiti


 

Ufficio numero 13

E adesso che finalmente sappiamo come morì, dopo torture nell'ufficio numero 13, dopo aver sopportato sevizie, come un cane abbandonato, adesso, sì adesso, cosa faremo, pardon: cosa faranno? 

Resteranno ulteriormente in silenzio, fingendo di occuparsi d'altro, e tu Ministro degli Esteri venuto dal mondo diversamente pensante, osteggiante il malefico politicare ad minchiam guardante introiti e rapporti commerciali, si proprio tu Luigino, cosa stai cogitando in merito? 

Giulio è stato torturato ed assassinato da torturatori ed assassini egiziani! Vogliamo porre fine a questa vergogna, vogliamo alzare i toni dello scontro, vogliamo dire a quel bastardo osannato recentemente dal Nipotino gallico con tanto di accoglienza da capo di stato, che noi lo riteniamo responsabile dell'omicidio, che i rapporti commerciali se li possono mettere nel culo e che sino a quando non sarà fatta giustizia con i boia in galera per sempre, noi italiani e connazionali di Giulio, perseguiremo la linea della fermezza, non ci arresteremo davanti a nulla, provocheremo un sacrosanto conflitto diplomatico, rinvigoriremo azioni politiche, istituiremo delle commissioni internazionali facenti luce sul massacro, non piegheremo la testa davanti a nulla, perché siamo desti, fieri di appartenere alla nostra nazione, che esige il rispetto delle convenzioni internazionali, che protegge i suoi figli nel mondo, che si adopera costantemente affinché gli italiani siano rispettati ovunque? 

Che aspettiamo? La vergogna è alle porte, strombazza, dileggia, infanga la memoria di Giulio Regeni! Orsù dunque, destatevi rammolliti ed imbolsiti dalle manfrine di palazzo! 

Ciao Giulio!


Per loro

 Nella campagna fredda, uggiosa e nebbiosa di questi tempi, abbiamo smarrito molte perle di antico valore, tramandateci dagli antichi padri: abbiamo perso quel senso conviviale di appartenenza, di genia, d'infatuazione per i ricordi, le narrazioni al camino di chi, più avanti di noi, trasferiva secondo natura le convinzioni plasmate a certezze, i consigli, le tradizioni. Abbiamo modellato invece una società ad uso e consumo degli operosi, dei connessi perpetui, tanto concentrati da dimenticare costantemente che nel breve, riferito alla giostra universale, coloro che oggi sono frenetici diverranno gli stantii appoggiati alle tante "ville serene" preambolo di ciò che verrà, per tutti, ignavi compresi.

Abbiamo smarrito il senso semplice e naturale della logicità vitale al punto che, nel bastardo pandemico, snaturiamo noi stessi, arrivando a sentirci sollevati per il fatto che ieri se ne siano andati solo (solo - solo) ottocentottantasette nostri compagni e compagne di viaggio, con le loro storie, le loro gioie, le lotte, i rammarichi, le sofferenze, le conquiste, le cadute e le ricadute tipiche della specie; lo smarrimento raggiunge l'inimmaginabile nella frase bignami dei laidi tempi "ma erano quasi tutti ultraottantenni" come se ciò costituisse una colpa, un'avversità, una dabbenaggine, un rimprovero.
Abbiamo smarrito noi stessi nel liofilizzare le vite degli ottuagenari colpevoli di essere in prossimità del capolinea e per questo recettori della nostra freddezza, del "così va il mondo", del "cosa vivevano a fare" - tragica cartina tornasole della glaciale inutilità aggredente "solo gli altri", una volta idonei al "circolo Arci" con briscola e cappello di default.
Abbiamo smarrito quella sana arsura nell'ascoltare chi ha molto camminato sui calendari, le confidenze tipiche come "la foglia del formenton una volta serviva per pulire i pettini", ci siamo lasciati convincere della nocività insita nelle perdite di tempo, nella pericolosità del ciarlare ad minchiam, dell'ascoltare, acerrimo nemico del tanto glamour "piegare il capo, ingobbirsi e scorrazzare polpastrelli sul vetro dello smart"
Abbiamo smarrito noi stessi nel dimenticarci di loro, nel gioire impercettibilmente e privatamente gustando dei prospetti sulle curve d'età propinatici pedissequamente in ogni dove mediatico, senza inoltrarci nei meandri delle storie, senza combattere l'apatia del cuore, l'indifferenza, l'abitudine.
Se non avessimo smarrito quanto sopra, neppure lontanamente ci sogneremmo oggi di contrastare il "sopruso" impostoci dall'alto, ostacolante il far festa secondo i canoni rigidi del sovrano attualmente regnante, Messer Consumo. No, se non avessimo perso molto per strada, oggi ci accontenteremmo di un brindisi soffuso e di qualche fetta imbiancata, come narravano al focolare gli ottocentottantasette di ieri: quando manca qualcuno, è sempre arduo far festa comandata.

M'inchino, imparando

 

Leggere le parole di Federica Cappelletti, moglie di Paolo Rossi, mi emozionano oltremodo, donandomi una visione e un moto del cuore, assieme allo stupore e alla consapevolezza che portano ad esclamare "ah, ma allora esiste davvero!" 

 

Io e mio marito Paolo, il nostro Amore assoluto Per dirlo alle bimbe ho acceso la tv: ecco chi era
Mi manca come l’aria adesso: dopo di lui posso soltanto sopravvivere. In ospedale voleva sempre sentire la mia mano accanto a sé

 

di Federica Cappelletti 

 

Paolo per me è l’Amore. La prima senzazione, restando senza di lui, è che mi manchi anche l’aria. Perché noi ci respiravamo, anche. È veramente difficile pensare di vivere una vita normale. Perché dopo Paolo si può solo sopravvivere. Ma la vita va avanti, nonostante tutto. E io ho la grande responsabilità di crescere le nostre due bambine, con quello stesso Amore che loro rappresentano al meglio. Le crescerò con i suoi principi, i suoi valori che sono fari nel buio. Mi farò forza, tutta quella che troverò, e porterò avanti, con la determinazione di sempre, tutti i progetti cominciati insieme. In questi mesi il nostro Amore è cresciuto ancora. Ho apprezzato la differenza nel raggiungere un’intimità profonda, della quale dubitavo l’esistenza. Toccare con mano le fragilità è stata un’esperienza di consapevolezza della grandezza del nostro Amore. Provavo emozione anche solo a sfiorarlo, a curare una ferita. Per lui era lo stesso: aveva bisogno di tenermi la mano, quando venivo via dall’ospedale, anche solo per farmi una doccia, mi chiamavano le infermiere chiedendo che tornassi perché lui stava cercando la mia mano. «Fede Fede Fede», sento la sua voce che mi chiama. È qui, dentro e fuori di me. Una cosa veramente grande, tanto grande che forse tutte le parole non sono abbastanza. Sì, un amore forte forte forte. Insieme abbiamo affrontato la malattia, io e lui per scelta. Senza nessun altro. Nononstante gli amici più cari si fossero fatti avanti, abbiamo deciso di farlo da soli. Anche perché c’erano le premesse per tornare a stare bene. Niente poteva far presagire tutto quello che poi è stato, per un destino, per un caso, perché la vita non si sa mai quale strada sceglie per noi. Un attimo prima che scoppiasse la pandemia avevo organizzato a sorpresa la nostra festa: ci siamo risposati nel decimo anniversario delle nostre nozze, a marzo di quest’anno. Alle Maldive. Ho organizzato tutto senza che lui scoprisse nulla. Io non so spiegarmi perché, ma sentivo che dovevo fare questa cosa per celebrare il nostro Amore, rendergli onore. Ed è stato bellissimo. Paolo mi ha insegnato tanto. La semplicità delle cose, l’umiltà. Lui mi diceva sempre che essere grandi significa sapersi relazionare con tutti, non solo con i potenti ma anche con le persone che incontri sotto casa. Donandosi. Paolo mi ha insegnato tanto. Principi e valori sani. Paolo era veramente tanto, era tutto. Intelligenza, generosità, spirito di sacrificio, bontà di un cuore grande. E io sono felice e grata di tutto quello che mi ha dato. Ieri mattina, quando ho dovuto dire questa cosa alle bambine, ho acceso tutti i televisori e ho fatto partire le immagini sui telefonini. Chiedendo loro di guardare: questa è la grandezza e la semplicità di vostro padre. Loro lo hanno conosciuto come una persona normale. Per loro era il papà, non un fenomeno. Era babbo Paolo e non Pablito campione del mondo. Noi ci siamo conosciuti nel 2003. Ci siamo avvicinati piano piano. Ho capito che era Amore vero quando per lui ho lasciato tutto. Ho mollato la mia città, la mia famiglia, il mio lavoro, anche con un certo stupore ho scoperto la felicità di fare tutto senza sentirne il peso. Questo si fa solo se c’è Amore. Questo ultimo periodo, così difficile, è stata l’ennesima dimostrazione dei nostri sentimenti reciproci. Siamo stati per mesi chiusi in casa, da soli, io e lui. Abbiamo mandato le bambine al mare, con la famiglia, con gli amici. Non l’ho lasciato solo mai. Sempre con lui, noi due. Lui ha vissuto sempre con l’ottimismo nel cuore. Convinto che sarebbe tornato a fare le sue cose di sempre, fino all’altroieri. Le condizioni per tornare in piena salute c’erano. Era cominciato tutto con un dolore alla schiena. Il controllo. L’intervento per asportare il nodulino al polmone. Tutto era andato bene. Poi, a un certo punto, è cominciata una serie di cose accidentali che nulla c’entravano con l’origine della sua malattia. Ossa rotte, cadute, forse dovute alla fragilità del suo fisico che si era indebolito. Io non ricordo il campione Pablito, ma il campione del mio cuore. Vengo da una famiglia di grandi sportivi, ma io ho imparato a conoscere Paolo, anche sotto l’aspetto sportivo, da quando ci siamo incontrati. Stando con lui, vivendo il suo ambiente. Prima non avevo la percezione di quello che lui aveva fatto, l’ho vissuto nei suoi racconti. È stato un campione del cuore, una cosa che va oltre la grandezza atletica. Per entrambi è stato Amore vero, talmente forte che ci ha dato la forza di affrontare tutto, scegliere di investire sulla famiglia, di fare due bambine anche se lui non aveva vent’anni. Un Amore speciale vive ogni cosa, anche la più semplice, come fosse la più bella del mondo.