sabato 28 novembre 2020

Recordare a volte non aiuta

 

Impegnati come siamo a gestire il pandemico, non c'accorgiamo quasi di notizie come questa incutenti scoraggiamenti, delusioni e convinzioni. 

Mentre l'italia sta ansimando per ottenere 240 miliardi dall'Europa, in grado di rinvigorire economia e sviluppo, tale Roberto Recordare, gestore dal 1994 del gruppo Golem, tra l'altro con 800 clienti tra la Pubblica Amministrazione, pare, la conferma arriva da una conversazione intercettata nel 2017 con una sua consulente, pare controlli ed abbia in portafoglio qualcosa come 500 miliardi di euro, un immenso lavatoio al servizio di camorra, gli Iarunese di Casal di Principe, di mafia, di 'nrangheta come i Galiostro e gli Alvaro.

Cinquecento miliardi frutto di droga, pizzi e altro rumentario sociale, cinquecento miliardi da ripulire e fare rientrare attraverso carte di credito intestate a prestanomi, vedasi quella intestata ad un lituano di 32 anni, emessa dal gigante bancario Barclays che nell'agosto 2017 aveva un saldo di 2 miliardi di euro, o attraverso certificati di fondi d'investimento, come quello da 36 miliardi depositato presso la banca centrale di Danimarca. 

Quindi non sono ciarle pensare che il nascosto supera di gran lunga l'economia ufficiale. Il giro della malavita organizzata mondiale è immenso, incontrollabile, supportato da stati e banche canaglie, sperdute in paradisi off shore, giri infiniti di denaro passanti per Corea, Tagikistan, Malesia, Penisola Arabica, Cipro, Hong Kong, Afghanistan, Croazia, Bulgaria, Tunisia. 

A Dubai Recordare gestisce due grattacieli di proprietà di calabresi, e diversi conti correnti di capacità infinita. 

Insomma: la potenza di fuoco di Recordare è immensa, il giro di soldi sporchi tendente ad infinito, con tutti i supporti del caso di funzionari, impiegati, banche, società di comodo. Tutto ha un suo prezzo, tutto può essere amministrato con compiacenti gaglioffi. Viene a galla quasi la convinzione di essere inermi ed impotenti di fronte a questo tremebondo sistema economico retto e supportato da denari frutto di delitti. E sicuramente quello che è emerso non è che la punta di uno stratosferico iceberg nascosto ai più, ma in grado di determinare scelte politiche di pupazzi animati a gettone, che media compiacenti ci presentano invece come persone in grado di gestire il bene pubblico internazionale. 

Non è così e lo sappiamo bene. Ciò che non si vede è il motore silenzioso e volano dell'economia mondiale, intossicata e ferita probabilmente mortalmente dai tanti Recordare in giro per il mondo, impomatati, profumati e perché no: molto devoti alla statua di turno.      

venerdì 27 novembre 2020

Facci amoci del male!

 Ma si dai, perché no?

Facci (Facci!) che dice la sua sulla virologa Ilaria Capua!
ECCO LA VIROLOGA SENZA CAPUA NÉ CODA
Dice tutto e il suo contrario, ha persino lanciato l’allarme sui vaccinati che possono infettare. Ma le tv fanno a gara per ospitarla
di Filippo Facci
Nell’album delle figurine televisive dei virologi, all’inizio, la figurina di Ilaria Capua era ricercatissima. Quest’estate per un’Ilaria Capua ti davano addirittura tre Roberto Burioni, e c’è chi, per un’Ilaria, ha offerto 4 Bassetti, 19 Zangrillo e 22 Crisanti. Tanto l’album non lo finisce nessuno, anche perché, per finire l’assurda collezione, occorrerebbe al minimo vaccinarsi. Il problema, tornando alla Capua, sono le maldestre regole di mercato dell’opinionismo: siccome c’era penuria, hanno ristampato una quantità spropositata di Capua che non solo non si è opposta, ma ha accettato di proliferare anche perché si divertiva un casino.
Sapeva che tanto un giorno sarebbe finita e allora ha deciso di esagerare, soprattutto dal momento che La7 la paga ogni volta 2000 euro più Iva per un intervento di dieci minuti che non può sforare, altrimenti il costo sale: altro che problemi di collegamento col satellite, altro che Burioni col suo gettone di presenza da Fabio Fazio. Ora però c’è il rischio inflazione, anche perché alla Capua ormai mancano solo le ricette di cucina e poi ha parlato di qualsiasi cosa, ovviamente in maniera incoerente ma pur sempre in tv, dove le parole esistono solo nel transitorio e domattina puoi dire il contrario di quello che hai detto oggi e non se ne accorge nessuno.

LE COLLEGHE
Nell’era della smaccata demeritocrazia – dove troneggia, inarrivabile, il profilo sedato di Domenico Arcuri – nessuno ricorda che per esempio la scienziata del Fatto Quotidiano, Maria Rita Gismondi, assurse alle cronache per una solenne cazzata («si è scambiata un’infezione appena più seria di un’influenza per una pandemia», 23 febbraio) con il seguente risultato: ha coerentemente ottenuto una rubrica fissa su Il Fatto Quotidiano e hanno arruolato pure lei nel canaio televisivo, benché semplice biologa. Indovinate con chi aveva litigato? Con Burioni. E Ilaria Capua che peraltro è ufficialmente una veterinaria? Lei aveva detto, da principio: «il Covid è una forma simil influenzale, usiamo il cervello prima di diffondere notizie allarmistiche». Beh, ma era chiaramente un’esperta: e tutte le tv a inseguirla. Non che da queste parti ce l’abbiamo con lei, anzi, come altri siamo vittime della misteriosa aura «familiare» che circonda Ilaria Capua. Perché è il suo segreto: la sensazione, nostra e di noi tutti, d’averla già vista da qualche parte. In una farmacia del centro, scostante e distaccata, abbronzata perché nel weekend va sempre via. O forse no, era la direttrice di quella collana di Feltrinelli, o la direttrice di quella costosa scuola bilingue. Il tono è polivalente ma resta quello della professoressa che con tonalità didascaliche e manualistiche ci impartisce ogni volta lezioni, soprattutto moniti: «Vorrei ricordare che siamo in mezzo a una pandemia», «mettiamoci questa benedetta mascherina», «non tutti si sono comportati bene», «smettiamola di autofustigarci, facciamo invece convergere forze». Gli interventi sono continui inviti alla responsabilità del singolo.
Dapprima piaceva a tutti anche perché sembrava disposta a dire ciò che il pubblico forse non vuole sentirsi dire, in seguito è sorto il sospetto che tra le cose che il pubblico non voglia sentirsi dire ci siano anche le cazzate.
Ieri questa impressione aleggiava nell’aria. Sul social Twitter, Ilaria Capua poneva dubbi non da poco: «In generale», si è chiesta, «se una persona vaccinata contro la malattia X entrasse in contatto con il virus X si ammalerebbe di X? No. Ma in generale», si è chiesta ancora, «la stessa persona vaccinata ed esposta al contagio X potrebbe trasmettere virus X ad una persona non vaccinata? Sì», risponde la professoressa Capua, già direttrice dell’UF One Health Center dell’Università della Florida. Chiaro? No. Tanto che il professor Roberto Burioni ha replicato sempre su Twitter: «Se la malattia X e relativo vaccino fossero morbillo, rosolia, parotite o varicella - e qui mi fermo, ma la lista è lunga - la risposta sarebbe no», capovolge il virologo, «chi è vaccinato non può essere infettato e non può trasmettere la malattia». Bene, ma nel caso del Covid-19? «Ovviamente non lo sappiamo, ma è molto raro che un vaccino efficace non diminuisca (nel periodo di efficacia) anche la trasmissione. Al momento non me ne viene in mente neppure uno». Era l’inizio di un bisticcio professorale? No, era la perpetuazione di altre frasi lapidarie pronunciate dalla Capua a cui però, in genere, non si danno risposte puntuali.

GLI AFORISMI DI ILARIA
In qualsiasi caso lei non molla la postazione: «Sono in lockdown volontario, non mi voglio ammalare, non me lo posso permettere, anche come immagine. Devo dimostrare che questo virus posso tenerlo a bada, infatti non esco da molto tempo, faccio solo una passeggiata per sgranchirmi le gambe. Sono tornata negli States lo scorso 7 agosto, da lì ad oggi sarò uscita 20 volte in tutto», ha spiegato lo scorso 12 novembre. Non potersi ammalare per questioni di immagine: i medici che si fanno il mazzo in trincea (corsia) per fortuna questo problema non ce l’hanno, e possono accoratamente ammalarsi. Poi, in ordine sparso, Ilaria Capua: «Per fare i vaccini si potrebbero usare i cinema… sarebbe l’occasione per far incontrare virtuosamente due settori sostanzialmente disgiunti, paralleli e indipendenti: la sanità pubblica e l’intrattenimento». Ma non c’è già lei, per questo? Ancora Ilaria Capua: «Ha fatto più Berlusconi con il suo esempio impeccabile e responsabile che tanti altri con tante troppe parole». Un’autocritica? Sempre Ilaria Capua: «Anche le persone che prendono il virus in forma lieve possono avere delle conseguenze a lungo termine. Il Covid lascia delle cicatrici sul cuore o sui muscoli». Quasi poetico. Ilaria Capua: «Un vaccino anzitutto non c’è; secondo, non abbiamo certezza che quelli in sviluppo siano efficaci; terzo, non sappiamo se l’eventuale efficacia sia raggiungibile con una dose o se ce ne vorranno di più». Incoraggiante: ma lei, probabilmente, da Gainesville, capisce tutte queste cose. Ilaria Capua: «In Italia quest’estate portavo sempre la mascherina: mi è scoppiata una sinusite che secondo me era da mascherina, e che mi ha fatto venire una fortissima emicrania». Duemila euro per dieci minuti. Ilaria Capua: «Il problema Covid non lo risolveranno i politici, ma i singoli individui che si sentono parte di una collettività». Con applauso incorporato: forse avrà preteso un’extra. Ilaria Capua, e qui mettiamo la data perché era il 30 settembre scorso: «Se guardiamo ai numeri fuori dall’Italia, possiamo dire che abbiamo fatto un buon lavoro: quello che si vede oggi è il riflesso di come ci siamo comportati un mese fa». Avevamo altre cinque perle, ma lo spazio è finito.

giovedì 26 novembre 2020

Gianni Minà


È stato il suo amico giornalista. Giusto che parli lui

“A DIEGO"

di Gianni Minà

Con Maradona il mio rapporto è stato sempre molto franco. 
Io rispettavo il campione, il genio del pallone, ma anche l’uomo, sul quale sapevo di non avere alcun diritto, solo perché lui era
un personaggio pubblico e io un giornalista. 
Per questo credo lui abbia sempre rispettato anche i miei diritti e la mia esigenza, a volte, di proporgli domande scabrose.

So che la comunicazione moderna spesso crede di poter disporre di un campione, di un artista soltanto perché la sua fama lo obbligherebbe a dire sempre di sì alle presunte esigenze
giornalistiche e commerciali dell’industria dei media. 
Maradona, che ha spesso rifiutato questa logica ambigua, è stato tante volte criminalizzato. 

Una sorte che non è toccata invece, per esempio, a Platini, che come Diego ha detto sempre no a questa arroganza del giornalismo moderno, ma ha avuto l’accortezza di non farlo brutalmente, muro contro muro, bensì annunciando, magari con un sorriso sarcastico, al cronista prepotente o pettegolo “dopo quello che hai scritto oggi, sei squalificato per sei mesi. Torna da me al compimento di questo tempo.”
Era sicuro, l’ironico francese, che non solo il suo interlocutore assalito dall’imbarazzo non avrebbe replicato, ma che la Juventus lo avrebbe protetto da qualunque successiva polemica. 

A Maradona questa tutela a Napoli non è stata concessa, anzi, per tentare di non pagargli gli ultimi due anni di contratto, malgrado le tante vittorie che aveva regalato in pochi anni agli azzurri, nel
1991 gli fu preparata una bella trappola nelle operazioni antidoping successive a una partita con il Bari, in modo che fosse costretto ad andarsene dall’ Italia rapidamente. 
Eppure nessuno, né il presidente Ferlaino, né i suoi compagni (che per questo ancora adesso lo adorano) né i giornalisti,
né il pubblico di Napoli, hanno mai avuto motivo di dubitare della lealtà di Diego.

Io, in questo breve ricordo, a conferma di questa affermazione, voglio segnalare un semplice episodio riguardante il nostro rapporto di reciproco rispetto.
Per i Mondiali del ’90, con l’aiuto del direttore di Rai Uno Carlo Fuscagni, mi ero ritagliato uno spazio la notte, dopo l’ultimo telegiornale, dove proponevo ritratti o testimonianze dell’evento
in corso, al di fuori delle solite banalità tecniche o tattiche. Questa piccola trasmissione intitolata “Zona Cesarini”, aveva suscitato però il fastidio dei giovani cronisti d’assalto (diciamo così...) che
occupavano, in quella stagione, senza smalto, tutto lo spazio possibile ad ogni ora del giorno e della notte. La circostanza non era sfuggita a Maradona ed era stata sufficiente per avere tutta la sua simpatia e collaborazione.
Così, nel pomeriggio prima della semifinale Argentina-Italia, allo stadio di Fuorigrotta di Napoli, davanti a un pubblico diviso fra l’amore per la nostra nazionale e la passione per lui, Diego,
mi promise per telefono: “Comunque vada verrò al tuo microfono a darti il mio commento. E tengo a precisare, solo al tuo microfono.”

La partita andò come tutti sanno. Gol di Schillaci e pareggio di Caniggia per un’uscita un po’ avventata di Zenga. 
Poi supplementari e calci di rigore con l’ultimo, quello fondamentale, messo a segno proprio da quello che i napoletani chiamavano ormai “Isso”, cioè Lui, il Dio del pallone. 
L’atmosfera rifletteva un grande disagio. Maradona, per la seconda volta in quattro anni, aveva riportato un’Argentina peggiore di quella del Messico, alla finale di un Mondiale che la Germania, qualche giorno dopo, gli avrebbe sottratto per un rigore regalato dall’arbitro messicano Codesal, genero del vicepresidente della Fifa Guillermo Cañedo, sodale di Havelange, il presidente brasiliano del massimo ente calcistico, che non avrebbe sopportato due vittorie di seguito dell’Argentina, durante l’ultima parte della sua gestione.

C’erano tutte le possibilità, quindi, che Maradona disertasse l’appuntamento. E invece non avevo fatto a tempo a scendere negli spogliatoi, che dall’enorme porta che divideva gli stanzoni
delle docce dalle salette delle tv, comparve, in tenuta da gioco, sporco di fango e erba, Diego, che chiedeva di me, dribblando perfino i colleghi argentini. C’era, è vero, nel suo sguardo,
un’espressione un po’ ironica di sfida e di rivalsa verso un ambiente che in quel Mondiale, non gli aveva perdonato nulla, ma c’era anche il suo culto per la lealtà che, per esempio, lo aveva fatto
espellere dal campo solo un paio di volte in quasi vent’anni di calcio.

Cominciammo l’intervista, la più ambita al mondo in quel momento, da qualunque network.
Era un programma registrato che doveva andare in onda mezz’ora dopo, perché più di trent’anni di Rai non mi avevano fatto “meritare” l’onore della diretta, concessa invece al cicaleggio più inutile.
Ma a metà del lavoro eravamo stati interrotti brutalmente non tanto da Galeazzi (al quale per l’incombente tg Diego concesse un paio di battute) ma da alcuni di quei cronisti d’assalto che già
giudicavano la Rai cosa propria e che pur avendo una postazione vicina ai pullman delle squadre, volevano accaparrarsi anche quella dove io stavo intervistando Maradona. El Pibe de Oro fu
tranciante: “Sono qui per parlare con Minà. Sono d’accordo con lui da ieri. Se avete bisogno di me prendete contatto con l’ufficio stampa della Nazionale argentina. Se ci sarà tempo vi accorderemo qualche minuto.” Aspettò in piedi, vicino a me, che terminasse l’intervista con un impavido dirigente del calcio italiano, disposto a parlare in quella serata di desolazione, poi si risedette, battemmo un nuovo ciak e terminammo il nostro dialogo interrotto. Quella testimonianza speciale, di circa venti minuti, fu richiesta anche dai colleghi argentini, e andò in onda (riannodate le due parti) dopo il telegiornale della notte. 
Fu un’intervista unica e giornalisticamente irripetibile, solo per l’abitudine di Diego Maradona a mantenere le parole date.

Lo stesso aveva fatto per i Mondiali americani del ’94 quando aveva accettato per due volte di ritornare all’attività agonistica in nazionale prima per assicurare la partecipazione alla querida
Argentina nel match di spareggio contro l’Australia e poi giocando tre partite all’inizio dei Mondiali stessi, prima che lo fermassero. Eppure, val la pena ricordarlo, nel momento in cui, con un'accusa
ridicola era stato sospeso per doping dopo le prime due partite. 

La Federazione del suo amato paese non aveva mandato nemmeno un avvocato a respingere legalmente l’imputazione che non stava in piedi: “Hanno preferito trafiggere con un coltello il cuore di un bambino” aveva commentato Fernando Signorini, il suo allenatore e consigliere, quando la mattina dopo ci eravamo incontrati.
L’intervista da un motel dove aveva soggiornato con i parenti l’avevo ottenuta io. I giapponesi l’avevano mandata in diretta e i francesi in differita, un po’ di ore dopo, non credendola
possibile.
Così, insomma, questo modo di comportarsi da grande e da piccino lo ha portato a superare ogni avversità e pericoli - anche quelli che sembravano impossibili - della sua esistenza. 
Dalla polvere di Villa Fiorito, nella provincia di Buenos Aires, dove è cominciata la sua avventura di più grande calciatore mai nato alla militanza politica nei partiti progressisti latinoamericani per i quali
ha dato molte volte la propria faccia. 

Nessun calciatore è mai arrivato a tanto.

Diego, per una ironia del destino, se n’è andato da questo mondo lo stesso giorno di un altro gigante, Fidel Castro. 

Alla fine li rimpiangeremo, come succede a chi ha lasciato una traccia indelebile nel gioco del calcio e della vita. 

E ora silenzio. 

Il suo prezzo al mondo del pallone lo ha pagato da tempo”.

Gianni Minà

Continuano

 


L'Amaca

 Se fossi napoletano

di Michele Serra
Incredibile quanta gente piange, in televisione, sul web, al telefono, in giro per il mondo intero. Piangono i conduttori e i giornalisti, piange chi per lavoro spesso specula sul pianto degli altri, e ora alla telecamera offre, finalmente, il suo. Perfino il vizio retorico tipico dell’informazione annega e scompare, nel mare di lacrime che accompagna Maradona nell’oltretomba. Le lacrime non hanno la grevità o la banalità delle parole, le lacrime sono il corpo umano che parla per conto suo, senza bisogno di articolare parole. Per un giocatore di pallone? Beh certo, per un giocatore di pallone, lo sport è stato inventato apposta per dare vita materiale ai nostri sogni, al bisogno di eroi, di dei (nel senso greco), di gesti perfetti, di imprese ammirevoli, di vittoria che ci redime dalla mediocrità, dall’affanno, dalle miserie, e costruisce la nostra epica di massa. Diego come Ettore, Achille, Enea? Beh certo, Diego come Ettore, Achille, Enea. Tanto più perché era nato disgraziato, “in un posto dove non c’è nulla, ci sono stato e non c’è nulla”, dice un giornalista (bravo) con gli occhi rossi. Un povero che diventa un dio, non è abbastanza per farne un’icona planetaria, non è abbastanza per dire, come dice un bravo telecronista, piangendo, “lui ci sarà per sempre”?
Non fatevi troppe domande, voi che non amate il calcio o non lo capite, ed è vostro diritto. Perdonate a cinque o sei miliardi di persone questo dolore così semplice, così unanime, così grande. Se fossi argentino avrei pianto tutta la notte, se fossi napoletano piangerei ancora adesso.

mercoledì 25 novembre 2020

Addio Genio!





Se ne è andato il più grande!
Ogni sport ha avuto il suo numero uno indiscusso. Chi non concepiva la boxe, nel vedere Muhammad Alì esternava stupore, meraviglia per la farfalla danzante sul ring con arte strabiliante, unica irripetibile. E così Coppi nel ciclismo, Schumacher in F1, Lewis e via andare. Nel calcio furoreggiò Pelé, anch’egli inimitabile, irripetibile. Ma da quando scese in campo “Isso”, come lo chiamavano i partenopei, tutti i paragoni s’affievolirono, i dubbi pure, perché ciò che quel Sinistro tramutato in lampada del Genio compì nei campi verdi del globo, nessuno mai fece e probabilmente farà in futuro. E forse la Bellezza nel vederlo oramai tramutarsi in macchietta ha deciso di portarlo con sé, nei prati smeraldati dove la storia lascia il passo alla Leggenda. Ciao Diego!

Paolo l'anticipatore

 


Se ne è andato prematuramente, sconfitto da un brutto male, a 54 anni Paolo Gabriele, ex maggiordomo di Papa Benedetto XVI, l'Anticipatore, il Confermatore di quanto uomini e donne di buona volontà sospettavano da tempo immemore, che cioè "là dentro" vi fosse tutto, ma propio tutto, meno quello che sepolcri imbiancati ma pur sempre paonazzi, professavano a copione.
Paolo fu quindi colui che materializzò il pensiero comune, di pochi, quel "ma allora era tutto vero!" per cui un domani, probabilmente e in un'ottica squisitamente di fede, comprenderemo appieno, soprattutto il perché del mancato arrivo di un potente meteorite spazzante ricchi epuloni, lavatrici di soldi mafiosi, tresche adescanti inermi, affaracci della malora e demoniaci, frullati di paraventi ad uso e consumo del popolino, che siamo anche noi.
Se è pur vero che Paoletto, lo chiamavano così, tradì la fiducia del Papa, lo fece solo ed esclusivamente perché, a suo modo, disse tra l'altro un giorno di essere "un infiltrato dello Spirito Santo", credeva fortemente in quello che professava e il veder attorno a sé quella cianfrusaglia di omuncoli interessati al bisso e alla carriera, lo indusse a lasciar tutti i privilegi che il suo incarico gli elargiva, per piombare nel nulla assoluto, pur avendo moglie e tre figli.
Papa Benedetto in seguito lo perdonò e Francesco gli fece riavere un lavoro, svolto sempre in silenzio e lontano dalla ribalta (se per esempio avesse deciso di scrivere un libro, quanto avrebbe incassato?)
Lo trattarono da Corvo, spostando l'attenzione sul solito dito, per sviare ai molti quella luna puttanaio di infinite malefatte per cui, spero, sarà per molti pianto e stridore di denti.
Col senno di poi se Paoletto non avesse fatto quel che fece, probabilmente saremmo tutt'ora nel regno di papa Scola, col Formiga e i fabbricanti ciellini ad imporre moralità ed affarismi a tutto il globo terraqueo, con paraventi sempre più giganti dietro cui le eminenze goderecce su terrazze infinite, perseguirebbero ancora le loro laide tresche corroborate da pateregloria ed incenso a piene mani, stordente stolti dormienti.
Per fortuna dall'agire di Paoletto è arrivato l'Argentino saldo e caparbio, in grado di scacciare i tanti, troppi, mercanti dal tempio.
Riposa in pace Paoletto e soprattutto, chissenefrega di quello che diranno molti, il sì sia sì e il no, no, come raccomanda il Principale: grazie!