Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
mercoledì 19 giugno 2019
In effetti...
Articolo molto interessante
Un
Paese senza Occidente
di Ezio Mauro
Un’investitura ottenuta l’altro
ieri dal vicepresidente Pence e dal Segretario di Stato Pompeo, in quella che a
prima vista potrebbe sembrare una delle tante visite ad limina
compiute nei decenni a Washington dagli aspiranti premier in Italia.
Dopo un anno di governo in cui il Paese ha galleggiato confusamente dentro
una geografia immaginaria, trasformando il Mediterraneo in un mare ostile
veicolo d’invasione, rompendo con i partner tradizionalmente più vicini,
polemizzando con la Francia di Macron, attaccando la Germania della Merkel,
iscrivendosi come junior partner al gruppo di Visegrad, è sicuramente
importante che il vicepresidente del Consiglio – nel momento della sua massima
forza – abbia riscoperto il rapporto con Washington, registrando il baricentro
della nostra politica estera.
Ma in realtà la vera identità con cui Salvini è arrivato in America è
quella di uomo nuovo di una nuova destra italiana, che fa piazza pulita non
solo delle ragnatele democristiane appese al soffitto della Prima Repubblica,
ma anche della stagione berlusconiana, con la sua interpretazione cesarista e
privatistica di una destra che pure il Cavaliere era stato capace non soltanto
di raccogliere e impersonare, ma di evocare, suscitandola con una mutazione
alchemica del moderatismo italiano.
Quei mondi sono finiti. E Salvini è andato a Washington come ambasciatore
del nuovo mondo, anzi come leader in pectore
dell’ultradestra europea. Che non avendo ricevuto dal voto europeo quel
consenso su cui puntava per rovesciare gli equilibri della Ue, cerca ora un
sostegno esterno chiedendo alla Casa Bianca una copertura imperiale e una
licenza continentale del trumpismo, da spendere a casa nostra col marchio d’origine
controllata: dal taglio delle tasse al blocco dell’immigrazione, fino
all’ultimo esperimento che filtra i migranti da far entrare in base al talento
professionale e alle qualifiche tecniche, discriminando definitivamente i più
sfortunati tra i disperati. In cambio, da oggi Salvini si mette a disposizione
di Trump (trascinando con sé l’Italia in questa missione contronatura per un
Paese fondatore dell’Unione) come grimaldello per far saltare le porte di
Bruxelles e Strasburgo, scassinando la Ue, nella speranza di svuotarla
rendendola inutile, o almeno di condizionarla dall’interno fino a paralizzarla.
L’Italia, purtroppo, come piede di porco per manomettere la costruzione
europea, su mandato tacito della Casa Bianca. Anche se l’incontro di lunedì ha certificato
che non c’è bisogno di nessun mandato. I nemici sono comuni, gli obiettivi
congiunti, la strategia è la stessa.
Dunque guerra allo «strapotere» (come l’ha chiamato in America Salvini)
franco-tedesco, pieno appoggio alla Brexit, anzi pieno sostegno all’uscita hard
promessa da Boris Johnson, attacco concordato e condiviso alle Nazioni
Unite con minaccia di tagliare i fondi per le iniziative umanitarie.
Tra i bersagli delle sopravvivenze occidentali manca solo la Nato, ma
arriverà. Intanto c’è la Bce, con Mario Draghi criticato ieri direttamente da
Trump (dopo gli attacchi del passato di Salvini) perché il suo annuncio di
possibili misure di sostegno a un’economia che non decolla incide sul cambio e
dunque «rende ingiustamente più facile la competizione dell’Europa con gli
Stati Uniti». In casi come questo, dove sta il governo dopo le strette di mano
americane di Salvini? Con Draghi che sostenendo l’economia europea aiuta
l’Italia, o con Trump che vuole fermare l’aiuto della Bce alle esportazioni, danneggiando
il nostro Paese? Com’è successo spesso, la foto-opportunity davanti alla Casa
Bianca illude i leader italiani in pellegrinaggio di essere i migliori amici
dell’amministrazione americana, e Salvini si è spinto addirittura a un
rovesciamento copernicano, sostenendo che l’Italia è «un punto di riferimento»
per gli Stati Uniti davanti alla fragilità europea, il Paese a cui
l’amministrazione Usa «si sente più vicina» in una comunanza «valoriale»,
«l’alternativa» al tandem che ha guidato fin qui l’Europa, da Parigi e da
Berlino. Come si può vedere, dunque, siamo davanti a un’intesa ideologica ben
più che strategica. È il sovranismo che si cerca, si riconosce e si raccorda
tra le due sponde dell’Atlantico, destrutturando le alleanze tradizionali,
mutilando le organizzazioni internazionali, minando quelle costruzioni
sovrastatali politiche e istituzionali con cui tre generazioni nel dopoguerra
hanno cercato di realizzare un sistema capace di garantire insieme la pace, la
sicurezza e i diritti: per tornare al semplice rapporto di forza degli Stati
nazionali, liberi di cercare qua e là la tutela dei loro interessi, senza
un’idea, un’ambizione e una responsabilità dell’ordine globale dell’Occidente.
In fondo, non è un caso se proprio questa parola è mancata nel vertice di
Washington, perché è venuto meno il principio occidentale, sia per l’Italia sia
per l’America, si è dissolto il concetto, che pure fa parte della nostra
identità e dei nostri valori. Siamo diventati un Paese a-occidentale,
condizione sterile perfetta per neutralizzare o depotenziare i valori
liberal-democratici che sostanziano la democrazia in questa parte del mondo.
Tanto che ci si può inchinare a Washington mentre si flirta con Mosca. Trump in
questo è davvero il partner perfetto per Salvini, che si porta in tasca i
Cinque Stelle, appagati dal dividendo marginale della loro predicazione
gregaria anti-sistema. Un partner che suggerisce all’Italia un rapporto con
l’America saltando per la prima volta insieme l’Europa e l’Occidente. Prima o
poi si proverà a farci uscire dall’Europa. Per il momento accontentiamoci di
essere fuori dall’Occidente, senza un dibattito parlamentare, senza una
reazione nel Paese, senza una rotta. Senza che l’opposizione lo sappia.
Paragoni
Normale
Non stupiscono affatto le dichiarazioni di Giorgio Merletti, presidente di Confartigianato, che ha criticato il famigerato, per molti, salario minimo, 9 euro lordi all'ora.
«Siamo contrari a una misura negativa per le imprese e soprattutto per gli stessi lavoratori, i cui salari sarebbero schiacciati sulla soglia minima e perderebbero, insieme alla libera contrattazione, tutti i vantaggi che ne derivano, uno per tutti la bilateralità con i benefici relativi."
Ineccepibili le sue parole, dall'alto del suo scranno, che assurgono a prova certa e sicura sullo stravolgimento in corso da decenni sulla moralità nel mondo del lavoro.
Anche il reddito di cittadinanza concorre a rendere nitido il concetto formatosi negli anni, prima con la spinta all'off shore di Al Tappone nell'Era del Puttanesimo, successivamente con la devastazione dei diritti acquisiti, vedi articolo 18, per mano dell'Ebetino nell'Era del Ballismo.
Il pensiero comune, la normalità è che sia lecito corrispondere mance al posto di salari, incazzandosi pure se lo stato elargisca somme di denaro per salvaguardare la dignità umana e il cui importo, guarda a volte le coincidenze, supera le retribuzioni "normali" dei numerosissimi signorotti italici.
Calpestando la normalità, la socialità, uno come Merletti non compie nessun scempio di pensiero. Sono gli altri, noi, che preferiamo acchetarci a disonorare le lotte del passato. Facendo godere molti.
martedì 18 giugno 2019
Scanzi!
martedì 18/06/2019
Che mestizia i renziani tornati dalle catacombe
di Andrea Scanzi
Quando la mestizia del governo attuale raggiunge l’azimut, ricompare puntualmente una iattura socio-antropologica pronta a rammentarci come non ci sia limite al peggio. Tale iattura ha il nome di renzismo, insuperabile parossismo di masserizia politica. Il caso Lotti è di una tristezza accecante e lo è ancora di più se ricordiamo come, anche solo tre anni fa, “Lampadina” (sì, gli amici lo chiamano così: e già questo basterebbe) stava per avere pure la delega ai Servizi Segreti.
Detto che il caso Consip – come tutta la rumenta che ruota attorno al Csm – sono solo invenzioni di Marco Lillo, l’affaire Lotti a qualcosa sta servendo. Prima di tutto, a ribadire quanto sia aleatorio il concetto di “autosospensione”. In secondo luogo, a ribadire il fiero cipiglio da cernia disossata di Zingaretti. In terza e forse ultima istanza, a far uscire dai propri sepolcri quei turborenziani che fino a tre anni fa giganteggiavano, assai fieri del loro nulla, e ora pascolano malinconicamente da un talk antelucano all’altro. Poiché il renzismo è ontologica espressione del nulla, ha da sempre come proscenio preferito il social più inutile e sommamente stitico: cioè Twitter.
È lì che il turborenziano ama brucare e ancor più pasturare, mitragliando cinguettii lividi e intrisi di crassa insipienza culturale: la loro smisurata assenza di doti e neuroni non smette di affascinare. Prendiamo un giorno a caso tra i tanti possibili. Venerdì scorso. È Lotti a dare il via alle danze, con un tweet trasudante supercazzole. Nel suo misero politichese Lotti non dice nulla di nulla, ed è per questo che il primo a esaltarsi è Gentiloni: lui, col niente, ci farebbe anche i fumenti. “La decisione di Luca Lotti merita rispetto. Una decisione non facile che apprezzo perché presa nell’interesse delle istituzioni e del Pd”. Purtroppo il volemosebenismo di Gentiloni, che fa il paio col ponziopilatismo dell’ineffabile Zinga, non è da tutti condiviso. Carlo Calenda, che su Twitter ci vive per il puro gusto di mostrare muscoli che mai ha avuto né mai avrà, tuona dall’alto della sua autoproclamata rilevanza: “Quello di @LottiLuca non è affatto un comportamento normale. È al contrario inaccettabile da ogni punto di vista. A quale titolo e con quale scopo si concertano azioni riguardanti magistrati? Il Pd deve dirlo in modo molto più netto rispetto a quanto fatto fino ad ora”.
Qualcuno non concorda e lui allora risponde a tutti a manetta (non ha ancora smesso), dimostrando come il tempo libero (almeno quello) non gli manchi. Tale attacco calendico genera uno straziante effetto domino, perché a replicare al renzianissimo Carlo sono altri turborenziani: una sorta di scontro fratricida tra evanescenze mosce. Il dibattito è oltremodo rasoterra e non può quindi mancare Michele Anzaldi. Come sempre esiziale il suo contributo: “Calenda che attacca Lotti via twitter è lo stesso Calenda che organizzava cene tra i leader Pd contro le divisioni? Prima voleva ricucire, ora da neo eletto Pd polemizza ogni giorno con un collega di partito diverso. Basta qualche anticipazione di giornale per una condanna?”. Sarebbe già tutto più che sufficiente per deprimersi in eterno, ma domenica ad Assisi si son pure risentiti le Boschi e i Giachetti. Mestizia purissima. Va poi sottolineato come, dalle catacombe del renzismo vilipeso, sia addirittura ricomparso un ardito fiancheggiatore mediatico oggi decaduto: il mitologico scriba Mario Lavia. Egli è sempre stato affascinante per quel suo non dire mai nulla di rilevante, e almeno in questo non è cambiato: “Tutto quello che volete ma qui un parlamentare è stato spiato”. Parole in libertà e sinapsi crivellate sul nascere: spiace. Riavvolgendo il nastro di questa sconfortante puntata tuttora in onda di “Quando c’era lui”, laddove il “lui” è nessuno e cioè Renzi, si ha nuova contezza di come la politica odierna sia deprimente ma con lui fosse persino peggio. Così, ora che son tutti politicamente postumi in vita, alla Diversamente Lince di Rignano e ai suoi ameni giannizzeri non resta che l’unica cosa in cui eccellono sul serio: portare altre vagonate di voti a Salvini.
Mai Démodé
Basta seguire le parole del Poeta (Salta in piedi, Sancho, è tardi, non vorrai dormire ancora,
solo i cinici e i codardi non si svegliano all'aurora) per assistere al rito sbarazzino di coloro che, sfanculando etiche ed etichette, sganciano i loro rimasugli nei cestini pubblici, magari dopo aver manifestato la sera prima apprezzamento e compartecipazione per le varie Grete ed affini, o aver piagnucolato per qualche capidoglio spiaggiato ingolfato di plastica. Signore dal portamento altero aprono la borsa andando a canestro meglio di Magic Johnson, per poi acquistare quotidiani di cultura ed inorridire per qualche strascico alimentare lasciato sul selciato dal solito gabbiano famelico, che vive e si sollazza grazie a questa eclatante idiozia di babbani credenti ancora nel motto “armiamoci e partite.” A questi diversamente inquinanti vada il mio buongiorno assieme al solito e mai démodé vaffanculo!
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