venerdì 15 marzo 2019

Dal Fronte



Travagliamente eccelso!


venerdì 15/03/2019
Democrazia proprietaria

di Marco Travaglio

Tenetevi forte, perché sta per arrivare la nuova coppia comica dell’anno. Di Maio e Salvini? No, quella ha già vinto l’Oscar 2018. Ora c’è di più e di meglio: Calenda e Pisapia. Se tutto va bene, saranno i capilista del Pd alle Europee, sempreché il primo non riesca a dar vita a una lista fiancheggiatrice denominata nientemeno che “Siamo europei”. L’uso di un brand fra i più screditati sul mercato l’avevano già tentato Bonino&Tabacci l’anno scorso (“+Europa”), con esiti strepitosi: 2,5% dei voti (“-Europa”), ben sotto la soglia del 3%. Ora, siccome alle Europee lo sbarramento sale al 4%, Calenda ci riprova. Sennò fa il capolista Pd a mezzadria con Pisapia. L’idea che, per stare insieme in una lista o in un partito, si debba avere almeno qualcosa in comune, specie se si contestano i giallo-verdi che litigano su quasi tutto, non sfiora più da tempo il trust di cervelli che guida (si fa per dire) il centrosinistra. E gli elettori, sempre trattati come una massa di beoti, ormai se ne accorgono. Poco più di un anno fa, i giornaloni oracolavano il successo travolgente di +Europa. E noi domandammo cosa mai tenesse insieme un vecchio democristiano antiabortista come Tabacci e una radicale abortista come la Bonino, oltre all’urgenza della seconda di associarsi a una lista già esistente che le risparmiasse il fastidio di raccogliere qualche migliaio di firme in piazza. E proponemmo, a titolo paradossale, altre liste similari: Progressisti Reazionari, Bigotti Libertini, Carnivori Vegani e così via. Pensavamo di scherzare, invece vedevamo lungo a nostra insaputa: infatti ecco Calenda&Pisapia che – a parte forse il conto in banca e le fregole di Repubblica – non hanno in comune nulla. Neppure la stazza. Uno, a giudicare dalle foto che posta per farci conoscere, se non le sue idee, almeno la sua circonferenza, è un filino in sovrappeso. L’altro è smilzo e smunto. Praticamente Stanlio e Ollio.

Poi ci sarebbero pure le incompatibilità più rilevanti, quelle – con rispetto parlando – sui programmi. Calenda viene da Confindustria, Ferrari, Italia Futura di Montezemolo e Lista Monti. Pisapia viene dalla sinistra extraparlamentare, da Democrazia proletaria e da Rifondazione comunista. Che avranno mai da raccontarsi? Dalle grandi opere al lavoro, dall’economia agli esteri, dall’immigrazione all’ambiente, sono agli antipodi. Calenda, se fosse per lui, asfalterebbe pure i laghi, i fiumi e il mare. Pisapia, nel 1996, tuonava contro la variante di valico dell’Autosole Firenze-Bologna, voluta dall’allora ministro dei Lavori pubblici Antonio Di Pietro e bloccata dall’allora ministro dell’Ambiente Edo Ronchi.

“Compito di un governo coerente – disse l’allora senatore del Prc, schierandosi con Ronchi contro l’opera – è di portare avanti il programma per cui ha avuto il consenso popolare ed è quindi comprensibile la decisione di chi si oppone a scelte personali di un singolo ministro non eletto (Di Pietro, ndr) o a prese di posizione diverse da quelle concordate nella maggioranza”. Chissà Calenda, che si appalterebbe pure il cigno del laghetto, cosa ne pensa. Lui che ha appena detto no alla Boldrini in quanto “buonista” e promotrice di una “accoglienza indiscriminata dei migranti”. E che l’altra sera litigava col portavoce di Baobab perché “prima di tutto bisogna dire che non vogliamo e non possiamo aprire le frontiere a chiunque voglia venire, altrimenti perderemmo il controllo del Paese. La sinistra deve imparare a dire delle parole chiare”. Chissà se le dirà Pisapia, amicone della Boldrini, e se coincidono con le sue. Più che candidarsi nel Pd, i due dovrebbero fondare il Dp: Democrazia Proprietaria.

Ma grande è la confusione sotto tutti i cieli. Il vecchio camerata monarchico Antonio Tajani, inopinatamente presidente del Parlamento europeo e vicepresidente di FI, esce al naturale a La Zanzara: “Mussolini, a parte la vicenda drammatica di Matteotti, ha fatto cose positive fino alle leggi razziali e alla guerra al fianco di Hitler”: cioè fino al 1938 (le leggi liberticide, l’abolizione dei partiti avversari, il Tribunale speciale e la guerra d’Etiopia, precedenti al ’38, furono una figata). Poi, per salvarsi la poltrona (in Europa certe cose è ancora meglio non dirle) e il maquillage da argine moderato contro la barbarie populista, ha dovuto violentarsi e proclamarsi nientemeno che “antifascista convinto da sempre”. Un atto contro natura che non andrebbe mai chiesto ad alcun essere umano, tantomeno a Tajani. Intanto il “nuovo” Pd di Zingaretti, con il suo “nuovo” tesoriere Luigi Zanda (76 anni, in politica da appena 43), che ha sostituito quello vecchio Francesco Bonifazi (appena indagato per finanziamento illecito e false fatture), tiene subito a distinguersi dal vecchio che nel 2013 aveva abolito il finanziamento pubblico diretto ai partiti: chiedendone l’immediato ripristino. Non solo. Il Pd strepita contro la legge-porcata sulle autonomie regionali, come se non fosse stato Gentiloni ad aprirle la strada ai tempi dei referendum lombardo-veneti e delle richieste analoghe dei governatori pidini Bonaccini e Chiamparino. Pd e Forza Italia accusano il governo di svendere il Paese alla Cina per l’accordino sulla “Via della seta”, forse ignari delle trionfali missioni di B., Prodi, Renzi e Gentiloni sotto la Grande Muraglia. E i sindacati, non contenti di aver criticato il Dl Dignità, quota 100 sulle pensioni e il reddito di cittadinanza dopo aver chiesto per anni cose simili ai governi amici che facevano l’esatto opposto, se la prendono pure con il salario minimo, che invocavano fino a quando non l’ha proposto Di Maio: del resto che sarà mai un lavoratore italiano su cinque che guadagna meno di 9 euro lordi l’ora. Già pronta la nuova lista Confindustria Sindacale.

giovedì 14 marzo 2019

Ottimo pensiero


giovedì 14/03/2019

Ora l’Ue allunga la vita ai prodotti


di Massimo Fini


Qualcuno ci sta arrivando. Probabilmente fuori tempo massimo. Dove? A comprendere che il modello di sviluppo che abbiamo imboccato a partire dalla Rivoluzione industriale e che poi abbiamo cavalcato sempre più velocemente è sbagliato da ogni punto di vista, non solo ecologico, che è quello più intuitivo, ma economico e umano. Una direttiva Ue vuole obbligare le aziende ad “allungare la vita dei loro prodotti”. Questa misura, se davvero fosse applicata ed estesa (per ora riguarda solo gli elettrodomestici bianchi) è devastante. Va contro uno dei totem su cui si regge il nostro modello di sviluppo: “l’obsolescenza programmata del prodotto”, cioè un prodotto deve avere una vita breve, la più breve possibile, per non interrompere, ma anzi accelerare, il ritmo del consumo su cui si regge tutto il sistema. Ma il provvedimento va concettualmente molto più in là. Come nota sul Giorno Gabriele Canè “il mercato sforna sempre una serie nuova di qualunque cosa, pochi mesi dopo aver messo in vendita la precedente novità”. La cosa è particolarmente evidente nell’economia digitale dove uno smartphone di nuova generazione viene immesso sul mercato con varianti trascurabili rispetto a quello precedente per attirare l’uomo-consumatore che pressato da una pubblicità altrettanto incalzante ci casca regolarmente. Ma il concetto può essere tendenzialmente valido quasi per qualsiasi altro prodotto. Si tornerebbe così all’economia del ‘riciclo’ su cui ha vissuto, per secoli, il Medioevo europeo. Dice: questa è la legge del mercato. Certo, ma questo è proprio il meccanismo, basato sul mito delle crescite esponenziali, che ci porterà necessariamente al collasso, non tanto ecologico, perché l’uomo è un animale molto adattabile, ma economico.

Inoltre sta inquinando e deteriorando da tempo la nostra esistenza. Da questo punto la prende l’autorevole opinionista del Corriere, Galli della Loggia, in un editoriale del 7.3 “Lo sviluppo crea insicurezza”. Della Loggia la prende alla larga e con prudenza, ma in sostanza sostiene che l’uomo, nella sua ricerca affannosa di uno sviluppo sempre maggiore, si è troppo subordinato all’Economia e alla Tecnologia. Che è la mia tesi, sempre irrisa, almeno da quando pubblicai La Ragione aveva Torto? nel 1985. Abbiamo la possibilità di ricorrere a un esperimento ‘in vitro’. La Cina, che per ragioni culturali profonde che risalgono alla teoria dell’inazione cioè detto in termini molto semplicistici della non azione di Lao-Tse (Il libro della norma) si era fino a pochi decenni fa sottratta al modello di sviluppo occidentale, oggi vi è entrata con prepotenza. Ebbene, nell’odierna Cina il suicidio è la prima causa di morte fra i giovani e la terza fra gli adulti. La ‘ricchezza delle Nazioni’, per dirla con Adam Smith, non ha niente a che fare con il benessere e la qualità della vita dei suoi abitanti. Nell’Africa subsahariana, prendiamo la Nigeria, i Paesi più ricchi sono quelli che hanno il maggior numero di poveri o per meglio dire di miserabili. Agli albori della Rivoluzione industriale Alexis de Tocqueville nel suo libro Il pauperismo nota, con stupore, come in Europa i Paesi che avevano imboccato per primi questa strada avessero un numero molto maggiore di poveri di quelli che erano rimasti fermi. Scrive Tocqueville: “Allorché si percorrono le diverse regioni d’Europa, si resta impressionati da uno spettacolo veramente strano, e all’apparenza inesplicabile. I paesi reputati i più miserabili sono quelli dove si conta il minor numero di indigenti, mentre tra le nazioni che tutti ammirano per la loro opulenza, una parte della popolazione è costretta, per vivere, a ricorrere all’elemosina dell’altra”.

Sono cose che dovrebbero far riflettere se avessimo ancora capacità di riflessione. Ma poiché l’abbiamo perduta si continua imperterriti sulla strada di sempre: costruzione di infrastrutture sempre più pesanti e complesse, superstrade, superponti, supertrafori, il tutto per aumentare la produttività ed essere all’altezza della competizione globale. Noi dobbiamo produrre compulsivamente per poter, altrettanto compulsivamente, consumare. Peggio, le cose si sono ormai invertite: consumiamo per poter produrre. Siamo noi al servizio del meccanismo, non il contrario. Come si esce da questo automatismo infernale? Con un “ritorno graduale, limitato e ragionato, a forme di autoproduzione e autoconsumo che passano per il recupero della terra e un ridimensionamento drastico dell’apparato industriale e finanziario”. È la mia tesi, inascoltata in Italia e in Europa, ma non negli Stati Uniti i quali, essendo la punta di lancia dell’attuale modello, stanno proponendo i primi anticorpi, sia pur ancora molto di nicchia, nelle correnti di pensiero che si richiamano al bioregionalismo e al neocomunitarismo.

Ma dubito molto che le nostre classi dirigenti abbiano letto non dico Lao-Tse ma almeno Alexis de Tocqueville che al pensiero occidentale appartiene.


Gru Gru!



Il fatto che grubeasse molto mi avrebbe dovuto destar maggior sospetto di quanto ne ho sempre avuto nei suoi confronti. Abituale opinionista onnivoro di gettoni e di visibilità, Paolo Mieli con un'innocenza derivante dalla convinzione che ad uno come lui, riconosciuto vate, intenditore di politica, massimo esperto di sotterfugi svelati dall'alto del suo sapere infinito, depositato dai mastri saccenti ed infusogli direttamente dall'Olimpo, nel corso di una puntata di otto e mezzo, tempio dell'allocchismo sovrano e retto da una frequentatrice abituale del club dei ricconi Bilderberg, ha avuto la scaltra idea di comunicare ai poveri spettatori di essere in possesso delle foto in cui Giulia Sarti, parlamentare del M5S, appare nuda e in intimità. Il sommo Mieli raccontava pure che quelle foto gliele avevano inviate degli amici. Sfanculando principi primordiali, molto più umani di Mieli, il luminare della fregaccia venduta a pagamento come dogma filosofico, informava l'umanità che "E' come se qualcuno stesse dicendo ai 5 Stelle "Avete voluto questo mondo selvaggio? Ecco, è capitato a una di voi!"
Quale perla di saggezza, a pagamento, sgorgata dallo scrigno divino dell'inavvicinabile pensatore! 

E la reazione della sacerdotessa del subliminale? Lo studio, riempiendosi dei fonemi elargiti a noi tapini dalla sacerdotessa Gruber quasi decolla per la maestria integerrima della scolaretta Bilderberg, la quale commentava così "Una di voi che da quello che sappiamo ha messo delle telecamere in casa."
Chiaramente nessuno dei blasonati osservatori, già in fibrillazione per la prossima stagione marina a Capalbio, ha avuto nei giorni a seguire il coraggio e la padronanza di sé per criticare con la giusta ferocia questo inquietante ratto alla ragione, a parte i soliti noti e per fortuna ancora presenti.  D'altronde che aspettarsi dai tanti ondivaghi sapienti alla Mieli, sempre a caccia di gettoni dorati, giusti dalla nascita, immarcescibili e pregni di quell'appagamento culturale che solo una maestria sopraffina nel gruberare o gianninizzare riesce a conquistare per il bene delle genti, ops! degli allocchi?

mercoledì 13 marzo 2019

Messaggi dal Fronte


Qui in redazione siamo in contatto con delle cellule di resistenza che lottano quotidianamente per non cadere nell'allocchismo. 

Il fronte ci ha inviato un primo messaggio che pubblichiamo di seguito. Oltre alle preghiere, siamo chiamati tutti ad agire per non spegnere la speranza di un risorgimento culturale, sempre più difficile da realizzarsi. Forza ragazzi, resistete! 



Sensazioni



Illuminante


mercoledì 13/03/2019
Ora o Rai più

di Marco Travaglio

La scena di un gigante della tv, Freccero, costretto a render conto a una congrega di nani, i politici della commissione parlamentare di Vigilanza, e quella di un direttore generale come Salini convocato come una colf dal vicepremier Salvini la dicono lunga su quello che dovrebbe fare un vero “governo del cambiamento”. Sbaraccare la legge Gasparri-Renzi, che consacra il conflitto d’interessi televisivo dei partiti rendendo i governi azionisti e padroni della Rai. Cancellare la commissione di Vigilanza, dove i partiti vigilano sull’ente radiotelevisivo che dovrebbe vigilare su di loro. E affidare il “servizio pubblico” a un’entità indipendente dalla politica, retta in maggioranza da chi la tv la deve fare e non da chi dovrebbe entrarci solo se invitati, bussando alla porta e chiedendo permesso. I sepolcri imbiancati che criticano la Rai giallo-verde come un fenomeno inedito fingono di dimenticare di aver fatto, fino a 6 mesi fa, ben di peggio.

La Rai berlusconiana epurava Biagi, Luttazzi, Santoro, Freccero, i Guzzanti, Beha, Paolo Rossi, Massimo Fini ecc., spacciava per assoluzioni le prescrizioni di B.&Andreotti e addirittura le condanne per mafia di Dell’Utri. La Rai renziana violava addirittura il sacro principio della lottizzazione (due reti al governo e una all’opposizione), renzizzando tutte le reti e tutti i tg, epurando Gabanelli, Giletti e Giannini e toccando livelli da Pravda nella campagna referendaria, quando il Sì occupava tutti gli spazi e al No toccavano le briciole. Quindi oggi nessuno ha titolo per lamentarsi della lottizzazione giallo-verde, finora peraltro immune da epurazioni. Domenica scorsa, su Rai1, Veltroni dominava il pomeriggio da Mara Venier e Zingaretti la serata da Fabio Fazio, com’è giusto che sia nella totale autonomia dei programmi: ma ve l’immaginate una doppietta Grillo-Di Maio nella Rai1 di B. o di Renzi? Poi, certo, i primi due tg sono insopportabilmente governativi (Rai3 e Tg3 sono rimasti alla “sinistra”). Ed entrambi dalla parte di Salvini (il partito forzaleghista spadroneggia in Rai dal 1994), con puerili e controproducenti concessioni del Tg1 ai 5Stelle (le imbarazzanti cronache dei tracolli in Abruzzo e in Sardegna, trasformati in strepitosi successi). Anche se, va detto, per eguagliare i livelli di servilismo del passato devono ancora lavorare sodo. Minzolingua e Johnny Riotta al Tg1 restano modelli insuperati. Come pure Mazza, il direttore del Tg2 targato An che salutò il V-Day col gesto della pistola, manco fosse un raduno di neobrigatisti (il suo editoriale s’intitolava Grillo e grilletti e fu sbertucciato persino da Fini).

E rivendicò il diritto-dovere di ignorare Il Caimano di Nanni Moretti perché – testuale – “il film è pieno zeppo di allusioni e citazioni riferite o riferibili a Berlusconi. Non essendo annunciato nelle prossime ore nessun film con citazioni o allusioni riferite o riferibili a Prodi, il Tg2 ha deciso di non occuparsi di questo film”. Ora, un “governo del cambiamento” non può accontentarsi di dire che gli altri erano peggio. Dovrebbe proporre qualcosa di meglio. Pretendere che Salvini rinunci a questa potenza di fuoco, è una pia illusione (anche se gli farebbe onore). Gli ex renziani ed ex forzisti Rai convertiti sulla via del Carroccio sono così famelici e rampicanti che il Cazzaro Verde non deve neppure reclutarli: gli basta raccattarli. Ma i 5Stelle in Rai non hanno nessuno: infatti hanno indicato due professionisti indipendenti come Freccero e Salini, più il carneade Carboni al Tg1, che ha paura della sua ombra e si barcamena. Dunque, non avendo nulla da perdere, dovrebbe essere il M5S a fare la prima mossa per una riforma Rai che costringa finalmente i partiti a uscirne con le mani alzate (tutti, non solo gli altri come fece Renzi). E lanciare la sfida ad alleati e oppositori, a cominciare dal Pd di Zingaretti che avrà un’ottima occasione per dimostrarsi nuovo o restare vecchio. Così si vedrà chi vuole un servizio davvero pubblico e chi preferisce i soliti servizietti privati. La riforma è già bell’e scritta: attende soltanto, da 12 anni, che qualcuno la sposi. La preparò nel 2005 un gruppo di giornalisti, artisti e giuristi, fra i quali Tana de Zulueta, Sabina Guzzanti, Michele Gambino, Giovanni Valentini, Curzio Maltese, Carlo Freccero, Giulietto Chiesa e Furio Colombo, in forma di legge di iniziativa popolare, traendo il meglio dai sistemi radiotelevisivi pubblici del resto d’Europa. Le migliaia di firme raccolte furono consegnate nel 2006 al ministro delle Telecomunicazioni (governo Prodi-2), Paolo Gentiloni, che le infilò in un cassetto e le lasciò riposare in pace. Ora quel progetto potrebbe riprenderlo Di Maio, che ha tenuto le Telecomunicazioni, convocandone gli autori (nessuno è “grillino”, anzi) e facendola propria. Il punto di partenza è la creazione di un Consiglio per le Comunicazioni Audiovisive di 24 membri (un terzo designato dai presidenti di Camera e Senato, due terzi da rappresentanti dei territori, del mondo produttivo e sindacale, della cultura e degli operatori radiotelevisivi: Regioni, Comuni, sindacati, imprenditori, consumatori, utenti, editori, autori, artisti, università) in carica per 6 anni (ergo svincolati dalle maggioranze parlamentari). Il Consiglio nomina il Cda Rai, “selezionato mediante concorsi pubblici non in base ad appartenenze politiche, ma a professionalità e indipendenza”, che a sua volta elegge presidente e dg. Anche l’Agcom è nominata dal Consiglio nazionale, con gli stessi criteri di competenza e indipendenza, mentre la Vigilanza è finalmente abolita. Così nessun politicante potrebbe più chiedere nulla a Freccero e, se Salini fosse convocato da Salvini, gli risponderebbe con una pernacchia. Utopia? Può darsi. Ma ogni tanto le utopie si avverano. Basta volerlo.