lunedì 11 febbraio 2019

Interessante


lunedì 11/02/2019

SOLO POSTI IN PIEDI

Preziosi e la Juve: virus delle cessioni


di Paolo Ziliani


È l’enigma degli enigmi. E persino La Settimana Enigmistica avrebbe difficoltà a proporlo ai suoi solutori più preparati: nella penultima pagina, quella dedicata alla soluzione dei quesiti, non saprebbe infatti che cosa scrivere, getterebbe la spugna persino Alessandro Bartezzaghi. A quale mistero alludiamo? Per parlarvene, lo faremo come se si trattasse di un caso di “Pilade, agente in borghese”.


Enrico Preziosi, presidente del Genoa, ha appena fatto il colpo della vita. Dopo aver acquistato in estate Piatek dal KS Cracovia per 4,5 milioni, a gennaio lo ha rivenduto al Milan per 35 realizzando in 6 mesi una plusvalenza di 30,5 milioni. Preziosi viene complimentato da tutti ma pochi giorni dopo, a sorpresa, la Juventus comunica di aver ceduto al Genoa Sturaro per 18 milioni. La cosa pare strana: perchè una cifra così alta non è mai stata spesa per nessun giocatore nella storia del Genoa FC e soprattutto perchè Sturaro è un giocatore mediocre, reduce da un lungo infortunio e che nell’ultima stagione ha giocato 12 mezze partite nella Juventus e zero nello Sporting Lisbona. Ma c’è di più. Mentre Piatek costava a Preziosi di stipendio 740 mila euro lordi l’anno (400 netti), Sturaro costa 2,78 milioni l’anno (1,5 netti). Poiché Preziosi dovrà stipendiarlo fino al 2021, per due stagioni e mezzo spenderà dunque 6,95 milioni contro gli 1,85 che avrebbe speso per Piatek: 5,1 milioni in più che vanno ad aggiungersi ai 18 milioni dell’acquisto e che portano il totale-spesa per Sturaro a 23,1 milioni. In pratica, il guadagno fatto con la cessione di Piatek (30,5 milioni) viene ora quasi completamente cancellato: 30,5 (Piatek) meno 23,1 (Sturaro) fa 7,4 milioni, e cioè i soldi che Preziosi si è già impegnato a dare alla Juventus per acquistare un giovane giocatore (Favilli) avuto in prestito biennale ma con obbligo di riscatto fissato a 7 milioni.


In soldoni: considerando che i 30,5 milioni di guadagno fatti da Preziosi cedendo Piatek al Milan finiranno tutti nelle casse della Juventus (che riceve 18 milioni per Sturaro, ne risparmia quasi 7 per lo stipendio che si accolla Preziosi e ne riceve 7 per Favilli: totale 32) al termine di una pregevole triangolazione Milan-Genoa-Juventus, la domanda è: perchè Preziosi, che pur di guadagnare 1 milione venderebbe la madre a un club di serie B cileno, ha acquistato Sturaro? Pensa che Sturaro, 26 anni, sia il nuovo Beckenbauer? Aveva un debito di riconoscenza nel confronti del club di Agnelli oppure cerca di ingraziarselo, perchè nella vita non si sa mai? Oppure è stato colpito da un nuovo, terribile, sconosciuto virus che spinge i presidenti a riversare i propri soldi nelle casse della Juventus? E in questo caso: trattasi di virus contagioso? Pare infatti che Ferrero, presidente della Sampdoria, abbia acquistato dalla Juve (che in estate aveva comprato dal Genoa il portiere Perin, nazionale, per 12 milioni più 3 di bonus: totale 15) il portiere Audero per 20 milioni; pare infatti che Giulini, presidente del Cagliari, abbia acquistato dalla Juve l’attaccante Cerri, 8 presenze e zero gol quest’anno, per 9 milioni, accollandosi l’obbligo di riscatto; tutti emuli di Pozzo, boss dell’Udinese, che in estate aveva sbalordito il mondo acquistando dalla Juve Mandragora (Don Abbondio direbbe: chi era costui?) per 20 milioni.

Ai solutori dell’enigma, ricchi premi e cotillons.



domenica 10 febbraio 2019

Selvaggia!


domenica 10/02/2019
DÉJÀ-VU
Sanremo copia e incolla: plagiato pure Mr. Bean
DALLA “VECCHIA FATTORIA” AL “LATE SHOW”, DALLA WITZ ORCHESTRA A YOUTUBE, MOLTISSIMI SKETCH E BATTUTE SONO STATI RUBATI AD ALTRI, SPESSO AMERICANI (E MORTI)

di Selvaggia Lucarelli

Il Festival di Sanremo 2019 è l’indizio definitivo e schiacciante di quello che si mormora da tempo: Daniele Luttazzi sta per tornare in Rai. Sarà per questo – per farlo sentire più a suo agio – che quasi tutto quello che s’è visto sul palco è clamorosamente scopiazzato, tagliuzzato, fotocopiato. Naturalmente senza dichiararlo. Del resto, quando nel 2010 fu accusato di attingere a mani basse dal repertorio di altri, Luttazzi dichiarò: “Dissemino qua e là indizi e citazioni di comici famosi e i fan devono scoprirli!”. Ecco, gli autori del Festival mica fregano il repertorio altrui, no, ci stanno solo sfidando a giocare con loro: solo che, diversamente da Luttazzi, si sono semplicemente dimenticati di lanciare la sfida. Io comunque raccolgo il guanto.

So che vi deluderò perché pensavate che fosse il frutto tutto italiano di una mente geniale quanto quella di Leonardo da Vinci o Dante Alighieri, ma la gag con Bisio e Baglioni che fa le pernacchie è copiata da uno sketch con Dean Martin e Victor Borge chiamata Phonetic Punctuation, comodamente disponibile su Youtube. Per giunta, se proprio volevano copiare le pernacchie, in certi film con Lino Banfi ce n’erano di migliori. E gli autori rischiavano pure di esser promossi all’Unesco.

Lo sketch Con Bisio e la Raffaele in cui la Raffaele estrae oggetti dalla chitarra, è scopiazzato dalla gag del 1983 The gustar lesson di John Williams e Eric Sykes (sempre su Youtube). Quello con Bisio e la Raffaele che canta Ci vuole un albero sbagliando ripetutamente la parola Fiore è copiato da una scenetta del Late Show in cui lei (Kristen Wiig) canta Alleluia sbagliando sempre la parola Alleluia. La gag originale era così brutta che copiarla è masochismo puro, tipo copiare un outfit della Santanchè o un tweet di Vittorio Zucconi.

Ma andiamo avanti. La gag con la Raffaele che canta la Carmen in francese e inventa il testo inserendo parole a caso come “Depardieu” è copiata da uno sketch con Rowan Atkinson (Mr Bean). Quello con Ligabue che chiede a Bisio di ripetere il suo ingresso quattro volte è identico a un siparietto tra Jimmy Fallon e Will Smith che chiede a Fallon di ripetere il suo ingresso quattro volte. Cioè, non si potevano scrivere a Bisio sei domande per un’intervista a Ligabue in cui che so, chiedergli “Ti stanno più sui coglioni Vasco Rossi o i capelli bianchi?”, no, bisognava copiare una roba dagli americani. Infine, la gag con la Raffaele in abito rosso che canta Mamma mentre il grammofono salta, è identica a quella della Witz Orchestra ideata negli anni 80.

Non ho appurato se Virginia Raffaele sia Virginia Raffaele o una che fa finta di essere Virginia Raffaele, ma il direttore di Rai1 Teresa De Santis ha già chiesto di verificare tramite esame del Dna. A questo c’è da aggiungere la gag La vecchia fattoria, omaggio dichiarato al Quartetto Cetra e Bisio che recita parte del suo monologo teatrale scritto dal suo autore a Sanremo Michele Serra. Quest’ultimo, intelligentemente, anziché copiare gli altri ha copiato direttamente se stesso così non ha dovuto neppure sprecare 8 minuti per tradurlo. Come sia possibile che la bellezza di 11 autori, con a disposizione un anno di lavoro tra un Festival e l’altro, non siano riusciti a partorire contenuti originali o almeno a copiare qualcosa di decente, con l’intelligenza di citare le fonti, è mistero fitto.

Voglio dire, Luttazzi almeno copiava all’epoca del vhs, copiare nell’era di Youtube equivale ad ammazzare qualcuno lasciando un selfie sulla scena del delitto. Tanto più che fare l’autore a Sanremo è un mestiere leggermente più retribuito di quello del battutista dei Trettré, almeno un contenuto originale toccherebbe produrlo. Se è vero che lo scrittore medio non arriva a prendere 10.000 euro di anticipo per scrivere un intero libro, è probabile che un paio di autori tra cui Michele Serra a Sanremo guadagnino quella cifra a serata.

L’autore più incriminato riguardo i plagi citati sarebbe Martino Clericetti, uno che in effetti in curriculum ha parecchi indizi di colpevolezza. Per esempio collaborazioni con Elisabetta Canalis e Fabio Volo. E proprio ieri, su Dagospia, si faceva notare come Clericetti e i suoi colleghi a Sanremo Serra, Martelli, Vedani e Galeotti facciano parte tutti della stessa agenzia, la Spa di Arianna Tronco, già ribattezzata in questo Festival “la Salzano degli autori”. Una che ieri, su Twitter, per difendere Serra e la scelta di far recitare a Bisio il monologo scritto da lui, specificava stizzita che a Sanremo la Siae non paga i diritti delle opere teatrali (in compenso paga gli autori per il lavoro di altri autori che però sono forse morti, forse in America, chi vuoi che glielo vada a dire a questi, Bobo Vieri quando va a Miami?). Insomma, è il primo Festival di Sanremo in cui le canzoni sono originali e a essere copiato è direttamente Sanremo stesso.

P.s.. Due delle battute di questo pezzo vengono da Twitter, ma non volevo copiare. Volevo sfidare i lettori del Fatto a trovarle.

Disguido



Scempiario Scalfariano


Alcuni passi dello "scempiario" di Scalfari di oggi su Repubblica:

"Nel frattempo uno dei nuovi nomi che si distinguono per la sua capacità e che si chiama Carlo Calenda ha dato vita a una sorta di Movimento di militanti che la pensano come i seguaci del Pd ma non intendono entrare in quel partito. Il Movimento deve restare tale e attirare gruppi civici e politici. Non è ancora chiaro chi voteranno quando tra pochi mesi si faranno le elezioni per il Parlamento europeo: se voteranno per i loro rappresentanti o per quelli del Partito democratico restando tuttavia non iscritti a esso ma suoi fiancheggiatori. Questa situazione è sicuramente interessante ma è ancora piuttosto confusa. Secondo le previsioni degli istituti competenti in indagini di questo genere il Partito democratico e il movimento di Calenda potrebbero ottenere intorno al 30 per cento, uno schieramento piuttosto variegato ma sostanzialmente rappresentativo di una sinistra democratica."

E ancora, tenetevi forte:

"Comunque il contratto di governo tra Salvini e Di Maio esiste tuttora. Il giorno in cui dovesse definitivamente rompersi, nuove forze emergerebbero e probabilmente rappresenterebbero una sinistra nuova e moderna. Nuova e moderna, ma con tradizioni molto interessanti, a cominciare da Prodi, Veltroni, Gentiloni, Minniti, Franceschini e molti altri."


Nuova e moderna ma con tradizioni molto interessanti a cominciare da Prodi, Veltroni, Gentiloni, Minniti e Franceschini... perché nessuno lo cura?

sabato 9 febbraio 2019

Olè!



Ekkequa!


sabato 09/02/2019
Svegliatevi

di Marco Travaglio

A furia di sentirci ripetere che siamo il giornale dei 5Stelle, o del governo, o addirittura della Lega (intanto Salvini ci ha fatto una decina di cause), ogni tanto ci viene la tentazione di esserlo davvero: almeno sapremmo di essere ascoltati. Invece titoliamo “Mezzo M5S parla come B.” (titolo tipico da organo pentastellato) e i 5Stelle si avviano festosamente al suicidio collettivo con il no all’autorizzazione a procedere contro Salvini. Critichiamo il segreto di Stato sull’analisi costi-benefici del Tav, e continuano a tenerlo nel cassetto, mentre la Lega spara cifre a casaccio. Scriviamo che l’economia va male e richiede investimenti urgenti, e continuano a dare la colpa ai governi precedenti, che di colpe ne hanno a bizzeffe, ma appunto per questo non sono più al potere da otto mesi. Ecco, se fossimo l’house organ dei giallo-verdi, domanderemmo ai nostri padroni: posto che non avete mai nessuna colpa, che un nuovo boom economico è alle porte e che il 2019 sarà bellissimo, cosa intendete fare per invertire la spirale negativa che dalla fine del 2018 attanaglia l’economia? Sappiamo bene che non c’entrano nulla né la drôle de guerre con la Francia (tutta campagna elettorale, sia da parte di Macron sia dal fronte giallo-verde), né la frenata sul Tav Torino-Lione, né il presunto blocco di centinaia di grandi opere (mai esistite e mai bloccate da nessuno: le poche vere vanno a rilento dalla notte dei tempi), né l’ultima legge di Bilancio (in vigore dal 31 dicembre, dunque ininfluente sull’ultimo quadrimestre 2018), né il decretino Dignità, né il reddito di cittadinanza, né quota 100, né i bruciori di stomaco di Confindustria, del Partito del Pil e delle madamine.

Ed è pur vero che il nostro Pil è sempre circa un punto indietro rispetto alla media europea (+0,8% contro 1,8 nel 2018, +1,5% contro 2,4% nel 2017, +0,9% contro 1,7% nel 2016, +0,8% contro 1,6% nel 2015). Ma è anche per questo che 5Stelle e Lega hanno sconfitto chi c’era prima: perché promettevano di fare meglio, non di usare il peggio come alibi. Come ha ricordato Peter Gomez sul Fatto, “al contrario di quanto previsto dai precedenti esecutivi, gli investimenti dello Stato nel settore costruzioni tra il 2016 e il 2018 sono calati di 3,7 miliardi, mentre avrebbero dovuto aumentare di 6,8. E non per mancanza di fondi. I soldi ci sono e sono pure tanti. Il nuovo governo si è ritrovato in eredità ben 140 miliardi di euro, spalmati su 15 anni, immediatamente utilizzabili grazie a un accordo con la Banca europea degli investimenti”.

Ma nessuno degli ultimi governi ha saputo spenderli, “principalmente a causa delle nostre leggi e della nostra burocrazia. Per questo gli attuali ministri, anziché prendersela con gli errori dei predecessori, dovrebbero dirci quando e come inizieranno a investire il denaro che hanno già in tasca”. Il premier, in ottobre, aveva convocato a Palazzo Chigi i vertici delle aziende pubbliche e partecipate per strappare un impegno su nuovi investimenti pubblici e assunzioni, grazie anche al turn over di quota 100. Che ne è di quelle promesse? Il governo ha spesso annunciato una riforma per snellire il codice di procedura civile e quello degli appalti, si spera d’intesa col presidente dell’Anac Raffaele Cantone, che peraltro ha apprezzato molti punti qualificanti del prodotto migliore di questa maggioranza, cioè la Spazzacorrotti: novità in merito? I 5Stelle che si oppongono, giustamente, al Tav e ad altre faraoniche cattedrali nel deserto (peccato non essere arrivati in tempo a bloccare il Mose, la Brebemi, il Terzo Valico, ecc.), evocano fantomatici “piani Marshall” per le piccole e medie opere di manutenzione e riassetto del territorio che, diversamente da quelle grandi, hanno bassi costi e alta occupazione: in attesa di trovare i fantastiliardi di un nuovo piano Marshall, ci accontenteremmo di un pianuccio Conte con pochi obiettivi per spendere presto le risorse esistenti. E qualche idea chiara per trovarne di nuove. Siccome non si può aumentare la spesa pubblica, salvo innescare nuovi scontri con l’Ue che impennerebbero vieppiù lo spread, i soldi vanno presi dove sono. E cioè nel grande serbatoio dell’evasione.

La “pace fiscale” col saldo e stralcio per i debiti con Equitalia, limitato a chi è sotto i 20 mila euro di Isee (o a chi tale risulta perché bara), ha sgombrato il campo dai “contribuenti in difficoltà” che non pagano non perché vogliono evadere, ma perché non hanno soldi. Ora è il caso di passare all’annunciato piano B: e cioè alle manette agli evasori. La norma, inizialmente infilata da Bonafede nella Spazzacorrotti, ne uscì in cambio del ritiro della porcata leghista svuota-peculato. E fu rinviata a un provvedimento organico ad hoc, annunciato per l’inizio del 2019, che però è sparito dai radar. Se prima c’era la scusa di non fare di tutta l’erba un fascio fra contribuenti in bolletta ed evasori impenitenti, ora non c’è più. E, nel paese europeo detentore del record di evasori e frodatori (che sottraggono alla collettività la bellezza di 120-150 miliardi all’anno), l’unico incentivo efficace per costringerli a pagare il dovuto è la certezza della galera. Pareva averlo capito persino Salvini, che un anno fa in campagna elettorale scavalcava in giustizialismo il M5S: “Sono d’accordo per la galera per chi evade: se io riduco le tasse e tu non paghi io butto la chiave, sul modello americano” (18.1.2018). Tant’è che poi firmò con Di Maio il contratto che impegnava il governo a “inasprire l’esistente quadro sanzionatorio, amministrativo e penale, per assicurare il ‘carcere vero’ per i grandi evasori”. Gentili giallo-verdi, anche se non siamo il vostro house organ, ci fate sapere?

Fini fine


A Caracas è in ballo il futuro del mondo

di Massimo Fini

Nella vicenda venezuelana dove i principali Paesi europei (ad eccezione del governo italiano nella sua versione 5Stelle – il muscolare Salvini, dopo tutte le sue smancerie con Putin, ha provveduto subito ad allinearsi ai voleri americani, ubi maior minor cessat) hanno preso partito per Guaidó, l’autoproclamatosi presidente del Venezuela, sia pure ad interim, è a dir poco curiosa la posizione della Spagna, fra i più accesi sostenitori di Guaidó. Non più di un anno e mezzo fa il governo spagnolo, appellandosi alla Costituzione, come in Venezuela fa Maduro, ha messo in galera tutti i più rappresentativi esponenti indipendentisti, da Junqueras a Turull a Rull, e costretto all’esilio il loro leader, Puigdemont, nonostante l’indipendentismo catalano fosse uscito vincitore da un regolare referendum. Adesso la Spagna sostiene la legittimità di Guaidó, contro Maduro, nonostante il “giovane e bell’ingegnere” non abbia ricevuto legittimità da alcun referendum, ma solo da un appoggio popolare, la cui quantità e qualità è tutta da verificare, e soprattutto da quello internazionale a guida americana. In un certo senso il governo spagnolo, avallando la legittimità di Guaidó, ha preso partito contro le logiche giuridiche che gli avevano permesso di mettere in galera gli indipendentisti catalani.

I governi europei che appoggiano Guaidó non si rendono conto di scavarsi la fossa da soli. Con la stessa logica un leader dei ‘gilets jaunes’ potrebbe autoproclamarsi presidente della Francia delegittimando Macron. Io ho molta simpatia per i ‘gilets’, un movimento popolare spontaneo e apartitico, ma qui non si tratta di simpatie per questo o per quello, per i ‘gilets’ piuttosto che per Macron, per Guaidó invece che per Maduro, qui sono in gioco princìpi di diritto internazionale indisponibili: 1.Il diritto all’’autodeterminazione dei popoli’ sancito nel 1975 a Helsinki da quasi tutti i Paesi del mondo. 2.Il principio della ‘non ingerenza’ negli affari interni di uno Stato sovrano.

Per la verità è da almeno vent’anni che questi diritti e questi princìpi, volti a garantire un minimo di convivenza fra i vari Stati del mondo, vengono sistematicamente violati, soprattutto dagli americani, ma non solo. Si cominciò nel 1999 con l’aggressione americana alla Serbia in favore del Kosovo, terra serba da secoli, con l’appoggio e la complicità del governo D’Alema (gli aerei americani che andarono a bombardare per 72 giorni una grande capitale europea come Belgrado e che fecero 5.500 morti, partivano da Aviano). Si è proseguito nel 2003 con l’aggressione americana all’Iraq, contro la volontà dell’Onu, sotto l’ipocrito velo della Nato, un fantoccio nella piena disponibilità yankee. Nonostante contro quell’aggressione avesse tuonato Papa Wojtyla, vi parteciparono anche i cattolicissimi spagnoli sotto il governo del cattolicissimo Aznar. Ma con l’avvento al governo del socialista Zapatero, non lontanissimo per affinità elettive da quel chavismo di cui oggi Maduro è l’infelice erede, le truppe iberiche si ritirarono. Parteciparono invece gli italiani (governo Berlusconi) che non sapendo su cosa stavano mettendo i piedi subirono la tragedia di Nassiriya. È accaduto nel 2011 con la Libia di Gheddafi per iniziativa franco-americana, ma con l’appoggio del pur recalcitrante Berlusconi, quindi doppiamente colpevole.

I risultati delle violazioni dei cardini del diritto internazionale sono sotto gli occhi di tutti. In Kosovo si è registrata la più grande ‘pulizia etnica’ dei Balcani, ed è tutto dire: dei 360 mila serbi che vi risiedevano ne sono rimasti solo 60 mila. Con la guerra a Saddam una metà dell’Iraq è stata gentilmente consegnata agli iraniani, senza che gli eredi di Khomeini abbiano dovuto sparare un solo colpo di kalashnikov. In Somalia gli Shabaab si sono alleati col Califfato, in Libia, dopo la defenestrazione di Gheddafi, la situazione è talmente caotica che persino i ‘mercanti di uomini’ debbono pagare una taglia all’Isis per poter fare il loro sporco mestiere. In Siria l’intervento americano contro Assad in favore dei rivoltosi ha incoraggiato la Russia a mettere le proprie mani armate nell’area e acceso gli appetiti delle potenze regionali della zona, dalla Turchia a Israele allo stesso Iran.

So per certo che la posizione a 5Stelle del governo italiano sta subendo fortissime pressioni, da Washington, da Bruxelles, dai Paesi sudamericani legati agli Usa, perché abbandoni la propria neutralità. Se credono nella validità delle proprie convinzioni i 5Stelle devono tener duro. Altrimenti daranno aggio ai loro avversari di ribadire quello che sempre, a torto o a ragione, dicono di loro: che promettono quello che non sono in grado di mantenere. Ma, in fondo, questa è una questione minore, tutta italiana. A Caracas si gioca qualcosa di un po’ più importante, il futuro del mondo moderno: se la forza del diritto deve cedere definitivamente al diritto della forza.