Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
mercoledì 6 febbraio 2019
Santa Gogna
Guardateli, ammirateli nella loro magnifica postura: questi signori altro non sono che dorati uomini di comando di una delle banche tra le più martoriate dell'ultimo decennio, Banca Carige.
Da sinistra possiamo ammirare: Piero Luigi Montano, il capo supremo Giovanni Berneschi, Guido Bastianini e Paolo Fiorentino. Sono solo quattro della ciurma che pur se la banca da loro condotta ha accumulato perdite per quasi tre miliardi di euro, dal 2011 al 2017 si sono portati a casa stipendi per 46 milioni (fonte il Fatto Quotidiano)
Che dire? Meriti, acume, intelligenza finanziaria sono stati messi in cantina da decenni. Mentre le sforbiciate colpiscono sempre i cosiddetti inferiori, nel 2013 i dipendenti di Carige erano 5400, oggi sono 4200, i signori del vapore hanno sempre accalappiato il loro stipendio faraonico.
Perché in questo povero paese pochi sono gli eletti, molti i poveri allocchi!
Se siamo riusciti a far passare l'idea, divenuta normalità, che un giovane debba ricevere 800 euro al mese, che possiamo dire difronte a queste codardie?
Viva Daniela!!!
Il reddito non piace al Pd classista
di Daniela Ranieri
La sinistra italiana (non ridete, esiste: fa riferimento un po’ a Renzi e frattaglie, un po’ a Calenda, un po’ agli ectoplasmatici candidati alle primarie del Pd) si erge indignata contro il Reddito di cittadinanza, quel dispositivo partorito per i poveri nella sordida fabbrica di illusioni del M5S. Bene, era ora che l’opposizione si facesse sentire. Purtroppo, con nostro sincero sconcerto, il principale appunto che gli eredi di Berlinguer muovono alla misura non viene dalla sinistra del loro cuore, ormai atrofizzata nel cinismo degli arrivati; bensì da quell’inestirpabile, servile, interiorizzato classismo che li contraddistingue da almeno 10 anni.
La linea la detta Carlo Calenda, pompatissimo da Repubblica e da se stesso come prossimo leader di un partito al 30% – percentuale plausibile se si limitasse il suffragio a tre condomìni dei Parioli, l’area C di Milano e 6 delle 7 madamine Sì Tav che non votano l’ex compagna Ghiazza, lanciatissima verso proprie elezioni. “Berlinguer sarebbe inorridito davanti a un sussidio superiore a un reddito da lavoro”, ha twittato il trascinatore di folle, il che, a leggere tra le righe, potrebbe voler dire o che i salari secondo Calenda sono troppo bassi, evento evidentemente imprevedibile e inevitabile come le calamità naturali; oppure che il Rdc secondo Calenda è troppo alto, ipotesi che temiamo come più verosimile.
Siccome semmai il Rdc ricalca il Rei di Gentiloni aumentandolo un po’ ed estendendolo a una platea più larga, ci chiediamo cosa dia tanto fastidio ai suoi critici. Avessimo capito male, Calenda chiarisce: “Il Rei eroga sussidi inferiori al reddito di cittadinanza. Ed è esattamente quello di cui sto parlando. Un sussidio non può superare il reddito da lavoro”. Eh sì, voleva proprio dire quello che pensavamo: il Rdc è troppo alto, ergo va abbassato, perché meglio avere tra i nostri concittadini eserciti di zombie senza pane che, Dio non voglia, fare concorrenza sleale ai salari che le imprese elargiscono graziosamente ingrassando il loro intoccabile Sacro Profitto. “Un sussidio non può superare il reddito da lavoro”: così è scritto.
Si è subito accodata l’autorevole ex ministra dell’Istruzione, Università e Ricerca Valeria Fedeli, che dall’alto della sua terza media e del suo meritato stipendio monita: “Chi lavora 8 ore al giorno prenderà molto meno di chi avrà il #redditocittadinaza (sic). Questo è contro cultura del lavoro”. Cultura del lavoro dal suo partito così faticosamente costruita attorno al principio che fosse lecito lavorare 8 ore al giorno e restare sotto la soglia di povertà dei 780 euro.
I competenti non trovano da ridire sul fatto che ai beneficiari del Rdc venga imposto di spendere tutto l’ammontare della somma erogata entro il mese pena il suo azzeramento, cioè non criticano del sussidio la natura di carburante appena sufficiente a vivere e a produrre un doping della domanda, cosa che, come dice Rizzo del Partito Comunista, produce una torsione irreversibile della cultura del lavoro in cultura del consumo e trasforma i proletari di un tempo in cavie del neo-liberismo all’ingrasso.
Quello che gli preme nel petto, a questi miliardari e/o miracolati, è manifestare l’insopprimibile fastidio per il fatto che l’idea-bandiera dei 5Stelle concorra e vinca sul reddito da lavoro di molti italiani, sconcezza che non li ha mai portati sulle barricate. Anzi, col Jobs Act, che è costato una ventina di miliardi in sgravi fiscali alle imprese per i cosiddetti contratti a tutele crescenti (che non hanno spostato di un centimetro l’occupazione stabile), hanno incoraggiato la frana dentro la palude della precarietà e della povertà di persone che pure lavorano, cioè la non-cultura del lavoro basata sul principio che i diritti delle persone devono essere calpestati e il loro lavoro svalutato materialmente e simbolicamente a vantaggio della spinterogena narrativa dell’Italia che riparte.
Finché i poveri erano polli da batteria da allevare nei call center o nelle start-up o pennuti da spennare agitando davanti ai loro occhi la mancetta degli 80 euro prelevati dalle casse dello Stato, a quelli del Pd andava benissimo. È adesso, che quelli battono cassa pretendendo di sopravvivere anche se sono disoccupati, che gli statisti amici dei padroni si mobilitano e ritrovano l’antica fiamma della politica.
Tralasciamo di riportare le altre miccette anti-Rdc e anti-poveri sparate dai pidini cultori del lavoro, come quelli che dileggiano il “bibitaro” Di Maio e come la povera Boschi che, da figlia di banchiere, irride i beneficiari dèditi al divano e a una “vita in vacanza”.
L’eventualità che questa disputa in punta di penna condotta dalle migliori menti del Pd possa trovare soluzione solo in una crescente miseria tanto per chi non ha lavoro quanto per chi ce l’ha, non li riguarda, o comunque non li commuove.
martedì 5 febbraio 2019
Guardatelo!
Dopo aver usato metodi anche tribali, come ad esempio recitare formule aramaiche, srotolato antichi papiri egizi, al fine di cambiare canali con il vecchio telecomando Sky, ho deciso ieri, corroborato dalla mia arcaica pulsione allo shopping tanto deleteria quanto sempre fumigante in me, di acquistarne uno nuovo. Preso dall'eccitazione di abbandonare vecchie nenie liturgiche per spostarmi spasmodicamente da un film o da un documentario all'altro per un'eccitazione, un ludibrio all'attenzione mediatica accompagnante al sonno tribale sul tanto sofferente divano il quale, secondo voci di "corridoio" (in ogni casa il corridoio è la massaia della magione non riuscendo mai a farsi gli affaracci propri) emette giaculatorie minuziose e ritmate in modalità geyser per una rottamazione che lo libererebbe da cotanta quotidiana e spossante fatica, mi sono recato, infoiato, nel centro commerciale per l'acquisto del fiammante gingillo.
Arrivato a casa e apertolo già in ascensore l'ho acceso ancora in cappotto e sciarpa per gustarmi la beltà della pronta risposta al comando, sempre forsennato, mai da normodotato. Cambiavano i canali ad un ritmo di technodisco, le frasi dei vari film visitati componevano, tra un salto e l'altro, discorsi quasi sensati (se fossi saltato da Casablanca e Frankestein Junior ad esempio, la rapidità avrebbe formato una frase del tipo "Suonala ancora Sam! Si... può.. fareee!) e la gioia era trasmessa in cervice dagli infuocati polpastrelli, gaudenti come i bulbi dalla rapidità delle risposte all'affanno mentale. Ma ecco che, per impellente e prorompente minzione, ho cercato, nell'oscurità della stanza con nonchalance mista a sbadigliante ripetitività, il tasto sotto la freccetta centrale per bloccare il programma, essenza e nettare di Sky. S'affannavano le falangi, sbuffando quasi fossero sul Tourmalet, annaspavano le nocche nel ricercare quel lido bloccante lo scorrere fluviale delle immagini, sostituite invece da apparizioni di menù on demand, da apertura di liste opzionali che i tasti colorati generalmente suggellano. La oramai obsoleta mente, intenta a coordinare il prossimo spegnimento neuronale imposto dall'impaziente Morfeo, quasi senz'accorgersi della spasmodica ricerca sensoriale dei polpastrelli, visto il prolungarsi della caccia, ha buttato un impulso apparentemente idiota e scontato, come l'accendere la luce. Il click all'ordine in sinapsi rivelava l'arcano mistero, spalancando il baratro dell'evidenza: mancavano i tasti! "Coglione, hai comprato un telecomando obsoleto!" ha urlato l'oramai scocciato messer senno, messo sempre più all'angolo dal mix letale di dabbenaggine e sconsideratezza che da lustri m'attanagliano.
L'ebrezza dell'acquisto m'ha offuscato la visione, la scelta, l'acquisto, tramutandolo in una becera spesa d'antiquariato. Quei tasti non ci sono, neppure il comando di registrazione è presente, porcaccia miseria infame! Mediaworld, e faccio il nome affinché altri miei simili con gli stessi deficit non compiano atti tanto nefasti, non avverte, non evidenzia l'inchiappettata, come se un autosalone mettesse in vendita una Prinz camuffata da Ferrari o, ancora meglio, un'Audi a carbonella!
L'amor proprio mi ha fatto aprire la finestra per il lancio in orbita dell'oggetto tipico di casa Antenati con l'ugola pronta, come un cavallo tra i canapi senesi, all'urlo liberatorio comprensivo di un sonoro vaffanculo per come sono cascato nel tranello mediawordiano. Solo la dignità alla signora Pina mi ha indotto a desistere dalla gittata in strada di quel reperto archeologico. E come tutti i delusi mi sono gettato nelle braccia di Amazon: per 22 euro domani mattina riceverò il telecomando da normodotati Sky, tra applausi ed ola di polpastrelli e sinapsi, esausti ed incazzati come non mai e non si sa con chi. O almeno, fingono di non saperlo! Zip!
lunedì 4 febbraio 2019
Boccia di tutti loro
Se vivessi nel medioevo probabilmente sarei già a bollire l’olio, a manutenzionare l’alabarda. In quest’epoca invece alle parole di quel grand’uomo di Boccia, presidente di Confindustria mi sono invece limitato ad appioppare un calcio epocale al tavolino, facendolo volare. Dopo decenni di paroloni, di prese per il culo, di promesse allegramente elargite ad allocchi, oggi per la prima volta con la presentazione della card che avvierà il processo del reddito di cittadinanza, un governo finalmente porge l’attenzione verso chi vive nel disagio sociale. Ci saranno come al solito i furbetti, i merdosi che lucreranno su questa iniziativa, ma l’azione politica odierna è finalmente un qualcosa di diverso, di provvidenziale per almeno due milioni di persone. E Boccia si lamenta, asserendo che i 780 euro mensili faranno passare la voglia di lavorare a molti giovani che prendono una cifra vicina a quell’importo. Quindi Confindustria riconosce l’abominio, la stortura epocale, la vergogna immane: tra stipendi giganteschi dei soliti noti, tra pensionati che continuano a rubar risorse agli altri, succhiando altre risorse invece di andare a pescare, lo stipendio medio di un giovane che si affaccia nel mondo del lavoro, è vicino alla cifra corrisposta per il reddito di cittadinanza. Come non inviargli un ciclopico vaffanculo?
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