martedì 9 ottobre 2018

Travaglio


martedì 09/10/2018
La differenza

di Marco Travaglio

Hanno scritto di un’intercettazione fra Rosario Crocetta che taceva divertito mentre un amico medico auspicava l’assassinio di Lucia Borsellino come quello del padre Paolo, e non era vero. Hanno scritto di troll russi dietro la campagna web contro Mattarella, e non era vero. Hanno scritto che il capitano del Noe Gianpaolo Scafarto, nel caso Consip, era stato “smascherato come impostore e falsario di passaggi politicamente significativi dell’inchiesta”; e aveva “consegnato a Marco Lillo la notizia del coinvolgimento di Del Sette”, insomma era lui “la mano che dà da mangiare al Fatto” per “far cadere Renzi” (fra l’altro già caduto da solo), ma non era vero; e, quando la Cassazione scagionò Scafarto per i suoi “errori involontari”, si scordarono di informarne i lettori. Hanno scritto che Di Maio situava Matera in Puglia anziché in Basilicata, e non era vero. Hanno scritto che l’Italia, se rinunciasse al Tav Torino-Lione, dovrebbe pagare “penali” miliardarie, e non è vero (glielo fece notare l’ex pm Livio Pepino in una lettera, ma non la pubblicarono). Hanno scritto che Marcello Foa, aspirante presidente Rai, è un fabbricante di fake news tant’è che ha scritto un libro per “spiegare come si falsifica l’informazione al servizio dei governi”, ma non è vero (il suo Gli stregoni della notizia, al contrario, smonta le fake news al servizio dei governi). Hanno scritto che c’è la Russia di Putin dietro le fake news filo-M5S&Lega, e non era vero.

Hanno scritto che il premier Conte voleva trasferirsi dalla cattedra di Firenze a quella di Roma con un concorso “confezionato su misura”, e non era vero (il bando era standard). Hanno taciuto sulla tesi di dottorato in larghe parti copiata dalla Madia. Hanno nascosto la bocciatura del Jobs Act di Renzi dalla Corte costituzionale (“Lavoro, su Jobs Act e Cig si ritorna al passato”: nessun riferimento nella titolazione alla Consulta e all’incostituzionalità). Hanno nascosto, mentre tutti gli altri giornali ne parlavano, l’inchiesta per la soffiata di Renzi a De Benedetti sul decreto Banche popolari, usata dall’Ingegnere per guadagnare in Borsa 600 mila euro in due minuti, forse perché troppo impegnati a fare decine di titoli su “Spelacchio” (un albero di Natale). Hanno fatto il taglia e cuci dei messaggi di Di Maio alla Raggi per spacciarlo come “bugiardo” e “garante” di Raffaele Marra in Campidoglio, mentre ne sollecitava il trasferimento. Hanno taciuto per giorni il nome dei Benetton, primi azionisti della concessionaria Autostrade (sponsor de La Repubblica delle Idee), dopo il crollo del Ponte Morandi.

Hanno scritto che il ponte era crollato anche per il no del M5S alla Gronda, che però fu bloccata da chi governava città e regione (centrosinistra e centrodestra) e per giunta contemplava l’uso del viadotto Morandi. Hanno scritto di probabili legami con la Casaleggio di tal Beatrice Di Maio e delle sue fake news anti-renziane e non si sono mai scusati quando si è scoperto che era la moglie di Brunetta. Hanno accostato le leggi razziali del fascismo al decreto Sicurezza di Salvini. Hanno pubblicato una bozza apocrifa e superata del contratto di governo giallo-verde facendo credere che prevedesse l’uscita dell’Italia dall’euro e scatenando spread e mercati. Hanno nascosto il sequestro di 150 milioni e di due giornali all’amico editore-costruttore catanese Ciancio Sanfilippo. Hanno spacciato lo scandalo Parnasi come una storia di tangenti al M5S, mentre i partiti finanziati dal costruttore sono gli altri (Pd, Lega e FI). Hanno elogiato Monti quando ha ritirato la candidatura di Roma alle Olimpiadi 2020 e massacrato la Raggi quando ha ritirato la candidatura di Roma alle Olimpiadi 2024. Hanno scritto che le polizze intestate dal dirigente Romeo all’ignara Raggi celavano “tesoretti segreti” per “garantire un serbatoio di voti a destra”, dunque era “vicina” l’“accusa di corruzione”, ma non era vero. Hanno dipinto l’assessora Paola Muraro come infiltrata di Mafia Capitale e della “destraccia” nella giunta capitolina, salvo poi intervistarla dopo le dimissioni come grande esperta di rifiuti. Hanno nascosto l’attacco di Rondolino, che sull’Unità dava del “mafiosetto di quartiere” a Saviano, reo di aver criticato la Boschi, mentre il Fatto restò solo a difenderlo. Hanno minimizzato le epurazioni dalla Rai renziana di Gabanelli, Giannini e Giletti come ordinaria amministrazione.

Hanno fatto questo e altro, i giornali del gruppo Gedi (Repubblica-Espresso-Stampa), ma noi siamo solidali con loro per gli attacchi di Di Maio, per tre motivi. 1) Nessun politico deve permettersi di dare pagelle ai giornalisti, tantopiù se sta al vertice del governo. 2) Quando il Fatto subiva trattamenti anche peggiori da Renzi e dai suoi killer, non ci giunse alcuna solidarietà, ma noi non siamo come loro. 3) Finché usciamo tutti in edicola, la gente può notare la differenza.

Ps.Per la serie “Chiamate la neuro”, segnaliamo i delirii di Carlo Bonini (Repubblica) all’autorevole Radio Cusano Campus: “Il Fatto Quotidiano specifica che non prende alcun finanziamento pubblico? È una furbizia. Siccome i lettori del Fatto sono in buona parte elettori del M5S, è un modo per raffigurare ai lettori del M5S che la terra è tonda e non quadrata, dopodiché la terra è tonda”. Il pover’uomo ignora che il Fatto è nato prima del M5S e la nostra scelta di non ricevere finanziamenti pubblici prescinde dalle intenzioni di voto dei nostri lettori (peraltro note solo a lui). Volendo, Bonini potrebbe raccontarci degli aiuti statali (o a spese degli altri giornalisti) ricevuti dal suo gruppo per contratti di solidarietà, prepensionamenti & affini. E regalarci una delle sue grandi inchieste sui vertici Gedi indagati per una truffa milionaria all’Inps.

Ancora riff



Una band originale ma riproponente antichi e sempre amati cicalecci elettrici, la definirei "band cover sorgiva", questo gruppo eccellente dei Greta Van Fleet, guidati vocalmente da un altro, per fortuna, Robert Plant celatosi dietro a Joshua Kiskzka; i primi brani del nuovo album Anthem of the Peaceful Army incoraggiano, fremono sulle coclee, annunciandoci una verità alquanto scomoda, sconquassante per chi riesce, inspiegabilmente, ad ascoltare altri generi facilmente equiparabili al rumore: il rock non è affatto scomparso; si rigenera, si ripresenta, spazzolandosi vetuste polveri, rinvangando gorgheggi arroccati ed eterni, per continuare ad inebriarci di beltà uniche ed irrefrenabili. 
Deo gratias!

Trovo



Trovo questo ricordo del comune di Savona per gli squadristi fascisti come atto infangante ed irriverente, non equiparabile alle forze armate, essendo quei signori mossi da odio irrefrenabile, illogico, in una parola: fascista.

lunedì 8 ottobre 2018

Risposta di Calabresi a Di Maio


Cliccando qui sotto, potrete leggere la risposta del direttore di Repubblica alle dichiarazioni scellerate di Di Maio 

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Fuori di testa


L’attacco a Repubblica e al gruppo Espresso da parte di Luigi Di Maio è un atto barbaro e demenziale, perché la libertà di stampa è baluardo e sinonimo di democrazia. La critica al servilismo del quotidiano fondato da Scalfari verso “lor signori” non deve essere confuso con le parole pronunciate dal vice premier rivolte a Repubblica. Di Maio farebbe bene a chiedere scusa, magari affacciandosi da un balcone, simbolo del suo essere fuori di testa in simili circostanze.

domenica 7 ottobre 2018

Nel dedalo


Sanità, malasanità, improvvisazione, inesperienza, incapacità, incomunicabilità: tutto s'incontra in un ospedale, soprattutto allorché un paziente, come mio padre, viene trasferito in un altro reparto, che appare, rispetto a quello che l'ha dimesso, come un altro pianeta parlante un'altra lingua. Non si parlano, non comunicano, non leggono la cartella clinica. Se uno entra per un problema e nel corso della degenza gl'accorre un'altra malattia, come è giusto la più grave diviene il principale motivo d'attenzione. Fin qui ci siamo. 
Ma nel caso in cui anche il primitivo motivo di ricovero riveste gravità, ecco arrivare, percepita, l'incomunicabilità, che si rende palpabile attraverso la richiesta di esami già fatti. 
S'avverte un senso di negativa percezione, quasi d'impotenza, nel vedere girare una ruota martoriata da sbalzi, da risacche, da lentezze. E dire che i reparti nella fattispecie distano tra loro si e no una trentina di metri. 
Quello che però colpisce maggiormente è il dedalo organizzativo proteso alla costruzione del nuovo nosocomio spezzino, che personalmente valuto avverrà attorno al 2045. 
Attualmente ci sono due ospedali: quello vetusto del S.Andrea e quello ripieno di scale di Sarzana. 
In tutti questi anni si è corso ad un ammodernamento dettato dall'attesa: reparti nuovi, luccicanti e costosi sono sorti come funghi, altri sono stati spostati, in una maleodorante corsa verso il nulla. 
La domanda che ho incisa sul mio corpo, frutto di una criticità è la seguente: può l'ospedale cittadino spezzino privarsi dell'urologia? 
Se nasce un problema urologico a La Spezia, occorre chiamare lo specialista da Sarzana, un intervento stimabile in una, due ore. 
Siamo nel 2018 e in queste lande siamo ridotti a questo. Lo trovo incredibile e, soprattuto, vergognoso. 

Effetti