Un luogo ideale per trasmettere i miei pensieri a chi abbia voglia e pazienza di leggerli. Senza altro scopo che il portare alla luce i sentimenti che mi differenziano dai bovini, anche se alcune volte scrivo come loro, grammaticalmente parlando! Grazie!
sabato 16 giugno 2018
Ancora lui!
Ma guarda un po’!
sabato 16/06/2018
Tor di Balle
di Marco Travaglio
Siccome siamo abituati a dare tutte le notizie e a ricevere lezioni dai giornali che ne danno soltanto qualcuna, quelle che fanno comodo agli amici e agli amici degli amici, ieri abbiamo cercato sugli altri quotidiani, nelle molte pagine dedicate all’ultima retata romana, uno straccio di titolo con le parole “Sala” (sindaco di Milano), “Pd” (Partito democratico), “Eyu” (una fondazione del Pd): sono fra i destinatari dei finanziamenti del costruttore arrestato Parnasi, insieme alla onlus leghista Più Voci e a un paio di esponenti capitolini di FI, mentre il consulente M5S Lanzalone s’è fatto promettere incarichi professionali, un consigliere regionale Pd l’assunzione del figlio, il presidente del Coni Malagò quella dell’aspirante genero e un consigliere M5S un progetto gratuito per il lungomare di Ostia (non per casa sua). Ma niente: su Sala, Pd ed Eyu, zero tituli. Incredibilmente il Corriere, citando Eyu, apre parentesi e scrive: “probabilmente una fondazione”, senza dire di chi è. Eppure basta digitarla su Google per scoprire che è presieduta dal tesoriere renziano Francesco Bonifazi. Quanto a Sala, il suo nome andava cercato col lanternino nelle trascrizioni dei carabinieri, perché nell’informativa e nell’ordinanza del gip le frasi del palazzinaro arrestato sul finanziamento elettorale al sindaco di Milano e sui affettuosi ringraziamenti di quest’ultimo (“sono gratissimo a Luca, senza Luca non facevo la corsa elettorale”) erano coperte da “omissis” e dagli “inc.” (incomprensibile).
Meglio così, sennò Repubblica non potrebbe chiedere le dimissioni della Raggi (che non ha preso un euro, non è indagata né sospettata di nulla, ma sarebbe colpevole di una non meglio precisata “responsabilità oggettiva”) e non di Sala (che ha preso 50mila euro da un costruttore che voleva edificare lo stadio del Milan e gliene aveva pure parlato). E tutta l’orchestra dei giornaloni&giornaletti non potrebbe intonare a edicole unificate la canzonetta farlocca delle “tangenti ai 5Stelle”, del “sistema Raggi”, del “Di Maio sotto accusa” e del “così fan tutti”. Se andasse ancora di moda la bella abitudine di leggere le carte e possibilmente di capirle, tutti si sarebbero accorti del granchio in cui sono incappati il primo giorno, aiutati a sbagliare dagli omissis dei magistrati e dagli “inc.” dei carabinieri (altro che Scafarto!): il “manifesto programmatico” citato dal gip per descrivere il sistema corruttivo di Parnasi non riguardava lo stadio della Roma, ma i soldi stanziati e/o versati alla onlus leghista, alla fondazione Pd e al sindaco Sala per oliare le ruote in vista del nuovo stadio del Milan.
L’unico personaggio vicino ai 5Stelle che abbia avuto vantaggi da Parnasi è l’avvocato Lanzalone, ex presidente di Acea e subito fatto dimettere da Di Maio non tanto per l’accusa di corruzione tutta da verificare, ma per condotte che fin da subito l’hanno posto in conflitto d’interessi (se consigli una giunta a mediare con un costruttore, poi non accetti incarichi da lui). Al momento, a leggere le carte, l’unica forza politica che non ha avuto un euro da Parnasi sono i 5Stelle. E chi dice che sono come gli altri dovrebbe spiegare come mai, allora, Lanzalone è stato dimissionato in barba alla (a loro) tanto cara “presunzione di innocenza fino a condanna in Cassazione”, mentre la Boschi (in palese conflitto d’interessi con banca Etruria), Lotti (indagato per Consip) e altri inquisiti restarono nel governo Gentiloni fino all’ultimo. Basta un po’ di memoria storica per smentire anche la favoletta della giunta Raggi succube del duo Lanzalone- Parnasi. Se avesse voluto fare un favore al palazzinaro, alla Raggi sarebbe bastato stare ferma e lasciar procedere l’iter dello stadio deliberato dal sindaco Pd Marino e dal governatore Pd Zingaretti. Invece la Raggi intimò a Parnasi di dimezzare le cubature, eliminando le due torri e le speculazioni circostanti, pena l’annullamento: bel modo di favorire Parnasi. Lì arrivò Lanzalone, per seguire gli aspetti legali di quel ginepraio (le probabili penali da pagare in caso di niet), reduce dalla buona prova fornita a Livorno con la municipalizzata dei rifiuti. Infatti diede buona prova anche sullo stadio, con un compromesso che salvava l’opera e tagliava il 50% di cubature, quelle speculative (come promesso in campagna elettorale dal M5S). Poi fu nominato presidente di Acea. Ora si scopre (dalle intercettazioni) che accettò incarichi per 100mila euro da Parnasi: se qualcuno ha le prove che Raggi o Di Maio lo sapevano, le tiri fuori. Altrimenti il discorso si chiude con le sue dimissioni.
Agli smemorati di Tor di Valle si iscrive anche l’ex assessore Paolo Berdini, che va raccontando in giro – e persino a verbale dinanzi ai pm - di essere stato cacciato perché contrario allo stadio. Doppia balla. Berdini non fu cacciato, ma si dimise per aver perso la fiducia della Raggi, offendendola come donna e come sindaca: negò di aver parlato con La Stampa e ne fu subito sbugiardato con un video che lo ritraeva mentre istigava un cronista a scrivere che la Raggi era l’amante di Salvatore Romeo e si proponeva come informatore occulto contro di lei. È falso anche che fosse contrario allo stadio di Parnasi. Il 23.10.2016, a Radio Roma Capitale, Berdini dichiarò: “Il piano regolatore permette una cubatura aggiuntiva che è già di per sé imponente. Io su quella cifra non muoverò una virgola, sono il tutore del rispetto delle regole. Se la Roma accetterà queste regole, ben vengano investimenti privati. Sono contrario all’aumento di volumetrie spaventoso dato dalla giunta Marino in cambio di opere pubbliche… Ci sarà tutto il tempo per discutere se è giusto accettare delle inutili opere pubbliche o è meglio cancellarle e costruire solo lo stadio”. Esattamente ciò che fecero la Raggi e Lanzalone. Ohibò.
venerdì 15 giugno 2018
Domandina
Al di là che il respingimento di una nave sia inumano, che ne pensano i Paraventisti di come in certe zone, DA MOLTI ANNI, trattiamo il migrante e di come questo schiavismo sia utile alle grandi catene di distribuzioni alimentari?
venerdì 15/06/2018
CAPORALATO
“Ehi, Venerdì”. Gli schiavi privati pure del nome
TRAPANI - BRACCIANTI, COSTRETTI A DIRE “PADRONE” AI CAPORALI, CHIAMATI COME I GIORNI DELLA SETTIMANA
di Enrico Fierro
Tuguri - Le immagini diffuse dalla squadra mobile di Trapani -
Avevano perso tutto perché tutto gli era stato rubato. La libertà, le loro braccia, finanche il loro nome. Perché erano schiavi. Schiavi nell’Italia feroce di questi anni. Succede in Sicilia (ma anche in Puglia, Calabria, nelle regioni agricole del Nord opulento), nelle campagne tra Marsala e Mazara del Vallo. Qui, dopo sei mesi di indagini, la Squadra Mobile di Trapani ha scoperto due moderni schiavisti.
Padre e figlio. Andavano a prelevare i braccianti neri nelle baraccopoli e li compravano: 3 euro l’ora per otto-dieci-dodici ore di lavoro al giorno. La paga, però, scendeva quando il caporale metteva a disposizione la “mangiarìa”. Non avevano nulla i braccianti di colore. Solo le loro braccia. La voce no, quella gli era negata, per chi protestava niente lavoro. Al caporale, i neri si dovevano rivolgere con deferenza. Dovevano appellarlo “padrone”. E lui, il padrone-caporale, che proprio quei nomi strani dei “nivuri” non riusciva a ricordarseli, li chiamava come i giorni della settimana. Lunedì, martedì… fino a venerdì. Ma non è un romanzo per bambini. È la Sicilia di oggi, quella dell’agricoltura fiorente, quella della frutta che arriva nelle catene dei grandi supermarket e rimbalza sulle nostre tavole di italiani allarmati dall’ “invasione” degli stranieri. Sei mesi di indagini, l’arresto dei due moderni schiavisti (ora ai domiciliari) il sequestro dei terreni. E lo squallore. Le immagini delle telecamere piazzate nei terreni dei due dalla Polizia (pubblicate da ilfattoquotidiano.it) valgono più di mille saggi sullo sfruttamento.
Il caporale scende dalla macchina, ha appena scaricato i ragazzi di colore. Un lavoratore gli chiede conto della paga: “Tu padrone… pagare”. L’uomo bianco è palesemente infastidito: “Con mangiare io dare 3 euro per nove ore… 30 euro, va bene? Oggi 6 ore, sei per tre fanno 20 euro. 30 euro e mangiarìa… panino”. Il lavoratore cerca di contrattare: “Panino non buono, non l’abbiamo mangiato oggi. Troppo duro”. La pazienza del caporale è al limite e minaccia di non andare più a Campobello a prendere altri braccianti. “Bordello, soldi, sempre bordello”. Quattro soldi per spaccarsi la schiena nelle campagne sotto il sole siciliano e un pezzo di pane raffermo per cena. E materassi lerci per dormire. Le immagini registrate dai poliziotti sono quelle già viste nella baraccopoli di San Ferdinando, in Calabria.
Un locale senza porte, la terra battuta come pavimento, un angolo da usare come cesso, vecchie biciclette malandate e una cucina lercia dove prepararsi da mangiare. In un pizzo rivolto verso la Mecca, un tappeto per pregare.
È il caporalato, bellezza. Un business che insieme agli interessi mafiosi sull’agricoltura, muove qualcosa come 17,5 miliardi di euro, secondo il rapporto “Agromafie e caporalato” della Flai-Cgil. Condizioni di vulnerabilità, quando non è vera e propria schiavitù, che coinvolgono 100 mila lavoratori. C’è una legge del 2016 per contrastare il caporalato, la 199, che stabilisce sanzioni anche per il datore di lavoro che usa braccianti in nero e prevede la reclusione da 1 a 6 anni e multe da 500 a 1000 euro per ogni lavoratore impiegato. Una legge che non piace al vicepremier, ministro dell’Interno e segretario della Lega Matteo Salvini, “perché invece di semplificare complica”. Parole che hanno suscitato le proteste dei sindacati e delle associazioni che lavorano sul campo. “È una legge di civiltà – dice Fabio Ciconte, direttore dell’associazione Terra – occorre estendere ancora la responsabilità in solido delle imprese lungo la filiera, garantire trasparenza in ogni passaggio e scoraggiare le cause che determinano il caporalato”.
Lascio parlare lui!
venerdì 15/06/2018
Operazione Gattopardo
di Marco Travaglio
L’indagine sul “sistema Parnasi”, che pareva limitata allo stadio della Roma e al mondo grillo-leghista, riguarda anche lo sbarco del palazzinaro capitolino a Milano. Luca Parnasi, ora in carcere, collegava le sue chance di costruire lo stadio del Milan ai suoi investimenti sulla politica: anche sul sindaco Pd di Milano Giuseppe Sala, che lo ringraziò (“io sono gratissimo a Luca… se non c’era Luca non facevo la corsa elettorale”) tramite il comune amico Roberto Mazzei, incontrato a Natale in vacanza in Oman. Che Parnasi finanziasse la destra (250 mila euro alla onlus leghista Più Voci), si sapeva; ora Sala, a domanda del Fatto, ammette che la moglie del costruttore finanziò pure lui, via Pd, con 50mila euro. Peccato che quell’intercettazione su Sala sia scomparsa dietro gli omissis nell’ordinanza del gip e nelle prime note dei Carabinieri fosse stata indicata come “incompresibile”. Sennò si sarebbe subito capito che il “manifesto programmatico” del sistema corruttivo, attribuito dai magistrati al caso dello stadio romanista, si riferiva in realtà alle parole di Parnasi sui soldi a Sala. Ieri Repubblica reclamava le solite dimissioni della sindaca Virginia Raggi per un fatto che non la vede protagonista né poteva conoscere (lo si è scoperto dalle intercettazioni): gli incarichi da 100 mila euro promessi da Parnasi al consulente M5S Luca Lanzalone. Dunque oggi, per coerenza, chiederà pure la testa di Sala per un fatto che lui conosceva: i 50 mila euro di Parnasi per la sua campagna elettorale e i suoi ringraziamenti tramite Mazzei, amico del costruttore (e di Bisignani). Noi pensiamo invece che, al momento, l’unico che doveva andarsene fosse Lanzalone, che ieri s’è dimesso da Acea su input di Di Maio.
Ma c’è una cosa che potrebbe fare in più chi, da Casaleggio a Di Maio, si dice “diverso” dagli altri: studiarsi attentamente le carte dell’indagine non dal punto di vista penale (che sarà valutato a dai giudici), ma politico, sociale e antropologico. Il quadro che emerge è un magnifico selfie di quel che accade in Italia quando cambia o rischia di cambiare il sistema con i suoi equilibri di potere. Ciò che è accaduto dopo il 4 marzo ha due soli precedenti in 72 anni di storia repubblicana. Quello dell’immediato dopoguerra, quando andarono al governo le forze politiche escluse dal ventennio fascista. E quello del 1992-‘94, quando crollò la Prima Repubblica sotto le macerie di Tangentopoli e l’istinto di sopravvivenza dell’Ancien Regime produsse subito un formidabile anticorpo al cambiamento: B. A bilanciarne il gattopardismo provvide una forza nuova e dirompente come la Lega di Bossi.
Che infatti dopo sette mesi lo buttò giù. Oggi il Gattopardo è la Lega di Salvini che, sotto le mentite spoglie del nuovo che avanza, ricicla tutto il vecchio che è avanzato (idee, persone, lobby, prassi), controbilanciato dall’elemento più nuovo che la politica italiana al momento conosca: i 5Stelle. Questi però non hanno né la solidità culturale, il savoir faire amministrativo e la classe dirigente adeguata per arginare il tracimante falso nuovismo leghista. E nemmeno per resistere ai tentativi di infiltrazione. Parnasi, Bisignani e quelli come loro sanno benissimo che i Di Maio e le Raggi sono inavvicinabili: hanno mille difetti, ma non la corruttibilità. E allora aggirano l’ostacolo e bussano alla porta dei Lanzalone, trovandola spalancata. Distinguere le verità dalle millanterie sarà compito dei magistrati. Ma leggere di riunioni in casa Parnasi fra Lanzalone e Giorgetti, leghista per tutte le stagioni, per “fare il governo” e di missioni di Lanzalone nei palazzi del potere per le nomine pubbliche dà l’idea della permeabilità del “nuovo” alle infiltrazioni del “vecchio”. Un movimento cresciuto troppo in fretta e chiamato troppo presto al governo con quadri improvvisati si affida agli “esterni”: tecnici, consulenti, boiardi, funzionari, avvocati presi a prestito dal privato, dall’università, dal Parastato, dalla Pubblica amministrazione, che magari sono fin troppo competenti, ma non necessariamente condividono i valori di chi li ha chiamati. E presto o tardi possono cedere a tentazioni di potere, di privilegio, di conflitto d’interessi o addirittura di corruzione. E allora può succedere di tutto: di azzeccare la scelta arruolando persone di valore (si spera che Conte lo sia) o di sbagliare clamorosamente portandosi il nemico in casa, come Marra, Lanzalone o Giordana (il braccio destro della Appendino dimessosi per una multa levata a un amico).
Troppi campanelli d’allarme per non porsi il problema strutturale di un Movimento nato sulla trasparenza, sull’onestà e sul civismo che potrebbe fare del bene all’Italia e invece rischia di perdere – e soprattutto di farci perdere – un occasione che potrebbe essere l’unica: la cronica mancanza di una classe dirigente autonoma, forte e preparata e responsabile, capace di attrarre le forze migliori della società. Col risultato di affidare la scelta di candidati, sindaci, assessori, ministri, sottosegretari e consulenti al caso, o al culo. Certo, quando poi la mela marcia salta fuori, ci si può consolare rinfacciando agli altri di essere peggio e di non cacciare nessuno nemmeno dopo la condanna definitiva. Ma, fermo restando che nessuno nasce dal nulla, tutti hanno una vita precedente e la fabbrica dei santi ha chiuso da un pezzo, una forza “diversa” dovrebbe darsi gli strumenti più adeguati per selezionare uomini e donne a prova di bomba. Altrimenti, di errore in errore, passerà fra la gente l’idea che sono tutti uguali, non si può cambiare niente e tanto vale riaffidarsi ai vecchi puzzoni. A noi, della sorte dei 5Stelle, importa poco o nulla: ma se anche stavolta le aspettative di cambiare venissero frustrate, nessun altro ci proverà mai più.
giovedì 14 giugno 2018
Fierezza
Fiero di essere lettore fedele di un quotidiano che non guarda in faccia a nessuno, che non ha padroni, che non deve rispondere a chicchessia su articoli scomodi, che non si preoccupa di pestare calli e quant'altro, che perde pubblicità perché attacca senza scrupoli anche le multinazionali, desiderose invece di carezze in cambio di pagine, come da altre parti.
Unico nel panorama italiano a far emergere scandali senza distinzioni, senza alcun rispetto per supposti amici e presunte linee editoriali. Un suffumigio di libertà.
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