domenica 10 giugno 2018

Già, Minniti!


domenica 10/06/2018
Caro Minniti, cosa sapeva delle sofferenze di Sacko?
di Antonio Padellaro

“In Calabria, Salvini sarebbe dovuto andare già da tempo perché l’omicidio di Sacko Soumaila è un fatto gravissimo. In queste circostanze il ministro degli Interni prende un aereo e va sul posto”.

Marco Minniti ospite di “Piazza Pulita”

Sono sicuro che molti di noi rimpiangeranno Marco Minniti al Viminale, e l’altra sera le osservazioni che ha rivolto al suo successore Matteo Salvini sull’immigrazione clandestina (presto si accorgerà che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, Mediterraneo) ci sono apparse impeccabili. E tuttavia (come lui direbbe) l’impressionante servizio sulla baraccopoli di San Ferdinando (Reggio Calabria) dimora del sindacalista assassinato Sacko Soumaila, suscita alcune domande che gli giro da questa rubrica contando sulla sua cortesia. Come è stato possibile che, chissà da quanti anni, una moltitudine di esseri umani (regolari, irregolari, chi può dirlo?) siano stati costretti a vivere, anzi a sopravvivere e vegetare, in condizioni subumane? In un luogo privo dei più elementari servizi igienici (latrine a cielo aperto), immerso nella melma, esposto alle intemperie, sotto tetti di cartone che il povero Sacko cercava di sostituire con quel pezzo di lamiera che ha pagato con la vita? Ora è pur vero che la banalità del degrado ci circonda tutti quanti e che davanti a essa spesso preferiamo distogliere lo sguardo. Quando sui marciapiedi delle grandi città passiamo accanto ai fagotti umani buttati in un angolo o ripiegati su se stessi per strapparci un’elemosina di pietà. O quando dall’autostrada gettiamo uno sguardo distratto sui fortilizi dell’abbandono costruiti sui rifiuti, chiamati campi rom. Ma se il nostro senso della vergogna non risponde più al riflesso dell’umana misericordia, peggio per noi. E se la nostra protesta civile si limita allo sdegno per una frase detta o non detta o detta male da un premier improvvisato, peggio per noi. E peggio per noi se necessita che a un giovane uomo del Mali venga spappolata la testa da una fucilata per accorgerci che non lontano da un’altra autostrada, laggiù nei campi, un esercito di schiavi si spezza la schiena per un lavoro e una paga che nessun italiano tra quelli che gridano “prima gli italiani” potrebbe mai accettare. Ma se davanti allo scempio e alla vergogna chi avrebbe dovuto fare qualcosa, per dovere d’ufficio o per responsabilità istituzionale, non ha mosso un dito, il problema, ne converrà onorevole Minniti, è molto, molto diverso. Per essere più precisi: chi sarebbe dovuto intervenire per sottrarre i corpi di quella umanità alla melma offrendo loro un rifugio non di cartone o di lamiera. Il sindaco? Il prefetto? Il governatore della Calabria? E l’allora ministro degli Interni, figlio di quella terra, in che termini fu messo al corrente dell’esistenza di un posto simile (e di quanti altri ancora) emblema di illegalità e di ingiustizia? E in caso affermativo quale fu la sua reazione? Non è un interrogatorio, ci mancherebbe, ma una richiesta di conoscenza rivolta a chi ha cercato di governare questa complicatissima materia. Leggere, infine, che il campo profughi “doveva essere smantellato ma è rinato sulle ceneri di se stesso perché la tendopoli più vivibile costruita dall’altra parte della strada non può contenerli tutti” (“Corriere della Sera”) rende tutto più inaccettabile. Perché quando lo Stato allarga le braccia subito c’è qualcuno che arriva con la ruspa.

Koraggien



Prevenzione


domenica 10/06/2018
LORSIGNORI
Toninelli si vaccini, in quel ministero gira un brutto virus

di Giorgio Meletti

Al ministero delle Infrastrutture circola un brutto virus e il neo ministro Danilo Toninelli dovrebbe vaccinarsi. Il virus è stato creato nei sofisticati laboratori del partito del cemento. Colpisce il cervello dei ministri. Appena nominati cominciano a fare la supercazzola con frasi senza senso. “Le infrastrutture sono il volano migliore per far ripartire l’economia”, ha dichiarato Toninelli nella sua prima intervista al Sole 24 Ore, organo ufficiale del partito del cemento. Prima di lui l’aveva proclamato Graziano Delrio e prima ancora Maurizio Lupi, allievo di Ercole Incalza, l’ideologo dell’opera inutile. Le infrastrutture erano il volano migliore per far ripartire l’economia (forse) ai tempi di Franklin D. Roosevelt. Ma il partito del cemento è talmente attivo nel diffondere questa stupidaggine che anche Toninelli, digiuno dell’argomento, si è sentito in obbligo di ripeterla, come per educazione, come ci si segna entrando in chiesa. Ma Toninelli, per la prima volta dopo decenni, non è stato scelto per piacere al partito del cemento, semmai per non dispiacergli troppo. Quindi si vaccini. Legga. Vada su Google e metta qualche parola chiave. Ci permettiamo di suggerirgli qualche stringa: “Terzo valico Cociv Michele Longo Stefano Perotti”, “Pedemontana Veneta Vernizzi Dogliani”. Legga e si attrezzi. Perché è evidente che le sue prime esternazioni sono il sintomo di un durissimo scontro. La Lega, organica al partito del cemento come Forza Italia e Pd, pretendeva quel ministero e il M5S ha dovuto accettare un compromesso, un ministro pentastellato senza competenza specifica, quindi più debole.

Sarà dunque una battaglia, giorno per giorno, nomina per nomina, mattone per mattone. Il partito del cemento non è un’astrazione, è fatto di uomini e aziende: la Impregilo di Pietro Salini, la Condotte di Duccio Astaldi recentemente arrestato, la Astaldi di Paolo Astaldi, la Pizzarotti, la coop Cmc di Ravenna, il gruppo Gavio, il gruppo Dogliani per fermarsi ai più grossi. Poi ci sono i grandi studi di ingegneria che in questo momento tengono il mazzo. E poi ci sono i duecento dirigenti del ministero la cui eventuale compiacenza è ricompensata con consulenze e collaudi (quando va bene). Poi ci sono giudici del Tar e consiglieri di Stato pronti a sistemare le cose con le loro sentenze. Non è una battaglia da fare col fioretto. Proporre l’analisi costi-benefici delle opere da fare è talmente giusto da sembrare ovvio, eppure Delrio per anni ne ha solo parlato. La vera questione sono le opere in corso. Il punto non sono i fenomeni di corruzione più o meno endemici nel mondo degli appalti. Il cancro sono i progetti espressamente concepiti ai vertici del sistema per derubare lo Stato. Vanno fermati subito, non affrontati con lo studio e la riflessione. Quelli servono solo al partito del cemento per prendere tempo e continuare a emettere i mitici Sal (stato avanzamento lavori, in parole povere fatture).

La prima mossa di Toninelli è azzeccata. Ha scelto come capo di gabinetto (il ruolo chiave nel ministero) un alieno assoluto, il costituzionalista Gino Scaccia, dal cui curriculum non risulta alcuna esperienza pregressa negli appalti e nella Pubblica amministrazione. Può darsi che di opere pubbliche non sappia niente. Benissimo, comunque è meglio uno così del superburocrate azzeccagarbugli pieno di amici strani. Per prima cosa Toninelli e Scaccia devono fare nel ministero quella pulizia con cui Delrio per tre anni si è solo sciacquato la bocca. Purtroppo il sistema dei lavori pubblici è stato ridotto a un tale porcaio che chiunque abbia un minimo di esperienza del settore e sia in buonafede invoca l’arrivo dei dilettanti. Almeno non conoscono nessuno.

sabato 9 giugno 2018

Nostalgia


Ci manca già la sua sapienza medica, la sua lungimiranza, la sua preparazione, il suo sguardo severo; pur avendo solo la maturità classica, ha dato sfoggio di una preparazione ministeriale senza pari. La foto in questione conferma quanto appena enunciato.

Sommessamente